collegamentiper sartori

eccidiospot1a

Tutti ormai conoscono i fatti dell’eccidio di Schio. Se ne è parlato e scritto tanto e tante sono state le domande che non hanno ricevuto una risposta convincente. Prendiamo ad esempio il quesito: chi furono i mandanti? Il “mandante” o i “mandanti”, cioè coloro che da dietro le quinte hanno ideato ed organizzato l’operazione stragista (della notte fra il 6 ed il 7 luglio 1945 nel carcere di Schio) che ha procurato la morte a 54 persone, considerate in blocco o in parte “fasciste”. In realtà, ad un livello di ricerca superficiale, i “mandanti” furono già individuati (questa fu la “convinzione” del tempo) nell’estate del 1945, con nome e cognome.

I primi nomi 

Infatti al processo “Alleato” svoltosi a Vicenza nel settembre del 1945, dai racconti degli imputati (cinque partigiani appartenenti al battaglione di polizia ausiliaria “Ramina Bedin”), dai verbali da essi rilasciati e firmati, emergono le responsabilità di comando dell’operazione. Igino Piva, Nello Pegoraro, Ruggero Maltauro (questi i nomi dei “comandanti”) furono inchiodati dalle testimonianze dei loro sottoposti. Si conosce anche il resto della storia. A sommi capi i “pesci piccoli”, cioè i cinque, caduti nella rete degli investigatori americani, Valentino Bortoloso ( nome di battaglia “Teppa”), Renzo Franceschini (“Guastatore”), Aldo Santacaterina (“Quirino”), Antonio Fochesato (“Treno”), Gaetano Canova (“Sita”), più i due che saranno prosciolti con formula dubitativa dalla Corte Alleata, cioè Ermenegildo De Rizzo (“Polenta”) e Luigi Losco (“Tenace”), racconteranno come sono stati “arruolati”, preciseranno i tempi e i modi della strage e faranno i nomi di coloro che “avrebbero dovuto prendersi la responsabilità”.

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di Sonia Residori

Affidata alla memoria orale, spesso (non sempre) distorta o interessata, la vicenda di Pedescala e dell'orrendo massacro di innocenti non deve essere più manipolata. La Storia deve impossessarsene definitivamente, spazzando via convinzioni fasulle e alimentate solo da bassi interessi di parte. Sonia Residori, storica vicentina, con il suo ultimo libro, L'ultima valle, sulla tragica vicenda non ancora metabolizzata del tutto a causa di un'antica, tenace disinformazione, fa luce documentale su quell'ultimo drammatico brandello di giorni (30 aprile-2 maggio 1945) dell'ultima guerra e ne fornisce ai lettori una sintesi efficace.

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mussolinifollie

Pubblichiamo di seguito una serie di documenti concernenti la situazione politico-militare nell’Italia del Nord nei mesi di marzo-aprile 1945. In particolare i rapporti, redatti da personale militare dei servizi di spionaggio e controspionaggio (S.I.M. e O.S.S.) che offrono uno spaccato molto interessante sull’attività di Benito Mussolini e sulle proposte che arrivavano a lui direttamente allo scopo di cercare una via d’uscita “politica” prima del crollo finale. Sembra proprio che il “Duce” avesse perso parte della sua lucidità intellettuale per dare retta a ipotesi surreali, fantapolitiche, che si basavano sul nulla o quasi.

Da queste carte sembra quasi di notare in Mussolini un estremo ritorno alle origini socialiste, ma tutti questi conciliaboli sono sempre all’ombra della bandiera con la svastica. I tedeschi (che stanno già conducendo trattative allo stato avanzato con gli Alleati per la resa in Italia delle loro armate) lasceranno fare a Mussolini anche questi tentativi, l’estremo sforzo per uscire dalla disfatta, morale, politica e militare.

g.m.

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tavianideposizione

PRESIDENTE - Diamo inizio all'audizione del senatore Taviani che viene ascoltato in audizione libera e che ringraziamo di aver accettato il nostro invito di venire a dare il suo contributo per il periodo sul quale la Commissione stragi sta svolgendo l'inchiesta. Devo avvertirla che abbiamo anche acquisito le sue precedenti testimonianze rese al giudice Mastelloni e al giudice Casson: ne abbiamo anche fatto una sintesi che potrà essere parziale) ma le stesse testimonianze sono state distribuite anche in versione integrale.

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Curcio

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verbaliventura

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REPUBBLICASOCIALISTA

Pubblichiamo un interessante documento redatto da un Servizio Alleato che si è avvalso di deposizioni di ex militari della Repubblica Sociale Italiana. In queste pagine si parla della costituzione della “Colonna Mista”, una formazione legata al Raggruppamento Socialista, un gruppo politico autorizzato da Mussolini, al fine di sottrarre parte dei socialisti ai Comitati di Liberazione. Il progetto “fantapolitico” comprendeva una sorta di Governo Provvisorio, sorretto da maestranze operaie e da gruppi di “sinistra” appoggiati dalle Forze Armate repubblicane (fasciste). Alla fine della guerra la dichiarazione di una “repubblica socialista” avrebbe dovuto stoppare la Resistenza partigiana e imbarazzare gli Alleati.

L’interesse del documento e della relativa iniziativa di parte fascista non sta nella realizzabilità o razionalità del progetto ma nel racconto di una realtà “altra”, parallela, sfuggente, surreale e per questo fantasiosa, crudelmente disancorata dal senso politico (quello vero) determinato dagli avvenimenti di una guerra che stava per finire davvero.       g.m.

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CONFESSIONEVENTURA

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di Gianni Giolo

 

L’Osservatore Romano ha lanciato un grido d’allarme sulla “vistosa mutazione del sentimento morale e civile” che sta investendo “la moderna società sovvertendo completamente la scala dei valori ed ogni metro di giudizio”. Vicenza, la ex “sacrestia d’Italia”, la ex “Vandea italiana”, la ex “Roccaforte Bianca” avrebbe abbandonato i suoi valori religiosi tradizionali per sposare “la sfrenata ostentazione dell’opulenza e della forza” che “danno luogo a ingannevoli modelli di vita e di comportamento”.

