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IL RUOLO DELLA POLIZIA SEGRETA JUGOSLAVA NEGLI ECCIDI DEL DOPOGUERRA

 

La strage dei finanzieri della caserma di Campo Marzio di Trieste del Maggio 1945 

 

1. Premessa

2. Il destino dei finanzieri di Trieste durante l’occupazione jugoslava della città

3. La deportazione e la sorte dei finanzieri catturati nelle caserme dai partigiani sloveni e croati

4. I tentativi di nascondere e poi giustificare la strage

5. Conclusioni .

 

Premessa

L'8 settembre 1943 i reparti del Corpo stanziati nella Venezia Giulia erano inquadrati nella legione di Trieste, comandata dal colonnello Persirio Marini, che dipendeva dal locale comando di Zona di cui era titolare il generale di brigata Giuseppe Bagordo, poi sostituito dal parigrado Filippo Fiocca.

 

 

Dalla zona di Trieste dipendeva anche la legione di Udine. I reparti della Guardia di Finanza rimasero ai loro posti, in applicazione della nota circolare 28 agosto 1943, n. 827 - R.C. [1] , ma quelli ubicati nelle aree rurali furono sommersi dalla sollevazione dei partigiani slavi che insanguinò la penisola istriana nel mese di settembre 1943.

 

 

Ripristinato il controllo da parte dei tedeschi nella zona operativa del litorale, la Guardia di Finanza continuò a funzionare soltanto nei maggiori centri urbani, in quanto i reparti minori, situati per lo più lungo la linea di confine tra Italia e Jugoslavia, vennero soppressi dall’autorità germanica.

 

 

Intanto la legione di Trieste aveva assorbito una buona parte dei finanzieri dei battaglioni mobilitati della Croazia e della Slovenia che l'8 settembre si erano sbandati ed i cui componenti, che non erano caduti vittime dei partigiani slavi o non erano stati deportati in Germania, erano riusciti a defluire alla spicciolata nella Venezia Giulia.

 

 

Il colonnello Marini si era così trovato alle dipendenze circa 5.000 uomini, forza decisamente eccedente le modeste esigenze del servizio d'istituto. Poiché gli occupanti tedeschi, a somiglianza di quanto attuato nel rimanente territorio della R.S.I., vollero creare reparti di "Polizia Economica" (Wirtschaft Polizei - Wi.Po.) il generale Fiocca colse l'occasione per trovare un impiego al personale del Corpo in esubero, che altrimenti sarebbe stato inesorabilmente adibito alla lotta antipartigiana nella quale i finanzieri, in grandissima parte di sentimenti antitedeschi, non volevano farsi coinvolgere.

 

 

La Wi.Po. della Venezia Giulia disponeva di un comando a Trieste, di cui era titolare il Ten. Col. Corradino Giummo, dal quale dipendevano uffici provinciali ed uffici locali denominati "sotto uffici" [2].

 

 

La Polizia economica era deputata a combattere la borsa nera, a frenare l' ascesa dei prezzi ed a impedire l'esportazione dei beni verso il resto d'Italia. Per quest'ultima esigenza, fu costituito, nell'ambito della Wi.Po. un apposito reparto, di circa 600 uomini, denominato Polizia economica di frontiera [3].

 

 

Spesso, però, gli uffici della Polizia Economica si trasformavano in reti informative a favore della Resistenza, come a Pordenone, dove il capitano Rosito, evitato fortunosamente l'arresto, si diede alla macchia [4].

 

 

L'impiego della Polizia economica, tuttavia, risolse solo in parte l'esubero di personale del Corpo in forza alla legione di Trieste ed Udine. Non fu possibile nascondere tale stato di fatto ai tedeschi, che se ne accorsero.

 

 

La polizia germanica iniziò a pretendere che reparti della Guardia di Finanza partecipassero alla lotta contro i partigiani ed il gen. Fiocca si trovò impossibilitato ad eccepire che tutti i finanzieri erano impiegati nel servizio d'istituto, come avevano fatto con successo i suoi colleghi comandanti di zona nelle altre parti d' Italia. Egli, oltre tutto, aveva come interlocutore il gen. Globocnick, uno dei comandanti delle S.S. più spietati, che era alieno dall'accettare che i suoi ordini non venissero eseguiti e reagiva spesso alle resistenze che gli venivano opposte con l'internamento in Germania dei recalcitranti.

 

 

Fu così che il gen. Fiocca fu costretto ad accettare la costituzione di reparti da adibire al concorso al mantenimento dell'ordine pubblico (che significava indirettamente combattere il movimento partigiano) [5].

 

 

Furono costituite tre compagnie autonome. La prima a Trieste, con il compito di assicurare la completa agibilità della strada statale Trieste - Fiume.

 

 

Una parte dei finanzieri si rifiutò di partecipare a queste incombenze, ma i renitenti furono subito rastrellati dai tedeschi e deportati a Dachau. I rimanenti si dislocarono lungo la rotabile, divisi in piccoli presidi, e cercarono subito di concordare un "modus vivendi" con i partigiani slavi, ma la proposta fu rifiutata. Ne seguì una serie di azioni e reazioni, che portarono il reparto a farsi coinvolgere in due circostanze nella repressione antipartigiana al seguito dei tedeschi.

 

 

Ciò fu anche agevolato dal comportamento del comandante ten. Rolleri , che si era strettamente legato ai tedeschi, che lo avevano anche proposto per una promozione per meriti di guerra, peraltro rigettata dal Comando Generale di Brescia [6].

 

 

La seconda compagnia fu costituita a Udine, all'indomani dell'armistizio, e le fu affidato il compito di controllare il collegamento stradale tra Cividale e Caporetto. Gran parte della compagnia, però, compreso lo stesso comandante, cap. Mario Giannone, passò dopo pochi mesi alla Resistenza [7].

 

 

L'ultima compagnia, costituita per i servizi straordinari di sicurezza, fu quella di Gemona. Il reparto fu affidato al tenente Mario Osana che, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, riuscì a captare la benevolenza del comandante delle SS di quella località.

 

 

Osana, però, era in contatto con la Resistenza per conto della quale aveva creato, presso la Guardia di Finanza, una vasta rete informativa e di sostegno logistico. La incessante attività del tenente a favore dei partigiani iniziò, verso luglio 1944, a destare sospetti nei tedeschi, per cui Osana e molti dei suoi dipendenti disertarono per passare senza ulteriori indugi nei reparti partigiani [8].

 

 

Verso la fine della guerra il CLN di Trieste, che tra l'altro agiva in armonia ma in concorrenza con l'omologo comitato esecutivo antifascista italo-sloveno (C.E.A.I.S.), e che disponeva di forze piuttosto esigue, per poter organizzare l 'insurrezione generale dovette rivolgersi alla Guardia di Finanza, da tempo in contatto con i partigiani, come d'altra parte in molte città dell'alta Italia, soprattutto a Milano.

