CHI HA UCCISO ALDO MORO?

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Le responsabilità di Cossiga e Andreotti

Il libro del giudice Imposimato: "Doveva morire"

 

 

di Gianni Giolo

 

Un mistero ancora irrisolto l’uccisione di Aldo Moro, dopo valanghe di documenti, tanti libri e un gran numero di processi. Lo stesso destino del presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Chi non ricorda il 16 marzo 1978 quando fu annunciata, da una edizione speciale del Telegiornale, la cattura di Aldo Moro da parte delle Br?

 

E lo stesso accadde in tutto il mondo il 22 novembre 1963 quando si apprese dell’attentato al più popolare Presidente degli Stati Uniti? Chi non rammenta la voce turbata ed alterata di Paolo Frajese che si sforzava di fare la cronaca dell’eccidio sul luogo della strage? Ci sono delle analogie fra la morte di Kennedy e di Moro? No, ufficialmente, ma tutte e due hanno in comune la fretta e la faciloneria con cui le due morti sono state archiviate.

 

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Alcune immagini dell'agguato di Via Fani, le macchine e un particolare scatto sugli uomini della scorta 

 

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Altre due immagini del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro a Roma in Via Caetani

 

 

E’ stato solo Lee Harvey Oswald a sparare al Presidente? E sono state solo le Brigate rosse ad agire contro Moro? In America la Commissione scelta dalla Camera dei deputati sui casi di assassinio ha concluso i lavori sostenendo che l’omicidio del Presidente era stato frutto di un “complotto”. In Italia due commissioni parlamentari d’inchiesta e una serie infinita di processi hanno messo in luce i lati oscuri, le incongruenze, i misteri che avvolgono ancora oggi il caso Moro.

 

E’ noto che lo statista, finita la tragica esperienza di collaborazione politica con i socialisti, voleva portare  al governo il partito comunista di Enrico Berlinguer. Disegno politico osteggiato da buona parte del potere statale e dall’America di Kissinger.

 

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A premere il grilletto nell’uccisione di Moro ufficialmente sono state le Brigate rosse, ma i veri mandanti occulti dell’omicidio sono state quelle forze italiane straniere che si opponevano al disegno politico di Moro. In primis l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e più di lui il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, che furono i più convinti fautori della “linea della fermezza” che si oppose a qualsiasi trattativa per salvare la vita dello statista.

 

Quanti erano i brigatisti che spararono a Via Fani? Non si conosce il numero preciso. Poi c’è il caso Cossiga, che non affidò le indagini a due grandi investigatori come Santillo e a Dalla Chiesa, ma creò un ufficio su misura, l’Ucigos, che doveva   riferire solo a lui, che si circondò di personaggi che agivano al fine di indurre le Br a eliminare l’ostaggio, mentre il comitato di crisi ufficiale si univa solo per lavori di routine.

 

Poi le interferenze di altri Stati come gli americani e i sovietici, della Raf, della Stasi, della polizia politica della Germania. Poi la scoperta del covo di via Gradoli, il falso comunicato delle Br che cercava il corpo di Moro sul fondo di un lago coperto da una grossa lastra di ghiaccio.

 

Scrive il giudice dell’inchiesta Ferdinando Imposimato, nel libro “Doveva morire”, che “Aldo Moro era finito al centro di una convergenza di interessi che aveva stabilito, forse ancora prima che venisse rapito, che quell’uomo “doveva morire”.

 

Le testimonianze di due artificieri sostennero che Cossiga si trovava già in via Caetani, diverse ore prima che si diffondesse la notizia che il cadavere dello statista stava nel bagagliaio della Renault 4. Questo per dire che il corpo di Moro era stato forse scoperto prima della famosa telefonata di Valerio Morucci al prof. Aldo Tritto, collaboratore dello statista democristiano.

 

Il giornalista Paolo Cucchiarelli scoperse che i due motociclisti misteriosi che transitarono più volte in via Fani in sella a una Honda, erano uomini dei servizi segreti che avevano il compito di fare in modo che il sequestro andasse a buon fine. Si trattò di un sequestro di Stato? Che faceva in via Fani, la mattina della sparatoria, Camillo Guglielmi, colonnello del Sismi? Costui, interrogato, rispose che “stava andando a pranzo da un collega”. Alle 9 del mattino?

                                              

UN PAESE SENZA MEMORIA

 

Nel 1978 Leonardo Sciascia disse che l’Italia è “un paese senza memoria e senza verità”. Lo era allora, lo è ancora adesso.  Il caso Moro è il caso più eclatante dei misteri d’Italia, la sentina di tutte le manovre occulte dei servizi segreti, delle logge massoniche segrete, delle alleanze internazionali segrete, dei giochi di potere segreti dei politici, del terrorismo, della criminalità organizzata e delle bande criminali. 

 

Dopo la morte dello statista democristiano (9 maggio 1978), il 18 maggio dello stesso anno, fu assegnata a Ferdinando Imposimato, con Rosario Priore, Claudio D’Angelo e Francesco Amato, l’inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro (del caso si sono occupate anche la Commissione Stragi e la commissione specifica su Moro).

 

Molti documenti di vitale importanza sono stati occultati, o consegnati con 15 anni di ritardo dal ministro Vincenzo Scotti nel 1992. I documenti inviati da quest’ultimo non furono mai consegnati alla magistratura. Molti altri sono definitivamente scomparsi.

 

Il libro citato del giudice Imposimato cerca di rispondere a una fondamentale domanda: “Perché il presidente Dc non è stato salvato?”. Nel sequestro dello statista era chiaro il ruolo pubblico delle Br, ma non è altrettanto limpida l’azione delle forze politiche italiane e estere che cercarono di contrastare e impedire la realizzazione dei suoi piani politici.

 

Il mistero dei misteri fu la scoperta da parte della polizia italiana dell’appartamento di Via Montalcini, dove Moro era stato tenuto prigioniero per 55 giorni. Su questo fatto di capitale importanza si è tenuto un silenzio assoluto.

 

Un altro mistero fu il fatto che la Procura generale di Roma avocò a sé l’inchiesta che stava conducendo la Procura della Repubblica della capitale, impedendo in tal modo qualsiasi attività investigativa.

 

C’è poi il mistero della strage di via Fani. Quanti erano i brigatisti? Quanti proiettili sono stati sparati? Quante armi sono state usate?

 

Poi c’è il mistero dei consulenti utilizzati: un agente della Cia e della P2, un agente americano legato a Kissinger e al Dipartimento di Stato Usa. E la presenza di un funzionario del Kgb, della Stasi, la polizia politica della Germania dell’Est. Non è significativa quindi la partecipazione di agenti della Cia, del Kgb e della Stasi nello stesso tempo? Americani e sovietici avevano interesse a contrastare i piani di Moro? Un sequestro un po’ troppo affollato? Quanti misteri ancora, dopo un gran numero di processi e due commissioni parlamentari d’inchiesta? Dopo tanti anni, migliaia di carte e documenti si pensa ancora che si possa giungere alla verità? E su tutte le altre stragi da quella di Piazza Fontana a quella di Bologna si è mai giunti alla verità? O dobbiamo concludere con Sciascia che l’Italia è un pase senza memoria e verità?

                                              

LA PRIGIONE DEL POPOLO

 

Dove è stato tenuto in ostaggio Moro per 55 giorni? In uno o due appartamenti? La cosiddetta “prigione del popolo” è stata realmente cercata dalle forze di polizia? O ci furono dei personaggi che ne hanno ostacolato la scoperta?

 

La Commissione parlamentare d’inchiesta sostenne di non essere “riuscita a individuare con certezza il luogo”. Si sono ipotizzate diverse località: via Montalcini, un’ambasciata a Roma, il ghetto di Roma, Acqui Terme. L’appartamento di via Montalcini era intestato a Laura Braghetti, la vivandiera delle Br, arrestata il 28 maggio 1980, insieme con Salvatore Ricciardi e Giannantonio Zanetti. 

 

Era stato acquistato nel giugno del 1977 dalla brigatista (che però non aveva mai registrato il trasferimento di proprietà), condiviso con Prospero Gallinari (a lungo ritenuto l’ingegnere Maurizio Altobelli) e frequentato da Mario Moretti, il capo delle Br, dopo l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini. Rimase alla Braghetti fino al 1978. 