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di Giorgio Marenghi

 

Sartori Alberto nasce a Stradella (Pavia) il 18.3.1917 da Giovanni (di Valdastico) e da Castagno Giovanna (di Firenze). In questo articolo io desidero concentrarmi sulla parte della sua vita che inizia nell’estate del 1943 quando nell’Africa del Nord le truppe Alleate (Inglesi, americani, neozelandesi, australiani, brasiliani, marocchini e francesi del generale De Gaulle) conquistano Tunisi e preparano l’invasione della Sicilia. Sartori, che in quel momento si trova proprio a Tunisi, viene “arruolato” dallo spionaggio inglese che lo addestra anche con corsi di paracadutismo. Come abbia fatto Sartori ad avere l’appoggio dei Servizi inglesi è un fatto che dovrà essere documentato in altra sede, dove si potrà chiarire anche i rapporti (eventuali) con la cellula comunista italiana di Tunisi.

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KARLHASSMODULO

Ecco il “lavoro” di KARL HASS, maggiore delle SS in Italia, ufficiale responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine con Kappler, riciclato come agente dello spionaggio a favore degli americani. E’ questa una finestra aperta sui sistemi dei Servizi Segreti nella loro lotta concorrenziale ed anche sulla pericolosità di avvalersi di ex nazisti, nel dopoguerra disposti a tutto pur di recare danni agli ex nemici.

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ruolodi rumor

 

Il racconto di Carlo DIGILIO ha fatto emergere un filo di collegamento, che sinora non era stato individuato, fra gli attentati del 12.12.1969 e la strage del 17.5.1973, filo che passa attraverso la figura e il ruolo dell’on. Mariano RUMOR, Presidente del Consiglio nel dicembre 1969 e vero e diretto obiettivo della bomba “ananas” lanciata da Gianfranco BERTOLI dinanzi alla Questura di Milano.

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Trieste1945

Se vogliamo capire gli avvenimenti politici e militari nella zona del Nordest nei mesi del 1944-1945 (Trieste soprattutto) è necessario mettere a fuoco le caratteristiche e le finalità della missione “NEMO”, un servizio di informazioni militari collegato con il Regno del Sud (governo Badoglio di Brindisi dopo l’8 settembre 1943) e con l’Intelligence Britannica prima e con l’OSS (Office of Strategic Services) statunitense poi.

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CELADONPRIMAPAGINA

 

 

Lunedì 25 gennaio 1988. Villa sulle colline di Arzignano. Non è il luogo ideale per ostentare e godersi la ricchezza, nella zona si respira la puzza delle concerie ma chi c’è nato ormai ci ha fatto l’abitudine. E’ quel che succede anche alla famiglia dei Celadon, conciari, benestanti, (no! ricchi dicono in paese), che in quella valle ormai ci hanno messo le radici. L’irruzione in villa avviene all’improvviso, violenta, sconcertante, un vero choc per tutti. Quattro i delinquenti, due gli armati e gli altri due che, provvisti di corda e bavagli, aggrediscono subito il figlio dell’industriale e imbavagliano tutti i familiari presenti. Alla fine scelgono di rapire il figlio, Carlo, un ragazzo di diciott’anni. La fuga è disagevole, i quattro devono uscire dalla casa scegliendo il retro, bisogna pure saltare il muro di cinta.

Una vicina vede la scena e chiama il 113. I Carabinieri slegano i familiari e avviano le prime indagini che portano gli investigatori dell’Arma a capire, senza alcun dubbio, che ci si trova di fronte ad una banda di calabresi, quasi sicuro che siano affiliati ad una ‘ndrina.

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 IL SISTEMA GIURIDICO ANGLOSASSONE SENZA TANTI CAVILLI

 

 

 

Il processo della Corte Alleata

 

 

 

VERBALI E DICHIARAZIONI ESTRATTI DAL PROCESSO DELLA CORTE MILITARE ALLEATA

 

Processo tenuto a Vicenza il 6 – 10 – 13 settembre 1945

Davanti a: Colonnello W.E. BEHRENS, Presidente

Maggiore T:G: BRENNAN

Capitano W:T: BOONE, Membri

Interprete: John Petraglia – cittadino americano

Pubblico Ministero: Luogotenente J. SCANLAN

 

 

Gli accusati sono:

 

1) FRANCESCHINI RENZO

2) FOCHESATO ANTONIO

3) BORTOLOSO VALENTINO

4) SANTACATERINA ALDO

5) CANOVA GAETANO

6) DE RIZZO ERMENEGILDO

7) LOSCO LUIGI

 

Tutti gli accusati sono difesi in collegio dai seguenti avvocati:

Edoardo Tricarico di Vicenza

Segala Mario di Vicenza

Pietriboni Ernesto di Belluno

Luigi Perego di Verona

Ronzani Jacopo di Vicenza

 

All’apertura del processo il 6 settembre, la difesa domandò l’aggiornamento per gli accusati 6 e 7, che erano stati arrestati solo recentemente.

 

Dopo aver discusso, fu accettato dalla difesa, che era la stessa per tutti gli accusati con piena consapevolezza dei fatti, che il processo continuasse e poi fosse aggiornato al 10 settembre, poiché da questo momento sarebbero stati pronti con tutti i testimoni.

 

1° P.W. Capt. A.E. BAKER, PPSO Vicenza Provincia, giurò:

Parte dei miei incarichi ufficiali riguardano la polizia ausiliaria nella provincia di Vicenza. Essa fu costituita nel giugno del 1945.

Al momento della sua formazione c’erano circa 500 elementi, reclutati fra ex partigiani di buona reputazione.

Io impartii loro istruzioni, che diedi al C.A.O.S. e al Questore.

Queste istruzioni erano che essi sarebbero stati impiegati come polizia ausiliaria, per lavorare con gli altri corpi di polizia.

Essi potevano portare armi durante i turni di servizio, ma non in altri momenti.

Le armi erano depositate in caserma, prelevate da lì per servizio e restituite dopo il servizio.

Io presi nota di tutti i membri della polizia ausiliaria, compresi quelli di Schio.

I nomi di tutti e sette gli accusati compaiono sui miei appunti come membri della polizia ausiliaria di Schio dal 9 giugno al 9 luglio 1945. (…)

 

 

2° P.W. Capt. S.W. Chambers, C.A.O. Bassano, giurò:

In giugno e ai primi di luglio io ero CAO Schio. Unito al Capt. Baker istituii la polizia ausiliaria sul posto.

