UN TENTATIVO DI METTERE ASSIEME I PEZZI DI UNA POSSIBILE SPY STORY

 

 

 

Chi c'era dietro all'eccidio di Schio?

 

di Giorgio Marenghi

 

Sull’eccidio di Schio affermare che” i conti non tornano” è dire una cosa talmente ovvia da sembrare una baggianata. Ma baggianata non è. Le “zone oscure” non sono una piccola parte della vicenda, sono il cuore di questa.

 

Gli interrogativi più importanti infatti si concentrano sul “chi è stato” e soprattutto sul “perché”.

 

A queste domande non si può rispondere con troppa sicurezza dicendo che tutto è nato a Schio.

 

Sicuramente la base della vicenda è a Schio, ma la punta dell’iceberg sembra svettare e apparire da qualche altra parte.

 

Sappiamo senza ombra di dubbio che 12 partigiani, quasi tutti in forza al battaglione “Ramina Bedin” che aveva fornito i suoi uomini alla Polizia Ausiliaria (partigiana), formazione militare di polizia autorizzata dall’Allied Military Government (A.M.G.), questi 12 uomini dicevo, sono penetrati nelle carceri di Schio la notte fra il 6 e il 7 luglio e hanno ucciso una gran parte dei detenuti politici fascisti. 54 i morti, 81 i feriti. Una strage efferata.

 

Sappiamo anche che i “piani” furono ideati per quanto riguarda la tattica da adottare da tre “comandanti” partigiani, Igino Piva, “Romero", Nello Pegoraro “Nello”, Ruggero Maltauro “Attila” (quest’ultimo vicecomandante dello stesso battaglione della polizia partigiana).

 

Conosciamo anche i profili di questi uomini, i primi due sicuramente partigiani coraggiosi, il primo, Piva, anche un “professionista” della rivoluzione internazionalista, cioè un comunista di ferro.

 

Per Maltauro ci sono parecchie ombre, il suo passato prima di arruolarsi nelle fila partigiane lo indica come un giovane sbandato (per usare un eufemismo), più che un idealista e un antifascista.

 

Ma atteniamoci ai fatti. Per forare la zona oscura prendiamo in esame per prima cosa la famosa lettera proveniente dal Quartier Generale della Quinta Armata (americana), in data 30 giugno 1945.

 

Lettera indirizzata nientemeno che al capo della Pubblica Sicurezza della stessa V Armata.

 

Il succo è questo: siamo in possesso di informazioni pervenuteci da Schio. I nostri informatori ci dicono che i “comunisti” della formazione armata partigiana hanno in mente qualcosa. E questo qualcosa si riferisce alle carceri dove sono detenuti un numero di fascisti rastrellati nei giorni successivi alla liberazione. Addirittura si parla di rappresaglie.

 

Ciò significa che la “Sicurezza Alleata” aveva degli uomini interni al movimento partigiano che fornivano informazioni sulla strategia adottata dai capi comunisti per il controllo del territorio.

 

Questa è la posta in gioco: il controllo del territorio e ovviamente del serbatoio di consenso nella popolazione di Schio e dintorni.

 

Ma qual è la posta in gioco per i “cervelli” dell’O.S. (i servizi segreti militari americani )?

 

Per loro inserirsi nelle formazioni comuniste è una tappa importante, al 30 giugno appare già collaudato il metodo, quindi per logica si dovrebbe passare a mettere in esecuzione il piano di “sgretolamento progressivo” delle compagini partigiane e del collegato ambiente politico comunista.

 

Ma per un momento vediamo ancora gli “attori” di parte Alleata come si comportano.

 

Il capitano Chambers (governatore alleato di Schio per l’AMG) al processo “non sa” (beato lui e chi dovrebbe saperlo?) quante guardie svolgevano il loro servizio alle carceri di Schio, specialmente dopo la manifestazione popolare del 28 giugno in cui si chiedeva la morte per i fascisti imprigionati.

