1.2.6. Il rapporto tra l’esercito e le autorità civili

 

Nell'immediato dopoguerra, l’esercito perciò costituì un centro di potere molto influente. La collaborazione tra potere militare e civile si svolse non senza difficoltà nel territorio istriano, così come era successo in tutti i territori jugoslavi. Nelle prime settimane dopo la fine della guerra, vi fu un periodo di grande carestia di cibo e di scarsi collegamenti con il resto della Jugoslavia, in Croazia il rifornimento per l’esercito non era regolare, tanto che divenne una prassi da parte delle autorità militari quella di effettuare confische e requisizioni di cibo, come nel periodo bellico.

Tale abitudine aveva assunto così vaste proporzioni, che a livello jugoslavo Tito in persona, in qualità di Ministro della Difesa Nazionale jugoslava, era dovuto intervenire con la riservatissima n.50 del 18 marzo 1945, per proibire all’esercito di effettuare qualsiasi procedimento arbitrario (sequestri, requisizioni), senza il permesso delle autorità civili. Con l’entrata nelle cittadine istriane, l’esercito infatti occupò scuole, edifici e s’impossessò di case, di appartamenti, di oggetti, arrecando danni ai beni di cittadini privati. Anche in Istria la questione più urgente era data dal problema dell’approvvigionamento della popolazione, specie nelle città e nelle cittadine istriane.

Il 1945 fu un anno particolarmente asciutto, il che influì sulla produzione specialmente per quanto riguardava i cereali, la cui produzione era scesa del 50-75%, mentre la carenza di foraggi aveva di conseguenza diminuito la produzione di carne. L’unica fonte di sostentamento agricolo era data dalla modesta produzione dei contadini dei circondari delle cittadine (Rovigno, Parenzo, Dignano) e dalla pesca. Per il fabbisogno dei Comandi militari locali, i CPL ebbero l’ordine di mettere a disposizione tutte le riserve di cibo, dovendo provvedere anche ai dirigenti militari in tutto ciò di cui avevano bisogno (191).

Il 27 aprile 1945, il CPL regionale non aveva mancato di comunicare a tutti i CPL istriani dettagliate istruzioni circa le competenze e le autorizzazioni nei procedimenti di requisizioni e di sequestro di beni. Su richiesta motivata e limitata delle autorità militari, le requisizioni avrebbero potuto essere autorizzate soltanto dai CPL, ovvero dagli organismi dell’amministrazione civile jugoslava. Ma il vuoto istituzionale che si determinò in Istria in quei giorni di maggio-giugno 1945, assunse anche una coloritura nazionale, tanto che al CPL regionale giungevano reclami e lagnanze non soltanto per le requisizioni di cibo, bestiame e veicoli, ma anche per gli atteggiamenti nazionalistici delle unità militari nei confronti della popolazione italiana.

La riservatissima n.50 sulle requisizioni e sulle confische da parte delle autorità militari fu nella metà di giugno 1945 perciò estesa anche al territorio istriano (192), mentre il dirigente del Dipartimento amministrativo regionale, Lazo Ljubotina, impartì precise istruzioni secondo le quali l’autorità militare non doveva essere considerata superiore rispetto a quella civile (193).

A Parenzo e nei villaggi circostanti, dove fu stanziata la 26° Divisione d’assalto (dalmatina) (194), i militari si erano stabiliti negli alberghi cittadini, mentre nelle campagne sembrava stessero aiutando i contadini nel lavoro dei campi. Forte disappunto veniva però espresso dal segretario politico del partito distrettuale al Comando territoriale e quello cittadino per gli atteggiamenti nazionalisti assunti da queste unità nei confronti degli italiani di Parenzo, specie da parte dei componenti il comando militare cittadino. Emergevano perciò grossi problemi che rendevano difficili i rapporti tra gli italiani e il MPL, e di riflesso ne risentiva la situazione politica generale nel distretto (195).

A Salvore, nel giugno ’45, due rappresentanti italiani del CPL locale rassegnarono le dimissioni per protesta, contro le forme di intimazione scritta edi pressione politica a cui erano sottoposti i cittadini chiamati alla leva da parte del Comando militare locale, che minacciava, in caso di diserzione, il campo di  concentramento e la confisca dei beni a tutta la famiglia del coscritto (196). Nel distretto di Pinguente, le autorità di partito segnalavano la mancanza di dialogo e la difficoltà di intesa con il comando locale, e in particolare con il commissario politico (197).

