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 di Giorgio Marenghi 

 

 

Piva

 

 

 (segue dalla prima pagina)

I nomi di tutto il gruppo 

 

Quindi a fronte di giovani partigiani di ventiquattro-venticinque anni, emergono invece i tre della “cupola” di comando, il Piva, il Maltauro, Il Pegoraro. Per chi ragiona solo in base alle sentenze il fatto dell’attacco alla prigione di Schio (dove erano stipate 99 persone, tra detenuti “comuni” e “fascisti”) dovrebbe essere stato risolto già dalla Corte Alleata. A questo processo dobbiamo invece aggiungere il guizzo della magistratura italiana che, per non restare tagliata fuori del tutto dalla gestione dell’affaire (le continue richieste di avere gli atti del processo alleato cadute nel vuoto, gli americani non molleranno niente o poco-niente) convoca un processo in Corte di Assise a Milano nel 1952. Un solo imputato in gabbia, Ruggero Maltauro detto “Attila” e altri sette già rifugiati all’estero (Igino Piva (“Romero”), Gaetano Pegoraro (“Guido” o “Nello”), Scortegagna Bruno (“Terribile”), Micheletti Bruno (“Brocchetta”), Broccardo Giovanni (“RT”), Ciscato Italo (“Gandi”), Manea Arciso (“Morvan”). Alla fine i conti tornano. Sono 15 i nomi che girano nei registri degli inquirenti, 15 furono i componenti del “commando”, “cupola” compresa, del luglio 1945.

 

I dubbi sulla vicenda 

 

Risolto il problema dei nomi, della “cupola” e della “base” adesso viene la parte più interessante. Gli storici di professione e quelli “locali” (mossi da passione politica o perché semplicemente interessati alla storia come disciplina) hanno sempre cercato di arrivare ai “mandanti”. Libri e articoli sono stati scritti con questa intenzione, sollevare il tendone del sipario, vedere cosa si nasconde dietro le quinte del fatto di Schio. Per parte mia ho deciso più che altro di pormi delle domande, ovviamente, non solo l’impossibile “a chi giova?”, ma un altro tipo di dubbi.

L’idea mi è sorta leggendo il volume scritto da Emilio Franzina ed Ezio Maria Simini, intitolato “Romero”, Igino Piva, memorie di un internazionalista; Odeon Libri-Schio 2001. Un libro necessario per analizzare uno dei componenti la “cupola” e interessante anche per il modo in cui gli autori “saltano” a piè pari (con una nota “difensiva”) l’intero eccidio di Schio. Ma concentriamoci ora proprio sulla figura che emerge dalla “cupola”. Igino Piva dal libro di Franzina-Simini si distingue come un “quadro” rivoluzionario di grande spessore. Lo spessore lo si capisce dal racconto delle sue “avventure”, della sua vita, sia in Italia che soprattutto all’estero. Un rivoluzionario inquadrato nel “bolscevismo internazionale”, legato all’ideologia comunista con una forza di adesione che fa pensare agli antichi Templari, i monaci guerrieri del cristianesimo di guerra. Piva, odia, prima del capitalismo e/o della finanza mondiale, i ricchi, i borghesi, sia i ceti o le classi, sia gli individui. Fa una vita errabonda da non augurare a nessuno, a lui basta poco, una nave per viaggiare la si trova ovunque, è sufficiente penetrare all’interno e fare il viaggiatore clandestino. E i paesi che visita gli offrono sempre in abbondanza le occasioni per poter fare la sua guerra contro i ricchi, contro gli sfruttatori.

 

Piva l'internazionalista 

 

Quando scoppia la guerra civile spagnola è nelle Brigate Internazionali. Non si risparmia, il suo fisico resta segnato per sempre dalla battaglia di Guadalajara e da quella dell’Ebro. In Spagna conosce, e ne diventa amico, un’altra figura di Templare, il comunista Vittorio Vidali, un killer seriale ma anche una testa politica con cui Piva fatica a confrontarsi. I successivi avvenimenti lo metteranno alla prova e allo scoppio della seconda guerra mondiale, e il successivo tonfo dell’8 settembre del 1943, afferra al volo l’opportunità di servire il Comintern con tutte le sue forze. Ormai “quadro” politico di alto livello (militare soprattutto) arriva subito al vertice delle formazioni partigiane supportate dal partito comunista. In provincia di Vicenza diventa facilmente comandante di battaglione (l’”Apolloni”) che guida con mano sicura. Piva è del 1902, quando fa il partigiano sui monti vicentini è già un uomo maturo, colpito nel fisico a tal punto che, per curare le ferite della guerra di Spagna, è costretto nel mese di luglio del 1944 a lasciare il comando e a raggiungere Padova per farsi operare.