 

Ma lo sappiamo noi: zero guardie. Infatti i CC.RR. (Carabinieri Reali) al mese di luglio 1945 svolgono servizio solo di giorno e di notte se ne stanno a nanna in caserma o giracchiano per Schio tutti quanti come per la notte dell’eccidio).

 

Dopo la manifestazione del 28 giugno per la quale il capitano Chambers si era detto preoccupato, il servizio di guardia alla notte, nel carcere era effettuato da 1 (uno) carabiniere. Poi inspiegabilmente il servizio notturno viene annullato. E questo in prossimità del 6 luglio.

 

E allora domandiamoci: è in esecuzione il piano dell’O.S Alleata? Possiamo pensare che dalla lettera datata 30 giugno qualcuno si sia dato da fare per attendere l’ora x e controllare le mosse dell’avversario?

 

Per rispondere a questo quesito occorre esaminare i particolari, che dipingono il paesaggio notturno del 6/7 luglio notte.

 

1) Niente carabiniere di guardia.

 

2) Un capocarceriere alcoolista e che se ne va in giro a osterie diventando un obiettivo facile.

 

3) Il terrore che è nell’aria, tanto che sei barelle restano sul terreno, in strada, per lo spavento preso dagli infermieri quando tentano di raggiungere il carcere per prestare aiuto.

 

4) Le telefonate alle “Autorità”, cioè a Carabinieri e Compagnia “Friuli”, raccontano di una “perdita di tempo” da record. Se non ci sono errori la sparatoria inizia alle 0,15. Il tempo per reagire e scuotersi di dosso il terrore e Diego Capozzo avverte ospedale e CC.RR. Lui si comporta bene ma gli altri raggiunti dalla sua telefonata? Il maresciallo CC.RR. come da verbale arriva alle 2,00. Idem per i militari italiani.

 

5) C’è anche da dire che i CC.RR. furono avvertiti da un detenuto che andò a suonare alla porta della caserma, ma non trovò nessuno perché il gruppone era da un’altra parte. E’ lecito pensare che i CC.RR. si siano tenuti un po’ da parte per non scontrarsi con il gruppo d’appoggio partigiano che gironzolava nei pressi dell’ospedale e della Valletta?

 

6) So benissimo che per tutti questi quesiti è sempre pronta l’accusa di “dietrologia”, ma visto che i servizi militari americani conoscevano i loro polli (partigiani comunisti,ecc.) vuoi vedere che quella notte erano tutti a letto? Non è accettabile questa conclusione. Quindi…

 

Quindi è sempre all’interno del metodo di azione americano che occorre interrogarsi e cercare di capire se vi sono dei particolari che non sono stati esaminati.

 

Allora per fare questo concentriamoci sulla figura di Franceschini Renzo. Viene arrestato nel pomeriggio del 7 luglio 1945 perché il capitano Chambers, catapultatosi in carcere, raccoglie dai detenuti illesi, Borghesan, Fantini, Facchini, il riconoscimento del giovane partigiano quale partecipante all’eccidio.

 

Inoltre una detenuta, De Chino Irma riconosce Scortegagna Bruno “Terribile” che è uno dei due partigiani che presero in consegna il capocarceriere Pezzin Giuseppe e se lo strapazzarono fino a che ebbero le chiavi del carcere. La sua testimonianza viene raccolta sempre dal capitano Chambers.

 

Quindi nella giornata del 7 luglio gli inquirenti hanno già due nomi, Franceschini Renzo e Scortegagna Bruno. Ma mentre Franceschini cade nella rete, di Scortegagna non si sa più nulla. E neanche di “Brocchetta”, Micheletti Bruno, entrambi partigiani in forza al battaglione “Ismene”, una formazione guidata da un comandante particolarmente carismatico e coraggioso: il “Tar”, Ferruccio Manea. “Brocchetta” è riconosciuto da Pezzin Giuseppe, capocarceriere, ma Pezzin ci mette un po’ a ricordare, vista la pauraccia che gli ha preso, e anche perché gli Alleati lo infilano in galera per aver mancato al suo dovere e aver gestito il carcere come una bolgia famigliare.