 

L’incarico di rintracciare i brigatisti che frequentarono l’appartamento fu assunto dalla Ucigos, una speciale struttura del Viminale creata all’inizio del 1978 dal ministro dell’Interno Cossiga. La Braghetti era conosciuta da Manfredo Manfredi, amministratore del condominio di via Montalcini, il quale disse che parlava pochissimo e rispondeva a monosillabi.

 

La moglie di Manfredi fu avvicinata, dopo il trasloco della Braghetti (agosto 1978), da funzionari dell’Ucigos, che chiesero informazioni sulla coppia Braghetti-Altobelli. Quindi costoro conoscevano l’appartamento, dopo l’uccisione di Moro.  Perché non informarono la magistratura? Altra testimonianza di un’inquilina dello stesso appartamento, la prof. Stefania De Seta, la quale disse che i funzionari dell’Ucigos le avevano assicurato che l’appartamento sarebbe stato perquisito, cosa che in realtà non fu mai fatta.

 

La professoressa disse inoltre di aver visto la Braghetti all’Università di Roma (facoltà di Scienze politiche), vicino al luogo dove era stato assassinato il vice presidente del Csm, Vittorio Bachelet. Altra testimonianza dell’inquilino Vincenzo Signore: disse che il proprietario dell’appartamento il dott. Raggi l’aveva venduto alla Braghetti e che qualche tempo dopo erano state poste grate di ferro a tutte le finestre.

 

Tutti particolari che inducono ad affermare che l’appartamento di via Montalcini fu veramente il luogo della prigione di Aldo Moro. Ma come mai di questi interrogatori dei funzionari dell’Ucigos su la Braghetti e sul sedicente Altobelli non risulta alcuna traccia nei rapporti della polizia?  Allora il giudice Imposimato per avere delle spiegazioni, si rivolse direttamente all’Ucigos.

 

Rispose il responsabile Gaspare De Franceschi con una lettera che non rispondeva alle domande, non forniva i nomi degli investigatori, ma addirittura dichiarava che la Braghetti non “era legata agli ambienti del terrorismo”. Vi fu inoltre un’importante testimonianza dell’inquilina Graziana Cicconi in Piazza che aveva notato nel garage dell’appartamento una Renault 4 rossa parcheggiata nel garage di via Montalcini, del tutto simile a quella in cui fu trovato il cadavere di Moro. L’Ucigos interrogò tutti gli inquilini dell’appartamento eccetto i coniugi Piazza. Come mai? Perché la Ucigos era arrivata a un passo dalla prigione dello statista e poi si era fermata?

                                              

L’UCIGOS CREATO DA COSSIGA

 

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Perché Cossiga, ministro dell’Interno, creò questo organismo che rispondeva solo a se stesso? Perché aveva la funzione di comportarsi come un servizio segreto?

 

Nato come articolazione superiore della polizia, l’Ucigos venne creato il 31 gennaio 1978, un mese e mezzo prima del sequestro di Moro. Cossiga emanò un decreto che scavalcò la riforma dei servizi segreti varata da poco e istituì un nuovo organismo, chiamato Ufficio centrale per le investigazioni generali e per la operazioni speciali.

 

Esso era formato esclusivamente da appartenenti all’amministrazione dell’allora Pubblica sicurezza (oggi polizia di Sato), aveva amplissime competenze che andavano a sovrapporsi a quelle del Sisde, il servizio segreto civile. Quale era il suo compito?  Raccogliere informazioni relative alla situazione politica, sociale ed economia del Paese; prevenire e ristabilire l’ordine pubblico; investigare per la repressione e la prevenzione dei reati contro l’ordine pubblico, dei reati di terrorismo e contro la sicurezza dello Stato; effettuare atti di polizia di sicurezza, di polizia giudiziaria; dare supporto operativo alle strutture di Sismi e Sisde, ossia ai due servizi segreti appena introdotti dalla riforma dell’intelligence italiana. L’Ucigos rispondeva direttamente al capo della polizia, ma di fatto al solo ministro.  

 

Con questa creazione Cossiga probabilmente voleva smantellare l’Ispettorato antiterrorismo e allontanare poliziotti di primo piano come il questore Emilio Santillo che lo dirigeva. Quest’ultimo fin dal 1974, era venuto a conoscenza della Loggia P2, che tanta parte avrà nella gestione del sequestro Moro e soprattutto nella sua tragica conclusione, e aveva monitorato l’attività del suo capo Licio Gelli.

 

Santillo, già dal 1975, aveva dato notizie precise alle autorità politiche della pericolosità di questa struttura massonica che verrà scoperta ufficialmente solo 6 anni dopo nel 1981.

 

Chi criticò aspramente l’Ucigos fu il deputato Stefano Rodotà: “Questo organismo non appare in linea con la logica della riforma e la sua costituzione rese non più spiegabile lo scioglimento dell’Ispettorato contro il terrorismo e la dispersione del patrimonio di conoscenze e professionalità dei suoi cento operatori”.

 

Non si volle, secondo il parlamentare, un incisivo intervento dell’apparato giudiziario e si preferì invece, nella vicenda Moro, seguire canali diversi: “Si tratta di fatti di una tale gravità che avrebbero meritato lo svolgimento di una inchiesta da parte del ministero competente e dell’organo di autogoverno della magistratura”.

 

Eliminati esperti del calibro di Santillo, Cossiga volle accanto a sé il piduista Walter Pelosi, stretto collaboratore di Federico Umberto D’Amato, direttore dell’Ufficio affari riservati del Viminale, legato a sua volta a Cossiga. A proposito dell’allontanamento di Santillo Massimo Teodori, relatore della Commissione P2, disse (riassumo il pensiero non le parole esatte): “Se ci fosse stato Santillo, probabilmente il corso della vicenda Moro avrebbe potuto essere diverso. La messa fuorigioco del suo Ispettorato rimane un mistero: uno dei tanti del caso Moro. Fu l’episodio più grave funzionale all’esito tragico della vicenda”.

                                              

I SEQUESTRI DI PERSONA

 

La stagione dei sequestri di persona incominciò nel 1975, tre anni prima del sequestro Moro. Era una specialità della criminalità sarda e calabrese. Il 15 aprile di quell’anno venne rapito a Roma Gianni Bulgari, il gioielliere più noto al mondo, poi seguirono quelli di Amedeo Maria Ortolani, presidente della Voxon, di Alfredo Danesi, industriale del caffè, di Natalina Ziaco, farmacista di Pomezia, di Marina D’Alessio, figlia di un imprenditore, di Renato Filippini, costruttore edile e di Anna Maria Montani, una bambina di 11 anni, figlia di un commerciante.

 

Tutti avvenuti a Roma. Nell’estate del 1975 il giudice Imposimato venne convocato nell’ufficio del suo capo Gallucci che gli disse: “Ci sono sei sequestri in corso. Il pubblico ministero è Vittorio Occorsio. Ti affido l’incarico di istruire i processi. Sono delicati, sii prudente”.

 

Occorsio era un magistrato importante, integro e coraggioso, freddo e metodico ragionatore, tenace e preparato. Ma perché affidare a lui la gestione dei sequestri di persona? Fino ad allora si era occupato di stragi, del golpe Borghese, del generale Giovanni De Lorenzo, delle schedature illegali del Sifar. Tutti processi politici. 

 

Perché lo si passava ai processi di criminalità comune? Dobbiamo tener presente che Occorsio, nell’istruire il processo di Piazza Fontana, aveva individuato la pista giusta dei terroristi di destra. La risposta a Imposimato la diede Occorsio stesso: “Molti sequestri avvengono per finanziare attentati o disegni eversivi. Chi ci sono dietro? Politici e massoni. Tutto questo rientra nella strategia della tensione: seminare il terrore nel paese per arrivare a un governo forte, capace di ristabilire l’ordine e dare la colpa ai rossi. Il tuo compito è cercare i mandanti di coloro che muovono gli autori dei sequestri”.

 

Nel giugno del 1976, su richiesta di Occorsio, Imposimato incriminò una banda di marsigliesi e romani tutti accusati di sequestri e di riciclaggio di denaro sporco. Occorsio gli confidò: “Stiamo toccando interessi enormi di potenti pronti a reagire anche con il delitto”. Parole profetiche. Il 9 luglio dello stesso anno fu ucciso dal neofascista Pierluigi Concutelli.

