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Caso Moro: Verità e giustizia per riscattare il paese

[Solidarietà, anno VI n. 3, luglio 1998]

 

 

Vent'anni fa il dossier del movimento di Lyndon LaRouche (P.O.E. - Partito Operaio Europeo) indicò i mandanti del crimine ed i loro motivi, denunciò la dimensione strategica internazionale dietro il conflitto sintetico tra "destra e sinistra"

 

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Nonostante le più alte autorità dello Stato abbiano riconosciuto che certe "intelligenze" si celavano dietro le Brigate Rosse, nel dibattito svoltosi per il ventennio del sacrificio di Aldo Moro si è persa un'occasione per ristabilire verità e giustizia.

 

Se, infatti, è giusto battersi per dimostrare che le BR fossero eterodirette - e il dibattito degli ultimi due mesi ha contribuito a rafforzare questo giudizio - si è persa l'occasione per riflettere sul contenuto della politica di Moro e sui motivi per cui egli fu ucciso. Ciò avrebbe messo enormemente in imbarazzo non solo gli irriducibili difensori della versione brigatista, ma anche qualche dietrologo, dimostrando un fatto molto semplice, e cioè che gli interessi e le politiche che Moro combatteva oggi trionfano sulla scena nazionale, sia a "destra" che a "sinistra". È inutile piangere sul cadavere di Aldo Moro quando si continua a pugnalarne le idee.

 

 

Nell'ottobre 1978, pochi mesi dopo la morte dello statista, il Partito Operaio Europeo (POE) pubblicò un volume intitolato "Chi ha ucciso Aldo Moro".

 

 

Il POE, che rappresentava il movimento di Lyndon LaRouche, collocò l'assassinio di Moro nella contrapposizione di due partiti "trasversali", quello "oligarchico" e quello "repubblicano", dove per repubblicano si intendeva il fronte composto dalle forze che si riconoscevano nei valori dello stato nazionale espressi dalla Costituzione.

 

 

Questo scontro non era nazionale, ma rifletteva a sua volta i fronti di una battaglia internazionale: da una parte le forze impegnate in quello che il dossier del POE definiva il "Grande Disegno" ("una alleanza tra stati capitalistici, stati socialisti e paesi emergenti del Terzo Mondo per promuovere lo sviluppo economico universale") e dall'altra l'oligarchia internazionale, rappresentata dal Fondo Monetario Internazionale e ostile allo sviluppo.

 

 

Per capire la rivoluzionaria portata di questo concetto occorre pensare che allora non esisteva altra interpretazione della politica se non come scontro tra "destra" e "sinistra". Il POE, invece, dimostrò (una cosa che Moro aveva anche intuito) che il vero nemico, l'oligarchia, si nascondeva dietro ideologie sia "reazionarie" che "progressiste".

 

 

Vent'anni dopo

 

 

In questo contesto, pur con le inevitabili inesattezze di un lavoro scritto a caldo, il dossier del POE indicò precisamente nelle strutture dei servizi segreti britannici i capifila del terrorismo e delle strutture "deviate" presenti negli altri servizi occidentali come pure in quelli dei paesi comunisti, e quindi le forze che concorsero materialmente alla pianificazione e all'esecuzione del sequestro e dell'assassinio di Aldo Moro.

 

 

Lo scritto del POE, e quelli successivamente pubblicati dal movimento di LaRouche, hanno costituito una pietra miliare per le ricerche sul terrorismo e sui suoi collegamenti internazionali. La riprova è che oggi, a vent'anni di distanza, esso continua a influenzare il dibattito politico, come mostra l'attacco, apparentemente inspiegabile, sferrato il 18 marzo dal quotidiano Il Giornale al dossier del POE.

 

 

Con tanto di foto della copertina, raffigurante Aldo Moro prigioniero sullo sfondo di una bandiera britannica, il vicedirettore del quotidiano milanese, Giancarlo Farina, accusava il movimento di Lyndon LaRouche di essere il suggeritore di Luciano Violante, il Presidente della Camera, che il giorno prima aveva parlato, in un'intervista, di forze esterne alle BR che ne avevano condizionato l'azione.

 

 

Farina tentava di ridicolizzare l'idea che dietro il terrorismo degli anni settanta-ottanta ci fosse una pista che porta a Londra.

 

 

Due mesi dopo però il Giornale assumeva un tono ben più serio quando citava le analisi del "federalista" Lyndon LaRouche in cui il terrorismo degli anni Novanta è denunciato come un'operazione diretta da Londra.