 

Piva abbandona la montagna e opera in città 

 

Qui il Partito gli organizza la vita, ripresosi fisicamente diventa un comandante dei gruppi GAP nella provincia padovana. Questo impegno lo assorbe fino al dicembre del 1944 quando cambia nuovamente zona, dal Veneto ( su incarico dei vertici del PCI) giunge in Val D’Ossola per una missione sia militare che d’intelligence. E qui troviamo un altro Piva, non solo capo militare ma avvertito osservatore “politico” che deve cercare di impedire ad un altro noto partigiano “autonomo” del vicentino, Marozin “Vero” (già comandante della “Pasubio”), di infiltrare con i suoi uomini le brigate di Moscatelli (PCI). La storia è complicata, sia perché ci si trova di fronte a gruppi filo-socialisti, il cui comportamento è giudicato dal C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) quasi prossimo al “tradimento”. Troppi gli ammiccamenti per trattare momenti di “tregua” con i nazifascisti, il contrasto con le “Garibaldi” e con i vertici della Resistenza milanese diventa un “caso politico”. Di mezzo c’è Marozin, Pertini e il noto organizzatore delle Brigate Matteotti (socialiste) Bonfantini. Se a questo aggiungiamo anche le vicende della “Colonna mista” (X MAS + gruppi socialisti interessati alle profferte dei “repubblicani”) il quadro si complica ancora di più.

 

Piva fa uno strano viaggio a ritroso 

 

 

Ma la guerra non risparmia nessuno e Piva viene intrappolato dai tedeschi e rischia di venire fucilato. Per sua fortuna la situazione politica e militare è agli sgoccioli e nel caos del mese di aprile trova il modo di salvare la pelle e di riparare a Milano dove svolge un compito decisamente “stragista”. Collabora, ma soprattutto dirige decine di fucilazioni con centinaia di morti, tra i prigionieri fascisti e i borghesi in odore di fascismo. La sua condotta non viene censurata, tutti i gruppi partigiani adoperano le armi come argomento politico principale. PCI , Giustizia e Libertà, i “socialisti” di Marozin (la nuova “Pasubio”) in questo frangente non si distinguono poi molto.

E’ questa l’Università che ha frequentato il Piva prima di tornare a Schio? Penso che l’uomo fosse già sufficientemente forgiato e indurito per qualsiasi compito militare o politico. Qui però sorge una prima domanda: ma Piva fa tutto da solo? Prima uccide a Milano e poi si sposta in provincia di Vicenza per “riposarsi”? Oppure frequenta qualche “milieu” dove si parla di cosa fare per il dopoguerra? Anche perché mi rifiuto di pensare che Igino Piva lasci Milano, la piazza dove si fa la politica “in grande” per tornarsene quieto quieto al paesello. Non regge. E, se dobbiamo credere alla politica nazionale del PCI, non vedo Piva ricevere ordini dal Partito per andare a Schio e ripetere l’esperienza milanese, magari con un tocco “diverso”.

 

Quindi sorge il problema dell’ambiente politico che Piva frequenta. Quale? Una scheggia “secchiana” (Secchia del direttivo del partito comunista, giudicato un estremista) o altro?

 

 

A questo punto, tenendo sempre presente la possibilità di un suggerimento “sfuggito” ad un gruppo di potere del PCI, entra in scena un documento del “Ministero dell’Interno” [Rel. Giannuli, Allegato 156 r.12] che dipinge il comunista in questo modo: “[…] ..il comunista accetta la subordinazione alla legge del suo Paese, solo se non contrasti con le norme che gli pervengono dai propri gerarchi che per lui costituiscono la fonte maggiore del diritto, cosicchè egli ammette senz’altro l’obbligo di perpetrare atti ritenuti criminosi secondo la propria legge nazionale, ma discriminati dalla “ragion di stato” comunista, purchè ordinati dalle proprie gerarchie”. I fogli della Direzione Generale della Polizia di Stato non esitano nel tratteggiare la grave situazione dell’ordine pubblico del “dopo Liberazione”.