                                              

PASCALINO, L’UOMO DI COSSIGA

 

Durante il sequestro Moro si verificò un braccio di ferro fra il Viminale (Ministero dell’Interno, presieduto da Cossiga) a la magistratura. Il procuratore generale della repubblica Pietro Pascalino, uomo di Cossiga, chiese alla Procura della Repubblica presieduta da Nino De Matteo, di visionare gli atti dell’inchiesta Moro.

 

Il dottor De Matteo protestò presso il Viminale, perché aveva rilevato inspiegabili ritardi del ministero nella trasmissione alla magistratura dei messaggi e delle lettere segrete di Moro. La Repubblica del 16 aprile 1978 scrisse: “Si è appresa la vera spiegazione della avocazione del procuratore generale della Repubblica Pascalino degli atti del caso Moro.

 

All’origine di questa vicenda sarebbe la richiesta di Cossiga di prendere direttamente in mano alcuni atti dell’inchiesta. Di fronte alle resistenze del procuratore capo De Matteo, il suo diretto superiore Pascalino avrebbe deciso per la “pressa di visione” del suo ufficio”.

 

Il sostituto procuratore Luciano Infelisi si oppose nettamente alla consegna degli atti al ministero dell’Interno che non solo non collaborava con la magistratura romana, ma pretendeva di controllare lo stesso pubblico ministero, bloccandone le iniziative. Il 24 aprile 1978, Infelisi emise alcuni ordini di cattura contro i brigatisti Valerio Morucci, Adriana Faranda, Prospero Gallinari e altri militanti, due di essi partecipi materiali della strage e Gallinari addirittura carceriere di Moro.

 

Il procutarore generale Pascalino chiese di esaminare gli atti e bloccò gli ordini di cattura. Un fatto del genere non si era mai verificato a Roma. C’è chi sostiene che Pascalino ubbidiva agli ordini di Cossiga. Infelisi dirà quasi trent’anni dopo: “Pascalino era la proiezione del ministro Cossiga. La Procura della Repubblica era stata esautorata”.

                                                

FARANDA E MORUCCI

 

Il 20 luglio 1984, sei anni dopo la morte di Moro, Adriana Faranda dichiarò di essere entrata nell’organizzazione delle Br nel settembre 1976, venti giorni dopo l’ingresso di Valerio Morucci. Antonio Savasta e la sua compagna Emilia Libèra, catturati all’inizio del 1982, collaborarono all’inchiesta Moro.

 

Anche Enrico Triaca, il tipografo delle Br, subito dopo la conclusione del sequestro Moro, fece importanti ammissioni. Ma fra tutti i più disposti a collaborare furono Morucci e la sua compagna Faranda che erano usciti dalla organizzazione. Chiesero di parlare in prigione con il giudice Imposimato, ma nel colloquio raccontarono solo fatti senza far nomi. Lei era stata esclusa da qualsiasi struttura. Dopo un periodo di  “osservazione” le chiesero di raccogliere informazioni su tre personaggi politici della Dc Fanfani, Andreotti, Moro. Poi ricevette l’ordine di concentrarsi solo su Moro: doveva sapere le sue abitudini, i suoi spostamenti, tutto sulla sua vita quotidiana.

 

Quello che la colpì fu che i suoi capi non parlavano di lotta proletaria e di scelte politiche organizzative rivoluzionarie ma solo di sequestri. Alle sue obiezioni e perplessità non ottenne alcuna risposta. Insomma una militante non esente da dubbi, scrupoli, ripensamenti.

 

Raccontò inoltre al magistrato dei suoi pedinamenti di Moro, del piano poi abbandonato di sequestralo nella chiesa di Santa Chiara, la scelta di via Fani come luogo dell’agguato, la decisione di mimetizzarsi con impermeabili e berretti simili a quelli del personale dell’Alitalia. Lei però non prese parte al commando di via Fani. Il compito suo e di Morucci, durante il sequestro Moro, fu quello di recapitare i comunicati delle Br ai giornali e le lettere di Moro ai destinatari.

 

Non molto diversa la testimonianza di Morucci che si presentò come un brigatista in crisi. Parlò di temi generici ideologici, di lotta all’imperialismo e alla Dc. Si era illuso che, entrando nelle Br, potesse cambiare un sistema marcio e corrotto. Una precisazione però: il vero obiettivo delle Br era Andreotti non Moro, ma il suo sequestro era impraticabile. Poi la decisione di catturare Moro, presa dal settembre del 1976, subito dopo la formazione della colonna romana. Comunque lo statista non era stato preso per motivi politici (impedire il “compromesso storico Dc-Pci), ma perché era “simbolo della Dc”.

 

Imposimato chiese a Morucci se le Br avevano intenzione di uccidere Andreotti. Questa la risposta: “Non si pensò mai di compiere un’azione per assassinare Andreotti o altri obiettivi della Dc, poiché si riteneva che il potere di questo partito andava delegittimato e non eliminato. Si pensava che un sequestro avrebbe portato alla scoperta di tutti gli scheletri del regime: le stragi di Sato, il golpe bianco di Edgardo Sogno, il Sifar, De Lorenzo”.

                                              

L’AGGUATO DI VIA FANI

 

Parlando dell’agguato di Via Fani Morucci cominciò a disegnare uno schizzo pieno di lettere e di numeri dicendo:

 

“Quel 16 marzo 1978 un gruppo di nove brigatisti si portò all’incrocio tra via Fani e via Stresa, disponendosi in varie posizioni, secondo il piano stabilito dalla direzione della colonna romana. Io facevo parte di quel nucleo d’assalto. Poiché non intendo fare i nomi degli altri otto brigatisti, ricostruirò le varie fasi, indicando i vari partecipanti con dei numeri ed eseguendo dei grafici per descrivere i necessari movimenti degli uomini e dei veicoli impiegati nell’azione”.

 

Dunque nove brigatisti di cui solo quattro spararono. Morucci non fece i nomi, ma in seguito vennero fuori: Moretti sbarrò la Fiat 130 del presidente che aveva davanti a sé l’autista Domenico Ricci e al suo fianco il maresciallo Leonardi, gli altri brigatisti uccisero i tre uomini addetti alla protezione dello statista: Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino.

 

Il brigatista negò sempre la presenza di due uomini a bordo di una moto Honda (ma ci sono tre testimonianze che lo confermano, in particolare quella del teste Marini, un ingegnere che era presente con il suo motorino.

 

I due uomini della Honda gli intimarono di andarsene e gli spararono colpi di mitra, colpendo il parabrezza del motorino). In seguito Morucci, divenuto “pentito”, scriverà un memoriale in cui farà i nomi dei brigatisti che parteciparono all’agguato: Moretti, Lojacono, Casimirri, Balzerani, Seghetti, Morucci, Fiore, Gallinari, Bonisoli.  

 

Poi c’è il mistero delle borse. Si sa per certo che Moro ne portava cinque. Morucci invece disse di averne prese due, una piena di medicinali e l’altra di tesi di laurea. E la borsa che conteneva documenti riservatissimi, da cui lo statista non si separava mai, e le altre due che fine hanno fatto? Informazione importante riferita dai due brigatisti era che il cervello e il comitato esecutivo delle Br (Mario Moretti, Rocco   Micaletto, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli) non era Roma ma Firenze.  I due brigatisti inoltre dichiararono che spesso non erano d’accordo cogli ordini del loro capo Moretti e che erano contrari alla decisione di uccidere il prigioniero, perché “Moro vivo era politicamente più conveniente”.

                                              

I TRE COMITATI

 

Il giorno della strage Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti convocò il consiglio dei Ministri in cui disse che bisognava adottare “comportamenti politici adeguati”. Questo comportò un controllo politico di tutti gli organismi investigativi (magistratura, Digos, carabinieri, polizia giudiziaria).

 

Cossiga decise la costituzione di tre Comitati: 1) un Comitato tecnico-politico operativo per il coordinamento delle forze di polizia, 2) un Comitato I, che coordinava il settore dei servizi segreti, 3) e un comitato di esperti detti “teste d’uovo” scelti dal ministro personalmente (Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, Steve Pieczenik, Vincenzo Cappelletti). Libero Gualtieri, della Commissione Stragi, scrisse che questo “comitato di crisi” era un “unicum” e che la mancanza di riscontri documentali lo rendeva permeabile a “ingerenze esterne nella gestione del sequestro Moro”.