 

 

Questo è stato purtroppo l'unico punto saliente (se si eccettuano le reazioni provocate dal libro di Sergio Flamigni) di un dibattito che altrimenti ha riproposto le sterili e patetiche recriminazioni tra vecchi e nuovi sostenitori della "fermezza" e della "trattativa".

 

 

Il libro di Flamigni, "Convergenze Parallele", ha animato il dibattito perché ha colpito un bersaglio preciso, Francesco Cossiga.

 

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Già Ministro dell'Interno, poi Presidente della Repubblica l'On. Cossiga nel dossier del P.O.E. è indicato come l'eminenza grigia della politica clandestina del governo inglese.

 

 

Nel dossier del POE, la figura di Cossiga era già ben messa a fuoco come "una pedina fondamentale nello scenario terrorista britannico in Italia".

 

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Sergio Flamigni è un politico e scrittore italiano. È stato un parlamentare del PCI dal 1968 al 1987, nonché membro delle Commissioni Parlamentari d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia. (Wikipedia)

 

 

Nel suo libro, Flamigni lo identifica come massimo responsabile del fallimento del tentativo di liberare Moro, e qualcosa di più. Naturalmente, una discussione spassionata sul ruolo di Cossiga nella vicenda Moro è nella attuale situazione politica italiana quasi impossibile. Essendo la verità bandita dalla politica, qualsiasi intervento si presta a essere interpretato come pro o contro questo o quello schieramento. È purtroppo ciò che è avvenuto, anche se lo stesso Flamigni e il figlio di Moro, Giovanni, sono intervenuti sul quotidiano La Repubblica per alzare i toni del dibattito.

 

 

Nonostante tutto, è doveroso rifiutare la "verità" cossighiana (che corrisponde a quella dei brigatisti in carcere) e inchiodare l'ex Presidente alle sue responsabilità.

 

 

Occorre anche dire che, se ci fu un complotto per uccidere Moro, Cossiga non rappresenta il centro di quel complotto ma un semplice fiduciario di un complesso apparato di cui facevano parte anche le reti della P2.

 

 

In questo senso, come scrisse il POE, Cossiga rappresenta la continuità politica del potere britannico in Italia.

 

 

Cossiga è un britannico di mentalità: si definisce cattolico liberale e si vanta di coltivare studi di "teologia inglese", su testi come quelli del Cardinale Newman, un nemico del Rinascimento e un ammiratore dell'Impero Romano.

 

 

Cossiga fu politicamente allevato da Segni, che a sua volta rappresentava l'infiltrazione della corrente filobritannica nella Democrazia Cristiana. Segni si formò ideologicamente assieme a Dino Grandi, il gerarca fascista filo-britannico, con il quale fondò e diresse una rivista giuridica. Da Segni, Cossiga ricevette in eredità la rappresentanza politica di quegli interessi, e della loro forte presenza negli apparati dei servizi di sicurezza e militari.

 

 

Avanzi di feudalesimo

 

 

Se prendiamo in esame le reti che in Italia hanno sostenuto il terrorismo e ne hanno approfittato, scopriamo che si tratta di forze che in un modo o nell'altro fanno parte di un disegno che fa capo all'oligarchia filo-britannica, cioè il sistema di interessi e di potere che alla fine della guerra fu estromesso dal nuovo regime repubblicano e che gli inglesi presero sotto la propria ala protettiva. Ad un livello inferiore, queste reti coincidevano con i resti dell'apparato fascista (che continuò a fornire ideologia e manovalanza per la prima fase del terrorismo).

 

 

Ad un livello superiore, esse consistevano nell'aristocrazia vera e propria, quella responsabile di aver chiamato il fascismo al potere, proprietaria di latifondi e banche, monopoli e traffici illeciti. È da questa oligarchia feudale, con conto nella City e tesserino massonico, che nasce ad un certo punto la loggia segreta P2. A questa oligarchia si riferiva Moro quando indicava la "Destra", sempre in agguato, persino nel suo stesso partito. È questa oligarchia che, con Moro, tolse di mezzo l'ultimo leader politico in grado di tenerle testa.

 

 

Chi fu Aldo Moro

 

 

Un fatto che nessuno, nemmeno gli anti-dietrologi, può smentire è che Aldo Moro fu ucciso per la sua politica di "solidarietà nazionale".

 

 

Il modo più semplicistico in cui questa viene oggi rappresentata è che Moro voleva "portare i comunisti al governo". Da parte dei suoi detrattori la solidarietà nazionale viene addirittura identificata con il "consociativismo" o l'apoteosi della cosiddetta "partitocrazia", con ciò indicando il sistema della corruzione politica. Naturalmente è vero il contrario.