 

Il Ministero dell'Interno ci vede chiaro: è l'OZNA il pericolo 

 

 

Molti sono i gruppi presi in esame ma nel Nord Italia predomina – a detta dei “Servizi” del 1945 – l’apparato clandestino del servizio segreto (O.Z.N.A.) jugoslavo. L’OZNA (Odjeljenje za zaštitu naroda – Ozna) è, grazie al suo braccio armato, il Corpo di difesa popolare della Jugoslavia (Korpus narodne odbrane Jugoslavije – KNOJ) il “terrore comunista” in Istria e in tutte le zone dove si è combattuto contro i reparti italiani della RSI e contro la Wehrmacht. I metodi dell’OZNA-KNOJ sono essenzialmente di “intelligence” e “stragisti”. Questo servizio segreto militare si basa su quadri comunisti di provata fede e capacità. Si appoggia di solito anche alle formazioni della “Milizia Popolare”, per i lavori sporchi come l’infoibamento di interi gruppi di persone.

Nel periodo che prendo in esame è presente già da tempo in Italia del Nord. Mimetizzata nei gruppi partigiani comunisti o nelle grandi città l’OZNA osserva e prende nota. Il suo obiettivo si lega allo sciovinismo-nazionalista di Tito, allargare l’area territoriale e superare Isonzo e Tagliamento, far pesare il ruolo militare dell’Esercito Popolare di Liberazione jugoslavo il più possibile quando sarà il momento di sedersi attorno ad un tavolo. Italia e Jugoslavia, Alleati permettendo.

 

Il ritorno a Schio 

 

Nel periodo che stiamo esaminando, i mesi di maggio- giugno del dopo Liberazione, l’OZNA è indubbiamente già operativa. Ma ora la abbandoniamo per un momento e seguiamo lo stranissimo viaggio che Igino Piva fa da Milano a Schio. Qui Piva cosa trova? I partigiani soprattutto, che gli si stringono attorno. Viene quasi subito a sapere che l’ambiente della polizia ausiliaria è percorso da un giustizialismo che lascia perplessi e preoccupati anche molti altri partigiani, ritornati alle loro case e preoccupati del problema di trovare un lavoro per sfamare le famiglie. Ma Piva, che dovrebbe aver fatto il pieno di furore omicida a Milano, si trova subito a suo agio, è a casa sua e i “compagni” parlano un linguaggio che gli suona bene. Vogliono far fuori i fascisti che stanno in carcere. Piva, nella seconda metà di giugno (1945) incontra anche altri esponenti della resistenza, su questo non ci sono dubbi – lo stesso Pegoraro rivela un incontro tra Piva e Alberto Sartori (“Carlo”), un personaggio giudicato “strano”, un “comandante” che parla l’italiano, il francese, ha modi militareschi ma è anche dotato di fascino e ha una parlantina travolgente.

 

Il caos in città e anche nel CLN 

 

I “comandanti” che si sintonizzano su Piva, e cioè Nello Pegoraro e Ruggero Maltauro, non impiegano molto tempo a convincerlo a stare dalla loro parte. Detto e fatto “Romero” prende le redini della “cupola” e sonda la base partigiana. Sono un centinaio di uomini del “Ramina Bedin”, super armati, che svolgono le funzioni di polizia. Gli Alleati per il momento li tollerano ma i programmi dell’AMG non prevedono gruppi armati oltre ai Carabinieri Reali e ai militari dell’Esercito Regio. Quindi il tempo è scarso. E qui probabilmente parte la “provocazione” o influenza politica. Basti pensare che le notizie sulle prigioni di Schio fanno il giro della provincia. Alcuni parenti delle future vittime hanno già ricevuto segnali preoccupanti sulla possibile sorte dei loro congiunti. Negli stanzoni della caserma “Ramina Bedin” non c’è un partigiano-poliziotto che non sappia cosa bolle in pentola. Parallelamente parte un mercato delle vacche, ovvero il capo del CLN scledense si fa notare per le sue profferte alle donne che, avendo un parente in carcere, vanno ad implorarne la scarcerazione. Nei cassetti di Pietro Bolognesi, il “capo” del CLN di Schio, giacciono i documenti per le scarcerazioni, altri documenti li conserva il maresciallo dei Regi Carabinieri, Silvio Sbabo, che ostenta prudenza, poiché, a sua detta, il carcere in quell’ambiente infuocato rimane il luogo più “sicuro”.

