SENTENZA DEL GIUDICE SALVINI SULLA STRATEGIA DELLA TENSIONE (FEBBRAIO 1988)

 

PARTE SECONDA - 5

 

I nuovi elementi emersi sul gruppo "La Fenice"

 

 

LA POSIZIONE DI PIETRO BATTISTON

 

Pietro BATTISTON, componente storico del gruppo La Fenice e uomo di fiducia, al pari di Nico AZZI, di Giancarlo ROGNONI, si era reso latitante quando, il 14.12.1973, in un’autovettura custodita all’interno del garage Sanremo di Via Zecca Vecchia a Milano, di proprietà del padre Pio e in cui egli stesso lavorava, era stato rinvenuto un piccolo arsenale di armi ed esplosivo fra cui una saponetta di tritolo da 500 grammi del tutto identica a quella utilizzata da Nico AZZI, nell’aprile 1973, per commettere il fallito attentato sul treno Torino-Roma (cfr. vol.1, fasc.18, ff.1 e ss.).

 

 

Una volta revocato il mandato di cattura, a seguito della fortunosa assoluzione per insufficienza di prove, Pietro BATTISTON era rientrato in Italia dalla Spagna, ove era rimasto a lungo latitante a Madrid in stretto contatto con Giancarlo ROGNONI, aveva svolto il servizio militare a Mestre (riallacciando fra l’altro, in quel periodo, i rapporti con Carlo DIGILIO già conosciuto a Milano) e si era infine trasferito definitivamente in Venezuela ove aveva impiantato, collaborando a lungo con Roberto RAHO, un’attività commerciale nel campo delle carni surgelate.

 

 

Nel corso della prima fase dell’istruttoria era emerso che l’esplosivo rinvenuto nel garage Sanremo apparteneva effettivamente a Pietro BATTISTON che lo custodiva per conto del gruppo La Fenice dopo l’arresto di AZZI e la fuga di ROGNONI (cfr. dep. Biagio PITARRESI, 10.11.1992, f.2 e capitolo 11 della sentenza-ordinanza depositata in data 18.3.1995).

 

 

Nel corso di questo secondo troncone dell’istruttoria è emerso, per ammissione dello stesso BATTISTON e a seguito delle conferme di Carlo DIGILIO, Francesco ZAFFONI, Giuseppina GOBBI, titolare della trattoria Lo Scalinetto di Venezia, e altri testimoni, che egli, a partire dall’inizio del 1974, era rimasto per molti mesi latitante a Venezia, grazie all’aiuto del dr. MAGGI, pranzando alla trattoria Lo Scalinetto, punto di riferimento del gruppo, e abitando nella sede dismessa del circolo Il Quadrato, già sede di Ordine Nuovo di Venezia, messagli a disposizione dallo stesso MAGGI e da Carlo DIGILIO (cfr. ampiamente capitolo 22 della presente sentenza-ordinanza).

 

 

Nel giugno 1974, Pietro BATTISTON era stato inviato, sempre dai camerati veneziani, in Grecia, nei pressi di Atene, ove, in una villetta, avevano trovato rifugio altri ordinovisti italiani, prevalentemente veronesi, e l’anno successivo egli aveva raggiunto prima Barcellona e poi Madrid riunendosi così a Giancarlo ROGNONI, Pierluigi PAGLIAI, Francesco ZAFFONI e agli altri italiani latitanti.

 

 

Nel corso delle indagini erano via via emersi altri, anche se frammentari, elementi concernenti il ruolo svolto da Pietro BATTISTON sino all’inizio degli anni ‘80.

 

 

Sergio CALORE aveva ricordato che BATTISTON aveva reso possibile il contatto fra Giancarlo ROGNONI, ormai latitante, e gli altri coimputati del gruppo La Fenice, rimasti in Italia, raggiungendo ROGNONI nei luoghi in cui si trovava (cfr. int. CALORE al G.I. di Bologna, 22.2.1994, f.2).

 

 

Mauro MARZORATI, arrestato per l’attentato al treno del 7.4.1973, ha ricordato che BATTISTON gli aveva confidato di essere stato fra i responsabili del fallito attentato del marzo 1973 alla COOP di Bollate, citato nel "documento AZZI" e di cui si è ampiamente parlato nella prima sentenza-ordinanza (cfr. dep. MARZORATI, 31.3.1995, ff.2-3 e capitoli 10-11 dell’ordinanza conclusiva del proc. 721/88F).

 

 

Francesco DE MIN, altro componente minore del gruppo La Fenice, ha rievocato un’altra circostanza e cioè che Nico AZZI, durante la comune detenzione, aveva ritenuto che parte dell’esplosivo sequestrato nel garage di BATTISTON fosse stato parte di quello occultato nel deposito di Celle Ligure ed eventualmente da questi recuperato, confermando così che BATTISTON, all’interno del gruppo, era l’uomo incaricato della custodia e della gestione degli esplosivi (cfr. int. DE MIN, 18.3.1995, f.3).