 

 

Certo, l'ingresso del PCI al governo appariva come una svolta radicale nella politica italiana, ma in effetti non era che la continuazione della stessa politica con cui Moro, all'inizio degli anni Sessanta, varò il centrosinistra. La politica di "solidarietà nazionale", che comportava l'associare gradualmente il PCI a responsabilità di governo, era stata lanciata da Moro già nel 1968, con il nome di "strategia dell'attenzione".

 

 

Sia con il centro-sinistra, cioè l'ingresso dei socialisti al governo, che con la solidarietà nazionale, Moro cercava di risolvere il problema sorto con la scomparsa di De Gasperi e l'assassinio di Enrico Mattei: la Democrazia Cristiana non era più un partito in cui la tendenza repubblicana prevaleva, ma era piombato nell'immobilismo a causa della forte presenza oligarchica al suo interno, quella che Moro semplificando chiamava la "Destra".

 

 

A causa di questa fazione le conquiste del decennio del boom venivano messe a repentaglio. Rappresentata da notabili come Antonio Segni e il siciliano Scelba, la "destra" oligarchica democristiana, spalleggiata dai liberali e da larghi settori della società (in)civile, era riuscita a bloccare alcune importanti riforme come quella urbanistica (che avrebbe espropriato larghe zone metropolitane impedendo la speculazione edilizia) e aveva permesso solo parzialmente quella agraria. Alla scomparsa di Enrico Mattei, aveva impresso una svolta liberista nella politica economica che si proponeva, come poi accadde, di abortire lo sviluppo del Mezzogiorno.

 

 

Moro capì che per riconquistare la DC, le forze che si riconoscevano nella tradizione De Gasperi-Mattei dovevano cercare alleati all'esterno, e li cercò nel Partito Socialista. Come è stato documentato, l'avvio del centrosinistra fu facilitato dal consenso dell'amministrazione Kennedy.

 

 

Purtroppo, la presenza del PSI non bastò ad agevolare i disegni di Moro. Ben presto fu chiaro che, a parte la discussa nazionalizzazione dell'energia elettrica, il centrosinistra sarebbe riuscito a fare ben poco.

 

 

Riforme mancate

 

 

Esemplare è la vicenda della riforma urbanistica, presentata dal democristiano Sullo, che provocò la reazione di Antonio Segni, allora Presidente della Repubblica ("Non firmerò mai la nazionalizzazione della casa").

 

 

Per sabotare il progetto di Moro, nel 1964 Segni arrivò a minacciare un golpe dei "tecnici", con la convocazione del generale De Lorenzo, autore del "piano Solo" che prevedeva la proclamazione dello stato d'emergenza e l'arresto di politici dell'opposizione e di governo.

 

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Segni era pronto ad affidare il mandato di governo al banchiere Cesare Merzagora, che avrebbe costituito un gabinetto extraparlamentare gradito all'oligarchia. Al "tintinnare di sciabole" di Segni-De Lorenzo si aggiunse l'interferenza internazionale: la CEE comunicò la propria ostilità per gli orientamenti di politica economica del governo italiano.

 

 

Il minacciato golpe non avvenne, ma a costo dello svuotamento dei programmi di sviluppo del centrosinistra (la riforma urbanistica fu abbandonata e la famosa "programmazione" rimase una parola vuota).

 

 

La manovra finale contro la politica di Moro fu il progetto saragattiano di costituire, attraverso la fusione con il PSI, un partito laburista che si sarebbe candidato a sostituire la DC. Fortunatamente il progetto fallì con il crollo elettorale della nuova formazione, il PSU, che diede il via libera a Moro per passare all'opposizione nella DC e varare la "strategia dell'attenzione" nei confronti del PCI.

 

 

La famosa "strategia della tensione" che culminò con la strage di Piazza Fontana nel 1969 mirava ad impedire la realizzazione del progetto moroteo. Le bombe avrebbero dovuto far precipitare la situazione dell'ordine pubblico e favorito un piano che prevedeva la dichiarazione dello stato d'emergenza e la sospensione delle libertà costituzionali. Il piano fu sventato anche grazie alla mobilitazione sindacale, e da altre resistenze politiche. Secondo un libro pubblicato nel 1978, Il segreto della Repubblica, Moro sarebbe entrato in possesso di informazioni dei servizi sulle reti neofasciste che avevano messo le bombe.

 

 

La nuova "strategia dell'attenzione" poté procedere e fare un salto qualitativo con la nomina di Enrico Berlinguer a segretario generale (1972). Un anno dopo, Berlinguer lanciò la proposta del "compromesso storico" e iniziò una manovra di distacco dall'URSS e avvicinamento agli Stati Uniti, che culminò con la dichiarazione con cui il PCI riconobbe la partecipazione dell'Italia nella NATO (1977).