 

 

La legione di Trieste predispose per l' occasione un battaglione di circa 600 uomini con 22 ufficiali, al comando del ten.col. Giummo, che costituì per la sua forza e per la sua efficienza, la punta di diamante del CLN Triestino.

 

 

Le operazioni iniziarono il 28 aprile 1945 e si conclusero due giorni dopo. Gli insorti con alla testa i finanzieri occuparono via via la stazione radio, la centrale telefonica, la stazione ferroviaria, la centrale elettrica, la sede della Banca d'Italia i principali uffici pubblici, l'area portuale e le principali caserme dell'esercito della R.S.I..

 

 

Nei combattimenti trovarono la morte 16 tra sottufficiali e finanzieri. Ai reparti della Guardia di Finanza si consegnarono diverse unità tedesche che intendevano arrendersi soltanto alle Forze Armate regolari.

 

 

Il 1° maggio 1945, quando la città era completamente nelle mani del CLN, entrarono in Trieste le avanguardie dell'esercito popolare di liberazione di Tito che si sostituirono subito ai partigiani del CLN nel controllo delle città.

 

 

Nei giorni successivi gli Jugoslavi, dopo aver lodato la Guardia di Finanza per il contributo alla liberazione, iniziarono a circondare le caserme ed a deportare i finanzieri nei campi di concentramento, prima nei dintorni di Trieste e poi in Slovenia ed in Croazia.

 

 

Particolarmente tragica fu la sorte di 86 militari di cui 3 ufficiali, rastrellati nella caserma di Campo Marzio e poi spariti nel nulla [9]. Secondo alcune testimonianze tutti i finanzieri furono trucidati e gettati nelle foibe del Carso triestino. Ventura analoga ebbero i finanzieri di Gorizia, Pola e Fiume e dei distaccamenti della penisola istriana.

 

 

Il destino dei finanzieri di Udine fu diverso, Parteciparono anch'essi all'insurrezione generale, subendo perdite anche per mano dei partigiani sloveni, ma al termine delle operazioni militari poterono riprendere senza problemi il loro servizio istituzionale essendo il Friuli occupato dalle forze anglo-americane.

 

 

La Guardia di Finanza, che aveva cessato di operare a Trieste il 2 maggio perché soppressa dalle autorità Jugoslave, riapparve nella città il 1° settembre inquadrata nella "Venezia-Giulia Police Force" organizzata dall'Amministrazione militare alleata (A.M.G.).

 

 

I finanzieri, arruolati con apposito concorso aperto a tutti coloro che risiedevano nella Venezia-Giulia, furono apertamente appoggiati dal Comando Generale che riuscì a tenere sempre aperto un canale di collegamento con gli alleati ed in particolare con la "Finance Guard Branch" nell'ambito della quale veniva svolta l'attività d'istituto. Si trattava di circa 750 uomini al comando del ten.col. Domenico Veca, che il 26 ottobre 1954, con la cessazione dell'Amministrazione militare alleata, rientrarono, anche formalmente, nei ranghi del Corpo [10].

 

 

2 - Il destino dei Finanzieri di Trieste durante l'occupazione jugoslava della città 

 

 

La liberazione di Trieste dall’occupazione nazifascista grazie anche al determinante apporto della Guardia di Finanza anziché costituire per i finanzieri il coronamento dei loro sforzi costati sangue e sacrifici, fu l’inizio di un periodo di gravi umiliazioni ed amarezze, perché i partigiani slavi, contro ogni senso di giustizia verso coloro che avevano combattuto al loro fianco, ed in violazione di ogni diritto, nel pomeriggio del 2 maggio arrestarono tutti i militari trovati nelle caserme, principalmente in quelle di Campo Marzio e di via Udine e li deportarono verso campi di concentramento. 

 

 

Nel museo storico del Corpo è esposta una fotografia dei finanzieri di Campo Marzio ancora ignari della loro sorte (a loro era stato detto che venivano trasferiti in un'altra caserma) in partenza verso la morte. Subito dopo le forze di occupazione di Tito emisero un bando che ordinava a tutti i cittadini italiani, compresi i partigiani, di consegnare loro le armi.

 

 

Il colonnello Marini era sfuggito alla cattura per puro caso; si rivolsero a lui i finanzieri rimasti liberi ma sbandati perché le caserme erano state saccheggiate ed occupate, per chiedere consiglio, temendo il rischio di essere anch’essi catturati e deportati.

 

 

Il colonnello disse a tutti che sarebbe andato per primo a consegnare la sua arma e che essi si sarebbero dovuti regolare di conseguenza se egli non fosse più tornato. Non fu trattenuto e pertanto si recò subito al comando di città per chiedere la liberazione dei suoi uomini.

 

 

Gli fu risposto che erano stati imprigionati per errore e avrebbero provveduto a rilasciarli, ma siccome la liberazione ritardava, si recò dal colonnello Vodopivez, vice-comandante delle forze di occupazione, per perorare ulteriormente la loro causa.

 

Illustrò per iscritto l’azione svolta dalla Guardia di Finanza, fece appello al diritto internazionale e concluse che i suoi uomini erano responsabili soltanto di aver eseguito i suoi ordini e che perciò se non venivano liberati, anch’egli avrebbe dovuto essere arrestato.

 

Ottenne una nuova promessa che non fu mantenuta. Ciò nonostante, tutti i suoi sforzi furono tesi ad ottenere la liberazione dei suoi uomini. Si rivolse reiteratamente alla autorità alleate, a tutti i comandi e comitati jugoslavi, al rappresentante del ministro delle finanze sloveno, al Vescovo di Trieste.

 

Sebbene fatto oggetto di vessazioni da parte di elementi irresponsabili sloveni, rimase al suo posto per continuare a perorare la causa dei suoi uomini ed assisterli nel limite delle sue possibilità. All’inizio di giugno alcuni deportati furono rilasciati e successivamente sempre a seguito delle sue insistenze seguirono altre liberazioni, ma purtroppo la maggior parte non tornò. Il calvario del colonnello Marini terminò il 12 giugno con il trapasso dei poteri dalle autorità jugoslave a quelle alleate.

 

 

3 - La deportazione e la sorte dei finanzieri catturati nelle caserme dai partigiani sloveni e Croati

 

 

Il giorno 2 maggio, dopo che i residui centri di resistenza tedeschi si erano arresi agli anglo-americani, appena entrati in città, gli slavi che si erano serviti dei finanzieri delle varie caserme per averne vettovagliamento e sostegno negli sporadici combattimenti con le retroguardie tedesche, disarmarono con l’inganno gli appartenenti al Corpo concentrati nelle caserme di via Udine e di Campo Marzio e li trasferirono nella scuola di Rojano, nella caserma dell’Esercito di S. Giovanni ed a villa Neckar.

