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Tutti ormai conoscono i fatti dell’eccidio di Schio. Se ne è parlato e scritto tanto e tante sono state le domande che non hanno ricevuto una risposta convincente. Prendiamo ad esempio il quesito: chi furono i mandanti? Il “mandante” o i “mandanti”, cioè coloro che da dietro le quinte hanno ideato ed organizzato l’operazione stragista (della notte fra il 6 ed il 7 luglio 1945 nel carcere di Schio) che ha procurato la morte a 54 persone, considerate in blocco o in parte “fasciste”. In realtà, ad un livello di ricerca superficiale, i “mandanti” furono già individuati (questa fu la “convinzione” del tempo) nell’estate del 1945, con nome e cognome.

I primi nomi 

Infatti al processo “Alleato” svoltosi a Vicenza nel settembre del 1945, dai racconti degli imputati (cinque partigiani appartenenti al battaglione di polizia ausiliaria “Ramina Bedin”), dai verbali da essi rilasciati e firmati, emergono le responsabilità di comando dell’operazione. Igino Piva, Nello Pegoraro, Ruggero Maltauro (questi i nomi dei “comandanti”) furono inchiodati dalle testimonianze dei loro sottoposti. Si conosce anche il resto della storia. A sommi capi i “pesci piccoli”, cioè i cinque, caduti nella rete degli investigatori americani, Valentino Bortoloso ( nome di battaglia “Teppa”), Renzo Franceschini (“Guastatore”), Aldo Santacaterina (“Quirino”), Antonio Fochesato (“Treno”), Gaetano Canova (“Sita”), più i due che saranno prosciolti con formula dubitativa dalla Corte Alleata, cioè Ermenegildo De Rizzo (“Polenta”) e Luigi Losco (“Tenace”), racconteranno come sono stati “arruolati”, preciseranno i tempi e i modi della strage e faranno i nomi di coloro che “avrebbero dovuto prendersi la responsabilità”.

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di Sonia Residori

Affidata alla memoria orale, spesso (non sempre) distorta o interessata, la vicenda di Pedescala e dell'orrendo massacro di innocenti non deve essere più manipolata. La Storia deve impossessarsene definitivamente, spazzando via convinzioni fasulle e alimentate solo da bassi interessi di parte. Sonia Residori, storica vicentina, con il suo ultimo libro, L'ultima valle, sulla tragica vicenda non ancora metabolizzata del tutto a causa di un'antica, tenace disinformazione, fa luce documentale su quell'ultimo drammatico brandello di giorni (30 aprile-2 maggio 1945) dell'ultima guerra e ne fornisce ai lettori una sintesi efficace.

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Pubblichiamo di seguito una serie di documenti concernenti la situazione politico-militare nell’Italia del Nord nei mesi di marzo-aprile 1945. In particolare i rapporti, redatti da personale militare dei servizi di spionaggio e controspionaggio (S.I.M. e O.S.S.) che offrono uno spaccato molto interessante sull’attività di Benito Mussolini e sulle proposte che arrivavano a lui direttamente allo scopo di cercare una via d’uscita “politica” prima del crollo finale. Sembra proprio che il “Duce” avesse perso parte della sua lucidità intellettuale per dare retta a ipotesi surreali, fantapolitiche, che si basavano sul nulla o quasi.

Da queste carte sembra quasi di notare in Mussolini un estremo ritorno alle origini socialiste, ma tutti questi conciliaboli sono sempre all’ombra della bandiera con la svastica. I tedeschi (che stanno già conducendo trattative allo stato avanzato con gli Alleati per la resa in Italia delle loro armate) lasceranno fare a Mussolini anche questi tentativi, l’estremo sforzo per uscire dalla disfatta, morale, politica e militare.

g.m.

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PRESIDENTE - Diamo inizio all'audizione del senatore Taviani che viene ascoltato in audizione libera e che ringraziamo di aver accettato il nostro invito di venire a dare il suo contributo per il periodo sul quale la Commissione stragi sta svolgendo l'inchiesta. Devo avvertirla che abbiamo anche acquisito le sue precedenti testimonianze rese al giudice Mastelloni e al giudice Casson: ne abbiamo anche fatto una sintesi che potrà essere parziale) ma le stesse testimonianze sono state distribuite anche in versione integrale.

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Curcio

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REPUBBLICASOCIALISTA

Pubblichiamo un interessante documento redatto da un Servizio Alleato che si è avvalso di deposizioni di ex militari della Repubblica Sociale Italiana. In queste pagine si parla della costituzione della “Colonna Mista”, una formazione legata al Raggruppamento Socialista, un gruppo politico autorizzato da Mussolini, al fine di sottrarre parte dei socialisti ai Comitati di Liberazione. Il progetto “fantapolitico” comprendeva una sorta di Governo Provvisorio, sorretto da maestranze operaie e da gruppi di “sinistra” appoggiati dalle Forze Armate repubblicane (fasciste). Alla fine della guerra la dichiarazione di una “repubblica socialista” avrebbe dovuto stoppare la Resistenza partigiana e imbarazzare gli Alleati.