Avevo carte d’identità provvisorie finchè fossero state pronte quelle ufficiali, distribuite loro dal mio subordinato, Giulio Caroti, che era allora incaricato della formazione del corpo.

Io fornii 5 di queste carte, tutte autentiche, ai 5 accusati oltre che a Franceschini e a Losco.

 

 

 

CONTROINTERROGATORIO

 

 

Giulio era comandante della Divisione Garemi di Schio. Io gli diedi una idea del numero degli ausiliari di cui avevo bisogno e dei loro incarichi e gli dissi di sottopormi i nomi di uomini coscienziosi, onesti e affidabili; egli mi presentò i nomi.

Io accettai le sue scelte e gli uomini furono divisi per i loro servizi nell’ambito della Divisione Garemi.

Alcuni degli uomini furono trovati non idonei e furono cambiati.

Spiegai a Giulio i compiti di questa polizia. Dissi che dovevano lavorare con e alle dipendenze dei CC.RR.

Dissi molto chiaramente che essi avrebbero dovuto portare le armi e i cinturoni solo quando erano in servizio.

Avevo molta fiducia in Giulio. Penso che egli mi indicò i nomi di patrioti combattenti genuini.

Gli uomini erano in servizio pubblico nell’ambito della zona e sarebbero stati riconosciuti, se non fossero stati patrioti.

Ci fu una pubblica dimostrazione a Schio il 28 giugno, come conseguenza dei morti nel campo di concentramento di Mathausen.

Io ero fuori città quando ebbe inizio la dimostrazione, ma ritornai immediatamente. Fui sorpreso della dimostrazione e penso che soltanto una piccolissima parte della gente fosse realmente di dimostranti.

Avevo sentito che i dimostranti erano alla prigione chiedendo un numero di prigionieri uguale a quello che erano morti a Mathausen.

Quando andai alla prigione, non c’era nessuno lì. La folla era in piazza, ma dopo che ebbi parlato due minuti, tutti se ne andarono.

Non pensai fosse necessario aumentare il numero delle guardie nella prigione: c’erano tre custodi, ma non so il numero esatto delle guardie.

 

 

LA CORTE

 

 

So che cinque uomini di cui alla prova 1 erano incaricati ad agire come polizia civile a Schio. Posso soltanto parlare riguardo agli altri due accusati, guardando la mia documentazione.

 

 

 

3° P.W. 6405998 Rfu KNIGHT W, KRRG., giura:

 

Conobbi l’accusato Franceschini prima del 7 luglio 1945.

Quel giorno ebbi l’ordine di arrestarlo. Così andai a casa sua. Egli non c’era, ma io perquisii la casa e una stalla. Nella stalla trovai una quantità di munizioni. Erano esposte alla vista e riunite a pila.

Non ero andato là per cercare le munizioni, così non ne feci una distinta dettagliata e non posso essere preciso ora.

Ma c’era una quantità di tubi di esplosivo 808 britannici; questi non erano sciolti, ma imballati e impacchettati in sacchi, del tipo sacchi da sabbia britannici.

C’era dell’esplosivo al plastico e fulmicotone.

C’erano alcune munizioni britanniche e munizioni Bren e alcune munizioni da fucile pesante.

Non posso ricordare il numero di queste ultime, ma ce n’erano più di cento.

C’erano alcune mine da terra e una mina A.T., in tutto circa 6 o 7 mine.

Non esaminai le munizioni o gli esplosivi, ma potei vedere che erano in buone condizioni. Non guardai le mine.

Prima di andare nella casa non sapevo che lì c’erano munizioni: non parlai a nessun membro della famiglia prima di iniziare la mia perquisizione.

Vidi Franceschini un’ora più tardi, alla scuola Marconi, dove lo arrestai. Non lo interrogai ed egli non mi disse niente.

Tornai nella casa con il Capt. Chambers e alcuni CC.RR. l’8 luglio, e i CC.RR. portarono via le munizioni su ordine del Capt. Chambers.

Arrestai anche l’accusato che identificai come Canova (Canova Gaetano, “Sita”, ma l’arresto avviene molto più in là nel tempo, il 30 agosto, nota del curatore).

Due uomini C.I.D. volevano arrestarlo (John Valentino e T.A. Snyder, n.d.c.) e li accompagnai alla casa di Poleo.

Andai attraverso la casa fino alla stalla; sapevo di un buco nella mangiatoia che portava ad un tunnel, c’era un uomo nel tunnel.

Gli intimai l’alt: egli uscì. Era Canova: lo arrestai.

Tentò di spiegarmi che cosa stava facendo, ma piangeva e parlava in dialetto e non potei capirlo.

 

 

 

CONTROINTERROGATORIO

 

 

Conoscevo il buco e il tunnel perché sono un ex Partigiano PV. Io non mi nascosi mai là e non so se altri soldati inglesi lo fecero (KNIGHT appartenne alla missione “Freccia-Maggiore Wilkinson” come agente speciale, n.d.c.).

Sono stato ospite in casa di Franceschini. (…)

 

 

 

10 SETTEMBRE. CONTINUAZIONE FISSATA IN ACCORDO CON LA DIFESA CHE AFFERMA CHE I FATTI SEGUENTI FURONO CONFESSATI:

 

 

Le deposizioni proseguono con il fotografo Pietrobelli Luigi, il capocarceriere Pezzin Giuseppe, la moglie Pezzin Elisabetta Spiller, il secondo carceriere Girardin Pietro, la detenuta De Chino Irma, il detenuto Facchini Guido, il detenuto Fantini Mario, il detenuto Borghesan Antonio, il detenuto Albrizi Carlo; tutti ripetono ciò che avevano già detto agli agenti C.I.D. nei verbali, n.d.c.) (…)

 

 

 

17° P.W. – Cavion Giovanni giura:

 

Io sono comandante del Battaglione Ramina Bedin dei partigiani. Assunsi il comando nel dicembre del 1944.

Il mio quartier generale era a casa mia: ero incaricato dell’area di Schio e Trento.

Avevo un ufficio a Schio per il Quartier Generale del Battaglione.

Franceschini Renzo era membro del mio Comando. Il suo nome di battaglia era “Guastatore”.