 

Non manca neppure l’idiozia di un ufficiale inglese, governatore della città, il capitano Chambers, il quale trova il tempo di lanciare funesti ultimatum sulle scarcerazioni, fregandosene altamente della sorveglianza del carcere cittadino. Per di più il contingente del Carabinieri Reali scende da 22 elementi a 8 e per sorvegliare il carcere viene dislocato 1 solo carabiniere che alle 10 di sera se ne ritorna in caserma. Quindi sono due i fronti che “saggiano” il terreno. Gli Alleati, con i loro servizi di intelligence sanno che Schio è una piazza caldissima. Nel battaglione della polizia ausiliaria tanti notano un fermento alquanto sospetto, e, particolare ancora più importante, c’è un susseguirsi di riunioni della “base” e della “cupola”.

 

Un ambiente cittadino sospeso tra la morte e la vita 

 

Piva dirige in quei giorni l’Ufficio Investigativo, una miserabile etichetta che nasconde solo la voglia di spremere notizie ai fascisti incarcerati. Infatti il pomeriggio del giorno stabilito per l’eccidio Igino Piva parla tranquillamente per ore con l’ex commissario prefettizio di Schio, Giulio Vescovi, che si sforza di giustificare il suo operato amministrativo e politico. Dai verbali “americani” si capisce quasi fotograficamente l’ambiente e le comparse della Schio del dopoguerra. Gli “incaricati” passano da un ballo serale nelle feste popolari, che in quei giorni vogliono far dimenticare agli scledensi gli orrori della guerra appena terminata, alla visione di films americani nei cinema della città. Tra un ballo e un film pesa come un macigno l’impegno “militare”, l’appuntamento con il carcere, con i “compagni”, si contano i giorni, le ore, i minuti che separano la vita normale dall’appuntamento serale del 6 luglio, data ormai decisa definitivamente.

 

Faccio una piccola parentesi: proprio negli stessi istanti, si potrebbe dire, nei primi giorni di luglio accadono due fatti gravissimi. L’attacco al carcere di Modena e a quello di Ferrara, da parte di squadre di partigiani comunisti. Il bilancio è di trenta morti e cinquanta feriti tra i fascisti detenuti (vedi più avanti la strategia dell’OZNA).

 

 

 

Riprendiamo la nostra narrazione. Dico subito che è inutile fare la “storia” dell’eccidio, se ne è già parlato tantissimo. A me interessano gli “attori”, per capire l’importanza della personalità, il grado di cultura, l’audacia o l’abitudine a stroncare le vite degli altri. Se esamino il gruppo dei giovani partigiani, sia quelli arrestati dopo il massacro, sia quelli che prenderanno il largo dopo, nel mese di luglio, trovo uomini segnati dalla durezza di un anno vissuto pericolosamente, ventenni maturati in fretta, solidi uomini di montagna, del tutto sprovvisti di cultura, soprattutto quella politica. Disciplinati, audaci, ma che devono anche essere tenuti a freno da ufficiali responsabili. La resistenza nelle montagne del Vicentino non è stata uno scherzo, molti ci hanno perso la vita, e i reparti che hanno conquistato il territorio negli ultimi combattimenti meritano non solo di essere ricordati ma anche valutati e rispettati per aver contribuito alla sconfitta totale del nazifascismo.

 

La guerra sembra finita... 

 

Qui però stiamo parlando un linguaggio diverso, la guerra è finita, e dalla massa dei “militari” emergono quelli della “cupola”. E’ tutta un’altra cosa: prendiamo Ruggero Maltauro, ex poliziotto fascista, ex rapinatore con la banda Righetto a Vicenza, partigiano poi, ora si trova ad essere il vice comandante della polizia ausiliaria, il gruppone di cento partigiani che funziona da serbatoio per l’azione contro il carcere. Pegoraro Nello, uomo maturo d’età, antifascista da sempre, uomo deciso e commissario politico, ora è con Maltauro una delle “teste calde” che agitano il “Ramina Bedin”. Teniamo per ultimo il capo della “cupola”, Igino Piva, 43 anni, che i due suoi compagni di avventura se li mangia politicamente quando vuole, tanto grande è il divario tra i tre soci.