 

 

Solidarietà nazionale

 

 

Dopo il fallimento del tentativo di centro-destra col governo Andreotti (1972-73), Moro tornò ad essere arbitro degli equilibri nella DC e si aprì la fase della "solidarietà nazionale". Moro sapeva di avere un compito arduo di fronte a sé: doveva coinvolgere il PCI nelle responsabilità di governo, prima con un'astensione e poi con l'appoggio esterno, e offrire le massime garanzie alle correnti democristiane e agli alleati occidentali dell'Italia.

 

 

In questo, lo strappo del PCI da Mosca e la decisione comunista di riconoscere la NATO furono decisive. Questo avvenne in un contesto internazionale in cui una serie di forze erano impegnate a costituire nuove intese fondate sullo sviluppo economico e ad ispirare le quali spiccava principalmente la personalità di Paolo VI. La sfida principale che questo forze dovevano affrontare era il supramento della politica dei blocchi contrapposti dettata nel dopoguerra da Winston Churchill, Bertrand Russell e Henry Kissinger. Aldo Moro era la personalità che maggiormente condivideva quest'orientamento della "Populorum Progressio".

 

 

L'obiettivo finale della politica di Moro era quello di legittimare il PCI come partner di governo e quindi "sdoganarlo" in prospettiva di un vero e proprio ricambio nella maggioranza. La grande coalizione, in cui ai comunisti sarebbero stati finalmente assegnati incarichi di governo, era solo un obiettivo transitorio.

 

 

Nei contenuti, però, era chiaro che la collaborazione tra DC e PCI avrebbe rafforzato, rendendola maggioritaria, l'alleanza tra le forze che intendevano rilanciare lo sviluppo industriale del paese, a cominciare dal Mezzogiorno, e proiettare stabilità nel Mediterraneo con una politica indipendente, che è stata descritta come filo-araba ma sarebbe più corretto dire equidistante.

 

 

Retrospettivamente, si può pensare che se il progetto di Moro fosse riuscito, si sarebbe probabilmente anticipato il processo che, solo dieci anni dopo, ha portato al crollo del muro di Berlino.

 

 

Moro era convinto, e a ragione, che la stragrande maggioranza degli elettori democristiani e comunisti condividessero gli stessi obiettivi, e che quindi, una volta compiutasi l'evoluzione filo-occidentale del PCI, la DC avrebbe potuto finalmente liberarsi della zavorra oligarchica che aveva basato la propria fortuna esclusivamente sulla pregiudiziale anticomunista.

 

 

Il Partito Comunista era nominalmente marxista, ma rispetto al suo erede, il PDS, aveva il vantaggio di essere un partito legato all'idea di produzione, "proibizionista" in tema di droga e ancora non eroso dall'ideologia liberista. Da questo punto di vista, è profondamente inesatto definire l'alleanza odierna tra il PDS e il PPI come la realizzazione del "compromesso storico"; è vero invece che il governo dell'Ulivo rappresenta tutto il contrario della politica di Moro.

 

 

"Mani Pulite" contro Moro

 

 

Prima che scattasse il rapimento e l'assassinio, si tentò di eliminare Moro politicamente, con il famoso scandalo Lockheed.

 

 

Questo è un caso tanto cruciale quanto del tutto trascurato nelle commemorazioni delle recenti settimane. Il motivo per cui è passato sotto silenzio è semplice: avrebbe creato notevole imbarazzo per il partito di "Mani Pulite", ancora arbitro della politica italiana.

 

 

Lo scandalo Lockheed fu un'operazione Mani Pulite ante-litteram, che passava attraverso il Dipartimento di Stato americano (controllato dalla mafia di Kissinger), con cui si cercò di accusare Moro di aver ricevuto bustarelle dalla impresa aerospaziale americana in cambio di acquisti di aerei da trasporto militare C-130 per le forze armate italiane. Naturalmente la storia era falsa, ma alcuni quotidiani e settimanali italiani pubblicarono la notizia che il famoso "Antelope Cobbler", nome in codice del destinatario italiano delle bustarelle, sarebbe stato Moro.

 

 

Gli accenni a Moro come "l'Antelope Cobbler" nascono da un memorandum dell'assistente del Dipartimento di Stato americano Loewenstein, un uomo di Kissinger. La notizia fu divulgata alla stampa dall'ambasciatore Luca Dainelli, che l'aveva saputa dall'avvocato dell'ex ambasciatore a Roma John Volpe.