Anche Santacaterina era membro del mio Comando. Noi lo chiamavamo “Aldo”: egli aveva un nome di battaglia, penso che fosse “Quirino”.

Fochesato era un membro: il suo nome di battaglia era “Treno”.

De Rizzo era un membro: il suo nome di battaglia era “Polenta”.

Bortoloso era un membro, il suo nome di battaglia era “Teppa”

Canova Gaetano era un membro: il suo nome di battaglia era “Sita”.

Losco Luigi era un membro: il suo nome di battaglia era “Tenace”.

I sette accusati sono i 7 uomini summenzionati. Io li identifico.

Nel maggio-giugno del 1945 io trasferii alcuni del mio battaglione alla Polizia Ausiliaria.

Penso che tutti i sette accusati fossero così trasferiti.

Il mio ufficio a Schio era in via Carducci, come segnato sul grande schema.

Io avevo un ufficio informazione là il 6 luglio 1945. Andavo là ogni giorno, dalle 9 alle 18/19.

Riconosco il nome di battaglia “Attila”. Il nome di “Attila” è Maltauro Ruggero.

Riconosco il nome “Pira”. E’ il soprannome di Igino Piva il cui nome di battaglia era “Romero”.

Riconosco il nome “Nello”¸è il nome di Nello Pegoraro, il cui nome di battaglia è “Guido”.

Nel periodo appena prima del 6 luglio vidi Attila, Piva e Nello al nostro quartier generale a Schio.

Piva e Nello venivano sempre lì a mangiare. Prima del 6 luglio non ricordo l’ultima volta che li vidi, poiché venivano ogni giorno a mangiare.

Nello stesso periodo gli accusati – più o meno tutti loro – vennero al Quartier Generale del Battaglione regolarmente.

Io non ebbi nessuna informazione o notizia di un evento che ebbe luogo al carcere di Schio la notte del 6 luglio.

Verso la fine di agosto nessuno degli accusati venne a casa mia.

Verso il 26 agosto il padre di Sita venne a casa mia.

Un’ora più tardi suo figlio, Sita, venne a casa mia.

Chiese il mio consiglio circa quello che avrebbe dovuto fare. Forse si sentiva innocente per quello che aveva fatto e voleva spiegare quello che spiegò più tardi.

Aveva agito su ordine.

Era disperato per quello che stava apparendo sui giornali. Mi domandò che cosa doveva fare: fui sorpreso perché non avrei mai pensato che si fosse mescolato nella faccenda.

Mi disse che in un primo tempo dovevano agire il 4 luglio; egli andò a casa e non ritornò dicendo che era ammalato. Poi la sera dopo venne giù e scoprì che gli altri suoi compagni avevano deciso di portare avanti il loro piano. Il piano era, mi disse, di entrare nella prigione e portar fuori tre o quattro prigionieri responsabili.

Invece quando arrivarono nel carcere, qualcuno disse che avevano ricevuto ordine di ucciderli tutti.

Gli chiesi perché non ero stato informato prima dell’esecuzione, perché l’avrei sospesa.

Mi disse che io ero già stato informato, pensava, e che il Quartier Generale del Battaglione non esisteva più, così essi presero ordini dai loro ufficiali che erano membri della forza di polizia. Così pensava che non stavano facendo una cosa così brutta, dopo tutto.

Disse che non si sentiva colpevole ed era sua intenzione consegnarsi alla giustizia, perché non aveva agito di sua propria iniziativa, ma su ordini come membro di una squadra di esecuzione.

Io ho un nascondiglio nella mia proprietà – nel fienile – e un tunnel sotterraneo. Si può andare direttamente nel fienile dalla mia casa, senza uscire all’aperto.

Il 29 e 30 agosto, la notte, la polizia venne a casa mia. Bussarono alla porta e un soldato inglese, “Vito” (KNIGHT, n.d.c.), entrò.

Quando cominciarono a bussare Sita era in casa, a letto.

Vito mi disse di mostrargli dov’era l’apertura. Lo aprii e Vito entrò e trovò Sita nel tunnel.

Tornando alla conversazione con Sita, del 26 agosto, Sita non mi disse qual’era il piano di condotta riguardante i tre o quattro prigionieri responsabili.

Egli mi disse che erano un gruppo di 14 o 15, ma non fece nessun nome. Non mi disse chi era con lui la notte del 6 luglio.

 

 

CONTROINTERROGATORIO

Nessuno.

 

 

LA CORTE

 

Non mi disse quanti uomini erano coinvolti la notte del 6 luglio.

Disse che avevano agito in seguito ad ordini ricevuti dai superiori che erano nelle forze di polizia – significa la Polizia Ausiliaria.

Seppi il 26 agosto che alcuni dei partecipanti erano state persone in passato sotto il mio comando.

Seppi questo dai giornali. Non chiesi a Sita, né egli me lo disse.

Parlò di uno o due nomi di battaglia – Tenace, Teppa, Treno, - non ricordo gli altri.

Parlò di quei nominativi in rapporto al piano e alla sua esecuzione.

Egli non disse chi aveva dato gli ordini.

Non disse quale parte Teppa ebbe nel piano, né nessuna altra persona.

Parlò di Guastatore, di R.T., di Romero, di alcuni altri come ingaggiati nel piano, in aggiunta ai tre che io ho nominato.

Mi disse che, quando andò giù, trovò queste persone che avevano già ricevuto ordini per l’esecuzione del piano.

Sì, disse che la notte del 6 luglio, quando egli andò giù, trovò queste persone, delle quali ho dato il nome di battaglia: che essi avevano ricevuto ordine di eseguire il piano.

Non disse che essi abbiano eseguito il piano con lui.

Non disse che essi erano andati alla prigione con lui.

Non menzionò il nome di alcuna persona che andò al carcere con lui.

Non disse cosa aveva fatto dal 6 luglio.

Dopo il 26 agosto gli parlai 2 o 3 volte a casa mia. Parlammo dell’incidente del 6 luglio, riguardo a chi diede gli ordini; pensava che il suo ordine venisse da Piva, ma che Piva lo ricevette da qualcun altro.

 

 

 

18° P.W. – John Valentino giura:

 

Sono un membro del CID, V Armata. Ho investigato sul caso di Schio. Cominciai il caso il 12 luglio.

L’agente Snyder era con me.

