SENTENZA DEL GIUDICE SALVINI SULLA STRATEGIA DELLA TENSIONE (FEBBRAIO 1988)

 

PARTE PRIMA – 4

 

 

Il colpo di maglio contro le indagini: l'"operazione Cecchetti"

 

 

Una fase estremamente delicata delle indagini, contestuale alla ripresa della possibilità di interrogare Carlo DIGILIO e all’avvio da parte del personale del R.O.S. di un programma di audizioni di numerosi e importanti testimoni relativi anche all’attività delle strutture statunitensi, è stato purtroppo contrassegnato da una delle più importanti operazioni di confusione e disinformazione, purtroppo non adeguatamente contrastata dagli Uffici preposti, che abbiano toccato negli ultimi decenni le indagini in materia di eversione di destra.

 

 

Il 28.10.1995, preceduto da una serie di allarmi e messaggi via via segnalati da questo Ufficio alla Procura di Milano, usciva su "La Nuova Venezia" e altri quotidiani veneti uno scoop esclusivo firmato da Giorgio CECCHETTI, cronista giudiziario di Venezia, dal titolo con ampio risalto sulla prima pagina "PIAZZA FONTANA: L’ULTIMO DEPISTAGGIO.

 

 

Lo scoop, prendendo spunto dal tardivo e generico esposto del dr. Carlo Maria MAGGI e da alcuni accertamenti effettuati dal dr. Felice Casson in merito agli aspetti formali della tutela garantita a Martino SICILIANO(non è chiaro in base a quale competenza, trattandosi di situazioni non verificatesi a Venezia) ed acquisendo, non si sa in quale modo, tali iniziali notizie (si pensi alla riservatezza che dovrebbe contraddistinguere l’attività del Comitato di Controllo sui Servizi di Sicurezza cui il dr. Casson aveva appena inviato una missiva), tentava, senza mezzi termini e senza alcuna verifica dell’effettivo lavoro in corso presso questo Ufficio, di screditare frontalmente e delegittimare i risultati in via di acquisizione nella presente istruttoria.

 

 

Il giornalista "avvisava" con clamore l’intero ambiente veneto e nazionale che era in corso ad opera del S.I.S.Mi. l’ "ultimo depistaggio" sulla strage di Piazza Fontana, che sarebbe stato scoperto che Martino SICILIANO era stato aiutato e tutelato dal S.I.S.Mi. (curiosa "scoperta", posto che l’azione del S.I.S.Mi. era già documentata in base alle comunicazioni trasmesse dalla Direzione del Servizio, momento per momento, nei fascicoli dell’istruttoria condotta da questo Ufficio) al fine di "indirizzare in una direzione invece che in un’altra le indagini".

 

 

Tutto ciò sarebbe addirittura avvenuto per "impedire che fosse dato un nome e un volto a chi ha organizzato il vile attentato di Piazza Fontana".

 

 

Perdipiù, con un’autentica opera di disinformazione, l’articolo aggiungeva che i pentiti sarebbero stati "l’uno contro l’altro", in particolare Martino SICILIANO avrebbe "scagionato tutti coloro che erano stati indicati come autori della strage da altri "pentiti" neofascisti", mentre DIGILIO avrebbe addirittura accusato SICILIANO di avere confezionato la bomba scoppiata nella Banca Nazionale dell’Agricoltura.

 

 

Il giornalista concludeva affermando che era in corso un’azione in sostanza simile a quella che negli anni ‘70, ad opera del S.I.D., aveva visto la fuga di Marco POZZAN e Guido GIANNETTINI e che a tale situazione stavano fortunatamente ponendo rimedio altri Uffici Giudiziari, diversi ovviamente dall’Ufficio Istruzione di Milano sulle cui indagini, così come sugli operanti del R.O.S., gravavano sospetti ed accuse.

 

 

Tale cumulo di falsità e distorsioni, pubblicate perdipiù senza che il giornalista operasse alcuna verifica, provocavano un effetto devastante sulle indagini anche in ragione del fatto che i quotidiani ove era apparso l’articolo sono pubblicati nell’area veneta, ove risiede la maggior parte degli imputati e dei testimoni.