 

 

Francesco DE MIN aveva del resto appreso, sempre all’interno del gruppo,che BATTISTON aveva in precedenza fatto sparire dell’esplosivo e per tale ragione era entrato in rotta di collisione con Nico AZZI (int. citato, f.3).

 

 

Gianni FERORELLI, altro militante della destra milanese, in contatto con il gruppo di ROGNONI, aveva ricevuto da Pietro BATTISTON una pistola cal.7,65 e aveva saputo che questi aveva detenuto per un certo periodo di tempo dell’esplosivo di proprietà di Giancarlo ESPOSTI e Angelo ANGELI, e cioè in sostanza dell’organizzazione S.A.M., contigua a quella di ROGNONI (dep. FERORELLI, 10.3.1995, f.3).

 

 

Marco CAGNONI, altro componente del gruppo La Fenice, "sopravvissuto" agli arresti dell’aprile 1973, ha confermato che Pietro BATTISTON, entrato in latitanza, era rimasto per diverso tempo a Venezia, dove lo stesso CAGNONI gli aveva fatto visita, ed era stato poi avviato in Grecia dai camerati veneziani stabilendosi ad Atene in una villetta già occupata anche da Elio MASSAGRANDE e altri latitanti italiani (dep. 15.1.1996, f.2).

 

 

Ma soprattutto CAGNONI ha ricordato che nel periodo precedente, quando ROGNONI era ancora latitante in Svizzera, egli si era recato nella zona del Passo San Bernardino per incontrarlo e qui, oltre a ROGNONI, aveva trovato Pietro BATTISTON, certamente incaricato di tenere in modo più stabile i contatti fra i vari militanti del gruppo dispersi a causa degli arresti e delle indagini giudiziarie in corso (cfr. dep. citata, f.3).

 

 

Carlo DIGILIO, forse consapevole che l’ammissione dei suoi contatti con il militante milanese avrebbe necessariamente imposto un ulteriore ampliamento delle sue rivelazioni, sino a quel momento contenute ad un numero limitato di episodi, ha ammesso solo il 6.11.1995 di avere conosciuto BATTISTON e di averlo incontrato sia a Milano sia a Venezia sia a Madrid ed infine a Caracas in Venezuela (int. 6.11.1995, f.2), di averlo ospitato in particolare per alcuni giorni nella sua casa di S.Elena quando era latitante a Venezia e di essersi di rimando rivolto a lui per cercare di rintracciare Elio MASSAGRANDE a sua volta latitante in Paraguay (int.10.11.195, f.2).

 

 

Da BATTISTON e Roberto RAHO, Carlo DIGILIO era stato anche aiutato economicamente durante il periodo della sua latitanza a Santo Domingo (int.7.8.1996 f.3 e 3.11.1996 f.2).

 

 

Sulla base di tali elementi questo Ufficio aveva emesso nei confronti di Pietro BATTISTON due mandati di comparizione, uno per i reati di cui agli artt. 270 e 306 c.p. in relazione alla sua attività nel gruppo La Fenice e l’altro per il reato di cui all’art.285 c.p. in relazione all’attentato al treno Torino-Roma (cfr. vol.1, fasc.18, ff.84 e ss. e 94 e ss.), provvedimenti rimasti tuttavia senza esito in quanto BATTISTON risultava risiedere in Venezuela in una località sconosciuta.

 

 

La figura di BATTISTON, mai interrogato da alcuna Autorità Giudiziaria, rimaneva quindi sfumata e sfuggente nonostante il ruolo non secondario avuto all’interno dell’area di estrema destra.

 

 

La svolta avveniva nel settembre 1995, grazie ad una intercettazione ambientale disposta dal P.M. di Venezia, dr. Casson, nell’abitazione di Roberto RAHO, nell’ambito di un procedimento relativo ad un traffico di autovetture rubate che vedeva coinvolti vari ex-ordinovisti.

 

 

BATTISTON e RAHO iniziavano, infatti, a discutere dell’evoluzione delle indagini in corso presso l’A.G. di Milano dimostrando di essere a conoscenza, anche tramite Lorenzo PRUDENTE, interrogato pochi giorni prima, di molti particolari sia relativi agli sviluppi delle indagini sia direttamente concernenti i fatti che erano avvenuti negli anni ‘70 compreso il ruolo di Carlo DIGILIO, da loro chiamato il "nonno", incontrato ed aiutato economicamente più volte in Venezuela durante la sua latitanza.