 

 

La sorte dei due gruppi di prigionieri fu diversa, per motivazioni ancor oggi inspiegabili. Nella caserma del Corpo di via Udine, verso le ore 17 del 2 maggio alcuni ufficiali jugoslavi entrarono nello stabile e affermando che dovevano ricercare soldati tedeschi ivi nascosti, fecero scendere tutti i finanzieri nella sala mensa.

 

 

Nel corridoio di accesso, però un picchetto armato costringeva tutti a cedere le armi. Gli ufficiali del Corpo presenti, anch’essi disarmati, chiesero il motivo di questo trattamento all’ufficiale che sembrava essere il più elevato in grado, ma fu loro risposto che nulla vi era da temere perché la Finanza era stata compagna nella lotta di liberazione e per il suo ottimo comportamento i militari sarebbero stati trattati bene: ma era necessario intanto andare nelle vicine scuole di Rojano per compilare un elenco ed accertare se tra i finanzieri fossero nascoste spie fasciste.

 

 

Intanto, incolonnati e circondati da titini armati, furono avviati attraverso via Udine e condotti nei cortili recintati della scuola di Rojano. Qui gli appartenenti al Corpo vennero iscritti in un elenco (si trattava di 156 ufficiali, sottufficiali e finanzieri) ed obbligati a consegnare gli oggetti di valore, orologi, penne, le giubbe, gli stivaloni, i pantaloni e le scarpe. In cambio essi ebbero gli abiti cenciosi e le scarpe in pessime condizioni degli slavi che li tenevano prigionieri.

 

 

Tale sistema di spoliazione seguitò con metodico accanimento e soprattutto chi era fornito di stivaloni rimase, nella migliore delle ipotesi, con un paio di scarpe avute in cambio. Molti però restarono scalzi perché avendo dovuto cedere le calzature personali, avevano ricevuto in cambio scarpe più piccole del proprio piede.

 

 

Il cortile fu poi sgomberato ed i prigionieri rinchiusi nel teatrino della scuola, dove trascorsero la notte dormendo sul nudo pavimento. La mattina successiva i finanzieri furono condotti a piedi sotto stretta vigilanza armata alla caserma di artiglieria di S. Giovanni, e qui furono rinchiusi in una stalla di dimensioni molto ridotte ove centocinquanta uomini avevano a disposizione uno spazio che consentiva soltanto di stare in piedi.

 

 

Alle richieste di cibo e acqua (erano a digiuno da oltre 36 ore) la risposta era un coro di bestemmie. La notte dovettero adattarsi: nello spazio ristretto dello stanzone ognuno dovett e sistemarsi a terra, seduto, con le ginocchia sotto il mento. Lateralmente stavano tutti pigiati coi vicini; davanti le ginocchia erano appoggiate sopra la schiena di un compagno.

 

 

Questa sistemazione lasciava alla fine lo spazio di pochi metri quadrati dove rimanevano in piedi una decina di militari, che a turno chiedevano di riposare ottenendo il cambio da altri “scatolati” che si alzavano molto volentieri, perché lo star immobile, pigiati e seduti sul cemento era cosa sopportabile per un tempo limitato.

 

 

Nelle prime ore del mattino iniziarono le visite di gruppi di slavi, uomini e donne, che sottraevano le poche scarpe rimaste e gli oggetti di vestiario in discrete condizioni, lasciando i prigionieri scalzi ed in mutande. Dopo molte insistenze, nel pomeriggio, i finanzieri furono fatti uscire all’aperto e fu loro distribuito dopo sessanta ore di digiuno una pagnotta dura ed ammuffita ogni quattro ed un barattolo di carne in scatola nauseabonda.

 

 

Durante la permanenza in cortile essi erano di continuo scherniti dai carcerieri ed alcuni anche percossi. Il giorno dopo vennero tutti sottoposti ad interrogatorio relativo a generalità, data di arruolamento e stato di servizio, al termine del quale furono ricondotti nell’angusto stanzone nel quale trascorsero un’altra notte molto disagiata.

 

 

Successivamente furono trasferiti in altri locali finalmente più ampi, ch e consentivano una certa libertà di movimento. Dopo qualche giorno i 156 finanzieri vennero divisi in due gruppi: uno, meno numeroso, fu condotto alle carceri del Coroneo di Trieste, ed i suoi componenti, dopo qualche settimana di detenzione furono liberati. I finanzieri dell’altro gruppo, invece, più numerosi furono legati, incolonnati e poi tra percosse ed insulti condotti alla stazione ferroviaria di Trieste, caricati e stipati su carri bestiame, sempre con le mani legate dietro la schiena e condotti al lager di Borovnica, la Dachau titina. Qui subirono un trattamento inumano per le brutalità cui si abbandonavano i carcerieri, ma circa due mesi dopo furono rilasciati. Non tornarono perché deceduti per le percosse e la mancanza di cure e per la fame, 23 tra sottufficiali e finanzieri.

 

 

Nella caserma di Campo Marzio, invece, erano accasermati i finanzieri che avevano combattuto per la liberazione di Trieste ed avevano salvaguardato dalla distruzione il porto di Trieste respingendo i tedeschi che tentavano di farlo saltare, ed avevano presidiato la zona dei cantieri di S. Andrea che i nazisti volevano saccheggiare.

 

 

Essi furono disarmati e catturati con l’inganno, alle ore 12 del 2 maggio, come gli altri commilitoni di via Udine e rinchiusi in un primo tempo a villa Neckar. Subito dopo vennero trasferiti ad una ignota destinazione e di essi non si ebbero più notizie. Si trattava di 86 vittime tra ufficiali, sottufficiali e finanzieri censiti dalla legione di Trieste, nominativamente elencati in allegato, ma vi sono fondati motivi di ritenere che fossero di più, almeno 107, perché nel caos succeduto alla occupazione jugoslava dell’Italia, a Campo Marzio erano affluiti finanzieri da località esterna, che nessuno aveva fatto a tempo a registrare. Il mistero che circonda la sorte toccata ai finanzieri di Campo Marzio ancor oggi, a distanza di oltre sessant’anni dai fatti, permane insoluto.

 

 

A nulla sono valse le ricerche svolte dai congiunti, molti dei quali residenti a Trieste, dai Comandi del Corpo, dalla Croce Rossa Italiana e financo dal Governo Militare Alleato che aveva amministrato la città fino al 1954.

