La "Grande Paura"

 

Una sinistra riformista in preda al panico, pietrificata e demoralizzata, circondata dai "sanculotti" della Lega che punta allo sfascio per acchiappare il Potere che le era sfuggito

 

di Giorgio Marenghi

 

Primavera del 1789. Francia. Regna sul trono Luigi XVI, dinastia dei Capetingi. Nelle campagne i contadini si aggirano armati di forconi, vecchi fucili e bastoni. Sono gruppi di appartenenti alle comunità di villaggio e sono decisi ad opporsi ai “briganti”. Nelle stesse ore i nobili prendono provvedimenti per la loro sicurezza, serrano i castelli oppure, ed è più frequente, si spostano velocemente in regioni del Paese meno coinvolte dal subbuglio sociale. Alcuni decidono di emigrare.

 

Il fenomeno, che avviene nei mesi prima dell’attacco di una folla inferocita alla Bastiglia (vecchio carcere-fortezza simbolo del potere coercitivo) gli storici lo hanno chiamato la “grande peur”, la Grande Paura. Ed è la sensazione principale che attraversa tutto il corpo sociale, tutte le classi, gli Ordini, in cui era organizzata la Francia.

 

Il ricco aveva paura del povero, il povero pensava che il ricco si stesse armando per fargliela pagare, dappertutto correvano “voci”, infondate ma che producevano effetti devastanti. Il panico, l’ansia prendevano anche i corpi intermedi della società francese, i Tribunali, le Amministrazioni locali, addirittura l’esercito gradualmente si scopriva febbricitante e gli ufficiali faticavano parecchio a farsi ubbidire dai soldati. Soldati che in molti casi abbandonavano i reggimenti e se ne tornavano a casa dove trovavano la “Grande Paura” che si era stanziata anche nei loro villaggi.

 

Già, la “Grande Paura”, atto primo della Rivoluzione francese. Una parola che facilmente trasvola e supera epoche e paesi. Fino a giungere tra di noi, che anzi l’abbiamo sempre coltivata ma non ne siamo stati coscienti. Sono passati i secoli, il Novecento con le sue innumerevoli guerre ce lo siamo lasciato alle spalle ma la “Grande Paura” ci ha inseguito, nella società del benessere ora fa capolino facendoci ripiombare, seppur in modi diversi, nella stessa situazione dei villaggi della Francia pre-rivoluzionaria.

 

Oggi, autunno 2019, con questa situazione politica che ben conosciamo, ci sentiamo tutti, ricchi o poveri, piccolo borghesi o imprenditori, funzionari o parlamentari, uomini di partito e leaders di governo, avvolti da una nebbia che non promette nulla di buono. L’ansia sociale, la paura come sentimento collettivo si sta facendo strada producendo trasformazioni gravi e corrosive del vivere sociale.

 

In gran parte la paura del 2019 è dovuta alle incertezze economiche, ma il mondo politico sta scoprendo che non di solo Prodotto Interno Lordo si compone la Paura, la stabilità esistenziale e politica, infatti, sta traballando per una serie di altri motivi. Su cui vale la pena indagare.

 

Il confronto-scontro politico ha cambiato natura. Dopo la caduta del muro (crollo del Comunismo – 1989) a due secoli dalla Grande Paura francese (una coincidenza diabolica), sembrava che un ostacolo fosse stato rimosso, ora si poteva mettere mano ad un riformismo serio che avrebbe dovuto rimediare ad un’epoca di “guerra fredda”.

 

Non è stato così. L’economia internazionale e il dissesto africano, provocato per interposta persona da regimi corrotti, ha terrorizzato interi popoli che lentamente si sono messi in cammino, lasciando villaggi dove spadroneggiavano bande armate e pandemie infettive, dando inizio ad una immigrazione caotica verso l’Europa e il nostro Paese in particolare.

 

Noi, che abbiamo sempre vissuto un tantino oltre le nostre effettive possibilità, ci siamo ritrovati a dover fare i conti con un enorme debito pubblico. Il paesaggio sociale della globalizzazione, fenomeno mondiale che aveva intanto svuotato le fabbriche e cambiato brutalmente i bisogni e i redditi della popolazione, era irriconoscibile. L’operaio-massa degli anni 70 aveva lasciato il posto ad un disperato (senza tutela sindacale) in cerca di un qualsiasi lavoro sottopagato.

 

In questo vuoto di tutele sindacali, in queste lande ove si riciclavano tutte le figure sociali del Novecento, trasformate e frastornate, sorgeva una società ancora più ingiusta, dove trionfava un individualismo esasperato, un razzismo che si sentiva giovane e violento, e una instabilità psicologica che frantumava vecchie solidarietà, divenute orpelli inutili e simboli di un’epoca finita.