Prima visitai le carceri, poi l’ospedale dove erano i pazienti feriti.

Poi interrogai i prigionieri politici.

In questo tempo Franceschini Renzo era stato arrestato (esattamente il 7 luglio nel pomeriggio, n.d.c.).

Era stato in carcere quando cominciai la mia inchiesta.

Il 29 luglio ci fu una seri e di irruzioni: arrestammo Fochesato Antonio, nome di battaglia “Treno”.

Nessuno degli altri accusati ora, furono arrestati nell’irruzione.

All’incirca 66 persone furono arrestate nell’irruzione.

Il 4 agosto ci fu un’altra irruzione: non arrestammo nessuno di quelli accusati adesso, quel giorno; arrestammo alcune persone, ma nessuna risultò essere importante.

Il 6 agosto facemmo un’altra irruzione a Lavarone, che è un campo di riposo dei partigiani. Esso è in provincia di Trento alla periferia della provincia di Vicenza.

Arrestammo Bortoloso Valentino, nome di battaglia “Teppa”, in questa occasione. Ne furono arrestati altri 6, ma nessuno di loro è ora fra gli accusati.

Il 18 di agosto un’altra irruzione a Schio e nei paesi intorno.

In questa irruzione furono arrestati Santacaterina Aldo, nome di battaglia “Quirino”, e De Rizzo Ermenegildo, nome di battaglia “Polenta”, e altri tre.

Il 30 agosto un’altra irruzione, nella quale fu arrestato Canova Gaetano. Alla stessa data fu portato dentro Cavion Giovanni. Non facemmo nessun altro arresto, ma il 5 settembre i CC.RR. arrestarono Losco Luigi, nome di battaglia “Tenace”.

Durante l’investigazione, parlai in parecchie occasioni a Franceschini Renzo. Gli chiesi di dirmi la verità concernente il massacro di Schio. Mi disse la sua storia: il 13 agosto fece una dichiarazione scritta. Prima che lo facesse gli chiesi la verità e gli dissi che avrebbe potuto essere portato alla Corte.

Questa dichiarazione fu scritta in stenografia da un impiegato: fu scritta a macchina; egli lesse quella scritta a macchina e la firmò.

Non gli fu fatta nessuna promessa né minaccia.

Io identifico e presento la dichiarazione fatta e firmata in mia presenza da Franceschini Renzo. Prova 7.

Questa dichiarazione è marcata 2^.

Egli fece un’ulteriore dichiarazione il 4 agosto. Io presento e identifico questa dichiarazione: fu firmata in mia presenza. Non fu usata nessuna minaccia o promessa. Prova 8.

Durante l’investigazione interrogai Santacaterina Aldo il 18 agosto, dopo il suo arresto.

Il 19 agosto egli diede una dichiarazione scritta: gli fu detto che la dichiarazione sarebbe stata usata in Corte. Nessuna minaccia o promessa fu fatta per ottenere la dichiarazione.

Una seconda dichiarazione fu presa lo stesso giorno per chiarificare la prima. Questa dichiarazione prodotta è la sua prima dichiarazione. Fu firmata in mia presenza. Prova 9. Questa seconda è la seconda dichiarazione: fu firmata da lui in mia presenza. Prova 10.

Durante l’investigazione, il 15 agosto, interrogai Fochesato Antonio.

Fece una dichiarazione scritta. Prima che facesse ciò, gli fu detto che sarebbe stata usata in tribunale; non fu usata nessuna minaccia o promessa. La dichiarazione prodotta fu fatta e firmata da Fochesato.

Fu firmata in mia presenza. E’ la sola dichiarazione che egli fece. L’inchiostro sulla prima pagina è una correzione che siglò Fochesato. Prova 11.

Durante l’investigazione interrogai parecchie volte Bortoloso Valentino.

Fece quattro dichiarazioni in tutto. Gli fu detto ogni volta che le dichiarazioni sarebbero state portate in tribunale: non fu fatta nessuna promessa né minaccia.

Io identifico la prima dichiarazione firmata in mia presenza. Prova 12.

Egli corresse i cambiamenti sulla prima pagina.

Io identifico la seconda dichiarazione firmata in mia presenza. Prova 13.

Egli corresse le inesattezze sulla terza e quarta pagina.

Identifico la terza dichiarazione firmata da lui in mia presenza con tutte le correzioni fatte. Prova 14.

Identifico la quarta dichiarazione da lui firmata in mia presenza con le correzioni debitamente fatte. Prova 15.

Durante l’investigazione, il 30 agosto, interrogai Canova Gaetano e fece una dichiarazione.

Nessuna minaccia o promessa fu fatta e gli fu detto che sarebbe stata usata in tribunale.

Egli fece soltanto una dichiarazione. Io la identifico: egli firmò in mia presenza e firmò le correzioni. Prova 16.

Durante l’investigazione, il 6 settembre, interrogai Losco Luigi.

Fece una dichiarazione quel giorno. Nessuna minaccia o promessa: fu avvertito che sarebbe stata usata in tribunale. Identifico la dichiarazione. La dettò ad un impiegato nel nostro ufficio. Fu scritta dall’impiegato e firmata da Losco. Prova 17.

Ero presente all’arresto di Santacaterina Aldo. Noi andammo a casa sua: egli non era in casa, ma suo cugino era a letto. Così andammo a casa di suo cugino. I CC.RR. furono lasciati di guardia alla casa di Santacaterina all’esterno, mentre noi andammo dentro. Mentre eravamo nella casa la nonna di Santacaterina disse che voleva andare in chiesa: così partì. Trovammo Santacaterina che dormiva nella casa di suo cugino.

Lo arrestammo. Non ci disse perché non era a casa sua.

Fui presente all’arresto di Bortoloso Valentino.

Egli era registrato nel campo di riposo, ma noi lo trovammo in una stanza diversa da quella in cui era registrato.

 

 

CONTROINTERROGATORIO

 

Interrogando Losco Luigi, feci di tutto per capirlo, ma se arrivava qualcosa che non capivo, avevo un interprete locale con me.

In tutti gli altri interrogatori era presente uno dei nostri interpreti, sebbene interrogassi gli accusati da solo.

Nella dettatura dei verbali di Losco, li dettava egli stesso. Negli altri casi, se necessario, l’interprete suggeriva le espressioni che dovevano essere usate.