 

 

Scrisse il POE sul famoso dossier del 1978: "Lo scandalo Lockheed viene usato dal 1976, anno in cui la commissione Frank Church del senato USA cominciò le sue indagini sulle attività delle multinazionali, per orchestrare 'Watergates' contro le frazioni pro-sviluppo di tutto il mondo". E ancora: "Tra i principali accusatori... fu Luca Dainelli, membro dell'International Institute for Strategic Studies, ex ambasciatore italiano negli USA. Dainelli... è monarchico, tanto monarchico da non voler mettere piede nel Quirinale, che ritiene «usurpato» dalla Repubblica." 

 

 

Era chiaro che, indicandolo come il destinatario delle bustarelle, si voleva assassinare politicamente Moro e far naufragare il suo progetto, ma il disegno non riuscì. La corte Costituzionale archiviò la posizione di Moro il 3 marzo 1978, e cioè tredici giorni prima dell'agguato di Via Fani.

 

 

Moro era ben conscio della manovra. Il capo del suo ufficio stampa, Corrado Guerzoni, dirà al processo per l'omicidio di Moro che "nella borsa del presidente c'erano probabilmente i documenti più delicati, almeno quelli degli ultimi tempi, perché li portava sempre con sé... Per quel che ne so io c'erano i documenti dell'affare Lockheed per la parte in cui era stato coinvolto il presidente... Vi era l'impressione che ci potesse essere, come dire, un ritorno di fiamma... Dissi al presidente: diciamo come stanno le cose, è scritto lì che questa informazione esce dal gabinetto del segretario di Stato; diciamo che è un fatto politico". Quei documenti poi, saranno distrutti dalle Brigate Rosse, che inspiegabilmente non li usarono per smascherare l'esecrato "stato imperialista delle multinazionali".

 

 

Ma in precedenza Moro aveva reagito allo scandalo dichiarando in Parlamento che "La DC non si farà processare nelle piazze". Quel famoso intervento fece sì che il Parlamento, interpretando politicamente lo scandalo, rifiutò di concedere l'autorizzazione a procedere per Gui, ministro della Difesa all'epoca delle bustarelle.

 

 

L'episodio è emblematico per mostrare la differenza tra la DC guidata da Moro e quella che, quindici anni dopo, accetterà supinamente di scomparire sotto i colpi di Mani Pulite.

 

 

Moro sapeva benissimo che vi erano episodi di corruzione nel partito, che le correnti si finanziavano in modo più o meno legale. Ma capiva anche che la "lotta alla corruzione" era un pretesto per distruggere la DC, il sistema dei partiti e il Parlamento stesso, come poi è avvenuto esattamente con Mani Pulite.

 

 

Ma la grandezza di Aldo Moro è racchiusa nella sua decisione di andare avanti nella linea scelta nell'interesse della nazione, consapevole che così facendo metteva in gioco la sua stessa vita. Quanti politici odierni farebbero lo stesso, messi di fronte ad una chiara minaccia di morte? Temiamo nessuno.

 

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Aldo Moro e il suo "avversario" più determinato Henry Kissinger

 

 

È noto che Moro, in un viaggio negli USA nel 1976, fu affrontato da un alto personaggio americano che lo apostrofò duramente. Di fronte alla Commissione parlamentare d'inchiesta, Eleonora Moro rievocherà così l'episodio:

 

"È una delle pochissime volte in cui mio marito mi ha riferito con precisione che cosa gli avevano detto, senza svelarmi il nome della persona... Adesso provo a ripeterla come la ricordo: ?Onorevole (detto in altra lingua, naturalmente), lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere»".

 

Chi fu questo personaggio? Diverse fonti hanno giustamente puntato il dito su Henry Kissinger.

 

 

Il segretario di Stato USA era infatti notoriamente ostile a Moro e il tono perentorio delle frasi riferite non può essere attribuito a un funzionario di rango minore.

 

 

Moro fu molto scosso dalle minacce, si sentì male e rientrò in Italia. Nel periodo successivo espresse l'intenzione di ritirarsi dalla politica. La minaccia era stata veramente esplicita.

 

 

Invece, Moro tornò sulla sua decisione. Ne parlò con qualcuno? Fu confortato ad andare avanti? Non lo sappiamo.

 

 

Quello che è chiaro è che da questa decisione, presa nella consapevolezza di rischiare personalmente la vita, emerge la grandezza del carattere di Moro e la sua concezione della politica al servizio del paese. Disse ad una sua studentessa: "Credi che non sappia che posso fare la fine di Kennedy?" Gli fu porta la coppa del Getsemani, e la accettò.