 

 

Unico elemento certo è che essi furono tutti uccisi subito dopo il 3 maggio, giorno del loro trasferimento verso località sconosciuta e gettati in qualche cava o foiba ora in territorio sloveno. Sull’argomento esistono soltanto due testimonianze, peraltro indirette. La prima risulta da una relazione redatta dal Tenente Colonnello De Angelis, uno degli ufficiali catturati nella caserma di via Udine e poi rilasciato, che nel dopoguerra, dopo essersi congedato fu a lungo presidente della sezione di Trieste dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia [11].

 

 

Egli svolse, anche per incarico dei superiori, lunghe e pazienti indagini nel territorio di Trieste e di Udine, intese a far luce sulla sorte dei finanzieri di Campo Marzio.

 

 

Egli interrogò con estrema cautela, nei primi anni del dopoguerra, molte persone che si trovavano nel maggio del 1945 nei dintorni di Trieste o perché addetti alla manutenzione delle strade e delle linee telegrafiche e telefoniche o perché casellanti o guardie alle linee ferroviarie e tutti poi rioccupati dopo la liberazione in analoghi incarichi nei territori amm inistrati dall’Italia.

 

Molti, pur spaventati dalla ferocia dei partigiani slavi e timorosi di vendette e ritorsioni, furono pressoché concordi nell’affermare di aver visto transitare, nei primi giorni di maggio 1945 sulla rotabile Trieste – Basovizza – Sesana un folto reparto di finanzieri sotto poderosa scorta armata di partigiani di ambo i sessi. De Angelis, nella sua ricerca, ebbe la fortuna di imbattersi in un impiegato ferroviario italiano che durante la guerra era stato ufficiale in una formazione partigiana.

 

 

Questi ebbe a dichiarargli, dopo aver ottenuto la promessa che mai sarebbe stato riferito il suo nome, che percorrendo in autovettura, assieme a due partigiani slavi, la rotabile Trieste – Sesana – S. Canziano, per raggiungere Fiume attraverso Villa del Nevoso, per un guasto al motore ebbe a fermarsi per pochi minuti poco oltre Sesana, ora in territorio sloveno, ed a breve distanza scorse sul prato adiacente un numero considerevole di cadaveri senza giacca e senza scarpe. Accanto alle salme, sparsi in disordine, cappelli alpini e bustine con fregi della Guardia di finanza.

 

 

Il ferroviere aveva osservato la scena con i dovuti accorgimenti e dissimulando indifferenza, per non insospettire i due partigiani slavi che lo accompagnavano. Il Colonnello De Angelis, in base alle dichiarazioni da lui ascoltate, presumeva che i corpi degli uccisi, che non potevano essere altri che i finanzieri prelevati nella caserma di Campo Marzio, fossero poi stati gettati in qualche foiba delle vicinanze, e particolarmente in quella di Basovizza o quella, più lontana, di Monrupino.

 

 

La seconda testimonianza, più precisa, è quella raccolta sempre dal De Angelis, ma molti anni dopo [12], dal finanziere in congedo Francesco Zurzolo, il quale aveva saputo da un suo intimo amico di nazionalità slovena residente nel villaggio Famlje del comune di Britoff che gli era grato per la protezione che il militare gli aveva accordato durante il periodo dell’occupazione tedesca, che un gruppo consistente di finanzieri, verosimilmente quelli di Campo Marzio, erano stati uccisi con raffiche di fucili mitragliatori nei pressi delle miniere di carbone inattive ed abbandonate, conosciute con il nome di “Cave Auremiane”, tra S.Canziano e S. Pietro del Carso, ben addentro al territorio ora facente parte della repubblica di Slovenia. I corpi degli uccisi erano stati poi gettati in una foiba dei dintorni.

 

Lo Zurzolo, per palesare le notizie in suo possesso, aveva atteso che morisse il suo amico sloveno, per evitare che egli potesse essere oggetto di rappresaglie nel caso le informazioni da lui confidate fossero trapelate. La seconda versione è più attendibile della prima e può ritenersi la più vicina alla verità e viene in parte confermata da Roberto Spazzali [13], secondo il quale il massacro, secondo un partigiano italiano, fu perpetrato il 4 maggio presso S. Pietro del Carso.

 

 

4 - I tentativi di nascondere e poi giustificare la strage

 

 

Non è noto il motivo per cui i finanzieri di Campo Marzio furono soppressi, a differenza di quelli di via Udine. I finanzieri peraltro seguirono la sorte di molti italiani di Trieste e della Venezia Giulia , compresi quelli che nell’ambito del C.L.N. avevano duramente combattuto contro i tedeschi, sacrificati per il solo fatto di essere italiani al termine di un ventennale conflitto con gli slavi, inaspritosi al di là di ogni ragionevolezza negli ultimi anni di guerra.

 

 

In effetti i finanzieri furono vittime della repressione dell’O.Z.N.A., la polizia segreta di Tito, che agiva agli ordini di Edvard Kardelj, il più stretto collaboratore di Tito, capo del nuovo regime, il quale aveva disposto l’eliminazione di qualsiasi potenziale oppositore all’annessione delle regioni orientali italiane alla Jugoslavia, ed al regime comunista che si stava instaurando, ad iniziare dai membri italiani del C.L.N. e dai finanzieri che avevano liberato Trieste e che perciò erano i legittimi rappresentanti in città del governo italiano [14]. 

 

 

I vertici della Guardia di Finanza di Trieste, rimasti inspiegabilmente liberi, ad iniziare dal Col. Marini, si attivarono immediatamente presso le autorità militari jugoslave per ottenere il rilascio dei loro dipendenti, ma si scontrarono con un muro di gomma.

 

 

Ottennero risposte rassicuranti e promesse che presto tutti coloro non compromessi con le forze di occupazione tedesche sarebbero ritornati liberi, ma nulla accadeva. Soltanto quando l’amministrazione jugoslava venne sostituita dall’A.M.G. alleata e dopo che i finanzieri catturati a via Udine superstiti furono rientrati in Italia fu chiaro che i colleghi di Campo Marzio erano stati massacrati, anche se non erano note le circostanze dell’eccidio.

 

 

I parenti degli scomparsi non si rassegnarono ed iniziarono a battere tutte le probabili strade per conoscere la sorte dei loro cari che tenacemente credevano ancora in vita. Qualcuno di loro riuscì anche a contattare il Presidente del Comitato Regionale di Liberazione del litorale sloveno in Trieste, Frane Beuk, che si convinse dell’inopportunità politica di mantenere il segreto sulla cattura dei finanzieri di Campo Marzio e ad ottobre 1945 si risolse a scrivere una lettera al Presidente del Governo Popolare di Slovenia a Lubiana.