L’interesse del documento e della relativa iniziativa di parte fascista non sta nella realizzabilità o razionalità del progetto ma nel racconto di una realtà “altra”, parallela, sfuggente, surreale e per questo fantasiosa, crudelmente disancorata dal senso politico (quello vero) determinato dagli avvenimenti di una guerra che stava per finire davvero.       g.m.

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CONFESSIONEVENTURA

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di Gianni Giolo

 

L’Osservatore Romano ha lanciato un grido d’allarme sulla “vistosa mutazione del sentimento morale e civile” che sta investendo “la moderna società sovvertendo completamente la scala dei valori ed ogni metro di giudizio”. Vicenza, la ex “sacrestia d’Italia”, la ex “Vandea italiana”, la ex “Roccaforte Bianca” avrebbe abbandonato i suoi valori religiosi tradizionali per sposare “la sfrenata ostentazione dell’opulenza e della forza” che “danno luogo a ingannevoli modelli di vita e di comportamento”.

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di Giorgio Marenghi

 

Sartori Alberto nasce a Stradella (Pavia) il 18.3.1917 da Giovanni (di Valdastico) e da Castagno Giovanna (di Firenze). In questo articolo io desidero concentrarmi sulla parte della sua vita che inizia nell’estate del 1943 quando nell’Africa del Nord le truppe Alleate (Inglesi, americani, neozelandesi, australiani, brasiliani, marocchini e francesi del generale De Gaulle) conquistano Tunisi e preparano l’invasione della Sicilia. Sartori, che in quel momento si trova proprio a Tunisi, viene “arruolato” dallo spionaggio inglese che lo addestra anche con corsi di paracadutismo. Come abbia fatto Sartori ad avere l’appoggio dei Servizi inglesi è un fatto che dovrà essere documentato in altra sede, dove si potrà chiarire anche i rapporti (eventuali) con la cellula comunista italiana di Tunisi.

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KARLHASSMODULO

Ecco il “lavoro” di KARL HASS, maggiore delle SS in Italia, ufficiale responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine con Kappler, riciclato come agente dello spionaggio a favore degli americani. E’ questa una finestra aperta sui sistemi dei Servizi Segreti nella loro lotta concorrenziale ed anche sulla pericolosità di avvalersi di ex nazisti, nel dopoguerra disposti a tutto pur di recare danni agli ex nemici.

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Il racconto di Carlo DIGILIO ha fatto emergere un filo di collegamento, che sinora non era stato individuato, fra gli attentati del 12.12.1969 e la strage del 17.5.1973, filo che passa attraverso la figura e il ruolo dell’on. Mariano RUMOR, Presidente del Consiglio nel dicembre 1969 e vero e diretto obiettivo della bomba “ananas” lanciata da Gianfranco BERTOLI dinanzi alla Questura di Milano.

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Se vogliamo capire gli avvenimenti politici e militari nella zona del Nordest nei mesi del 1944-1945 (Trieste soprattutto) è necessario mettere a fuoco le caratteristiche e le finalità della missione “NEMO”, un servizio di informazioni militari collegato con il Regno del Sud (governo Badoglio di Brindisi dopo l’8 settembre 1943) e con l’Intelligence Britannica prima e con l’OSS (Office of Strategic Services) statunitense poi.

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Lunedì 25 gennaio 1988. Villa sulle colline di Arzignano. Non è il luogo ideale per ostentare e godersi la ricchezza, nella zona si respira la puzza delle concerie ma chi c’è nato ormai ci ha fatto l’abitudine. E’ quel che succede anche alla famiglia dei Celadon, conciari, benestanti, (no! ricchi dicono in paese), che in quella valle ormai ci hanno messo le radici. L’irruzione in villa avviene all’improvviso, violenta, sconcertante, un vero choc per tutti. Quattro i delinquenti, due gli armati e gli altri due che, provvisti di corda e bavagli, aggrediscono subito il figlio dell’industriale e imbavagliano tutti i familiari presenti. Alla fine scelgono di rapire il figlio, Carlo, un ragazzo di diciott’anni. La fuga è disagevole, i quattro devono uscire dalla casa scegliendo il retro, bisogna pure saltare il muro di cinta.

Una vicina vede la scena e chiama il 113. I Carabinieri slegano i familiari e avviano le prime indagini che portano gli investigatori dell’Arma a capire, senza alcun dubbio, che ci si trova di fronte ad una banda di calabresi, quasi sicuro che siano affiliati ad una ‘ndrina.