 

 

La concezione politica di Moro

 

 

Con l'assassinio di Moro si chiuse un ciclo storico, che non era quello iniziato nel 1968 con il dialogo con i comunisti, né quello degli anni sessanta con il centrosinistra. Si chiuse semplicemente il ciclo costituzionale iniziato nel 1946, con il referendum che istituì la repubblica come forma di stato, e ne inizió un altro, che vede all'opera gli eredi delle forze sconfitte in quel referendum.

 

 

Per chi ci ha seguiti fin qui, è ovvio che intendiamo sia forze nazionali che internazionali.

 

 

Come è noto, la vittoria repubblicana nel referendum non era affatto scontata. La monarchia ottenne quasi undici milioni di voti, solo due in meno della repubblica. Questo risultato spinse il re, Umberto II, a tentare il colpo di mano rifiutandosi di riconoscere la vittoria repubblicana. Si sfiorò la guerra civile, quella guerra civile desiderata dagli inglesi per balcanizzare il paese. Fu probabilmente dovuto a pressioni americane, se Umberto finalmente recedé dalle sue intenzioni e in seguito, promulgata la Costituzione, si recò in esilio.

 

 

Ciò non significò che da un giorno all'altro il potere monarchico (oligarchico) scomparve dall'Italia; subì semplicemente una metamorfosi, attrezzandosi per la guerra irregolare con l'obiettivo di rovesciare le istituzioni repubblicane alla prima occasione.

 

 

Così, lo scontro tra repubblica e oligarchia si trasferì su altri piani; quello economico, con il partito liberista che tentò di bloccare lo sviluppo; quello politico, con il gioco delle divisioni da "guerra fredda", e quello terroristico. Moro fu l'ultimo obiettivo di questa strategia.

 

 

Moro rappresentava l'anima dello stato repubblicano, sia come idea che come persona. Egli svolse un ruolo di primo piano sia nella fondazione del partito democristiano, sia nei lavori della Costituente.

 

 

La Costituzione

 

 

Appena trentenne, Moro fu eletto nella Commissione dei 75, il gruppo ristretto che stese il testo della Costituzione poi approvata dall'assemblea generale, e fu proprio sulla base della "griglia" impostata da Moro che si avviarono i lavori. Non è un segreto che lo schema di Moro rifletteva le indicazioni dello schieramento rappresentante la dottrina sociale della Chiesa, una dottrina aggiornata nel Codice di Camaldoli e favorita dalla spinta internazionale del rooseveltismo. Moro fu anche cruciale nel mediare, nella scrittura del testo, le spinte che venivano dalla sinistra, e cioè dal partito comunista, già distinguendosi per la capacità che poi lo chiamò a gestire i passaggi più delicati della vita politica del paese.

 

 

La Costituzione italiana non è certamente la più perfetta, e si può discutere se sarebbe stata migliore adottando il preambolo scritto e suggerito da Meuccio Ruini ad imitazione di quella americana. L'esperienza della dittatura fascista diede peso agli argomenti delle correnti libertarie a favore di un esecutivo i cui poteri fossero limitati dal Parlamento, e fu così scelta una forma di governo parlamentare la cui debolezza è stata in seguito abbondantemente criticata.

 

 

Ma la vera novità introdotta dalla Costituzione del 1948 fu il ruolo dello stato, un ruolo attivo a favore dello sviluppo della nazione, che non si sostituisce all'iniziativa individuale (ad esempio nell'economia), ma garantisce le precondizioni affinché questa fiorisca. Il ruolo dello stato è descritto nella prima parte, quella dei "principi fondamentali", e specialmente negli articoli 3 ("È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"), 4 ("La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.") e 9 ("La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica").

 

 

Questi articoli potrebbero essere interpretati in senso letterale, e ad esempio una mancata definizione del concetto di lavoro si presta a far abuso dell'articolo 4. Ma la Costituzione non è un trattato di economia, e si appella al buon senso e alla competenza di chi è chiamato a rispettarla e interpretarla. Essa richiama i cittadini e i loro rappresentanti che guidano la nazione ai doveri fondamentali di una società, che quando vengono disattesi determinano il declino e il crollo della nazione.

 

Il modello americano

 

Viceversa, sulla base di quei principi lo stato italiano potè, a partire dal 1950 (quando, cioè, si crearono condizioni politiche favorevoli a muoversi sulla base delle indicazioni costituzionali), avviare una politica di intervento economico che entro pochi anni cambiò il volto del paese.