 

 

Nello scritto, dopo aver ricordato che molti militari della Guardia di Finanza avevano collaborato con la resistenza da lungo tempo, comunicava che a lui risultava che i finanzieri venivano custoditi nei campi di concentramento di Novo Mestu e di Kocevje.

 

 

Poiché i finanzieri di via Udine erano già stati rilasciati in base ad un decreto valevole per tutta la Slovenia, non comprendeva perché questi militari dovessero continuare ad essere reclusi. Il Presidente continuava precisando che non voleva assolutamente asserire che tutti erano innocenti, però dichiarava con forza che se vi era qualche dubbio si indagasse e si risolvesse il caso senza pendenze che mettevano in cattiva luce gli sloveni presso l’opinione pubblica.

 

 

I parenti continuavano ad esporre le prove della loro innocenza ed i loro interventi compromettevano il Comitato di Liberazione Nazionale sloveno che, Beuk lo ammetteva, qualche passo errato aveva compiuto. Il non rilasciare gli innocenti limitava la loro credibilità, per cui la liberazione immediata della gran parte dei finanzieri di Campo Marzio avrebbe favorito la reputazione del C.L.N. stesso, anche presso gli italiani. Concludeva con il richiedere una risposta “sperando sia fatta a nostro favore, il che vuol dire rilasciare i non colpevoli il più presto possibile” [15].

 

 

La lettera citata da un lato dimostra che le autorità slovene di Trieste non erano a conoscenza che i finanzieri di Campo Marzio erano stati massacrati subito dopo la cattura e che l’eccidio era da addebitare all’O.Z.N.A., la polizia segreta e dall’altro spazza tutte le versioni giustificazioniste elaborate dopo la guerra da parte di storici sloveni e di comunisti nostalgici italiani.

 

 

I giustificazionisti della strage di italiani in Venezia Giulia nell’immediato dopoguerra, fanno risalire l’uccisione di finanzieri ad una reazione al comportamento della compagnia di sicurezza deputata al controllo della statale Trieste -Fiume che avrebbe compiuto diverse azioni di rastrellamento sia contro gruppi di partigiani, sia contro la popolazione civile. Inoltre, essi affermano che al momento della liberazione di Trieste il comandante del battaglione del Corpo di stanza a Roiano si accordò con la Kosovelova Brigada scesa dal Carso ed arrivata in città in quella zona, per tenere sotto tiro i tedeschi che presidiavano la stazione centrale ed il porto vecchio.

 

 

Ma nel corso della battaglia, i tedeschi aggirarono la Kosovelova Brigada passando in una zona presidiata dai finanzieri. Gli sloveni ritenevano essere stati traditi e questo fu, secondo loro, il motivo della cattura dei finanzieri [16].

 

 

Questa tesi non regge per una serie numerosa di motivazioni. Innanzitutto i finanzieri che combattevano a Rojano erano quelli della caserma di via Udine, che pur essendo stati disarmati, catturati e deportati nei lager jugoslavi furono poi, tranne quelli deceduti di stenti, liberati.

 

 

I finanzieri di Campo Marzio invece, nulla avevano a che fare con la Kosovelova Brigada. Anche E. Maserati [17] riporta che “gli insorti del C.V.L. di Trieste, per difendere un gruppo di Guardie di Finanza aprì il fuoco sui soldati di Tito”, senza fare cenno ai motivi che possano aver portato a questo scontro, peraltro non confermato da successive ricerche archivistiche.

 

 

Anche l’operato della compagnia di sicurezza non può aver originato la cattura dei finanzieri. Il reparto fu costituito su richiesta dei tedeschi che minacciavano in caso contrario lo scioglimento e la deportazione in Germania della Guardia di Finanza.

 

 

La sentenza del Consiglio di Stato del 1949 che accoglieva il ricorso del Ten. Francesco Rolleri, comandante della compagnia, avverso la dispensa dal servizio per la collaborazione con i tedeschi [18] afferma che, nella specialissima situazione nella quale la Venezia Giulia venne a trovarsi dopo l’8 settembre 1943 non può qualificarsi come collaborazione con i germanici il servizio prestato nelle compagnie di sicurezza, dovendosi considerare come uno dei compiti istituzionali previsti dalla legge sull’ordinamento della Guardia di Finanza e trattandosi di ordini superiori legittimamente dati.

 

 

La Guardia di Finanza, infatti, come le altre forze di polizia, per effetto dell’art. 35 della legge di guerra [19], doveva rimanere in servizio anche in territorio occupato nemico (come nel caso della Venezia Giulia) e svolgere servizio d’istituto, finché ciò era consentito dalla potenza occupante.

 

 

Ciò corrispondeva ad un evidente interesse della popolazione civile le cui esigenze di tutela erano da ritenersi prevalenti rispetto alla negatività dell’indiretta collaborazione che in tal modo veniva fornita al nemico[20]. Il compito della compagnia di sicurezza era quello di mantenere sicuro il transito della rotabile Trieste – Fiume, a garanzia dei cittadini che dovevano percorrerla per lavoro, ed indirettamente anche degli occupanti tedeschi, e quindi tale servizio era legittimo, perché rientrante nella fattispecie del citato articolo 35 della legge italiana di guerra.

 

 

Indubbiamente, come il Consiglio di Stato nella sentenza afferma, non erano legittime eventuali operazioni con caratteristiche d’incivile rappresaglia e di cieca persecuzione, ma queste in effetti non vi furono. E’ ben vero che alcuni elementi della compagnia su ordine del tenente Rolleri, parteciparono ad alcune operazioni di rastrellamento, al seguito delle truppe germaniche, ma ciò avvenne in reazione all’uccisione ed al rapimento di finanzieri da parte dei partigiani slavi.

 

 

Comunque, in tali circostanze i finanzieri ebbero sempre un ruolo secondario rispetto alle repressioni condotte dai nazifascisti e mai si macchiarono di atrocità, sevizie o devastazioni a danno di partigiani o della popolazione civile. Il tenente fu inquisito e denunciato per collaborazionismo al Tribunale militare di Verona, ma fu amnistiato per effetto del provvedimento Togliatti del 1946. Fu poi dispensato dal servizio, ma si appellò al Consiglio di Stato, che, come si è detto, accolse il ricorso.

 

 

Che l’operato della compagnia di sicurezza non sia stato all’origine della cattura dei finanzieri di via Udine e neppure di quelli di Campo Marzio, come alcuni dei giustificazionisti affermano ancor oggi, è dimostrato dal fatto che il ten. Rolleri fu arrestato nei primi giorni di maggio dalle truppe alleate e consegnato alle autorità militari jugoslave di Trieste che lo rinchiusero nel carcere del Coroneo il 12 maggio e lo scarcerarono dopo pochi giorni, perché nulla era emerso a suo carico.