 

 

Veniva messa in pericolo la credibilità, la prosecuzione della collaborazione e forse anche la sicurezza di Martino SICILIANO e Carlo DIGILIO (il primo, all’epoca, ancora privo di un formale programma di protezione, il secondo ripresosi proprio in quei giorni dal grave ictus che lo aveva colpito), veniva con tale opera di delegittimazione resa impossibile o messa in grave difficoltà la prosecuzione delle audizioni già in corso di alcuni testimoni e l’audizione di testimoni sino a quel momento non sentiti in quanto costoro non sapevano più, trovandosi di fronte a personale del R.O.S. Carabinieri, se stavano avendo a che fare con onesti e impegnati investigatori o con pericolosi depistatori, veniva frustrata la scelta e la disponibilità offerta, forse per la prima volta, dal S.I.S.Mi. di dare un prezioso contributo informativo in tale tipo di indagini.

 

 

Ne usciva rafforzato e più compatto al proprio interno solo l’ambiente ex-ordinovista che da tempo (cfr. quanto esposto al capitolo 19) stava meditando una mossa azzardata, ma resa inevitabile dal progredire delle indagini, finalizzata a colpire soprattutto il personale del R.O.S. che stava giungendo al cuore dell’attività delle cellule eversive di Mestre, Venezia e Milano.

 

 

Gli ispiratori dell’articolo, diversi comunque dagli ex-ordinovisti e interni probabilmente ad ambienti istituzionali, forse anche a quelli che a parole hanno sempre sostenuto di volere la verità sulla strategia della tensione, ritenevano probabilmente, con una simile azione di attacco e di discredito, di provocare, anche a seguito delle inevitabili reazioni di questo Ufficio e degli operanti, una catena di polemiche tali da distruggere in poche settimane le indagini.

 

 

Non si dimentichi, del resto, che solo la presente istruttoria, oltre a far venire alla luce le modalità e i materiali esecutori di molti attentati, stava dirigendosi, con elementi di prova sempre più consistenti, verso l’individuazione delle collusioni in tali attentati e delle attività di "controllo" del nostro Paese, negli anni della strategia della tensione, da parte delle strutture dell’Alleanza Atlantica, verità forse auspicata in anni lontani quando, peraltro, non era possibile dimostrarla, ma ormai scomoda, per molteplici ragioni storiche e politiche, al tempo presente.

 

 

Fortunatamente il tentativo di delegittimazione non raggiungeva il suo scopo e nel giro di qualche mese, seppure con difficoltà e sacrifici inauditi, il fronte delle indagini si ricostituiva permettendo via via l’acquisizione di nuovi e importanti elementi di prova e di conoscenza.

 

 

La gravità e la strumentalità dell’operazione ora descritta è testimoniata pagina per pagina dagli atti dell’istruttoria e da quanto esposto nella presente sentenza-ordinanza.

 

 

Appare tuttavia doveroso riportare integralmente in questa sede quanto Martino SICILIANO ha voluto verbalizzare, in uno dei primi interrogatori resi dopo l’operazione dell’ottobre 1995, in merito alla storia, anche personale, della sua collaborazione in quanto tale racconto testimonia la linearità e la sincerità della sua scelta processuale ed è la migliore risposta all’operazione che è stata tentata:

 

 

"Nell'autunno del 1995, quando mi trovavo all'estero con mia moglie e mia figlia, ebbi eco dall'Italia, ed in particolare da mio fratello, del fatto che sulla stampa di Venezia e in televisione erano usciti servizi che mi riguardavano e mi attaccavano pesantemente.

 

Rientrato in Italia circa due settimane or sono, ho potuto leggere con attenzione gli articoli pubblicati nell'ottobre/novembre 1995, in particolare l'articolo a firma Giorgio Cecchetti pubblicato su "La Nuova Venezia" il 28.10.1995.

 

Leggendo questo articolo ho provato molta amarezza sul piano personale in quanto ciò ha ferito e danneggiato non solo me, ma anche la mia famiglia che vive a Mestre e posso dire che il contenuto dell'articolo è veramente falso, vile e disgustoso.

 

Del resto fu proprio il giornalista Giorgio Cecchetti, per primo, a colpirmi pubblicando nell'ottobre del 1993 un articolo sul quotidiano "La Repubblica", rendendo noto che ero stato indiziato per la strage di Piazza Fontana.

