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Venezia 1915 veduta22

 

Trentasettesima incursione aerea nella notte del 24 febbraio 1918.

Sei velivoli austro-tedeschi bombardano Venezia, lanciando 27 bombe in due attacchi che si alternano con intervalli di quasi un’ora dalle 19.30 fino alle 21 e dalle 21.45 fino alle 23.30. – Vi furono nove persone ferite e un morto.

 

 

Gli aviatori nemici preferivano sempre la notte nei loro attacchi alle città, perché se si avventuravano di giorno, ben pochi potevano far ritorno alle loro basi.

 

Venezia 1915 aereo tedesco ricognitore

Aereo tedesco ricognitore 

 Venezia 1915 24 febbraio 18

Il tetto sfondato di una casa popolare in Calle Pistor

Venezia 1915 campo due mori

Campo Due Mori 

Venezia 1915 Calle Pistor STrovaso 1

In Calle Pistor S. Trovaso 

 

 

La luna era complice involontaria delle scorrerie nemiche sulle città venete, ma la difesa antiaerea, provvista di mezzi adeguati, poteva controbattere il nemico, appoggiata da aviatori nostri ed alleati i quali ad ogni segnalazione si tenevano pronti all’inseguimento.

 

 

Il grido di orrore suscitato dalla strage di Padova e da quella di Venezia nella sera del 20 Febbraio, non era ancora spento.

 

 

Resistere, resistere, resistere. Con queste parole S.E. Orlando, Capo del Governo, animava il paese, e Venezia dava prova della resistenza ad oltranza nei suoi rassegnati cittadini e nei suoi eroici difensori. Il martirio di Venezia doveva continuare ancora.

 

 

La luce ad un tratto si spegne e nel silenzio della notte erompe poderoso, echeggiante, l’urlo lacerante di una sirena, seguito da altri.

 

 

Scie luminose di razzi solcano lo spazio aereo e nel silenzio sopraggiunto qualcosa si manifesta nell’aria di indefinibile: sono rumori strani che man mano si fanno sempre più distinti: è il rombare di possenti motori che si avvicinano, mentre un lontano cannoneggiamento accompagna la corsa dei nemici verso Venezia.

 

 

Gli aerei giungono sopra l’Arsenale accolti dal fuoco infernale della difesa, e il tuonare delle artiglierie è di tratto in tratto coperto da esplosioni formidabili, seguite da boati spaventosi che fanno tremare il suolo e le case della città.

 

 

La battaglia impegnata fra cielo e terra è violenta.

 

 

Sembra lo scatenarsi di un furioso uragano in tutta la sua violenza; gli scoppi si uniscono agli scoppi in un brontolìo assordante, qualche spaventoso boato sovrasta il rombare incessante, e lo scrosciare della mitraglia accompagna i titi laceranti della fucileria.

 

 

Sul Ponte dell’Accademia i detriti metallici cadono furiosamente e la grandine infuocata batte sull’asfalto con rumore tenute, picchia sulle traverse di ferro, con cadenza sonora, squillante, specialmente quando qualche scheggia di granata arriva mugolando.

 

 

Le raffiche infernali scemano di violenza, intanto gli aerei nemici si allontanano verso la laguna, inseguiti dal tiro della difesa.

 

 

Il rombare delle artiglierie si fa sempre più rado, più lontano, poi il silenzio riprende; dopo qualche istante le sirene danno il segnale che i nemici se ne sono andati.

 

 

Ma la luce non viene ridata e per tale motivo i più prudenti sostano nei rifugi, altri escono dirigendosi verso le proprie abitazioni e i commenti non mancano.

 

 

Il tempo trascorre lento nell’aspettativa ansiosa, snervante; solo la luce lunare inonda coi suoi raggi argentei la città, ma le luci azzurre non ricompaiono e nel dubbio atroce si fa strada sempre più la realtà.

 

 

Le bombe tedesche non hanno mai terrorizzato la cittadinanza veneziana; a questo il nemico vuol arrivare ad ogni costo, ma il suo scopo non lo raggiungerà. […]

 

 

E quando l’incursione è segnalata, la popolazione esce dalle proprie case, recandosi ai rifugi, ordinata, tranquilla, senza precipitazione; sebbene la maggior parte della cittadinanza preferisse rimanere nelle proprie abitazioni, anche in quelle malsicure, affidandosi al destino.

 

 

Questa fu una grande imprudenza, giacchè vi sarebbero stati meno morti nelle incursioni, se tutti si fossero tenuti alle disposizioni emanate dal Comando in Capo, dal Comune e avessero ascoltato i consigli della stampa cittadina.