 

 

Grazie all'istituzione della Cassa del Mezzogiorno, sul modello della rooseveltiana Tennessee Valley Authority, il governo italiano varò un piano di sviluppo della parte più arretrata del paese costruendo infrastrutture viarie, agricole e energetiche. Contemporaneamente, con la legge sui fondi di dotazione delle Partecipazioni Statali, si avviò un meccanismo di investimento di importanti quote del reddito nazionale nell'economia produttiva. Sullo sfondo, l'avventura dell'ENI, che garantì energia per la ripresa con il gas della pianura Padana e aprì prospettive future in campo petrolifero e nucleare. Benché fosse un impulso che si articolava attraverso l'impresa pubblica, esso funse da volano per il resto dell'economia, per le grandi imprese e per quelle piccole e medie che grazie ad esso finalmente fiorirono.

 

 

Si veniva così a modificare la condizione del paese in una forma che avrebbe irreversibilmente sconfitto l'oligarchia: il progresso economico. L'intervento dello stato permetteva la creazione di benessere e l'emancipazione di vasti strati popolari, provvedendo con cibo, case, ospedali e scuole alla libertà dalla miseria, dalle malattie e dall'ignoranza.

 

 

Questo "vero" significato della idea di libertà, che animava i costituenti nella scrittura della carta costituzionale nella polemica contro i liberisti, veniva già espresso da Moro negli scritti giovanili e negli articoli con cui accompagnava il suo lavoro politico.

 

Solidarietà

 

Così, nel 1947, sulla rivista "Studium", scrisse: "Noi cristiani, più degli altri dovremmo sentire la necessità di dare alla democrazia un completo e concreto contenuto di operante solidarietà, mentre troppo spesso limitiamo le nostre cure e la nostra fiducia soltanto alle fredde e rigide linee di una democrazia puramente politica. Ebbene, se non riusciremo ad animare e a dare vita a questo sistema, se non sapremo raccordarlo coll'uomo intero, la storia, che non indulge ai ritardatari ed a coloro per i quali la buona fede non compensa gli errori di valutazione, passerà minacciosa infrangendo questo insufficiente e pur prezioso baluardo di libertà umana."

 

È chiaro ciò che Moro vuole dire: se non rafforzeremo la democrazia promuovendo il benessere, tornerà la dittatura.

 

E ancora Moro scrive: "Senza che diventi sociale, la democrazia non può essere neppure umana, finalizzata all'uomo, cioè con tutte le sue risorse e le sue esigenze. Se essa resta strettamente politica, angustamente politica, questo raccordo con l'uomo, che è per il cristiano ragione essenziale di accettazione, diventa estremamente dififcile ed, ove pure risultasse stabilito, si risolverebbe effimero e poco costruttivo. La democrazia è un tutto con molteplici interferenze e ciò ne rende arduo il cammino nella storia del mondo. La crisi della democrazia si apre dovunque e comunque essa sia privata dei suoi elementi essenziali scarnificata e semplificata contro la verità della vita umana, che è essa stessa completa e difficile. L'originalità, l'insostituibilità dell'intervento cristiano, della collaborazione cristiana nella difesa della democrazia é in questa visione integrale della realtà e nell'impegno coraggioso che ne promuove la realizzazione. Sarebbe grave colpa per i cristiani creare il mito della democrazia politica, la quale è premessa indispensabile, la base del sistema, ma non tutta la democrazia, che è regime di libertà non solo ma di umanità e di giustizia".

 

 

I denigratori

 

 

Non è un caso che le stesse forze che hanno avversato politicamente Aldo Moro, che ne hanno rovesciato il disegno politico trent'anni dopo e sulle quali si appuntano i sospetti per la sua morte, siano le stesse oggi impegnate in una strategia di demolizione costituzionale. I principali critici della Costituzione sostengono che occorrerebbe riscriverla partendo dal primo articolo, che dovrebbe suonare così: "L'Italia è una repubblica fondata sul libero mercato".

 

 

Aldo Moro fu eliminato anche per sgombrare la strada a questo disegno. Ecco perché, come afferma suo fratello Alfredo Carlo in un'intervista all'EIR, la sua figura è stata rimossa dalla memoria politica collettiva. Perché indagare fino in fondo sul motivo per cui Aldo Moro fu ucciso significa indagare sulla sua politica e sui principi che la animavano. Per questo, Moro è stato diffamato da vivo e da morto, e persino il comportamento di Moro durante la prigionia è stato usato per infangarne la memoria. Tra tutti si è distinto Indro Montanelli, che ha addirittura descritto un Moro pusillanime, che per paura della morte spinge lo stato a capitolare ai terroristi accettando la trattativa.

 

 

Alfredo Carlo ci restituisce un Moro "né disperato né che ha ceduto" ma che "seppe accettare il suo destino con grande rassegnazione e dignità anche se con profonda amarezza" per l'atteggiamento politico dei colleghi e degli amici.