 

In realtà i documenti c’erano - osservò Imposimato -  ma “furono fatti sparire deliberatamente”. In pratica le strutture volute da Cossiga non solo non assunsero alcuna iniziativa per salvare la vita del presidente della Dc, ma ostacolarono le indagini condotte dalla Procura.

 

Il Comitato di crisi del Viminale, presieduto da Cossiga, non fornì nessun atto a Luciano Infelisi, magistrato della Procura di Roma, secondo il quale, “era un comitato ombra che non aveva rapporti con la magistratura”. Braccio di ferro quindi fra ministro e quest’ultima, ma più che scontro si dovrebbe parlare, secondo Imposimato, di “usurpazione delle funzioni giurisdizionali della Procura di Roma”.

 

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Il contrasto scoppiò quando Moro in una sua lettera chiese un possibile scambio di prigionieri. Il ministro passò la lettera al procuratore De Matteo in fotocopia. Questi protestò. Tutto inutile. Intervenne l’uomo di Cossiga, il procuratore generale Pascalino, che avocò il processo e bloccò gli ordini di cattura emessi da Infelisi il 24 aprile.

 

Le indagini del sequestro Moro vennero così fermate. Queste le parole di Infelisi: “L’avocazione di Pascalino fu fatta perché non c’era fiducia nei confronti della procura di Roma che, secondo il ministero dell’Interno, non era governabile”. Gli ordini di cattura di Infelisi, bloccati da Pascalino, erano stati emessi contro i brigatisti Prospero Gallinari, Patrizio Peci, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Corrado Alunni, Enrico Bianco, Franco Pinna, Orianna Marchionni, Susanna Ronconi. Erano i responsabili dell’agguato di Via Fani e della prigionia di Moro.

                                              

IL RUOLO DELLA P2

 

Il Comitato di crisi gestito da Cossiga era egemonizzato dal Sisde (servizio segreto civile) e dal Sismi (servizio segreto militare). Tre anni dopo si verrà a sapere che i due servizi di sicurezza italiani erano tutti aderenti alla loggia massonica segreta, la P2, guidata dal venerabile maestro Licio Gelli. Costoro egemonizzarono i 55 giorni della prigionia di Aldo Moro e influirono sulla decisione delle Br di uccidere lo statista.

 

Gelli era di fatto il capo di entrambi i servizi segreti e godeva della piena fiducia del ministro Cossiga. Piduisti erano anche i vertici della guardia di finanza, dei carabinieri, dell’esercito, della marina e dell’aeronautica.

 

Gelli era acerrimo nemico della politica di Moro e delle sue aperture al Pci. Della massoneria facevano parte, nelle varie logge, uomini come i mafiosi Stefano Bontade, Michele Greco (detto il “Papa”), Pino Mandalari, commercialista di Totò Riina, Pier Luigi Concutelli, assassino di Vittorio Occorsio.

 

La Commissione Moro scrisse che “non si può escludere che alcune delle clamorose inadempienze o delle scandalose omissioni da parte degli apparati dello Sato abbiano una loro spiegazione proprio nell’ambito dei processi di corruzione e di gestione privatistica e occulta dei poteri pubblici determinati dall’azione della loggia P2”.

 

Aldo Alessandro Mola nella sua “Storia della massoneria italiana” scrive che la loggia P2 era diventata “il partito dello Stato”.  Quindi potere ufficiale e segreto furono alleati nella gestione del caso Moro. Tutti costoro, come scrive Mola, condussero “una lotta frontale per impedire l’ingresso del Pci nel governo”.

                                              

LO ZAMPINO DELLA CIA

 

Solo il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti non si comportò come Cossiga ma, 14 anni dopo la morte di Moro, inviò le relazioni del Comitato di crisi. Nel leggerle – scrive Imposimato – rimasi sbalordito: “Mi colpì il fatto che quei documenti, che erano la chiave per capire cosa fosse realmente accaduto nelle stanze chiuse del potere in quei 55 giorni, non fossero stati resi noti dal ministro Cossiga, come sarebbe stato giusto e necessario”.

 

Erano relazioni del prof. Ferracuti, del prof. Silvestri, del prof. Pieczenik e della prof. Giulia Conti Miceli. Il giudice Imposimato le giudicò “importantissime”.

 

Il 23 maggio 1980, nella audizione davanti alla Commissione Moro, Cossiga disse una frase importantissima: “Il governo degli Stati Uniti ci ha garantito una qualificata collaborazione a livello di gestione della crisi” e poi aggiunse: “Per motivi di riservatezza non credo di potermi addentrare in altri particolari della collaborazione con la polizia e con i servizi di sicurezza per non creare problemi a coloro che hanno collaborato con noi”.

 

Frase significativa che pone i seguenti interrogativi: quale tipo di collaborazione avevano fornito all’Italia gli Stati Uniti e i loro servizi di sicurezza?

 

Perché Cossiga nascose i loro nomi e le loro funzioni? Quanto questa collaborazione aveva influito sull’immobilismo che aveva finito per determinare la morte di Moro? Non saranno stati per caso gli Stati Uniti a bloccare gli arresti dei brigatisti emessi da Infelisi il 24 aprile? Non furono per caso determinanti nel prendere le decisioni gli uomini di Gelli che agivano al servizio della Cia?

 

Lo aveva compreso lo stesso Moro che in una della sua lettere scriveva: “Non vi è forse contro di me un’indicazione americana o tedesca?”  (lettera ritrovata nel 1990 in via Monte Nevoso a Milano). C’era nel comitato di crisi di Cossiga un uomo della Cia? Sì, si tratta di Franco Ferracuti che, fra l’altro, era iscritto alla P2. Nove anni prima del sequestro Moro nel 1969 Gelli era in stretto contatto con Alexander Haig, massone, vice di Henry Kissinger alla Casa Bianca.

 

Victor Marchetti e John D. Marks, nel libro “Cia, culto e mistica del servizio segreto”, scrivono: “Esiste nel nostro Paese una potente e pericolosa setta segreta: la setta dei servizi di informazione. Sono i professionisti clandestini della Cia. Il loro scopo è promuovere la politica estera del governo Usa con mezzi clandestini e per lo più illegali e al tempo stesso arginare la diffusione del comunismo”.

 

Concluse Imposimato: “Le preoccupazioni di Moro erano quindi fondate. Gli americani erano in grado di interferire nella politica interna italiana attraverso i servizi segreti italiani, uno dei bracci armati del governo invisibile che si era incarnato nel famoso Comitato di crisi voluto da Cossiga”.

                                              

DOMINIO PIENO E INCONTROLLATO

 

C’ è un’importante lettera di Moro a Zaccagnini che porta la data del 4 aprile 1978. Il presidente della Dc scrive a lui intendendo rivolgersi a Piccoli, Bartolomei, Fanfani, Andreotti e Cossiga. In essa parla della Dc “alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare”.

 

Dopo aver lamentato l’insufficienza della scorta il presidente   dichiarò di essere sottoposto a un “processo politico del quale sono prevedibili sviluppi e conseguenze”.

 

In pratica Moro chiese uno scambio di prigionieri come soluzione politica e umana.

 

“Se così non sarà, – continua lo statista – l’avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco”.

 

C’è inoltre un’altra lettera indirizzata questa volta a Cossiga (che sarà resa nota il 29 marzo 1978), in cui il presidente della Dc affermò di essere sottoposto a un processo politico, ma “in verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere”.

 

In essa Moro sembrava credere che egli avrebbe potuto essere salvato in base “alla ragion di Stato” ed aggiunse di trovarsi “sotto un dominio pieno e incontrollato”. Quest’ultima frase venne interpretata dai quattro esperti di Cossiga Franco   Ferracuti, Stefano Silvestri, Vincenzo Cappelletti e Steve Pieczenik, come una testimonianza che “Moro non era più Moro” e che minacciava di fare dichiarazioni pericolose per lo Stato.