 

 

Secondo un’altra fonte, peraltro non nota, la cattura dei finanzieri di Campo Marzio potrebbe essere attribuita alla circostanza che non essendo i militari informati dai loro superiori di essere stati messi a disposizione del C.L.N. triestino, invece di combattere al fianco della 4ª armata jugoslava scesa in città, spararono contro di essa assieme ai militari germanici che erano accasermati nello stesso edificio, venendo poi imprigionati dagli slavi per reazione.

 

 

Anche senza considerare che il Presidente del C.R.L. del Litorale Sloveno a Trieste, se la notizia fosse stata reale, ne avrebbe fatto cenno nella lettera inviata al presidente della Repubblica Slovena sopra citata, la circostanza è smentita da numerose emergenze archivistiche [21]. In particolare, i finanzieri di Campo Marzio, inquadrati nella II compagnia al comando del capitano Giovanni Acanfora avevano occupato, dopo averne scacciato con le armi gli occupanti, le caserme dell’artiglieria repubblicana, della milizia portuale nonché la caserma tedesca di Villa Micher, catturando le armi ed i materiali in esse contenute. Avevano inoltre occupato la zona portuale del molo Fratelli Bandiera, dove 15 marinai tedeschi, che avevano l’incarico di far esplodere gli impianti vennero disarmati e fatti prigionieri.

 

 

Peraltro risulta che nessun tedesco, esclusi quelli catturati e disarmati nel porto, si trovasse nella caserma di Campo Marzio, che era stata fortificata e predisposta a difesa contro i tedeschi e non certo contro i partigiani italiani o slavi, che nei giorni della liberazione ebbero sempre libero accesso per essere riforniti di armi e munizioni e per essere rifocillati.

 

 

D’altra parte, quando il colonnello Marini si recò più volte presso il comando jugoslavo per chiedere la liberazione dei suoi uomini, gli fu sem pre riferito che i finanzieri erano stati imprigionati per errore e che sarebbero stati presto liberati. Nessuno, e neppure il colonnello Vodopivez, vice comandante delle forze di occupazione con cui ebbe un colloquio, gli fece cenno di episodi di connivenza con i nazifascisti da parte della Guardia di finanza. 

 

 

Conclusioni

 

 

A distanza di tanti anni dai tragici eventi del maggio 1945, anche se è certo che i finanzieri di Campo Marzio furono massacrati nei primi giorni del mese, permane il mistero sul luogo dell’eccidio e della loro sepoltura, ma soprattutto sulle motivazioni che li condussero al supremo sacrificio.

 

 

Il luogo della strage e della località in cui furono occultate le salme non può che trovarsi sul Carso, a pochi chilometri da Trieste, dal momento che un tragitto più lungo avrebbe richiesto campi di sosta intermedi, attraversamento di villaggi e cittadine e quindi la colonna dei prigionieri sarebbe stata notata da un numero considerevole di persone, qualcuna delle quali senz’altro avrebbe fatto trapelare notizie su quanto aveva visto.

 

 

Non si è nemmeno certi che il tragitto da villa Neckar al luogo dell’esecuzione sia avvenuto a piedi oppure con autocarri. Nell’un caso come nell’altro appare plausibile che la strage sia avvenuta alle cave Auremiane che distano da Trieste quindici chilometri, percorribili in un’ora con i mezzi motorizzati di allora oppure quattro cinque ore a piedi. Il quesito sui motivi dell’eliminazione dei militari del Corpo, invece, è di più difficile soluzione, anche alla luce del differente trattamento dei due gruppi accasermati in via Udine ed in Campo Marzio.

 

 

Se i componenti del primo gruppo attraverso atroci vicissitudini ebbero, in gran parte, salva la vita, gli appartenenti al secondo furono sterminati.. Su questi avvenimenti possono essere tentate soltanto supposizioni.

 

 

In effetti, in un primo tempo, i partigiani sloveni entrati nella città in gran parte liberata il 1° maggio (resistevano soltanto alcuni gruppi di tedeschi asserragliati in luoghi fortificati, che mai furono attaccati con decisione e che si arresero soltanto alle truppe anglo americane entrate in città il 3 maggio) fraternizzarono con i finanzieri ed i loro comandanti ebbero parole di elogio per come erano stati condotti i combattimenti in Trieste (e questo smentisce quanto affermato molti anni dopo che i finanzieri di Campo Marzio avevano aperto il fuoco sui partigiani della 4ª Armata).

 

 

Il clima cambiò radicalmente a metà mattina del 2 maggio, quando si insediò in città l’alto comando delle forze jugoslave. E’ chiaro che sul trattamento da usare verso il C.L.N. triestino e di tutti coloro che avevano combattuto alle sue dipendenze, giunsero ordini dai vertici dell’E.P.L. (Esercito Popolare di Liberazione il cui comandante in capo era il maresciallo Tito). Trattandosi di questione politica e non militare, verosimilmente la gestione delle operazioni venne devoluta al Partito Comunista e per esso all’O.Z.N.A., la polizia segreta del regime che si stava instaurando.

 

 

Occorreva porre un’ipoteca territoriale su Trieste da far valere ai fini di un’annessione ai danni dell’Italia al tavolo della pace. Il primo provvedimento era quello di recidere ogni possibile legame istituzionale tra le autorità del governo legittimo italiano e quelle della città giuliana, che con il crollo dell’amministrazione nazifascista, erano il C.L.N. e le forze militari alle sue dipendenze.

 

 

Questo compito fu affidato all’O.Z.N.A., diretta e composta da elementi di provata fede comunista, molti dei quali erano stati addestrati ad attuare le tecniche rivoluzionarie nella Mosca degli anni più oscuri dell’epoca staliniana.

 

 

Ciò motiva, quindi, la cattura, fin dal l2 maggio quando i comandi delle brigate partigiane combattenti vennero ferreamente sottoposti al controllo della 4ª Armata dell’E.P.L. (e questo spiega il diverso atteggiamento dei comandanti partigiani, amichevole il 1° maggio ed ostile il giorno successivo), dei dirigenti del C.L.N. triestino, di coloro che avevano combattuto ai suoi ordini, oltre che dei comuni cittadini che sotto la labile giustificazione del collaborazionismo furono catturati soltanto perché di sentimenti italiani.