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I PARTIGIANI ARRESTATI ORMAI PARLANO TUTTI SVELANDO I DETTAGLI

 

 

 

Confessione di Fochesato "Treno"

 

 

Stringata ed essenziale ma importante la confessione di Fochesato. Essa segna ormai la netta vittoria della strategia di John Valentino che punta a superare l'ostacolo dei nomi di battaglia. La ricostruzione dei fatti è cosa acquisita.

 

 

 

 

Exhibit No. 11

1° interrogatorio

 

Il giorno 15 agosto 1945, nelle carceri del 57° rgt. Fanteria in Vicenza.

 

Avanti a noi John Valentino, agente investigativo della 5^ Armata Alleata, è presente FOCHESATO Antonio (nome di battaglia “Treno”), di Francesco e di Raumer Rosa, nato a Schio il giorno 21/3/1916, residente a Schio, in via Rovereto n.9, il quale opportunamente interrogato risponde:

 

 

 

Due o tre giorni prima del massacro venni avvertito da “Teppa” su ciò che si doveva fare. Mi trovavo alla caserma “Cella”.

 

Il giorno 6 di luglio 1945 “Teppa” mi disse, e ciò verso le ore 18, che alle ore 22,30 mi dovevo trovare alla Valletta, per ricevere ordini.

 

Arrivai puntuale alla Valletta e lì trovai tre o quattro individui e poco dopo arrivarono gli altri.

 

Dalla Valletta ci dirigemmo verso il carcere mandamentale a gruppetti di tre o quattro persone alla volta.

 

Alla Valletta io mi armai di un “mitra”.

 

Arrivati al cancelletto vicino al fotografo ci mettemmo vicini agli altri provenienti dal Comando “Ramina Bedin”.

 

Al cancelletto mi mascherai con un fazzoletto bianco.

 

Per copricapo avevo un berretto nero da partigiano.

 

I nomi di coloro che si trovavano con me sono: “Teppa” – “R.T.” – “Morvan” – “Guastatore” (Brunetto) – “Sita” – “Quirino” (Aldo Santacaterina) – “Tenace” (Losco) – “Gandi” – e un altro che conosco solo col nome di Manea.

 

Tutti i sunnominati sono del battaglione “Ramina Bedin”.

 

Altri due: “Brocchetta” e “Tempo” (di quest’ultimo non sono sicuro se veramente si chiami così) non so a che battaglione appartengono.

 

Essi quella sera accompagnavano Pezzin.

 

Gli organizzatori del massacro sono “Piva” e “Pegoraro” commissario di battaglione.

 

“Attila e “Nino” la sera del fatto avevano una squadra a disposizione in caso di necessità.

 

Non conosco gli uomini di detta squadra e nemmeno so quanti erano.

 

Nel carcere entrammo verso le ore 23 e un quarto – 23,30 ove trovammo Pezzin con tre o quattro nostri compagni.

 

Un mascherato era andato a fare la guardia all’abitazione del secondino “Pietro” sulla porta di casa.

 

“Teppa” entrò in ufficio e rovistò fra le carte e sui registri per scegliere i nomi dei prigionieri comuni da escludere e di quelli politici da ammazzare.

 

Più tardi io, “Teppa”, “Morvan” e un altro di cui non ricordo il nome salimmo al piano superiore.

 

Al secondo piano, ove si trovavano le donne, “Teppa” tolse dal gruppo due prigioniere con reati comuni.

 

Poco dopo mezzanotte iniziammo la sparatoria che durò per circa cinque minuti.

 

Quando pensammo che tutti fossero morti uscimmo uno dietro all’altro dalle carceri mandamentali dirigendosi verso la Valletta.

 

Alla Valletta consegnai il mio “mitra”.

 

Nessuno di noi rimase ferito durante la sparatoria.

 

Dalla Valletta io me ne andai a casa a dormire.

 

Il mattino seguente mi alzai alle ore 3,45 perché alle quattro mi dovevo trovare alla caserma Cella per montare di servizio di guardia fino alle ore 6.

 

Per tutto il giorno poi rimasi in caserma o in casa che sta vicino alla caserma.

 

Con i miei compagni non ho parlato mai del fatto in pubblico.

 

Solo quando eravamo in caserma, se ne parlava qualche volta.

 

Si diceva che se ci avessero scoperto saremmo stati rovinati per tutta la vita.

 

La sera della sparatoria io avevo con me tre caricatori, ma ne sparai solo mezzo perché poi l’arma si inceppò.

 

Le persone nominate col nome di battaglia sono da me conosciute molto bene e sono certo che nessun altro abbia detti nomi.

 

Le celle vennero aperte da “Teppa” e dal capo carceriere Pezzin.

 

Mi sembra che Losco avesse un cappello d’alpino, ma non ne sono completamente sicuro.

 

Le qui scritte informazioni le ho date volontariamente.

 

Fatto, letto, confermato e sottoscritto.

Fochesato Antonio

(nome di battaglia: “Treno”)

 

 

Testimoniato da

John Valentino

Agente C.I.D. 5^ Armata