 

Tale articolo, ripreso dalla stampa nazionale e anche dalla televisione, ebbe l'effetto, come ho già spiegato, di farmi perdere il posto di lavoro e di privarmi di ogni forma di sostentamento.

 

All'epoca, infatti, io lavoravo come rappresentante e persona di fiducia della società tedesca FRANKE & RUHRHANDEL, società di importazione in Germania di articoli sportivi e da campeggio.

 

Io, per questa società, seguivo gli acquisti, i pagamenti, i carichi e quando veniva in Italia personale direttivo della società, svolgevo anche l'attività di interprete e di accompagnatore presso le ditte italiane.

 

Ovviamente, pochi giorni dopo le notizie di stampa fui convocato a MECKENHEIM, vicino a Bonn, dalla sede centrale e mi fu detto che a causa della pubblicità fatta sul mio nome non mi era più possibile lavorare per loro.

 

Riconsegnai quindi la vettura e rientrai in Francia.

 

Mi ritrovai quindi in una situazione di enorme difficoltà e come ho già dichiarato nei miei primi interrogatori, contattai MONTAGNER lasciandogli il mio numero di telefono francese, e chiedendogli di essere contattato da Delfo ZORZI.

 

Questi mi chiamò dopo qualche giorno, lasciandomi anche un suo numero di fax, ma non di telefono, e mi esortò a non presentarmi in Italia, a non cedere, poiché egli avrebbe risolto tutti i miei problemi legali e di lavoro.

 

Concordammo, come ho già detto, un appuntamento a Parigi nel maggio del 1994, dove rimanemmo insieme per qualche ora.

 

Dopo qualche giorno egli mi riconfermò il suo pieno appoggio purché non rientrassi in Italia o, al più, rendessi dichiarazioni del tutto reticenti accettando eventualmente di essere sentito solo in Francia.

 

Dopo qualche settimana mi ricontattò e mi disse che una ditta a lui collegata mi avrebbe mandato un invito per recarmi a San Pietroburgo, invito necessario affinché io potessi ottenere un visto d'ingresso dal Consolato dell'ex/URSS a Marsiglia.

 

Mi fece avere, come ho già detto, sul conto di mia moglie una somma equivalente a 600 o 700 dollari che mi permise di recarmi a Marsiglia per ottenere visto e poi a Zurigo dove avrei trovato un biglietto aereo prepagato per San Pietroburgo.

 

Il mio viaggio a San Pietroburgo subì comunque un ritardo perché io ero incerto se accettare o meno le offerte di ZORZI.

 

Faccio del resto presente che prima di incontrare ZORZI a Parigi io avevo telefonato al dr. Madia (nota Ufficio: un funzionario del S.I.S.Mi.), che avevo conosciuto a Mestre e che mi aveva fornito il numero del suo cellulare, manifestandogli il mio disagio e chiedendogli quali sarebbero state eventualmente le condizioni e gli esiti di una mia presentazione in Italia.

 

Ovviamente non gli dissi, in questa occasione, che ero già stato contattato da ZORZI.

 

Infatti, già dalla primavera del 1994 io vivevo in uno stato di angoscia poiché le proposte di ZORZI e le sue telefonate chilometriche e piene di allusioni non mi convincevano affatto e dentro di me mi sentivo molto combattuto e molto incerto sulla strada da scegliere.

 

Infatti, se da un lato ZORZI mi prometteva un avvenire sicuro sul piano lavorativo e anche su quello legale, nello stesso tempo percepivo da parte di quell'ambiente un senso di pericolo in quanto non sapevo che fine avrei fatto una volta messomi nelle loro mani.

 

Infatti per loro ero l'anello debole della catena e percepivo nettamente questa sensazione e non sapevo se mi avrebbero effettivamente aiutato o se si sarebbero poi in qualche modo liberati di me.

 

Sapevo inoltre da mio fratello che a Mestre Bobo LAGNA e Piercarlo MONTAGNER seguivano costantemente i miei movimenti, cercavano di acquisire notizie ed esercitavano una forte pressione parallela a quella che mi proveniva da ZORZI.