 

E la Paura ha trovato il suo mondo, ha piantato i suoi paletti, ha motivato scelte politiche, ha fatto riaffiorare vecchie ideologie della destra più estrema.

 

Anche il movimento della “Padania”, autonomista prima che federalista, ha toccato il vertice del suo successo con la leadership di Bossi, tramontata poi rapidamente a causa di illeciti finanziari.

 

Anche nel mondo del Leghismo della prima ora la “Grande Paura” ha prodotto i suoi guasti. Il personale politico è cambiato, si sono fatte avanti le seconde fila del movimento che ha trovato sempre più nell’immigrazione, e nell’abbraccio (coltivato in silenzio) con l’estrema destra, il carburante politico per un vero assalto al Potere.

 

La virata, sempre sostenuta dalla “Grande Paura” ha trasfigurato i rapporti politici, ha fatto trionfare un modo di relazionarsi fondato sulla violenza verbale e sulla “strategia del fango”.

 

Per irrobustire questa strategia occorreva recuperare i vecchi fantasmi andati giù con il crollo del Muro del 1989. E così il binomio COMUNISMO-IMMIGRAZIONE ha contribuito a rifondare il movimento leghista proiettandolo, con la regia di Matteo Salvini, su scala nazionale.

 

Il resto degli avvenimenti lo conosciamo, i governi che si sono succeduti, alcuni giudicati “abusivi”, altri volatilizzatisi per inconsistenza, hanno avvicinato il momento del balzo in avanti della Lega e dei gruppetti della destra extraparlamentare (Forza Nuova e Casa Pound), quest’ultimi privi di un seguito consistente ma pronti a fomentare scontri e a fornire un supporto politico per la grande spallata della Lega ormai “Nazionale”.

 

L’ultimo anno (il 2018) è passato e ha prodotto guasti gravi. Ora la “Grande Paura” può finalmente giocare sul suo terreno: il programma politico della destra che cavalca la “Grande Paura” si fonda essenzialmente sull’ideologia dell’esclusione. Il leghismo infatti interpreta il rifiuto dei “Poteri Forti” (e dell’Europa) come i contadini delle campagne francesi e i “sansculottes” (sanculotti) delle città.

 

Allora la lotta si basava sul rifiuto della Nobiltà, dell’autorità monarchica, e circondava i centri del Potere disgregandone la capacità di resistenza.

 

Psicologicamente il Potere Monarchico era a terra, in preda al panico non riusciva più a mobilitare nessuna forza politica o militare che frenasse la rivolta della popolazione.

 

Oggidì dopo il “Ribaltone” dell’estate (il passaggio dal governo Conte 1 al governo Conte 2) il leghismo sta guadagnando il consenso di vaste masse popolari, soprattutto nelle ex “Regioni rosse”. E perfino i leaders del Partito Democratico si stanno convincendo che un’ondata neo-ideologica (insensibile ai programmi e ai ragionamenti razionali) molto probabilmente spazzerà via anche le ultime resistenze, soprattutto in Emilia Romagna.

 

La “Grande Paura” sta concludendo il suo percorso, ha provocato e sta provocando il panico, l’ansia, ma soprattutto una paralisi e una pietrificazione del discorso politico riformista della sinistra.

 

La sinistra, che non è comunista, deve affrontare un avversario che la rifiuta non per i suoi programmi economici o culturali, ma in quanto “comunista” e responsabile di tutto il male provocato da una “invasione” di migranti, lasciati liberi (secondo la narrazione della destra) di fare quello che vogliono.

 

Se poi questo non è vero ci pensa la comunicazione leghista a usare la “Grande Paura”. I “sanculotti” odierni vengono mobilitati sul caso di Bibbiano (abuso del potere sui bambini-uscito ridimensionato ma affibbiato ad un intero partito e area culturale), sull’assalto alle Regioni, ecc.

 

Per fare un esempio ecco la “Grande Paura” cosa afferma sul caso delle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna: “BASTA PD! - L’Emilia Romagna è di tutti!” - Uno slogan facile ma che non ha senso logico, se l’Emilia è di tutti lo sarà anche del PD, poi sulle percentuali con le quali ripartirsi l’Emilia-Romagna ci penseranno gli elettori. O no?

 

Ecco, questo è il percorso della “Grande Paura”, che noi abbiamo esaminato come fenomeno politico.

 

Ma come abbiamo cercato di spiegare ci sono molti fattori psicologici che entrano soprattutto nel linguaggio della comunicazione: si rifiuta l’avversario, si rifiuta di parlare di cose concrete, ci si concentra sulla lotta al COMUNISMO e all’IMMIGRAZIONE. Che poi sono i due “prodotti” leader della “Grande Paura”.

 

Giorgio Marenghi, 8 novembre 2019