 

Da quel momento il presidente della Dc venne ritenuto persona non più affidabile (forse drogato o comunque non più compos sui, cioè “fuori di sé”) che doveva essere abbandonata al suo destino.

 

A questa tesi rispose lo stesso Moro in una lettera del 7 aprile indirizzata alla moglie Eleonora:

 

“E’ vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d’animo lieto. Ma non ho subito alcuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio solito stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice un altro e ai miei argomenti neppure si risponde”.

 

In un incontro di Imposimato con Ferracuti quest’ultimo ammise di essere massone e agente della Cia sostenendo che a Moro probabilmente “erano stati somministrati determinati farmaci al di fuori della sua consapevolezza”.

 

Durante il sequestro, venne promossa una raccolta di firme (vi aderirono 75 personalità) tesa a sostenere che “Moro non era più Moro”. Il presidente ostaggio reagì con sdegno a questa diceria e nella lettera del 29 aprile 1978 si dichiarò “profondamente rattristato” ribadendo che non scriveva “sotto dettatura delle Brigate rosse”.

 

Corrado Guerzoni, amico di Moro, dirà alla Commissione Stragi: “Le lettere scritte dall’onorevole Moro, dalla prima all’ultima, provengono da una persona nel pieno possesso delle sue facoltà mentali e anche del proprio esercizio logico e dialettico”.

 

Secondo lui ritenere Moro “fuori di sé” fu una precisa scelta del Comitato che non volle fare nulla per salvare la vita dello statista. Nel 1993 emergerà anche che Ferracuti, durante il sequestro, si recò negli Stati Uniti e, davanti a dirigenti dell’Fbi e dei servizi segreti americani, affermò che “dal punto di vista del governo, è stato meglio che l’incidente di Moro sia finito come è finito”.

 

L’altro consigliere di Cossiga, Silvestri, agente del Kgb, sostenne che l’unica forza delle Br era l’ostaggio e se l’ostaggio moriva finiva il ricatto dei carcerieri. La liberazione di Moro? Per lui impraticabile. Alla Commissione Stragi (23 febbraio 2000) disse che “Moro doveva accettare di morire”.

                                              

IL RUOLO DI PIECZENIK

 

Dei quattro consiglieri di Cossiga Steve Pieczenik era il più importante, il vero cuore pulsante del Comitato di crisi. Tutte le sue azioni erano finalizzate a giustificare la decisione di abbandonare Moro al suo destino. Le motivazioni politiche?

 

La ragion di Stato che garantiva il superiore interesse dell’alleanza occidentale contro il pericolo comunista rappresentato da Moro. Vent’anni dopo la morte dello statista, il 14 marzo 1998, Pieczenik disse all’agenzia Ansa: “Aldo Moro poteva essere salvato se tutte le parti in causa avessero cooperato nel tentativo di liberarlo e, soprattutto, se chi gestiva le indagini avesse avuto la volontà di farlo”.

 

Dichiarazioni che avvalorarono la tesi di un complotto internazionale per impedire che Moro venisse liberato. Alla fine nel 2006 la clamorosa intervista a un giornalista francese che la pubblicò nel libro “Abbiamo ucciso Aldo Moro”. In questa intervista parlò degli uomini della P2 definendoli “fascisti” e che la decisione di sacrificare la vita di Moro fu presa da Cossiga forse d’accordo con Andreotti: “Alla fine abbiamo preso una decisione estremamente difficile, difficile soprattutto per Cossiga. Ma la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, anche di Andreotti”.

                                              

IL FALSO COMUNICATO

 

Il 18 aprile 1978 venne scoperto l’appartamento di Via Gradoli 96, dove abitavano (lo si saprà dopo) il capo delle Br Mario Moretti e Barbara Balzerani. E’ stato individuato per caso o lo si è voluto far scoprire? Da chi? Lo stesso giorno il comunicato n.7 delle Br comunicò che Moro sera stato giustiziato e che il suo corpo era stato affondato nel lago della Duchessa, che si trova vicino a Rieti la cui superficie era gelata.

 

Un comunicato falso voluto dai servizi segreti per dire alle Br che era stato scoperto l’appartamento di Moretti e che erano in grado di intervenire, se non avessero provveduto a eliminare Moro? Il 20 aprile le Br diffusero il vero comunicato n. 7 con allegata la fotografia del presidente che reggeva in mano una copia del quotidiano “la Repubblica”.

 

L’intento era chiaro: smentire il comunicato falso precedente. Corrado Guerzoni dichiarò alla   Commissione Moro: “Moretti ha stabilito con qualcuno una connivenza reciproca per la gestione del sequestro e ha potuto viaggiare tranquillo per l’Italia senza che nessuno lo fermasse. Nessuno ha avuto interesse a trovare l’onorevole Moro.

 

Il presidente della Dc interessava morto, perché è meglio che muoia un uomo e nessuna cosa cambi, piuttosto che quest’uomo non muoia e tutto debba cambiare”.

 

Le Br temevano che la prigione del popolo potesse essere scoperta come era stata trovato l’appartamento di Moretti. Capirono che il presidente era stato abbandonato dal potere politico e che bisognava agire in fretta. Qualsiasi trattativa era ormai impensabile. “Voler far credere – disse Imposimato – che tutto il comportamento del governo sia stato improntato alla strategia della fermezza per salvare lo Stato e non cedere al ricatto è una menzogna spudorata.

 

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30 marzo 1978

 

Ma è certissimo che si poteva approfittare degli errori e delle fortunate occasioni per salvare Moro senza abbassare la guardia”. Nel 1993, 15 anni dopo la morte dello statista, il Sisde metterà in piedi un vero e proprio depistaggio sostenendo che le Br avessero deciso di uccidere Moro prima ancora di sequestrarlo. Il che scagionava Cossiga e il suo Comitato di crisi. Lo rivela il libro di Aldo Grandi “L’ultimo brigatista”, dedicato alla figura di Raffaele Fiore, uno dei quattro uomini che sparò in Via Fani.

                                              

LEI LA PAGHERA’ CARA

 

Il 19 luglio 1982, in corte d’assise, presieduta da Severino Santiapichi, comparve sul banco dei testimoni la moglie di Moro, Eleonora. Costei disse che suo marito era vissuto nel terrore perché le sue posizioni moderate e tolleranti gli avevano procurato l’ostilità di coloro che erano contrari al dialogo tra cattolici e comunisti in Italia.

 

Un’ostilità che si era manifestata anche all’estero. Si disse certa che le minacce al marito erano giunte da varie parti, da vari gruppi, da varie persone. Nei giorni precedenti all’agguato, Moro, secondo la testimonianza della vedova, aveva preso ulteriori precauzioni per la propria sicurezza nonostante che la Democrazia cristiana non avesse dato ascolto alle sue ripetute richieste di disporre di un’auto blindata.

 

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In questa foto Aldo Moro sembra proprio stringere la mano al suo "assassino" (Henry Kissinger)

 

 

Suo marito era angosciato più per la famiglia che per se stesso e temeva che i terroristi potessero cercare di rapire uno dei suoi figli o il suo unico nipote, Luca. Per questo aveva dato indicazioni precise sulle persone fidate alle quali si sarebbe dovuta rivolgere.

 

Queste dichiarazioni erano sembrate alla signora Eleonora “il sintomo della percezione di un pericolo grave da parte di Moro”. Suo marito aveva molti nemici, ma il nemico dei nemici era Henry Kissinger.

 

Moro era andato in visita negli Stati Uniti nel settembre del 1974 e in tale occasione venne chiaramente ammonito:

 

“Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa o lei la pagherà cara”.

 

Ma lo scontro diretto con Kissinger avvenne alla Blaire House di Washington il 25 settembre, dove il segretario di Stato disse chiaramente:

 

“L’Italia non sarà aiutata dagli americani a risolvere i suoi problemi economici permanendo quella situazione politica e quell’equivoco circa il futuro della sua posizione”.

 

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Aldo Moro stringe la mano al leader del PCI Enrico Berlinguer durante un incontro politico 

 

 

Nel suo viaggio in Italia del 1970 Kissinger aveva imputato a Moro la sua apertura a sinistra “che aveva portato il Partito comunista ad avere una influenza sempre maggiore, anche se indiretta, sull’operato del governo, con un risultato esattamente opposto a quello che i pionieri dell’apertura a sinistra avevano sperato”. Nel gennaio del 1978, poco prima del sequestro Moro, il Dipartimento di Stato americano dichiarava: “La nostra posizione è chiara: noi non siamo favorevoli alla partecipazione del Comunisti al governo e vorremmo veder diminuire l’influenza comunista nei Paesi dell’Europa occidentale”.