 

Nonostante questi embrionali contatti che avevo spontaneamente riattivato con il dr. Madia, andai lo stesso a San Pietroburgo dopo il primo spostamento della prenotazione e mi incontrai appunto con Rodolfo ZORZI che era accompagnato dal responsabile della ditta QUATZAR che io già conoscevo come ex cameriere a Mestre.

 

Questa persona aveva preso il posto di Bobo LAGNA che nel frattempo era deceduto.

 

A San Pietroburgo mi furono rinnovate le offerte di lavoro, in quella zona, come uomo di fiducia della catena commerciale, con uno stipendio non eccessivamente elevato, ma con un tenore di vita molto più alto in quanto l'albergo in cui avrei alloggiato costava circa 400 dollari al giorno solo per la camera.

 

Mi ero reso conto, del resto, che ZORZI poteva mettere a posto chi voleva in quanto il mestrino che accompagnava Rodolfo ZORZI a San Pietroburgo era stato in passato semplicemente un cameriere in una pizzeria ed era ora responsabile di una società commerciale.

 

Mi ero anche reso conto che a ZORZI faceva capo, in Russia, una grossa catena commerciale poiché Rodolfo aveva portato per il punto vendita di San Pietroburgo una somma liquida di 50 mila dollari e parecchie valigie di occhiali da sole "firmati", introvabili in quella città.

 

Avevano altri punti vendita a Kiev e a Mosca che dovevano essere contattati in quei giorni da Rodolfo.

 

Tutta la situazione, comunque, non mi convinceva e avevo paura.

 

Fui colto da una crisi di paura, non diedi una risposta definitiva e dissi che per il momento avrei dovuto comunque rientrare in Francia e così feci.

 

Quando a San Pietroburgo mi sentii male, ZORZI, contattato al telefono dal mestrino che accompagnava Rodolfo, tentò di convincermi di rimanere in Russia dove avrei potuto farmi curare a sue spese.

 

Io, utilizzando come scusa il fatto che mi sarei trovato più a mio agio presso medici francesi, non accettai di rimanere.

 

Rientrato in Francia mi ricoverai in una clinica di Toulouse per tutto il mese di agosto, anche se ZORZI mi aveva subito telefonato, appena ero giunto a casa, per sapere cosa intendessi fare e io non gli risposi prendendo tempo.

 

All'inizio di settembre ZORZI mi richiamò e mi disse che se non mi andava bene San Pietroburgo avrei potuto avere un'altra sistemazione in Giappone, dalle parti di Osaka dove lui aveva un'attività commerciale.

 

A questo punto capii che ero al bivio e che dovevo scegliere.

 

ZORZI mi disse che lui non aveva problemi, ma che ero io, persona molto più scoperta, ad averne e compresi che rimanendo in Francia ZORZI non mi avrebbe mollato.

 

Dovevo quindi scegliere e telefonai al dr. Madia, verso la metà di settembre, e gli dissi che ero disponibile a incontrarlo a Toulouse per discutere la mia situazione e valutare il mio rientro in Italia affidandomi alle Autorità del mio Paese.

 

Faccio presente che già prima di partire per San Pietroburgo avevo comprato il biglietto per rientrare in Italia, e precisamente per l'aeroporto di Venezia dove avrei dovuto incontrare il dr. Madia, ma proprio poche ore prima di imbarcarmi, alle 4 del mattino ora di Toulouse, quando avevo già la valigia pronta, ZORZI mi telefonò dal Giappone e riuscì a convincermi a non partire dicendomi che se mi fossi presentato in Italia sarei certamente stato arrestato, nonostante le garanzie che mi erano state fornite e mi rammentò, con velate minacce, che non avrei dovuto azzardarmi a testimoniare.

 

In settembre, invece, la mia decisione era sostanzialmente presa e accettai l'incontro con il dr. Madia che si svolse a Toulouse alla fine di settembre.

 

Il dr. Madia, giungendo all'aeroporto, mi avvicinò da solo e molto correttamente mi disse che viaggiava con un collega che io avrei potuto decidere di incontrare o meno; io accettai di incontrare entrambi.

 

Il loro comportamento rafforzò la mia fiducia e accettai di spiegare loro, ovviamente per sommi capi tutti gli episodi e le circostanze in cui ero stato coinvolto negli anni '70 e mi resi quindi disponibile a rientrare in Italia nel giro di pochissimo tempo.