 

 

La fede e la lucidità mostrata da Moro fino in fondo coronano una vita politica costruita sulla base di solide convinzioni ideali e morali che oggi vanno riprese e sviluppate per assicurare un futuro di libertà al paese.

 

Quando bisogna saper tradurre
CIA con Foreign Office

 

Una certa politologia ufficiale ha finora ricondotto ogni tentativo di destabilizzazione (o di "stabilizzazione") nell'Italia del dopoguerra agli Stati Uniti. Un esempio da manuale di questa tendenza, che si poggia su elementi di verità, ma parte da quella che in inglese si chiama "fallacy of composition", è la recente intervista del procuratore milanese Gherardo Colombo, in cui questi espone la ormai nota teoria del "doppio stato", la cui nascita risalirebbe allo sbarco degli americani in Italia, che riportarono la Mafia in Sicilia. Poi, passando per l'assassinio di Mattei ad opera delle Sette Sorelle, ci fu Piazza Fontana (la CIA), il caso Moro, Sindona, la P2 ecc.

 

 

In realtà, esaminando ognuno di questi casi, è possibile stabilire con certezza che ben raramente enti ufficiali degli Stati Uniti svolgono un ruolo nella vicenda. Ad esempio, per quanto riguarda il ritorno della Mafia, la CIA, che allora si chiamava OSS, si rifiutò di partecipare, anche se non riuscì a impedire che un ramo dell'intelligence americano, i servizi della Marina (Office of Naval Intelligence), conducessero in porto l'operazione. Ma mentre l'OSS rappresentava il governo e la politica di Roosevelt, l'ONI era praticamente una succursale dell'intelligence britannico, a cui va attribuita la paternità del disegno.

 

 

Così come, per il caso Mattei, i documenti diplomatici pubblicati nel libro di Li Vigni uscito lo scorso anno (1997, N.D.R.), e a cui abbiamo dedicato una recensione, dimostrano che una virulenta ostilità verso Mattei proveniva dal Foreign Office britannico, mentre l'amministrazione Kennedy esprimeva addirittura simpatia e si preparava a ricevere il Presidente dell'ENI in visita ufficiale.

 

 

E se prendiamo la P2, fenomeno che abbraccia tutto ciò che negli ultimi vent'anni ha avuto a che fare con destabilizzazioni politiche, finanziarie e terroristiche, e all'interno e ai vertici della quale troviamo i responsabili della morte di Moro, allora scopriamo una scatola a doppio fondo: a un primo livello, un'associazione che si presenta come emanazione americana e dichiara di combattere il comunismo; ad un livello superiore, un'emanazione della massoneria internazionale che fa capo a Londra.

 

 

Il ruolo di Henry Kissinger si spiega non come espressione degli interessi americani ma come "agente d'influenza" dell'oligarchia filo-britannica negli Stati Uniti.

 

 

Gli USA non dispongono di un'aristocrazia, ma purtuttavia soffrono di una metastasi di quella britannica, che si esprime attraverso le famiglie patrizie di Wall Street e di certi interessi latifondisti del Sud, discendenti degli schiavisti del secolo scorso. Spesso impadronitesi del governo USA (nel periodo più recente, con George Bush), queste forze difficilmente, a causa del regime costituzionale americano, possono utilizzare le istituzioni e gli enti del governo apertamente a fini destabilizzanti. Si servono del cosiddetto "governo parallelo", una rete di enti privati o semi-privati che si muovono all'ombra delle istituzioni ufficiali e agiscono in senso contrario alla Costituzione americana.

 

 

Ad esempio, l'inchiesta su Piazza Fontana del giudice Salvini ha rivelato il ruolo di un ufficiale americano, David Garrett, che era in contatto con i terroristi della cellula veneziana di Ordine Nuovo, e che erroneamente è stato definito "agente della CIA" dai mass media. Si tratta, invece, di un ufficiale del servizio segreto della marina, quello stesso ONI filo-britannico che strinse il patto con la mafia di Lucky Luciano durante lo sbarco in Sicilia.

 

 

Per quanto riguarda Henry Kissinger, l'ex Segretario di Stato USA confessò, in un discorso tenuto al Royal Institute for International Affairs di Londra, un'appendice del Foreign Office britannico, nel 1982, di aver agito nella sua carriera più negli interessi del governo britannico che di quello americano! Kissinger, descrivendo gli interessi contrapposti dei due paesi, prese ad esempio Roosevelt e Churchill, criticando Roosevelt e affermando di condividere la visione metternichiana di Churchill.