 

A questo punto le indagini sono in mano all’inglese capitano Chambers, governatore alleato di Schio, completamente sputtanato per la piega presa dagli eventi. I Carabinieri Reali non sono da meno, fanno quello che possono, balbettano un rapporto elefantiaco e prolisso ma che non tocca punti importanti.

 

C’è un nome in fuga, Scortegagna Bruno, “Terribile”,ma c’è veramente qualcuno che lo cerca?

 

Una risposta ci viene quando il 12 luglio arrivano sulla scena di Schio e dell’inchiesta due agenti speciali americani del Crime Investigation Department (C.I.D.) della V Armata, tali John Valentino e Theron Snyder.

 

Tipi tosti, duri, intelligenti e preparati. Ci mettono poco a capire che devono far conto sulle loro forze dato che gli inquirenti di Schio sono “poco affidabili”. Recuperano solo Victor Knight, un soldato inglese che in realtà era un informatore della Missione “Freccia” del Maggiore inglese Wilkinson, e che, proprio per aver fatto il partigiano e aver frequentato gli ambienti dei partigiani comunisti della Divisione “Garemi”, sa molte cose, conosce i nascondigli, ha visto e registrato tanti particolari.

 

A questo punto il servizio segreto militare americano che decide di fare?

 

Ha due agenti che, per quanto poco, forniranno informazioni utili, ha un quadro politico e soprattutto partigiano che non aspetta altro che di essere “manomesso”.

 

E questo, grazie a Valentino e Snyder, avviene per gradi.

 

Franceschini viene esaminato e si decide di non maltrattarlo più di tanto, l’esperienza di Valentino suggerisce che il giovane sarà maturo in poco tempo. Intanto si prendono accordi con la V Armata per poter avere alcune centinaia di soldati americani, pronti per “smuovere” un po’ il territorio scledense e cercare di arrestare più personaggi di “sinistra” possibile, allo scopo di creare un terrore politico determinante per inserire divisioni e rancori tra le varie forze del movimento della resistenza.

 

Quindi un piano O.S. c’è, va avanti e produrrà, lo vedremo tra breve, i suoi frutti.

 

Dobbiamo anche ricordare che la stampa aiuta gli americani in questa opera di destabilizzazione della formazione militare della resistenza.

 

Intanto nulla di fatto per i due partigiani di S.Vito e di Monte Magrè. “Brocchetta” e “Terribile” non saranno mai presi. Mi sorge spontanea una domanda: perché? Perché questa differenza tra il comportamento dei capi del battaglione di polizia “Ramina Bedin” e i capi di “Brocchetta” e “Terribile”?

 

E’ ovvio supporre che l’arresto di Franceschini Renzo, “Guastatore”, avrebbe dovuto mettere in allarme rosso tutto l’ambiente partigiano. Invece gran parte dei futuri arresti avviene sempre a Schio e dintorni, nelle case di famiglia dei partigiani. Solo i “professionisti” spariscono, ma anche questi in ritardo, come se, abbandonato il territorio, venisse meno la loro autorità, il vero motivo del controllo sul territorio.

 

Una cosa comunque è certa: lo spartiacque nell’indagine è il 12-13 luglio, date dell’arrivo degli agenti CID.

 

Dopo, nulla sarà come prima. Franceschini crolla il 4 agosto con una prima confessione e trascina con sé l’arresto a Lavarone di Bortoloso Valentino “Teppa” che confesserà il 13 agosto dopo essere passato – lui solo – attraverso le mani pesanti degli americani e dei Carabinieri Reali. Poi tutto è in discesa. Seguono gli altri arresti e non c’è più storia, gli inquirenti sanno tutto, il loro lavoro ormai è quello di arrestare i colpevoli, fargli firmare i verbali delle confessioni e preparare le scartoffie per il processo presieduto dalla Corte Militare Alleata, che concretamente a tempo di record inizierà le sedute il 6-10-13 settembre 1945.