 

Rientrai infatti in Italia nell'ottobre 1994, ma nelle ultime settimane della mia permanenza a Toulouse ZORZI continuò a tempestarmi di telefonate e io cercavo di rispondere evasivamente.

 

Egli mi telefonò addirittura la sera in cui ero appena partito per l'Italia e mia moglie rispose che io ero partito e che non sapeva dove fossi.

 

Certamente ZORZI comprese che io avevo accettato di testimoniare e da quel momento mise tutto l'ambiente sulle mie tracce.

 

In merito a quanto avvenne in questo periodo e alla mia vicenda personale intendo fermamente sottolineare quanto segue. Io ero profondamente turbato sia perché avevo compreso che in qualche modo ero oggetto dell'istruttoria e che su di me rischiava di pesare indefinitamente il sospetto di essere l'autore materiale di un massacro di cui personalmente non ero invece responsabile, con le conseguenze che ne derivavano anche su mio padre anziano e sul resto della mia famiglia.

 

D'altronde sin dalla fine del 1969, come ho già avuto modo di dire nell'interrogatorio in data 20.10.1994, ho provato rimorso e turbamento essendomi reso conto di avere partecipato ad una progressione di attività criminose e di attentati che, pur senza la mia successiva partecipazione, si era conclusa con fatti gravissimi.

 

Mi sono sentito quindi, in qualche forma, moralmente responsabile e umanamente coinvolto, nonostante il mio distacco da moltissimo tempo da quell'ambiente.

 

Le pressioni di ZORZI e delle persone a lui legate mi facevano temere che io non andassi incontro ad una sistemazione lavorativa, ma a qualcosa di ben diverso.

 

Per questi motivi, nonostante molte titubanze e tentennamenti, nella primavera del 1994 riaprii il contatto con il dr. Madia e alla fine decisi di rientrare.

 

Il dr. Madia mi era parso subito come una persona estremamente positiva anche sul piano umano, molto preparata ed ebbe con me un comportamento sempre corretto e lineare.

 

Mi disse che se io avessi accettato di dare informazioni utili, e in prospettiva anche di collaborare formalmente con l'Autorità Giudiziaria, avrei dovuto dire esclusivamente la verità, dire tutto quanto a mia conoscenza per avervi partecipato direttamente o per averlo nell'ambiente in un contesto di affidabilità ed attenermi strettamente a questo tipo di comportamento.

 

Da parte mia risposi che se avessi scelto tale via mi sarei attenuto a tale comportamento e infatti così ho fatto, raccontando tutto quanto a mia conoscenza senza alcuna reticenza e nel contempo senza inventare o aggiungere nulla.

 

Credo che le conferme che sono giunte, come ho appreso durante gli interrogatori, da altri imputati o testimoni confermino ciò e d'altra parte alcune imprecisioni soprattutto nei primi interrogatori, quando a distanza di tanto tempo tante circostanze si affollavano nella mia memoria, ritengo che testimonino la mia spontaneità e sincerità.

 

Ovviamente ho chiesto e ho avuto garanzia, qualora avessi scelto questa strada, di un aiuto economico in quanto mi trovavo in una situazione disperata avendo perso il lavoro e non avendo più un posto dove stare, dal momento che la mia residenza francese era facilmente rintracciabile dagli elementi del mio vecchio ambiente.

 

Faccio presente che una volta ottenuto tale aiuto economico, dall'ottobre 1994, avendo fissato la mia residenza in un luogo molto lontano per motivi familiari e di sicurezza, me la sono cavata da solo senza alcuna ulteriore misura di protezione e tenendomi solo periodicamente in contatto con i due funzionari che avevo conosciuto.

 

Non ho mai saputo, né mi interessa saperlo, per quale struttura dello Stato lavorassero il dr. Madia e il Capitano Giraudo.

 

Per me sono due funzionari dello Stato che hanno dimostrato correttezza, notevole competenza, e profonde doti di umanità richiamandomi anche, e sempre, ai valori morali della mia scelta.