                                              

VIA GRADOLI 96

 

Via Gradoli fu scoperta per caso. L’appartamento era stato preso in affitto (ma non registrato) da Moretti nel dicembre del 1975. Fu la base operativa dove sono state prese tutte le decisioni riguardo al caso Moro. Moretti da via Gradoli si spostava per andare a interrogare il presidente, per poi recarsi nella tipografia di Via Pio Foà dove c’era la stamperia. Da qui si recava a Firenze per incontrare gli altri brigatisti del comitato esecutivo.

 

L’appartamento poteva essere scoperto molto prima se la polizia non si fosse limitata a suonare il campanello e poi andarsene. Quando la base fu scoperta mancheranno ancora 23 giorni alla fine di Moro. Perché l’appartamento non è stato perquisito? Cossiga si giustificò dicendo che sfondare la porta comportava notevoli difficoltà.

 

Eppure il giudice Infelisi aveva dato ordini precisi. Se l’appartamento risultava disabitato lo stabile doveva essere piantonato fino all’arrivo dei proprietari. Se invece si capiva che dentro c’era qualcuno che non voleva aprire, la porta doveva essere sfondata. Perché nel caso di via Gradoli i suoi ordini non vennero eseguiti?

 

La verità invece era un’altra. La polizia prendeva ordini solo dal ministro dell’Interno e non dalla magistratura. Certo, se si fossero eseguiti gli ordini di Infelisi, si sarebbe potuto seguire Moretti che avrebbe portato direttamente a Via Montalcini e a Moro. In una seduta spiritica, presente Romano Prodi, si venne a sapere che la prigione di Moro si trovava a “Gradoli, via Cassia, Viterbo”.

 

La signora Moro informata avvertì Cossiga che le rispose: “Dalle pagine gialle non risulta alcuna via Gradoli”.

 

Il che era falso. L’appartamento finalmente fu trovato o meglio venne fatto trovare. La notizia doveva rimanere riservata, ma lo stesso Cossiga informò un giornalista della Rai Sergio Zavoli, che mandò una troupe televisiva in via Gradoli convinto di aver l’esclusiva, invece il ministro aveva telefonato ad altri giornalisti.

 

Una notizia preziosissima che doveva rimanere segreta e che venne per così dire “bruciata” dal titolare del Viminale.

 

Il risultato fu che Moretti, arrivato in motorino e notata la presenza di giornalisti e poliziotti, si allontanò tranquillamente dalla zona. I documenti importantissimi trovati nell’appartamento non furono né analizzati né utilizzati.

 

La signora Moro ha detto alla Commissione che “le cose trovate in via Gradoli erano state chiuse e riposte, non erano state nemmeno guardate”. Il primo a esaminarli fu il giudice istruttore Rosario Priore, nove giorni dopo la morte di Moro, che scoperse una verità sconcertante: in Via Gradoli c’erano elementi oggettivi che portavano a via Fani e a due basi non ancora scoperte, quelle di via Foà (la tipografia delle Br) e di via Palombini, una base tenuta a disposizione dell’organizzazione armata.

 

Il 28 marzo 1978 arrivò una telefonata di un certo il “Cardinale”, informatore della polizia molto attendibile, che diede indicazioni su alcuni brigatisti e in particolare su Teodoro Spadaccini che era in stretto contatto con Bruno Seghetti e con Moretti. Altra informazione caduta nel nulla. Sarebbe stata una formidabile opportunità per individuare il carcere del popolo dei brigatisti e liberare Moro.

                                              

L’APPARTAMENTO DI MILANO

 

Il primo maggio, pedinando Spadaccini che si incontrava con Enrico Triaca, si giunse a scoprire la tipografia delle Br. Moro sarà ucciso otto giorni dopo.

 

Il 4 maggio 1978 l’Ucigos chiese al sostituto procuratore generale Guido Guasco l’autorizzazione a svolgere undici perquisizioni domiciliari che riguardavano le abitazioni di Spadaccini, di Giovanni Lugnini, Enrico Triaca e la sede della tipografia di via Foà 31.

 

Quelle perquisizioni furono eseguite il 17 maggio, 8 giorni dopo la morte di Moro. Come mai questo ritardo che la Commissione Moro giudicherà “incomprensibile”?  Moretti, arrivato alla tipografia e trovatala chiusa, si allontanò indisturbato.

 

Poteva essere catturato allora, sta di fatto che il capo delle Br fu preso 3 anni dopo.

 

“Si voleva evitare – scrisse Imposimato – che gli arresti portassero alla liberazione di Aldo Moro”. Gli ordini di perquisizione della tipografia erano stati volutamente bloccati. Da chi?

 

Il 29 maggio 1979, oltre un anno dopo la morte dello statista, la Digos e la squadra mobile di Roma fecero irruzione in un appartamento di viale Giulio Cesare 47 e arrestarono Adriana Faranda e Valerio Morucci, due ex brigatisti, che erano fuggiti dalla organizzazione con armi e denaro ed erano pronti   a fondare una nuova formazione terrorista. Nell’appartamento si trovò un vero e proprio arsenale di armi.

 

Direttamente collegata con l’abitazione di via Montalcini 8, la prigione di Moro, era il covo di via Monte Nevoso a Milano che conteneva l’archivio   del sequestro del presidente della Dc. Si sa che Moro fu sottoposto a un processo e a un interrogatorio da parte di Moretti.

 

Le risposte, che furono recuperate dai carabinieri in via Monte Nevoso, furono scritte forse nell’appartamento fiorentino di via Barbieri, e da lì portate a Milano, insieme ai fogli scritti a mano da Moro.

 

Dopo il clamoroso insuccesso (vero o fabbricato ad arte) dei corpi dello Stato, nei 55 giorni del sequestro Moro, l’irruzione nell’appartamento di via Monte Nevoso, avvenuta il primo ottobre 1978, da parte del generale Dalla Chiesa fu il primo successo nei confronti delle Br.

 

Nel covo si trovavano Lauro Azzolini, Nadia Mantovani e Franco Bonisoli. I carabinieri vi scovarono una montagna di carte, fra le quali la trascrizione dattiloscritta delle lettere di Moro. In tutto 68 fogli, 29 dei quali contenevano le lettere scritte dallo statista, 49 il Memoriale.

 

Ma la scoperta più importante avvenne 12 anni dopo sempre nello stesso appartamento: 419 fogli fotocopiati, un materiale cartaceo 6 volte più voluminoso di quello scoperto nel 1978. Si scopersero 190 fotocopie di lettere scritte da Moro: 64 di cui 50 assolutamente inedite, 176 fogli contenevano brani manoscritti del cosiddetto Memoriale.

 

E qui scoppiò la bomba: 53 fogli erano assolutamente inediti. Il presidente della Dc aveva svelato ai brigatisti quello che Andreotti e Cossiga temevano e cioè l’esistenza di Gladio. Il 24 ottobre 1990 il presidente del Consiglio Andreotti comunicò al Parlamento che per più di 40 anni in Italia aveva operato una struttura segreta e clandestina, comprendente civili e militari, denominata Gladio, un esercito che operava all’insaputa del Parlamento.

                                              

LA LINEA DELLA FERMEZZA

 

Il presidente del Consiglio Andreotti il 16 marzo 1978 diede le linee guida che il governo e le forze politiche dovevano tenere durante la prigionia di Aldo Moro:

 

“Tutti dovevano mantenere comportamenti politici adeguati alla gravità della situazione”.

 

Questi sono i principi della “linea della fermezza” che Cossiga chiarirà davanti alla Commissione Moro:

 

“Vietare decisamente lo scambio dell’onorevole Moro con persone imprigionate e ogni atto che implicasse un riconoscimento politico delle Br, intravedendo in questi comportamenti una capitolazione dello Stato”.