Relazioni politiche che testimoniavano l’indisciplina dell’esercito jugoslavo, requisizioni, furti ed incursioni non autorizzate negli edifici a Dignano (198), come ad Albona (199), con danni enormi ai beni privati continuarono anche più tardi. Ancora ad agosto 1945 gli alberghi e le pensioni nelle cittadine istriane erano occupate dalle unità militari ed alcuni immobili neanche in seguito furono evacuati, dato che erano stati adibiti ad ospedali e convalescenziari per i combattenti, altri perché “indispensabili” per i comandi militari (200).

Ma le due sfere, quella militare e quella civile, per molto tempo continuarono a contendersi il potere. Anche in Istria si era ripetuta la situazione determinatasi in Slovenia, allorché il ministro degli interni era intervenuto presso le massime autorità militari, chiedendo che l’esercito agisse attraverso canali ufficiali (201). Ben presto, il segretario del comitato regionale del partito ebbe a osservare che non esisteva armonia e concordanza nei rapporti tra le autorità militari e quelle civili e che “tra non pochi organismi militari si era radicata la convinzione che fossero superiori alle autorità civili, e viceversa”.

Questi rapporti diventarono perciò un problema politico: l’esercito, dimostrando incomprensione per le condizioni locali, specifiche del territorio – la pluralità nelle sue diverse forme - si presentava agli occhi della popolazione più come un esercito conquistatore che di liberazione. Evidentemente gli ufficiali, i commissari politici e i soldati non erano stati  istruiti a sufficienza sulle condizioni specifiche del territorio, oppure lo erano stati, ma in modo totalmente erroneo.

Così, ancora nell’autunno ’45, succedeva che le autorità di partito del distretto di Pinguente evidenziassero il fatto che i militari di leva, di ritorno a casa per i periodi di licenza, diffondessero voci che paragonavano il comportamento delle autorità militari jugoslave a quelle fasciste, affermando anche che gli ufficiali godevano di un trattamento migliore rispetto ai semplici soldati, e tutto ciò, inevitabilmente, influiva negativamente sulla situazione politica generale del territorio (202).

1.2.7. L’Amministrazione militare dell’Armata jugoslava (Vojna Uprava Jugoslavenske Armije – VUJA)

In seguito agli accordi con gli Alleati, il 23 giugno 1945 Tito, in qualità di Comandante supremo dell’Armata jugoslava, emanò l’ordinanza n. 218 sulla costituzione dell’Amministrazione militare jugoslava per la Regione Giulia (Istria, Fiume e Litorale sloveno), ovvero di quell’area giuliana che fino alla ratifica del Trattato di pace di Parigi, nel settembre 1947, avrebbe costituito la zona B. Dopo la Vojvodina, anche l’Istria avrebbe sperimentato un’amministrazione militare jugoslava.

Due giorni dopo, il 25 giugno 1945, Tito dispose che i comitati popolari di liberazione (CPL), considerati dagli jugoslavi gli organismi del nuovo potere civile, dovessero sottostare al nuovo potere militare, rappresentato dalla Vuja (203). Con tale atto i tre CPL regionali, con tutta la rete di organismi inferiori, venivano sottoposti e subordinati al potere militare, che dovevano tenere informato sull’attività del loro operato. La Vuja perciò divenne il massimo organismo amministrativo in tutto il territorio della zona B (Istria, esclusa Pola, Litorale sloveno e Fiume), che a nome del governo jugoslavo ricevette il compito di “vigilare” sull’attuazione dell’accordo tra la Jugoslavia e gli Alleati, come pure quello di Duino.

Fu perciò trattato come un governo militare, con il compito principale di tutelare gli interessi supremi dello Stato jugoslavo che, si sottolineava in un articolo apparso sul giornale filojugoslavo La Voce del Popolo, non erano gli interessi di una nazione, bensì quelli generali di tutti i popoli che avevano partecipato alla lotta di liberazione (204). Vice comandante, poi comandante dell’Amministrazione militare jugoslava, fu il tenente colonnello Većeslav Holjevac (205), mentre inizialmente il comandante che firmò le ordinanze della Vuja fu il comandante della IV Armata, il montenegrino Peko Dabčević (206). A capo della sezione generale ci fu Stevo Vujnović; la sezione di controllo fu gestita dal fiumano Mirko Lenac207, mentre la sede scelta fu Abbazia.