 

 

RAHO e BATTISTON si mostravano innanzitutto soddisfatti del fatto che Carlo DIGILIO, pur avendo iniziato a collaborare, non avesse riferito tutto quanto a sua conoscenza (circostanza, questa, certamente vera facendo riferimento all’autunno 1995), confermando comunque l’importanza del ruolo da lui ricoperto perché "di cose da dire non ne ha una, ne ha cento" (cfr. f.6 della trascrizione allegata all’interrogatorio di BATTISTON dinanzi alla Procura di Brescia in data 6.10.1995, vol.13, fasc.3, ff.42 e ss.).

 

 

I due, parlando liberamente degli episodi che avevano vissuto o di cui erano stati a conoscenza, facevano quindi riferimento a vicende di minore o maggiore importanza quali un viaggio effettuato alla trattoria Lo Scalinetto di Venezia insieme ad Angelo ANGELI (f.3), alla fabbrica di armi impiantata da Eliodoro POMAR a Madrid (f.5), al tentativo di rintracciare Elio MASSAGRANDE in Paraguay quando DIGILIO si trovava in Venezuela (f.4) e soprattutto al fatto che Marcello SOFFIATI, il giorno prima della strage di Brescia, sarebbe partito in direzione di tale città con una valigia piena di esplosivo (f.4 della trascrizione), episodio che sarebbe stato in seguito raccontato da Carlo DIGILIO, pur all’oscuro di tale intercettazione, negli importantissimi interrogatori del 4 e 5 maggio 1996.

 

 

In sostanza, l’intercettazione di tale conversazione confermava che le indagini, nel loro complesso, si stavano muovendo nella giusta direzione e che era necessario insistere affinché Carlo DIGILIO decidesse di raccontare anche gli episodi più gravi di cui era stato protagonista.

 

 

Sentiti dal P.M. di Milano ed anche dal P.M. di Venezia nell’immediatezza dell’intercettazione, RAHO e BATTISTON, posti di fronte al tenore inequivoco delle loro conversazioni, rendevano dichiarazioni di grande importanza per lo sviluppo delle indagini, dichiarazioni che tuttavia non preludevano ad una completa apertura processuale in quanto nel giro di pochi giorni Pietro BATTISTON tornava in Venezuela e non faceva più rientro in Italia, mentre Roberto RAHO assumeva in seguito un atteggiamento di completa chiusura.

 

 

Sintetizzando gli argomenti toccati da Pietro BATTISTON (che saranno soprattutto oggetto dell’indagine in corso presso la procura di Milano), questi, oltre a riferire in merito alla propria latitanza a Venezia dal gennaio al giugno 1974 (cfr. capitolo 22 della presente ordinanza), rievocava moltissimi episodi di cui aveva appreso a Venezia, soprattutto da Carlo DIGILIO, e che in seguito sarebbero stati confermati dagli interrogatori che questi avrebbe ricominciato a rendere dopo la malattia che lo aveva colpito.

 

 

Emergevano così circostanze importantissime e cioè che il gruppo di Venezia disponeva di gelignite, di cui DIGILIO aveva cura al fine di evitarne il trasudamento (int. al P.M. di Milano, 29.9.1995, ff.1-2), che altro esplosivo di origine bellica era stato recuperato dalla Laguna, che il gruppo stava studiando il modo di far funzionare al meglio i detonatori mediante una resistenza elettrica (int. citato, f.2).

 

 

Emergeva ancora che Carlo DIGILIO aveva adibito una stanza della sua abitazione di S.Elena per la riparazione e modificazione di armi in favore del gruppo di Ordine Nuovo e soprattutto che già durante gli incontri fra lo stesso BATTISTON, RAHO e DIGILIO in Venezuela all’inizio degli anni ‘80, quest’ultimo aveva fatto chiari riferimenti alla corresponsabilità del dr. Carlo Maria MAGGI nella strage di Piazza Fontana (int. citato, f.2 e int. 3.10.1995, f.5).

 

 

Interrogato anche dai Pubblici Ministeri di Brescia titolari dell’indagine sulla strage di Piazza della Loggia, Pietro BATTISTON confermava di avere appreso da RAHO notizie in merito al trasporto di una borsa di esplosivo da parte di Marcello SOFFIATI il giorno precedente la strage di Brescia ed ammetteva altre circostanze importanti quali l’aiuto economico fornito a DIGILIO in Venezuela durante la sua latitanza e la proprietà da parte del dr. MAGGI di una macchina per scrivere (poi ceduta a DIGILIO) con la quale erano stati battuti i volantini utilizzati per rivendicare falsamente con una sigla di sinistra qualche attentato "minore" avvenuto nel Veneto, secondo una tecnica di "diversione" di cui si è già ampiamente parlato nella prima sentenza-ordinanza di questo Ufficio (cfr. int. BATTISTON al P.M. di Brescia, 4.10.1995, ff.1, 2 e 4, vol.13, fasc.3).