Qualche volta usai gli interpreti per i dialetti.

 

 

NUOVO CONTROINTERROGATORIO

 

Fu soltanto per poche parole particolari che avevo bisogno di un interprete, se erano in dialetto.

 

LA CORTE

 

Il nome dell’interprete è Ortila Gino. E’ disponibile, se richiesto.

In alcuni casi l’accusato lesse le sue dichiarazioni prima di firmarle.

In tutti i casi presero il loro tempo e fecero le correzioni dove necessario.

In tutti i casi, quando essi firmarono, affermarono che le dichiarazioni erano la loro idea degli avvenimenti.

 

 

 

19° P.W. – Theron H. Snyder, giura:

 

Investigatore del CID della V Armata. Ho lavorato al caso di Schio dal 13 luglio.

Ero presente quando Santacaterina Aldo fu arrestato. Era nella casa di suo zio. Sua nonna arrivò mentre eravamo lì.

Durante la mia investigazione interrogai De Rizzo Ermenegildo. Mi servii di un interprete: Victor Turato.

Raccolsi una deposizione da De Rizzo; gli fu detto che la deposizione sarebbe stata usata in tribunale; non gli fu fatta nessuna minaccia o promessa.

Dopo che fu scritta la deposizione e prima che fosse firmata, la deposizione fu letta da De Rizzo.

Identifico la deposizione prodotta. Prova 18.

La firma di De Rizzo fu fatta in mia presenza; la calligrafia della deposizione orginale è quella dell’interprete. Questa è la sola deposizione che De Rizzo fece.

 

 

LA CORTE

 

Penso che De Rizzo fu arrestato il 6 agosto. Noi non l’abbiamo cercato fino alla data del suo arresto.

Fu arrestato a Schio in casa sua.

Non so quando fu arrestato dalla guardia di servizio. (…)

 

(Seguono altre deposizioni di medici dell’ospedale civile di Schio e di Vicenza, n.d.c.)

 

 

Difesa di De Rizzo Ermenegildo.

 

De Rizzo non desidera testimoniare. Neppure la sua accusata.

 

 

1 D.W – Zambon Flora, giura:

 

La sera del 6 luglio ero a casa mia, in via Vittorio Veneto a Marano. De Rizzo Ermenegildo venne alle ore 2030 a casa mia. Era abituato a venire a casa mia. Stette con me quella notte fino alle ore 23,45.

Poi partì e andò a casa.

La mia casa è a 400 metri dalla sua. Marano è a 8 Km da Schio.

La mattina dopo vidi De Rizzo alle ore 06,30/07,00. Guardai l’orologio quella sera quando partì.

 

CONTROINTERROGATORIO

 

Ho sempre conosciuto De Rizzo. Lo conobbi durante il periodo partigiano. Sapevo che era un membro della polizia ausiliaria di Schio.

Non mi parlò mai del suo lavoro. Non mi disse che si supponeva che fosse in qualche altro luogo, quella sera. Non era nervoso.

Dopo l’incidente al carcere di Schio, non mi parlò mai dell’argomento.

Lo seppi la mattina dopo, quando andai in città. Vidi De Rizzo dopo che avevo udito del massacro.

Non gli parlai di questo. Non ero interessata a ciò. Vidi De Rizzo ogni giorno dopo il suo arresto, ma non discutemmo mai dell’incidente di Schio.

 

LA CORTE

 

La sera del 6 luglio De Rizzo venne a casa mia. Zambra Vito e Zambra Libera erano presenti. Non ricordo se c’era qualche altra persona. Essi, Vito e Libera, sono mio padre e mia madre. Penso che fosse presente Carli Antonio. Egli non era un membro della mia famiglia. Tori Antonio non c’era. Penso che fosse presente Scodro Lorenzo. Egli era solito venire una volta per un po’ di tempo.

Penso che venne quella notte. Non penso che Gualtiera Giovanni fosse lì.

Durante la sera De Rizzo era dentro e fuori dalla casa. Egli rimase fuori fino alle ore 21,30/22,00: poi egli entrò. Ci sono 8 stanze nella casa e un giardino. (…)

(la deposizione continua con altri nomi di vicini e conoscenti di Zambon Flora, n.d.c.)

 

 

3° D.W. – Caroti Valerio, giura:

 

Io conosco l’area di Schio. E’ principalmente industriale. E’ stata una delle principali città della provincia che si è opposta al fascismo fin dal 1922.

Ha dato la maggior parte dei partigiani in questa guerra.

Ero comandante della Brigata Val Leogra nelle montagne. Io conosco tutti gli accusati presenti. Ogni accusato apparteneva alla Brigata.

Bortoloso dal giugno del 1944, Losco dal giugno del 1944, De Rizzo dal maggio del 1944.

Quando i partigiani furono membri della Brigata tutti fecero giuramento di fedeltà – lealtà alla bandiera italiana, obbedienza ai superiori, agli ordini, vendetta di morte, espulsione dei Tedeschi e fascisti.

153 partigiani morirono in varie operazioni.

18 furono catturati e uccisi.

10 furono internati a Mathausen, per aver preso parte alla Resistenza.

15 cittadini circa furono torturati e uccisi dai Tedeschi.

Un notevole numero di cittadini fu imprigionato durante il periodo.

17 operazioni di perquisizione furono portate avanti durante il periodo, coinvolgendo 2000 o 15000 uomini.

7 partigiani morirono nelle operazioni di rastrellamento a Monte Magrè.

22 partigiani e 4 civili morirono nelle operazioni di rastrellamento a Posina.

Conoscevo il partigiano Piva.

L’anno scorso, dall’ottobre del 1943 egli comandava un settore partigiano: nel maggio del 1944 un battaglione. Nel giugno del 1944, Piva prima andò a Padova, poi in Lombardia. Tornò a Schio verso il 15 giugno 1945.

Quando tornò, egli ricevette grandi decorazioni. Egli godeva maggior rispetto degli altri capi, perché aveva combattuto in tutto il mondo – in Spagna e in Argentina.

Fu il primo a formare le unità partigiane sulle montagne di Schio.

Funerali di partigiani a Schio ebbero luogo al primo e al 3 maggio con 45 corpi. La popolazione aveva la più grande ammirazione per i partigiani e odiava i fascisti.