 

 

L’ O.Z.N.A. però era numericamente non adeguata a gestire una così grande massa di prigionieri, per cui dovette avvalersi degli elementi delle brigate partigiane avvezzi ad eliminare i prigionieri catturati durante la lunga lotta partigiana (cosa che peraltro facevano anche i tedeschi ed i fascisti italiani nelle azioni antiguerriglia). Il gruppo di finanzieri di via Udine, verosimilmente, fu affidato ad un comando partigiano più “legittimista” che volle svolgere un minimo di attività istruttoria nei confronti dei prigionieri, il che richiese diversi giorni, trascorsi i quali negli animi dei carcerieri si era in parte attenuato lo spirito aggressivo di vendetta, maturato in anni di feroci combattimenti e di vita alla macchia.

 

 

Nel frattempo erano emerse esigenze logistiche che avevano richiesto l’impiego dei militari in attività lavorative a favore degli occupanti, che avevano procrastinato il trasporto dei prigionieri verso i campi di concentramento costituiti nell’interno della Jugoslavia. I finanzieri di Campo Marzio furono più sfortunati perché di essi si occupò direttamente l’O.Z.N.A. oppure un reparto partigiano più feroce ed intriso di odi o anti-italiano. Essi, fin dal giorno successivo alla loro cattura, probabilmente la notte sul 3 maggio, furono avviati verso l’interno sotto la scorta di elementi del II battaglione, 3 ° D.U.B. della 9 ª divisione partigiana e subito dopo giustiziati.

 

 

E’ da ricordare che fino al 5 maggio i tedeschi del XCVII Corpo d’Armata comandato dal gen. Kübler, accerchiati in una sacca tra Villa del Nevoso e Postumia, combatterono furiosamente per aprirsi un varco verso Lubiana, e si arresero soltanto il 6 maggio, per cui prima di tale data le vie che adducevano all’interno dell’Istria erano insicure per i partigiani, e quindi il trasporto per lunghi tragitti di prigionieri era problematico.

 

 

E’ ovvio pertanto, sulla base delle anzidette considerazioni, che la sorte dei finanzieri era segnata fin dalla loro partenza da villa Neckar. Essi debbono quindi considerarsi vittime innocenti di disegni politici risalenti ai vertici del nuovo regime jugoslavo ispirati allora ai più rigidi schemi del comunismo staliniano. Si riporta in allegato l’elenco dei caduti, quale omaggio alla memoria degli ufficiali, sottufficiali e finanzieri catturati nella caserma di Campo Marzio, da considerarsi martiri per l’italianità di Trieste.

 

ROMA, li 15 giugno 2007

(Documento inserito on line dal Governo Italiano, Corpo della Guardia di Finanza)

 

Note

1 - La circolare è esposta nel museo storico del Corpo.

2 - P.Meccariello, La Guardia di Finanza sul confine orientale, Gribaudo Torino, 1977, p. 222.

3 - Ibidem, p.222.

4 - Ibidem, p.223.

5 - Ibidem, p.224.

6 - Ibidem, p.225.

7 - Ibidem, p.225.

8 - Ibidem, p.226

9 - Nel museo storico del Corpo è esposta una fotografia dei finanzieri di Campo Marzio ancora ignari della loro sorte (a loro era stato detto che venivano trasferiti in un' altra caserma) in partenza verso la morte.

10 - Meccariello P., La Guardia di Finanza sul confine orientale, cit., pp. 313-322.

11 - Lettera n.15 del 16.2.1960 della Sezione di Trieste dell’A.N.F.I. al Presidente Nazionale dell’Associazione. Archivio Storico del Museo Storico della Guardia di Finanza (d’ora in poi A.S.M.S.G.F.), Miscellanea, fascicolo 677.

12 - Lettera in data 1 maggio 1960 della Sezione di Trieste diretta alla Presidenza Nazionale dell’A.N.F.I., allegata ad un appunto del Capo del I Reparto del Comando Generale della Guardia di Finanza del 19 giugno 1960. A.S.M.S.G.F., Miscellanea, fascicolo 677.

13 - R., Spazzali, Foibe: un dibattito ancora aperto, Editrice Lega Nazionale, Trieste, 1990, pag. 172.

14 - Pierpaolo Meccariello, “In nome dello Stato, le forze di polizia in Italia 1943-45”, Ente Editoriale G. di F., Roma 2005, pag. 171.

15 - Lettera al Presidente del governo Popolare di Slovenia Boris Kidric – Lubiana inviata dal Presidente del Comitato Regionale di Liberazione del Litorale Sloveno e Trieste, reperita dal ricercatore Matteo Bressan presso l’Archivio di Stato di Lubiana e conservata in copia nell’Archivio Storico della Guardia di Finanza, Miscellanea, fascicolo 677.

16 - C. Cernigoj, Operazione foibe tra mito e realtà, Ed. KV Trieste 2005.

17 - E. Maserati, L’occupazione jugoslava di Trieste, Dal Bianco, Udine 1966, pag.42.

18 - Consiglio di Stato – Sezione speciale epurazione – decisione n. 14293 e 16333 in data 9.7.1949.

19 - R.D. 8 luglio 1938 n. 1415.

20 - Pierpaolo Meccariello, La Guardia di Finanza nel secondo conflitto mondiale, Museo Storico della G. di F., Roma 1992, pag. 365.

21 - Per tutte cfr. foglio 214 R.O./Iˆ in data 13 agosto 1945 dell’Ufficio stralcio della legione di Trieste in Udine diretta al Comando Generale avente per oggetto “Partecipazione della R. Guardia di Finanza nella liberazione della Venezia Giulia”, in A.S.M.S.G.F., fascicolo 677.

 

 

ELENCO DEI MILITARI PRESENTI NELLA CASERMA DI CAMPO MARZIO DI TRIESTE IL 1° MAGGIO 1945.

 

1. Capitano ACANFORA Giovanni nato il 7/02/1911 a Castellammare di Stabia (NA).

2. Capitano PIUCCA Eugenio nato l’11/12/1899 a Trieste.

3. S.Tenente TOLARDO Francesco nato il 29/05/1896 a Marostica (VI).

4. Maresciallo CIARLANTE Nicola na to il 7/11/1904 a S.Martino in Pensilis (CB).

5. Maresciallo COBISI Francesco nato il 22/9/1890 a Palazzolo Acreide (SR).

6. Maresciallo MOLEA Domenico nato il 25/08/1903 a Messina.

7. Maresciallo SARDO Salvatore nato il 2/01/1903 a S.Cataldo (CL).

8. Vice Brigadiere BOI Olindo nato il 30/04/1916 a Ballao (CA).

9. Vice Brigadiere BONETTO Giulio nato il 28/02/1904 a Campodarsego (PD).

10.Vice Brigadiere CERULLI Mario nato il 23/12/1915 a Livorno.

11.Vice Brigadiere CHIANURA Ciro nato il 7/09/1900 a Grottaglie (TA).

12.Vice Brigadiere CHIRONI Antonio Francesco nato il 17/07/1924 a Nuoro.