 

Il che significava uno stretto controllo dell’operato della magistratura romana. “Infatti – disse Imposimato – in quei tremendi 55 giorni furono consentite solo operazioni di facciata o dispersive, con enorme spreco di uomini e di mezzi, con il risultato del blocco effettivo di tutte le indagini. Da Andreotti non venne mai, fin dall’inizio del calvario di Moro, una sola parola di pietà o di solidarietà verso il collega prigioniero e la sua famiglia, né un’esortazione alle forze dell’ordine a intensificare gli sforzi per trovare la prigione e liberare l’ostaggio”.

 

Alla Commissione Moro il presidente del Consiglio dirà di aver agito sempre “in strettissimo contatto” con il ministro Cossiga. Moro nelle sue lettere gli ricordò di esser stato per la linea della trattativa durante il sequestro di Mario Sossi, ma, anche in questo caso, Andreotti lo smentì.  

 

Per lui le accuse di Moro nei suoi confronti erano “delle Br” e “falsificazioni”. Cossiga dichiarò che “tutto quello che umanamente si poteva fare è stato fatto”, ma Imposimato sostenne il contrario dicendo “che non si era fatto assolutamente nulla per salvare la vita dello statista”.

 

Infine Cossiga si autodifese dicendo che “seguire un’altra strada non avrebbe portato alla liberazione dell’ostaggio”, ma Leonardo Sciascia, sempre nella Commissione Moro, lo smentì categoricamente:

 

“Avete stabilito di non trattare e di non cedere”. Perché non si usò la tattica di prendere tempo utilizzata dalla Germania nel sequestro di Hans Martin Schleyer?

 

A questa domanda Cossiga rispose:

 

“Utilizzare il metodo della trattativa a fini dilatori sarebbe stato recepito come una trattativa di altro genere”.

 

“Una falsa trattativa – disse invece Imposimato – avrebbe portato probabilmente alla liberazione militare di Moro da parte dello Stato che ne avrebbe acquistato enorme prestigio. Oggi sappiamo quale era il senso dell’accordo Andreotti-Cossiga: l’immobilismo spacciato per fermezza”.  

 

I due si sono sempre   vantati dell’appoggio alla loro politica del segretario del Pci Enrico Berlinguer. Ma costui alla Commissione Moro dichiarò:

 

“Noi fummo sempre del parere, fino alla conclusione della tragica vicenda, che potessero e dovessero essere esplorate tutte le vie per salvare la vita dell’onorevole Moro”.

 

La linea della trattativa fu adottata anche dal Psi di Bettino Craxi che testimoniò, davanti alla corte di Assise di Roma, che “il suo partito aveva deciso di seguire la linea umanitaria per ragioni morali, rispondendo alle pressanti implorazioni della signora Moro e ritenendo che il più alto compito del governo fosse quello di proteggere i suoi cittadini: “Non si dovevano sacrificare vite umane in nome di astratte ragioni di Stato”.

 

L’ultimo tentativo di salvare la vita di Moro fu praticato dal prof. Giuliano Vassalli che propose la liberazione del nappista Alberto Buonoconto, gravemente ammalato. La soluzione “Moro contro uno” divenne per le Br “una soluzione praticabile”, ma il 5 maggio 1978 il Comitato interministeriale, presieduto da Andreotti, si oppose: “La concessione di grazia offenderebbe l’ordinamento giuridico e la coscienza pubblica”. E’ l’ultimo “no” del presidente del Consiglio. Le Brigate rosse subito dopo si riunirono per emettere il comunicato numero 9, nel quale si annunciava la condanna a morte di Moro.

                                              

CONCLUSIONI

 

Siamo arrivati alla fine di questa storia tanto vera e reale che nella sua tragicità sembra assurda e inverosimile. Nella nostra esposizione abbiamo riportato solo i fatti essenziali e ridotto al minimo i nomi per evitare al lettore di perdersi in un ginepraio di documenti, di dichiarazioni, di sigle e di cifre. Innanzitutto il Viminale sapeva che le Br avevano intenzione di rapire un importante uomo politico democristiano e chi poteva essere se non colui che portava avanti il dialogo fra cattolici e comunisti? Ma non si fece nulla per evitarlo: Se ne lamentò Moro stesso in una lettera a Zaccagnini (31 marzo 1978):

 

“E infine è doveroso aggiungere, in questo momento supremo, che se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al di sotto delle esigenze della situazione io forse non sarei qui”.

 

Una esposizione, la nostra, nei limiti del possibile, sine ira et studio (senza animosità e simpatia) (Tacito). Per anni si è scritto che l’inerzia totale dello Stato andava attribuita a disorganizzazione, negligenza e impreparazione degli apparati di sicurezza italiani.

 

Niente di più falso. Oggi si è certi che in quei giorni era prevalsa una lucida e premeditata volontà di abbandono di Moro al suo destino.

 

Questo comportò l’emarginazione della magistratura e della polizia giudiziaria. Difatti la richiesta di visione degli atti del 24 aprile era servita a bloccare gli ordini di cattura emessi lo stesso giorno dal pubblico ministero Infelisi che riguardavano terroristi di primo piano come Prospero Gallinari, Patrizio Peci, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Corrado Alunni, Enrico Bianco, Franco Pinna, Orianna Marchionni, Susanna Ronconi.

 

L’avocazione degli atti mirava a neutralizzare tutto l’apparato inquirente depositario delle indagini sul rapimento Moro. La stessa Commissione Moro riconobbe che quella avocazione dell’inchiesta non si giustificava in alcun modo.

 

“Ci furono in quei quasi due mesi omissioni e ritardi gravissimi – spiegò Imposimato – per esempio l’aver taciuto ai magistrati inquirenti il 3 aprile l’indicazione del nome di Gradoli da parte di Romano Prodi. E poi non aver comunicato al pubblico ministero quello strano ritrovamento nel covo di Via Gradoli il 18 aprile. E ancora l’avere insabbiato tutti i documenti trovati nell’appartamento della stessa via Gradoli. L’aver omesso di eseguire l’arresto di Enrico Triaca e Teodoro Spadaccini e la perquisizione della tipografia di Via Foà, addirittura un mese prima dell’assassinio di Moro”.

 

E poi la presenza di tanti uomini della P2 sulla scena del sequestro Moro. E’ inquietante – affermò Imposimato – che chi doveva vegliare sulla sicurezza della nazione – servizi segreti, polizia, carabinieri, guardia di finanza – obbedisse a una struttura segreta parallela allo Stato che provava odio per Moro. E’ sconvolgente che quelle stesse figure fossero il cuore e il motore di un organismo che, di fatto, decise la strategia politico-militare, ma anche investigativa e giudiziaria, da tenere nei 55 giorni della prigionia di Moro”. 

 

Questo fu dovuto al fatto che Gelli controllava entrambi i servizi segreti e godeva della fiducia del ministro Cossiga. Tutti o molti pensano ancora che Moro sia stato sacrificato alla ragion di Stato. Il problema sta nei documenti che si trovarono in Via Gradoli, documenti di straordinaria importanza che erano stati nascosti, che non sono stati analizzati e che avrebbero portato alla scoperta di altri covi e di altri terroristi che, oltre a Moretti, avevano frequentato la base di via Gradoli.

 

Se questi ultimi fossero stati catturati avrebbero portato a scoprire la prigione dello statista. Perché – si chiese il giudice – erano stati sigillati proprio nel mese cruciale per la salvezza di Moro?

 

Il problema dei problemi è stato che Moro non lo si voleva salvare perché doveva morire.

 

E alla fine la domanda che ci siamo posti al principio: chi ha ucciso Aldo Moro?

 

Si sa che a sparare è stato Moretti, ma nell’affare Moro hanno agito, oltre ai brigatisti, la massoneria internazionale, agenti della Cia, del Kgb, esponenti del governo, gli stessi uomini del comitato di crisi. Tutti questi hanno vanificato le occasioni e le opportunità di salvare la vita dello statista. Ma Moro doveva morire per evitare che gli italiani fossero governati dai comunisti. Se Moro fosse vissuto e avesse attuato i suoi piani politici in Italia, secondo Andreotti e Cossiga e gli uomini che li appoggiarono, l’Italia sarebbe caduta nell’anarchia, nella disgregazione sociale, nella destabilizzazione delle istituzioni del Paese e avrebbe visto la fine della Dc.