I partigiani aiutarono a evitare atti violenti contro i fascisti, perché questi erano gli ordini.

Nei primi giorni furono arrestati molti fascisti. Fra i fascisti c’erano molte spie che si opposero al funzionamento delle unità partigiane.

Come risultato del ritardo nella procedura giudiziaria contro i fascisti, la gente si mostrò malcontenta.

Essi mostrarono il loro malcontento protestando verso i partigiani perché i fascisti stavano ancora vivendo bene. Molti fascisti furono liberati senza buone ragioni.

In molti casi le famiglie di questi fascisti furono apertamente derise dai partigiani.

Quando la notizia delle morti di Mathausen arrivò, la popolazione chiese giustizia immedata.

Ci fu una dimostrazione.

Il dottor Vescovi era fra i prigionieri. Quando i partigiani vollero falsi documenti di lavoro dal Lanificio Rossi, Vescovi rifiutò che fossero loro dati. Egli era il capo della fabbrica.

L’inverno del 1944/45 fu molto rigido: la vita dei partigiani trascorreva nelle grotte, molto dura e difficile.

I partigiani erano scoraggiati tanto che alcuni volevano abbandonare la lotta.

Radio Londra e Radio America li sostenevano.

Nelle montagne, anche fra gli stessi partigiani, praticammo la “legge marziale”.

Ci furono due esecuzioni per disubbidienza. Applicammo la stessa procedura per le spie fasciste che noi catturammo.

L’accusato Bortoloso è il più valoroso (Teppa). Ha fatto molti atti di coraggio. Ha dato esempi. Era il più disciplinato dei partigiani, il più ubbidiente agli ordini.

Conosco Fochesato. Fu catturato dai Tedeschi l’8 settembre. Quando tornò fu accolto con molti “Benvenuto”.

Il dottor Vescovi, secondo la pubblica opinione era responsabile di aver mandato dieci persone a Mathausen.

 

 

CONTROINTERROGATORIO

 

La mia Brigata fu sciolta il 15 maggio del 1945. Dopo quella data appartenni alla polizia partigiana: fui incaricato dal quartier generale della divisione Garemi per badare alle formazioni della polizia partigiana.

Io ho 24 anni, sono nato nel 1924. Mio padre e l’intera popolazione mi raccontarono che dal 1922 la città era antifascista. (…)

Non so dove Piva abbia combattuto in Argentina. Me lo raccontò lui.

Feci fare una dichiarazione il 9 agosto – che un uomo chiamato Perrin non aveva preso parte all’esecuzione a Santorso nel maggio 1944.

Io feci dire “Perrin Antonio è stato mio amico e io ero assolutamente certo che contro di lui non c’era nessuna accusa”.

Nessun ordine di morte o di rapida giustizia verso i fascisti fu mai dato ai partigiani, durante il governo militare. Gli ordini furono ordini di tempo di guerra e finirono con la guerra.

So molto poco su quello che i fascisti furono accusati di aver fatto.

La mia dichiarazione che molti fascisti furono liberati ingiustamente era basata su quello che mi diceva la gente, che costituisce il municpio dove era il CLN.

Io ero un membro della polizia ausiliaria, ma non feci niente contro i fascisti in libertà perché noi potevamo collaborare soltanto con i CC.RR. e non avevamo nessun potere di arresto.

Io non li menzionai in nessun caso perché non avevo nessuna accusa specifica contro nessun fascista. Era la gente che parlava delle loro colpe.

Ero un membro della stessa polizia ausiliaria degli accusati.

Io non udii niente del piano, prima del 6 luglio o in quel giorno.

Più tardi vidi “Attila” verso il 26 – 27 luglio, nella caserma della scuola Marconi.

 

 

LA CORTE

 

 

Io ho parlato a tutti gli accusati dall’incidente e riguardo ad esso.

Non ricordo ciò che tutti essi dissero riguardo a ciò.

Parlammo di questo in genere e non individualmente.

A Franceschini Renzo non parlai, poiché era stato arrestato lo stesso giorno.

Da quello che ho udito, nei riguardi di un terzo della gente uccisa o ferita, non c’era nessuna accusa contro di loro.

 

 

4° D.W. – Cogollo Alessandro, giura:

 

Ero partigiano dal 10 settembre 1943. Al principio ero soltanto un partigiano, poi “commissario di Brigata”.

Conosco gli accusati. Ero nella formazione Garibaldini.

Tutti fecero giuramento di lealtà e di continuare la lotta fino alla cacciata del nemico e di obbedire agli ordini dei superiori.

Questa parte del giuramento era rigidamente osservata.

Se essi erano disubbidienti vi era una grande severità contro i partigiani. Era una forma di giustizia, di disciplina militare, usata contro i partigiani e le spie.

I partigiani erano principalmente preoccupati delle azioni che i fascisti stavano facendo, collaborando con i Tedeschi.

La maggior parte della popolazione aiutava i partigiani, ma una piccola parte faceva minacce contro l’esistenza dei partigiani.

Dopo la liberazione, la parte della popolazione che era stata di aiuto ai partigiani era dispiaciuta che non fossero prese misure urgenti contro i fascisti.

Questa era l’atmosfera che esisteva a Schio. Non ricordo se ci fu qualche dimostrazione pubblica. Ci furono manifestazioni dopo la tragica notizia di Mathausen e pure al funerale dei nostri Garibaldini.

Noi partigiani avemmo prigionieri a Mathausen: essi furono torturati e morirono lentamente.

Quando eravamo nelle montagne lo apprendemmo alla radio.

Non posso dire specificatamente che ci fosse fermento a Schio prima del 6 luglio. Penso che l’incidente di Schio fu il risultato della sensibilità popolare.

 

 

CONTROINTERROGATORIO

 

 

Al 6 luglio ero vicecomandante della Brigata.

Io per primo seppi dell’incidente, la notte dell’incidente.

Poi qualcuno venne a chiamarmi verso le ore 01,00/15. Non seppi come sapessero di ciò.

Parlai al commissario della divisione e decidemmo di fare un’inchiesta.

Avevo molto da fare col mio lavoro e non potei fare l’inchiesta io stesso.

In un primo momento seppi che un membro della mia divisione era coinvolto, attraverso i giornali.