 

 

Interrogato anche da questo Ufficio in data 3.10.1995, Pietro BATTISTON aggiungeva altri episodi, ammettendo di avere probabilmente ceduto una pistola cal.7,65 a Gianni FERORELLI, di essersi recato tre volte in Svizzera con altri camerati milanesi fra cui, in una occasione, Francesco ZAFFONI e Marco CAGNONI, per contattare Giancarlo ROGNONI inizialmente latitante in quel Paese e di avere incontrato Carlo DIGILIO a Madrid durante la visita di questi, nel 1975, dall’ing. POMAR che si stava occupando della riproduzione della famosa mitraglietta (ff.4-5).

 

 

BATTISTON ricordava anche di avere conosciuto Delfo ZORZI a Milano, presentatogli proprio da Giancarlo ROGNONI (int. citato, f.3).

 

 

Anche Roberto RAHO, incalzato nell’immediatezza dell’intercettazione dal P.M. di Milano, aveva reso dichiarazioni di notevole importanza, salvo poi rifiutare ogni ulteriore rapporto con l’Autorità Giudiziaria.

 

 

In particolare RAHO aveva confermato di avere conosciuto Carlo DIGILIO tramite Massimiliano FACHINI (personaggio in merito al quale DIGILIO ha mantenuto un rigoroso silenzio), di avere appreso da DIGILIO le tecniche di falsificazione dei documenti e ha confermato altresì la vicenda della macchina per scrivere, originariamente di proprietà del dr. MAGGI, utilizzata per battere le finte rivendicazioni di "sinistra" (cfr. int. al P.M. di Milano, 4.10.1995, ff.1-2).

 

 

Soprattutto ha confermato che il gruppo di Venezia disponeva da antica data di notevoli quantità di gelignite e che DIGILIO, sin dai loro incontri in Venezuela, aveva fatto riferimento alla responsabilità del dr. MAGGI in relazione alla strage di Piazza Fontana (int. citato, f.3).

 

 

Roberto RAHO ha aggiunto di avere movimentato, sempre con l’aiuto di DIGILIO, notevoli quantità di tritolo destinate ad entrare a far parte della dotazione della struttura romana e ad essere utilizzate per i grandi attentati, della campagna del 1978/1979, al Campidoglio, al C.S.M. e a Regina Coeli e di avere portato a Roma anche alcuni M.A.B. modificati, sempre da DIGILIO, tagliando parte della canna e sostituendo il calcio originale con una impugnatura di metallo (int. citato, f.4).

 

 

In tutte queste attività era coinvolto Massimiliano FACHINI il quale, nonostante le ripetute assoluzioni, è così rientrato ancora una volta nelle indagini relative alla struttura occulta di Ordine Nuovo (int. citato, ff.4-5).

 

 

Tornando alla posizione di Pietro BATTISTON, non vi è dubbio che il ruolo centrale da lui ricoperto all’interno del gruppo di Giancarlo ROGNONI quale custode del materiale esplosivo e in seguito, sino alla fine degli anni ‘70 (e probabilmente oltre tenendo presente i contatti tenuti con Carlo DIGILIO), il ruolo di raccordo svolto consentendo il mantenimento dei collegamenti fra Giancarlo ROGNONI e gli altri ordinovisti, imponga il rinvio a giudizio dell’imputato per rispondere dei reati di cui ai capi 1 e 2 di rubrica.

 

 

Pietro BATTISTON deve invece essere prosciolto in questa sede in relazione alla sua prospettata partecipazione all’attentato al treno Torino-Roma del 7.4.1973.

 

 

Infatti gli elementi indicati nel mandato di comparizione emesso nei suoi confronti (l’identità dell’esplosivo rinvenuto nel dicembre 1973 nel garage Sanremo con quello utilizzato da Nico AZZI, la presenza di BATTISTON tanto al convegno del Centro Studi Europa a Genova nel marzo 1973 quanto alla riunione alla birreria Wienervald di Milano il 6.4.1973 (momenti in cui il gruppo dei milanesi mise a punto i preparativi dell’attentato), unitamente alla forte internità al gruppo di Pietro BATTISTON nel corso del 1973, fanno sospettare che egli sia il "quinto uomo" presente alle fasi operative dell’episodio del 7.4.1973, di cui vi è cenno in qualche interrogatorio, quinto uomo riuscito a sfuggire all’individuazione e alla cattura.

 

 

Si tratta tuttavia di elementi indiziari e incompleti e, in mancanza di dirette indicazioni provenienti da collaboratori o testimoni, inidonei, vista anche la gravità del fatto, a sostenere validamente un’accusa in giudizio.

 

 

Pietro BATTISTON deve quindi essere prosciolto in ordine al reato di cui al capo 3 di rubrica con la formula non aver commesso il fatto.

 

 

(continua al capitolo 6 Parte Seconda)