 

Il processo è la parte finale del capolavoro della O.S., il servizio segreto militare americano. Fa parte dell’offensiva a livello nazionale contro la resistenza, il tentativo di delegittimare anche le azioni armate contro i fascisti della R.S.I. nel periodo 44-45, un paradosso visto che gli Alleati fornivano armi e esplosivi ai gruppi partigiani per la guerra contro il nazifascismo.

 

Ma questa è la “politica”. Già nel 1944 c’era chi preparava la via di fuga ai caporioni tedeschi e fascisti, e infilava agenti speciali nelle formazioni partigiane con la scusa delle missioni di sostegno. Agenti che si rivelarono poi nel dopoguerra i “cavalli di Troia” dell’intelligence americana. E’ in questo “milieu” che nacque la decisione di “lasciar fare” nelle carceri di Schio.

 

Uomini piazzati nei punti giusti, che al momento giusto informavano. A questo proposito ho sempre sentito nei miei contatti, soprattutto con Valerio Caroti, “Giulio”, comandante della Brigata “Martiri della Val Leogra”, dei sospetti che covavano tra comandanti partigiani, anche della stessa parte politica.

 

Caroti mi disse che Piva sospettava di Alberto Sartori “Carlo”, comandante prima e ispettore poi della Divisione “Garemi”, per il fatto che dei paracadutati dagli inglesi, due morirono negli ultimi giorni di guerra (avevano scelto il Piemonte dove svolgere una missione per il S.I.M., il servizio segreto di Badoglio) e il terzo, Sartori appunto, paracadutato "da solo", dopo essere stato catturato fuggì addirittura dal carcere militare di Verona.

 

Sartori l’ho intervistato parecchie volte, un partigiano lo è stato di sicuro, un "avventuriero" anche, magari parlava un po’ troppo e raccontava con candore (non so se genuino) di quando fu organizzato il suo viaggio in Italia sotto le ali dello spionaggio militare britannico. E’ questo che stava sullo stomaco a Piva? E’ questo a cui si riferiva in cifra il simpatico Valerio Caroti? Non lo sapremo mai, bisognerebbe avere le carte dell’intelligence britannica.

 

Sta di fatto che Nello Boscagli diffidava anche lui di Sartori, e a Vicenza nell’ambiente della resistenza targata PCI ho sempre sentito cose ancora più gravi. Un fatto è certo comunque: Sartori c'era dappertutto, in Valdastico era soprannominato "Baston", segno che era uno dalle maniere spicce..

 

Poi però dopo i fatti di Schio fu "arrestato" e passò un periodo in cella proprio con Bortoloso Valentino "Teppa". Ma "Teppa" diffidava anche lui di Sartori e non gli raccontò nulla.

 

Sartori una ventina di anni fa mi parlò sempre di servizi segreti, si infilò nell’affaire di Piazza Fontana, la sua casa (c'è un testimone che può confermare) era aperta a ufficiali del servizio segreto italiano, SISMI. Forse non sapeva neanche lui nel 1945, nel casino della politica che Stalin aveva imposto ai movimenti di sinistra, da che parte stare veramente?

 

 

Una cosa comunque è certa: a parte questo abbozzo di “analisi” sui fatti, dentro il movimento della resistenza comunista ci sono stati certamente due partiti, quello dei “falchi” e quello più legato al Togliattismo, ai suoi giri di valzer (amnistia del 1946), alle ambiguità dell’internazionalismo sovietico. Non sapremo certamente mai se “falchi” filosovietici e “informatori dell’America” si “allearono” per compiere un omicidio di massa della portata di quello avvenuto a Schio, in quella tragica notte del 6/7 luglio del 1945.

 

 

Che ancora oggi attendiamo di sapere i nomi di "chi stava dietro" mi sembra naturale. L'operazione "Schio" fu curata senza dubbi dall'OSS e dagli inglesi. Sartori che ruolo ebbe?

 

 

La risposta a questa domanda cambierebbe tutta la storia della resistenza vicentina.

 

Giorgio Marenghi