Seppi dell’arresto di Franceschini, ma non ricordo quando ne venni a conoscenza.

Certamente lo seppi verso il 29 luglio.

Non seppi perché era stato arrestato.

Non sapevamo a chi chiedere di indagare perché era stato arrestato.

Né lo sapemmo, né tentammo di sapere chi lo aveva arrestato.

E’ vero che era stato un Garibaldino: ma sapevo che apparteneva alla polizia ausiliaria, in quel tempo.

Non udii niente riguardo all’incidente di Schio, prima che avesse luogo.

 

(seguono altre deposizioni di vicini di casa di Franceschini Renzo, ecc., n.d.c.)

 

La difesa chiude il caso.

 

LA DIFESA PARLA

 

(La difesa produce copia del codice militare penale dei partigiani e stabilisce che un argomento sarà basato su questo) Prova 22.

L’accusato deve essere giudicato nelle circostanze esistenti. Gli orrori degli ultimi due anni, torture, morti, ecc. “una dolorosa, ma logica sequenza del passato”.

Io mi occupo di Losco e De Rizzo.

 

De Rizzo

Proposta per proseguire che sotto l’articolo 110 egli sarebbe stato riconosciuto a conoscenza di ciò che stava per accadere, ma non disse niente.

 

Losco

Tre accuse contro di lui.

Niente è provato contro di lui. Nessun testimone lo ha nominato. Egli negò questo. La “sola evidenza” è la confessione del suo coimputato. Nessun coinvolgimento giudiziario, niente giuramento detto a terze persone. Indirette, non dirette le testimonianze.

Inoltre sono molto contraddittorie e brevi e confuse.

Franceschini non lo nomina. Gli altri tre nominano solo “Tenace” come un partecipante, senza nessun particolare, o dicendo ciò che fece.

Inoltre essi danno un esatto dettaglio di ciò che fecero gli altri.

Bortoloso dice che Tenace aveva un cappello da alpino. Questo è contraddetto da Facchini Guido e Fantini Mario che dicono che Franceschini era quello che indossava il cappello. L’accusato era mascherato.

Bortoloso dice che trovò i suoi compagni già mascherati.

Inoltre tutti i partecipanti erano in uno stato mentale agitato e potrebbero non dare una visione esatta e potrebbero anche avere torto.

Inoltre l’altro accusato pensava che egli fu invitato, può avere in buona fede scambiato qualcun altro per lui.

L’evidenza è troppo lontana per emettere la sentenza di morte di un uomo.

Noi tentammo di trovare un testimone che confermasse la deposizione Losco alla polizia.

La sola testimone era la sua fidanzata che è malata e comunque non ricorda la data.

 

De Rizzo

L’articolo 110 parla di concorso. La partecipazione richiede una partecipazione reale o aiuto.

Se l’accusa deve essere basata sull’insuccesso di riferire la trama, questo almeno deve ricadere sotto l’articolo 328 di 361.

Ma questi articoli non sono applicati. Inoltre nelle notti precedenti gli fu detto degli stessi piani, ma non accadde niente.

Egli non poteva aspettarsi di prevedere che ciò sarebbe accaduto quella notte, o di prendervi parte.

L’articolo 361 si riferisce soltanto alle colpe che sono già state commesse.

 

Santacaterina e Canova

Due giovanotti, scesi dalle montagne nei primi giorni della liberazione, pensavano che la legge della montagna valesse ancora.

Niente dimostra che Canova partecipasse materialmente alla sparatoria. La sua lettera all’Arciprete di Schio prova che non lo fece.

Egli doveva obbedire ad un ordine – da Attila – al quale aveva dato giuramento di obbedienza.

Al momento cruciale si ribellò contro la morte. Lui stesso non gli avrebbe permesso di completare il crimine. Cavion lo descrive come un’anima in agonia. Inoltre Cavion nella sua dichiarazione non era “sicuro”. Egli era confuso.

Circostanze attenuanti, come dimostrate qui, riducono la pena. Articolo 114.

Santacaterina non sparò. La pena dovrebbe essere ridotta.

 

 

Franceschini e il caso generale

 

Porta la prova 23. Fotografie di altri patrioti morti. (Restituiti alla difesa per il museo dei patrioti).

A Vicenza, dopo la liberazione, non ci fu nessun bagno di sangue. I partigiani obbedirono alle disposizioni del AMG.

La gente del nord non ha dimenticato la sua tradizione di civiltà. L’incidente di Schio offende noi Italiani.

Alcuni giovani italiani riattivarono la crudeltà delle loro nature. Il loro crimine è la logica conseguenza della guerra in tutti i continenti. Un uomo in guerra impara ad uccidere: dopo la guerra non può immediatamente essere imbrigliato. I nemici dei patrioti generalmente erano fascisti e spie, guidavano la guerra civile. Lo spirito della guerra civile non può essere cancellato in un momento. I partigiani conservarono la fede durante gli orrori dell’inverno e a dispetto del terrore, perché aspettavano la libertà dalla tirannia tedesca.

Quando scesero dalle montagne e videro i fascisti ancora liberi essi furono stupiti e oltraggiati. Alcuni di quelli nel carcere di Schio potrebbero non aver avuto colpe specifiche contro di loro, ma essi erano gli autori dei crimini fascisti.

Il loro arresto da parte della teppaglia lo prova.

Non c’è nessuna evidenza al di fuori dei 7 accusati che spararono ai prigionieri.

C’è soltanto una identificazione, quella di Franceschini.

Ma queste stesse identificazioni sono senza valore.

Egli fu riconosciuto “dalla sua andatura”, dal suo atteggiamento quando era ancora seduto.

Potrebbero gli uomini, dopo essere passati attraverso quel quarto d’ora, fare un chiaro resoconto di ciò che accadde?

Sarebbe veritiero?

Poi le contraddizioni sulla sua maschera e i suoi occhiali.

Le confessioni non dovranno essere accettate senza prove.

Diversamente esse non hanno nessun valore probativo.

Esse erano fatte per nascondere i veri colpevoli.

Prova non sufficiente

 

 

(la difesa continua con argomenti di natura tecnico- giudiziaria, argomentando e basando la strategia difensiva sugli articoli del Codice Penale, n.d.c.)

Difesa: La sentenza di morte non deve essere applicata.