 

Quale comandante? Quale organizzazione? 

 

Nell’ottica che guida questo articolo trovo sia necessario, a questo punto della narrazione, dopo aver messo in rilievo i protagonisti, esaminare un po’ meglio cosa succede “dopo”. Sappiamo tutti che alcuni del commando, due o tre, ubriachi fradici, giracchiano nella mattinata del 7 luglio per le strade di Schio inneggiando al loro delitto. Quindi io mi chiedo: ma che comandante è mai Piva che lascia tre imbecilli strafatti, per le strade di Schio a rovinare e inquinare i risultati “politici” dell’azione notturna? Un ufficiale responsabile dell’azione avrebbe dovuto radunare tutti gli uomini (e a Piva non difettava né il prestigio né l’ubbidienza dovutagli). C’era poi il pericolo che qualcuno (dei prigionieri) potrebbe aver riconosciuto alcuni componenti del commando (come infatti accadrà). Per questo era necessaria una riunione per avere informazioni su eventuali “smagliature”. Invece cosa succede? Tutti consegnano le armi in Valletta dei Frati (o quasi tutti) e poi se ne vanno a casa a dormire.

 

E’ un comportamento di una tale assurdità che ho sempre fatto fatica a crederci. Piva, Maltauro, Pegoraro, la “cupola”, cosa fanno? Quando erano sulle montagne avrebbero lasciato le cose in questo modo? Ma il brutto deve ancora arrivare: nei giorni seguenti la “struttura” si scioglie come un gelato. Franceschini (“Guastatore”) viene fermato subito (parlerà il 4 agosto). E’ stato riconosciuto. Gli Alleati sanno già i nomi di altri. Cosa fa Piva? Troviamo il suo nome come ospite della struttura sanitaria di Lavarone (entra il 19 luglio), un convalescenziario per partigiani, e con lui c’è pure Valentino Bortoloso. E’ vero o è un depistaggio? Quando gli americani faranno irruzione in quell’albergo non troveranno nessuno, né Piva, né Bortoloso.

 

Piva aveva stretto un patto... 

 

Allora avanzo questa ipotesi: Piva sapeva benissimo che sarebbe finita così, c’era una parte del gruppo che sarebbe stata sacrificata, gli altri se li sarebbe portati dietro in Jugoslavia. Ed è accaduto proprio così. Ne consegue che Piva non aveva curato l’organizzazione, per lui non ce n’era bisogno. Era sufficiente raggruppare una decina di uomini, mettere a capo della pattuglia il Bortoloso (a lui affezionatissimo), ordinare il massacro (“gli ordini sono ordini” grida Bortoloso stanco di perdere tempo quella notte con la faccenda della lista dei fascisti) e portarsi via con sé sette uomini (forse i più svegli) in Jugoslavia, al momento buono, se la situazione delle indagini lo imponeva.

 

Una presenza nell'ombra: l'OZNA!

 

Una strumentalizzazione da manuale. Che rivela però i pensieri nascosti, le direttive, il percorso di fuga, e quindi gli accordi precedenti alla notte del massacro con coloro che avevano contattato Piva e che avevano stretto con lui un patto. Impossibile che i “mandanti” nascosti fossero del PCI scledense, casomai qualche possibilità di coinvolgimento avrebbe potuto provenire da Milano, ma la topografia della fuga rivela una cosa precisa: la Jugoslavia (l’Istria in particolare) non è solo l’arrivo, l’approdo per un bisogno immediato (sottrarsi alla cattura) ma è la “sede” delle “operazioni speciali” che l’OZNA aveva in serbo per l’Alta Italia. E Piva, internazionalista fino in fondo, non aveva legami patriottici da salvare o rispettare. Per lui, diversamente dai suoi ottusi seguaci, operare in Italia o in Jugoslavia era la stessa cosa, il Comintern soprattutto, la rivoluzione comunista e l’azione sua personale contro l’”internazionale dei ricchi”.

 

(Devo inserire a questo punto una notizia a prima vista assai interessante: nel gruppo degli esecutori che seguono Piva in Jugoslavia compare il nome di Vittorio Tinelli, comunista friulano. Che significa? E’ uno degli esecutori dell’eccidio o un compagno di strada? [cfr. M.Bonifacio, La seconda resistenza del CLN italiano a Pirano d’Istria, Quaderni di Quale Storia n.15, Trieste, 2005; pag.48, nota 54])

 

Una fuga o un trionfo?