 

Ciò è avvenuto anche nei momenti più difficili tenendo presente che, dopo la pubblicazione dell'articolo su La Nuova Venezia, la mia situazione familiare nel Paese in cui mi trovavo si era notevolmente aggravata e sono riuscito per molti mesi a reggere l'impatto psicologico di questa situazione solo grazie ai contatti telefonici rassicuranti a tranquillizzanti con il personale del R.O.S. carabinieri di Roma.

 

Nonostante la rabbia ho accuratamente evitato di rilasciare interviste o mettermi in contatto con giornalisti, in quanto non volevo mettere in difficoltà lo sviluppo delle indagini e volevo mantenere, come sentivo mio dovere, un comportamento lineare e sereno.

 

L'articolo del giornalista Cecchetti è stato quindi veramente un episodio vergognoso, punto conclusivo di un accanimento che questo giornalista ha mostrato nei miei confronti e nei confronti della mia famiglia, anche con articoli pubblicati in anni precedenti a questa istruttoria.

 

Oltre a colpire me, come mi sono reso conto tornando in Italia, questo articolo ha colpito anche il lavoro della Giustizia in quanto essendo pubblicato su giornali veneti ha certamente spaventato molti possibili testimoni che potevano certamente aiutare le indagini ed ha invece fatto il gioco dei vecchi elementi di Ordine Nuovo che hanno le maggiori responsabilità in queste vicende.

 

Ho trovato estremamente ingiusto che quanto scritto dal Cecchetti, la cui amicizia di lunga data con il P.M. di Venezia che si occupa di questa materia è a Mestre e Venezia di dominio pubblico, non sia stata smentita da tale Autorità che pure aveva il dovere di farlo e la possibilità di informarsi delle modalità della mia collaborazione, che certo non è stato un depistaggio, ma un aiuto offerto alle Autorità inquirenti.

 

Ho provato anche delusione per il comportamento della Procura di Milano che, da quanto si legge sull'articolo del Cecchetti, sembra anch'essa non avere compreso la mia collaborazione nonostante gli interrogatori che ho reso anche ad essa e che perdipiù, nel mese di ottobre 1995, nel corso di un interrogatorio in presenza di un ufficiale dei Carabinieri, mi aveva garantito l'avvio di una forma di protezione all'estero, cosa che non è mai avvenuta.

 

Dal canto mio sono invece rimasto sempre lealmente disponibile a rendere all'Autorità Giudiziaria fra cui anche al Giudice Istruttore di Milano, dr. Lombardi, tutti gli interrogatori che fossero ritenuti necessari, compresi i confronti con altre persone del vecchio ambiente ordinovista". (int .SICILIANO, 29.3.1996, ff.2-8).

 

 

 

Si noti che il racconto di Martino SICILIANO in merito alle sue peripeziedopo che la sua incriminazione era divenuta di dominio pubblico, al tentativo del gruppo di Delfo ZORZI di prevenire ogni sua possibile testimonianza e alla sua formale scelta di collaborazione sono in perfetta sintonia con quanto documentato dal S.I.S.Mi. (che ha evitato ogni attività di carattere solamente "informale" e quindi non controllabile) momento per momento, contatto per contatto, telefonata per telefonata nelle note via via trasmesse dal Funzionario operante alla Direzione del Servizio, dalla Direzione del Servizio al Reparto Eversione del R.O.S. e da tale reparto a questo Ufficio (vedi vol.45, fasc.1).

 

 

Tale doppio riscontro, testimoniale e documentale, testimonia la trasparenza dell’azione svolta dal S.I.S.Mi., che costituisce in tale settore il migliore esempio di azione di intelligence che sino a questo momento sia mai stato condotto dal nostro Paese.

 

 

I danni ai potenziali risultati delle indagini in corso fra il 1995 e il 1996 cagionati dall’operazione Cecchetti e dai suoi ispiratori non potranno comunque essere mai calcolati né riparati e in questo senso il rinvio a giudizio del giornalista, richiesto e ottenuto nella primavera del 1997 dalla Procura di Padova anche a seguito di querela presentata dal Direttore del S.I.S.Mi. dell’epoca, generale Sergio Siracusa (caso, questo, unico nella recente storia giudiziaria), per rispondere del reato di diffamazione aggravata, risarcisce solo in parte e solo sul piano storico/morale l’indagine dei danni subiti.

 

 

(continua al capitolo 5 Parte Prima)