13.Vice Brigadiere CO CCIMIGLIO Salvatore nato il 24/12/ 1899 a Sambiase (CZ).

14.Vice Bri gadiere COGHE Giuseppe Melchiorre nato il 5/01/1911 a Ghilarba (CA).

15.Vice Brigadiere CORSALE Salvatore nato il 19/08/1913 a Siracusa.

16.Vice Brigadiere CUNSOLO Angelo nato il 2/07/1902 a Paternò (CT).

17.Vice Brigadiere DE NINNO Vincenzo nato il 9/06/1896 a Lesina (FG).

18.Vice Brigadiere DI GREGORIO Salvatore nato il 25/05/1907 a Catania.

19.Vice Brigadiere GIULIANO Isidoro nato il 4/04/1897 a Caltanisetta.

20.Vice Brigadiere LA SPADA To mmaso nato il 22/04/1910 a S.Filippo del Mela (ME).

21.Vice Brigadiere LE ROSE Francesco nato l’11/04/1918 a Roccabernarda (CZ).

22.Vice Brigadiere MANOS Francesco nato il 3/10/1903 a Romana (SS).

23.Vice Brigadiere MARINO Antonino nato il 5/03/1908 a Messina.

24.Vice Brigadiere MONAFO’ Giovanni nato il 26/02/1911 a Catania.

25.Vice Brigadiere MURGIA Giovanni nato il 16/10/1900 a Sorgono (NU).

26.Vice Brigadiere NAVETTA Antonio nato il 15/01/1900 a Trapani.

27.Vice Brigadiere PERALTA Giovanni nato il 7/06/1915 a Thiesi (SS).

28.Vice Brigadiere RANIOLO Gaetano nato il 15/01/1917 a Modica (RG).

29.Vice Brigadiere SCAGLIONE Giuseppe nato il 18/01/1922 a Toritto (BA).

30.Vice Brigadiere SERRA Andrea nato l’11/07/1904 a Thiesi (SS).

31.Vice Brigadiere SIDDU Giuseppe nato il 7/07/1904 a Cabras(CA). 

32.Vice Brigadiere ZAPPONE Antonio nato il 6/10/1906 a Pontelandolfo (BN).

33.Appuntato CARUSO Francesco nato il 20/11/1907 a Paternò (CT).

34.Appuntato IMBESI Giuseppe nato il 18/06/1904 a Castroreale (ME).

35.Appuntato MALATESTA Angelo nato il 16/01/1906 a Surbo (LE).

36.Appuntato NICOLETTI Alessandro nato il 23/02/1911 a Loreto (AN).

37.Appuntato PANTALENA Luigi nato il 14/06/1903 ad Aragona (AG).

38.Appuntato SCIALPI Gregorio Salvatore nato il 12/10/1911 a Mandria (TA).

39.Finanziere BARBERINI Pompeo nato il 27/03/1926 a Napoli.

40.Finanziere BATTAGLIA Giovanni nato il 2/02/1915 a Ragusa.

41.Finanziere BONADUCE Antonio nato l’1/07/1905 a Terlizzi (BA).

42.Finanziere CASTIGLIONI Stefano nato il 29/09/1926 a Milano.

43.Finanziere DALCANTON Mario nato il 12/05/1926 a Quero (BL).

44.Finanziere DE FILIPPI Francesco nato il 7/09/1914 a Mornico Losana (PV).

45.Finanziere DE GIORGIS Renzo nato il 21/02/1926 a Torino.

46.Finanziere DESILANI Dante nato il 20/09/1926 a Feletto (TO).

47.Finanziere DI GENNARO Nicola nato il 10/04/1916 a Canosa di Puglia (BA).

48.Finanziere DI SERIO Antonio Carmelo nato il 19/02/1922 a Mesagne (BR).

49.Finanziere FAVALLI Virgilio nato l’11/06/1926 a Milano.

50.Finanziere FIORENZA Celestino nato il 21/09/1912 a Lucori (AQ).

51.Finanziere GALLI Vincenzo dati non disponibili per assenza del foglio matricolare.

52.Finanziere GANDINI Arturo nato il 4/03/1926 a Milano.

53.Finanziere LECCE Mario nato il 5/11/1924 a Roma.

54.Finanziere LERISCHI Enrico dati non disponibili per assenza del foglio matricolare.

55.Finanziere LIEGGI Angelo nato 28/10/1908 a Conversano (BA).

56.Finanziere MANERA Giovanni Battista Giuseppe nato il 28/02/1926 ad Alba (CN).

57.Finanziere ORENGO Antonio nato il 7/07/1926 a Ventimiglia (IM).

58.Finanziere PIERAMICO Antonio nato il 18/03/1924 a Montesilvano (PE).

59.Finanziere PISANI Dino nato il 19/11/1924 a Bondeno (FE).

60.Finanziere POGGIOLI Gualtiero nato il 16/08/1926 a Torino.

61.Finanziere POZZO Antonio nato il 7/10/1925 a Frascati (FR).

62.Finanziere SACCONE Pancrazio nato il 29/10/1919 a Valle di Maddaloni (CE).

63.Finanziere SARACENI Tommaso nato il 3/01/1923 a Vasto (CH).

64.Finanziere SPADINO PIPPA O PIPPO Michele dati non disponibili per assenza del foglio matricolare.

65.Finanziere SPINELLI Domenico Vito Giuseppe nato il 20/05/1922 a Sammichele di Bari (BA).

66.Finanziere STASSI Rocco nato il 23/01/1915 a Marsala (TP).

67.Finanziere TESTI Aldo dati non disponibili per assenza del foglio matricolare.

68.Finanziere TOSETTO Alberto nato il 15/05/1922 a Este (PD).

69.Finanziere UROGALLO Marco nato il 13/06/1926 a Genova.

70.Finanziere VALSANIA Vittorio nato il 2/04/1925 a S.Damiano d’Asti (AT). 

71.Finanziere VIRGA Giovanni nato il 2/11/1926 a Torino.

72.Finanziere ZACCHIGNA Mario nato il 28/02/1919 a Umago (TS).

73.Finanziere ACTIS Felice

74.Finanziere CASALE Armando

75.Finanziere CIPOLLA Armando

76.Finanziere FENEROLLA Giuseppe

77.Finanziere FOGLIANI Paolo

78.Finanziere GIANDIONO Giuseppe

79.Finanziere GIARDINO Giuseppe

80.Finanziere LICCIARDELLI Antonio

81.Finanziere MANZOLILLO Giuseppe

82.Finanziere MAROTTA Paolo

83.Finanziere MINEO Giuseppe

84.Finanziere PETTI Amedeo

85.Finanziere PISU Antonio

86.Finanziere PIUZZA Giuseppe

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