 

Il primo agosto 1945 (mentre inizia l’odissea dei sette partigiani lasciati a Schio a farsi cucinare dagli Alleati) Igino Piva (assieme a Pegoraro) è già a Capodistria e ha incontri con ufficiali del IX Corpus titino. Faccio subito notare che il Piva entra in territorio jugoslavo (la fetta sotto amministrazione slovena a pochi passi dal Territorio Libero di Trieste sotto controllo alleato) in un momento talmente delicato che qualsiasi azione rischia di appesantire drammaticamente la situazione degli italiani (prevalentemente insediati nelle città costiere dell’Istria). Più o meno nel momento in cui Piva inizia a muoversi in Istria avviene una ristrutturazione importante dei servizi segreti jugoslavi. Ne accenniamo un attimo perché gli italiani sperimenteranno i loro metodi brutali. Nel marzo 1946, vengono separate la sezione militare (dell’OZNA) da quella civile, con la nascita del VOS (Vojno obavještajna služba) e del KOS (Kontra Obavještajna Služba) in campo militare e dell'UDBA (Uprava Državne Bezbednosti) in campo civile [cfr. Orietta Moscarda Oblak, Il potere popolare in Istria, 1945-1953; Univ. Trieste].

 

Il nostro uomo della “cupola”, è accolto a braccia aperte, riverito e indirizzato a Pirano con il grado di comandante della Difesa Popolare della cittadina (italiana e costiera) dell’Istria (Zona B). Anche gli altri seguaci vengono inglobati nella stessa struttura ma per breve tempo. Igino Piva, oltre al Comando della Difesa Popolare di Pirano diventa anche membro del Comitato Distrettuale del PCRG (Partito Comunista Regione Giulia). Cosa significa questa sigla? E’ il frutto della frattura irrimediabile con l’intera politica del Partito Comunista Italiano che, facendosi forte dell’appoggio dell’intero COMINTERN, sosteneva che nel dopoguerra il problema dei confini avrebbe dovuto essere risolto a livello internazionale. Quindi il PCRG era un partito nuovo che sosteneva la fusione della comunità italiana con quella slava per aderire agli ordinamenti politici del comunismo titoista. Stalin aveva già bloccato le mire espansionistiche su Trieste del “compagno”Tito (ritiro delle truppe jugoslave e rispetto della zona A e B come da accordi firmati con gli Alleati). Il dittatore sovietico non voleva rischiare una terza guerra mondiale per i programmi nazionalistici ed espansionistici di Tito.

 

Piva sceglie Tito 

 

Piva, nel 1945 sceglie la linea di Tito che si basa sull’espulsione graduale dell’elemento italiano. Voglio dare alcuni numeri che dimostrano come in quei frangenti la brutalità politica e l’ingiustizia fossero tutte dalla parte scelta da Piva. Ne è prova il censimento organizzato dal potere jugoslavo nel mese di ottobre 1945 in tutta l’Istria. “A Pirano centro [cfr. M.Bonifacio, op.cit.; pag. 49] risultarono 5035 abitanti, dei quali 4508 italiani e 430 sloveni”. Ma nei risultati finali generali gli italiani diventeranno (in Istria) solo 93.000 a fronte di 234.000 slavi.

Il capo della “cupola” di Schio, l’Igino Piva internazionalista, avrà poi il tempo per ricevere il ben servito dal nuovo potere comunista jugoslavo. Il 3 dicembre 1946, viene espulso dal PCRG “per aver sposato una donna non adatta, una ragazza piranese di ottima famiglia, dalla quale ebbe una figlia” [Cfr. M.Bonifacio, op.cit.; p.57].

Nel 1947 Piva lascia il comando della Difesa Popolare, si trova un lavoro e aspetta (senza saperlo) che Stalin gli indichi la via. Quando nel 1948 il COMINTERN bolla come “eretico nazionalista” Josip Broz Tito, Igino Piva, aiutato da Vittorio Vidali, astuto comunista triestino, passa il confine jugoslavo, ripara in Ungheria e poi in Cecoslovacchia. Dell’accordo con l’OZNA non gli rimangono neanche le briciole.