 

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Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, il fronte della "fermezza"

 

 

Nella lettera alla moglie Eleonora dell’8 aprile 1978 Moro, invece, scrisse:

 

“La faccia è salva ma un domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto e soprattutto i democristiani…Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto, nolente, a una carica che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando lo scambio dei prigionieri… E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga, che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro”.                           

 

Cosa potrà pensare chi prende in considerazione la storia di questa strage e di tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia (da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, da Ustica ai Georgofili e alla stazione di Bologna), degli assassinii di singole personalità pubbliche (oltre a Moro, Giorgio Ambrosoli, Walter Tobagi, Giovanni Falcone e molti altri), di eventi catastrofici di varia natura (dal Vajont, al terremoto dell’Irpinia, dell’Aquila, al ponte Morandi ecc.),  di nodi inquietanti della nostra storia come “il piano Solo”, la P2, “Gladio”?

 

“Egli - scrive Ernesto Galli della Loggia nel Corriere della Sera del 9 agosto 2020 – sarà inevitabilmente convinto, temo, di essere nato in una sorta di nazione maledetta, una sorta di terra elettiva della illegalità e della violenza o nel caso migliore dell’inettitudine e della inefficienza, un luogo dove non mai è avvenuto altro che malefatte e nefandezze, dove lo Stato ha quasi sempre protetto i golpisti, i bancarottieri, i terroristi, i ladri, i mafiosi, gli imbroglioni e i delinquenti di ogni tipo, e dove chi ha cercato di opporsi a tale andazzo ha fatto nove volte su dieci una brutta fine”.

                                              

(APPENDICE SU COSSIGA)

 

Nel decennale della morte di Francesco Cossiga Giovanni Bianconi, nel Corriere della Sera del 7 agosto 2020, scrisse che l’ex presidente della Repubblica incontrò Renato Curcio, uno dei fondatori delle Br. Il colloquio avvenne a quattr’occhi nel carcere di Rebibbia, il 25 novembre 1992, e i due parlarono del “carattere sociale e politico del fenomeno armato”, che Cossiga definiva non “terrorismo” ma “sovversivismo di sinistra”, del caso Moro e del “fallito tentativo del 1991 di concedere la grazia a Curcio stesso”.

 

I vertici delle forze di sicurezza erano d’accordo sulla grazia, ma non i parenti delle vittime e nemmeno l’ex Pci divenuto Partito democratico della sinistra. In seguito a quella visita Curcio scrisse che quell’incontro “è stato per me di grande interesse politico, culturale e soprattutto umano” e aggiunse: “debbo dirle che dopo anni di fuoco, non solo metaforico, e di K (nell’estrema sinistra il ministro dell’Interno del ’77 veniva chiamato Kossiga, con la doppia  S stilizzata come il simbolo delle SS naziste) ho sentito la nostra stretta di mano come segno di una nuova maturazione personale…Il colloquio mi ha lasciato una visione più chiara dei sentieri percorsi e anche di me stesso, e di ciò le sono grato”.

 

Curcio comincerà a uscire dal carcere l’anno successivo nel periodo in cui Cossiga diventa il “picconatore” del sistema di cui era stato parte.

 

Ci sono molte lettere con parecchi ex terroristi. Nel suo archivio, donato alla Camera dei deputati, oltre al carteggio con Curcio, non mancano lettere inviate ad altri brigatisti, come Prospero Gallinari, Mario Moretti, Germano Maccari, militanti dell’Unione dei comunisti combattenti pentiti come Marco Barbone e l’ex di Prima linea Roberto Sandalo, esponenti dell’Autonomia operaia fuggiti in Francia per evitare il carcere, a cominciare da Toni Negri.

 

Quest’ultimo, rientrato in Italia per finire di scontare la pena, si rivolse all’ex presidente per chiedere una buona parola con un dirigente della Digos. Il 12 aprile 1998 Negri gli scrisse per chiedere di intervenire eccezionalmente in suo favore e “una brevissima vacanza”.

 

All’ex carceriere di Moro Prospero Gallinari, scarcerato per motivi di salute, Cossiga scrisse il 5 maggio 1994:

 

“Sono lieto che lei sia rientrato a casa e formulo gli auguri più fervidi per una vita normale e serena”. Vi aggiunse una frase importante: nell’ex Pci c’era chi considerava le Br “uno strumento della Cia e della P2! Che vergogna e che falsità, che viltà e che malafede”! Ma non se la prenda. Se viene a Roma me lo faccia sapere”.

 

In una lettera a Mario Moretti, l’ex presidente lo ringrazia per il libro sulla storia delle Br pubblicato nel 1994.

 

Al Br Francesco Maletta, che gli aveva scritto di “condividere molte delle cose che lei sostiene”, Cossiga rispose: “Ho letto con attenzione, trepidazione e commozione la sua lettera…perché in fondo mi sento anche un po’ colpevole della Sua prigionia, essendo stato uno di quelli che hanno combattuto quella guerra, e per di più per essermi trovato dalla parte dei vincitori”.

 

Nel 2002 mandò una lettera a Paolo Persichetti, ex brigatista-Unione dei comunisti combattenti (Br-Ucc), appena estradato dalla Francia e chiuso in prigione:

 

“Ormai la cosiddetta giustizia, che si è esercita e ancora si esercita verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o vendetta o paura, come appunto lo è per molti comunisti di quel periodo, quale titolo di legittimità repubblicana che credono di essersi conquistati non col voto popolare e con le lotte di massa, ma con la loro collaborazione con le forze di polizia e di sicurezza dello Stato”.

 

Sul Corriere della sera del 15 agosto 2020 il giudice Gian Carlo Caselli rispose all’articolo di Bianconi:

 

“Mi chiedo se alla fine i terroristi italiani non siano riusciti, in certo qual modo, ad ottenere ciò che volevano. Volevano costringere lo Stato a trattarli da pari a pari accettandoli come soggetti politici. Non sono bastati oltre 15 anni di violenza organizzata e spietata, scanditi da tre attacchi delle Br direttamente al cuore dello Stato: il sequestro di Mario Sossi, la strage del procuratore Francesco Coco con la sua scorta e l’assassinio di Aldo Moro, dopo una lunga prigionia, segnata anche da misteri e tormentate trattative. Ho sempre pensato che la “fermezza” verso le Br, tradottasi nel rifiuto del riconoscimento politico che pretendevano, sia stata un fattore decisivo nell’avvio della sconfitta del terrorismo".

 

Dalle carte di Cossiga sembra però emergere – sia pure paradossalmente – un ulteriore capitolo. Un ex ministro degli Interni, ex presidente del Consiglio, ex capo dello Stato e quindi senatore a vita va a trovare in carcere dei terroristi e ha con loro rapporti epistolari. Cosa di preciso possa essersi innescato nella mente dei terroristi non si sa, ma forse la loro insaziabile voglia di riconoscimento politico ha finalmente trovato qualche riscontro. La stretta di mano di Curcio con Cossiga è un surrogato del riconoscimento non ottenuto con gli anni di fuoco.

 

Le parole scritte a Gallinari sono un trattamento politicamente da pari a pari, non ottenuto a suo tempo con le armi. Come non pensare che le frasi scritte a Melorio da Cossiga, che si sente “colpevole” della sua prigionia, non siano una sorta di riconoscimento politico?

 

Caselli ricorda di essere stato oggetto di ripetuti attacchi pubblici anche molto astiosi da parte dell’ex presidente. Un giorno la moglie di Caselli gli scrisse una lettera, con ricevuta di ritorno, piena di rammarico ma assolutamente rispettosa dell’istituzione cui si rivolgeva. La ricevuta tornò indietro, stracciata in tanti coriandoli messi in una busta. “Ho sempre sperato – conclude Caselli – che la responsabilità di questa insofferenza fosse di qualche uomo dello staff un po’ troppo solerte e non direttamente di Cossiga. Lo spero ancora adesso, perché il Cossiga così gentile con i terroristi è incompatibile con il maleducato capitato a mia moglie”.

 

Il 17 agosto 2020 il Corriere pubblicò una intervista alla figlia di Cossiga Anna Maria, secondo la quale, “l’ex presidente si sentiva responsabile della morte di Moro e capitava che di notte si svegliasse dicendo: “L’ho ucciso io”.  

 

Gianni Giolo