 

 

Il carattere veneziano non cambiava anche se ammonito dall’esperienza di tre anni trascorsi sotto le bombe, e mentre la lotta è impegnata spesso l’individuo si espone al pericolo per spirito di curiosità, accompagnando gli scoppi delle bombe con allegre facezie, che tengono desto il generale buon umore; solo paventa per i suoi, e si addolora per le distruzioni prodotte nella sua città.

 

 

Un ululato prolungato squarcia il silenzio, seguito da un coro di urli lugubri, strazianti, e la sparatoria riprende.

 

 

“Gavè visto che i fili no i gera roti; e ciò gera perché i xe ancora qua”.

 

 

Il rombare dei cannoni verso la costa è seguito dal ronzìo degli aerei nemici che giungono sopra la città, e la lotta s’inizia furiosa, feroce.

 

 

L’uragano di fuoco si addensa sempre più e le prime bombe cadono con scoppi fragorosi, seguite da spaventosi boati.

 

 

Una bomba cade in Campo S.Bartolomeo fra il Caffè Trovatore e il Caffè Commercio, batte sul selciato ed esplode spaventosamente, innalzando una grande fiammata unita a fumo nerastro, proiettando schegge all’intorno.

 

 

La bella statua di Carlo Goldoni, opera del grande scultore Antonio Dal Zotto, che ha concluso cinque giorni prima la sua vità operosa, è fortunatamente rimasta illesa.

 

 

Nell’esplosione, la bomba proiettò le schegge in un raggio larghissimo, danneggiando le saracinesche e le vetrate di una calzoleria, di una sartoria e di un bar.

 

 

I due caffè che si trovano uno di fronte all’altro, ebbero le lastre frantumare con estrema violenza.

 

 

Al piano superiore del Caffè Trovatore, sono ricoverate alcune decine di persone; nel momento dell’esplosione le finestre vengono frantumate e le schegge proiettate nell’interno, dove feriscono mortalmente al capo un ex-tipografo; altre cinque persone rimangono ferite più leggermente.

 

 

Al Caffè Commercio le schegge feriscono altre tre persone, due delle quali tanto leggermente da non rendere necessarie cure ospedaliere, e in causa dello scoppio un incendio di piccole dimensioni si sviluppa in uno stabile annesso a uno dei caffè, ma è prontamente domato.

 

 

Intanto i bombardatori proseguono il volo sopra la città, bersagliati dal fuoco incessante della difesa, avvolti dagli scoppi dei proiettili.

 

 

Qualche bomba cade in Bacino S.Marco, ove scoppia innalzando colonne d’acqua spumeggianti.

 

 

Nuovi aerei arrivano, ma si tengono a grande altezza per evitare il tiro antiaereo e si dirigono verso Mestre.

 

 

I colpi diminuiscono di violenza, il rombare delle artiglierie si allontana sempre più, fino a che cessa completamente.

 

 

L’Arsenale ebbe lievissimi danni, perché le bombe nella maggior parte scoppiarono su posti aperti, limitandosi a scavare grandi buche e scrostare gli intonachi esterni di un’officina.

 

 

In Campo dell’Arsenale una bomba cadeva scoppiando, proiettando le schegge all’intorno, danneggiando le case circostanti, il pilone in bronzo dello stendardo e scalfendo leggermente i due leoni in marmo che si trovano ai lati della porta d’entrata dell’Arsenale.

 

 

In Ramo dell’Arsenale due bombe cadevano sul tetto di una casa di abitazione, scoppiando una dopo l’altra, danneggiando il piano sottostante e nell’esplosione le schegge perforavano le imposte e finestre di una casa prospiciente, ove erano raccolte alcune persone, ferendo orribilmente alla regione sacrale un uomo e colpendo tre persone un po’ più leggermente; l’uomo nella stessa notte morì.

 

 

In Calle dei Forni a Castello, una bomba cadeva sul tetto di una casa, esplodendo, danneggiando il fabbricato e quelli circostanti.

 

 

A S.Fantin, in Calle dietro la Chiesa, una bomba cadeva sul selciato della calle esplodendo, danneggiando i fabbricati circostanti e rompendo le lastre delle finestre.

 

 

Altre bombe cadevano nel Bacino di S.Marco, in laguna verso S.Elena e fra l’Arsenale e il Cimitero, esplodendo tutte nell’acqua senza danni.

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