Le regole internazionali, che impegnavano lo Stato jugoslavo a non modificare la situazione esistente, di fatto non vennero rispettate. Sin da maggio-giugno 1945, allorché il potere passò nelle mani dell’esercito, la penisola istriana gradualmente divenne chiusa, la circolazione della popolazione fu limitata, in quanto potevano viaggiare soltanto coloro i quali erano in possesso del permesso di circolazione emesso dal Dipartimento Amministrativo del CPL. L’Amministrazione militare provvide anche al blocco dell’esportazione dei cereali, dei prodotti agricoli e industriali, degli animali da tiro e prodotti chimici necessari all’agricoltura e all’industria dal territorio.

Durante questi primi mesi, almeno fino alle elezioni dei comitati popolari nel novembre 1945, la Vuja fu l’organismo che regolamentò tutta la vita in tali territori, dal momento che, investita di un potere direttivo e di controllo nel campo economico e sociale, aveva l’autorità di emettere decreti (disposizioni) nel campo delle dogane, delle finanze, del traffico marittimo e ferroviario, dei prezzi, dell’industria pesante ed estrattiva, dell’importazione e esportazione di gioielli, valute e carte valori, come pure nella registrazione di autoveicoli (208).

Perciò, dall’agosto in poi, fu avviata la creazione di un apparato amministrativo, con l’istituzione di una serie di organismi che si occuparono della gestione di questi settori: l’Ispettorato per le ferrovie, per il traffico marittimo, per l’approvvigionamento, per i monopoli. Quindi la Direzione Postale, la Direzione per le miniere carbonifere di Arsia, la Direzione per la cantieristica, la Centrale per l’industria sulla lavorazione del pesce, il Centro per la navigazione, la Banca economica e altri organismi minori che si occuparono dell’approvvigionamento della popolazione nella zona B.

Nonostante il territorio non fosse de jure annesso alla Jugoslavia, durante il biennio 1945-1947 l’Amministrazione militare adottò tutta una serie di misure di carattere politico nel campo economico, sociale, ma anche ideologico: dalle disposizioni che punivano i criminali di guerra, alla soppressione del sabotaggio e del commercio illecito, dall’istituzione dell’Amministrazione dei Beni popolari (che inizialmente riguardò i beni “abbandonati” e sottoposti a sequestro, e soltanto in seguito, nel 1947, quelli confiscati ai nemici del popolo in base a sentenze dei tribunali), alla riforma agraria e abrogazione dei rapporti di colonato.

Altre misure riguardarono l’organizzazione di tribunali popolari, che operarono, una volta dichiarate decadute tutte le leggi del periodo fascista, in base a disposizioni emanate in parte durante la guerra e altre nel periodo successivo. Avviando la suddivisione dei tribunali in civili e militari, la Vuja si riservò il massimo potere di giudizio sui criminali di guerra, ricoprendo il ruolo di massimo organismo giudiziario, tramite il Tribunale militare per l’Istria e Fiume. 

Gradualmente si creò il nuovo potere civile, fondato sui comitati popolari, organismi politici che erano nati durante la guerra quale emanazione del Fronte popolare antifascista, con compiti di rifornimento; nelle rispettive zone della Venezia Giulia le massime autorità erano rappresentate dal Comitato popolare regionale per l’Istria, da quello cittadino di Fiume e quello provinciale del Litorale sloveno. All’iniziale carenza di quadri politicamente affidabili, specie nei settori sanitario e sociale, fu la VUJA che sopperì, fornendo il proprio personale medico necessario alla formazione dei rispettivi dipartimenti a livello regionale.

Era sempre la Vuja che autorizzava i CPL ad emanare i decreti, così come controllava e sorvegliava la loro applicazione nei campi sopra definiti (209). Di regola, perciò i suoi rappresentanti presenziavano alle massime assisi dei comitati, costituite dalle Assemblee dei CPL (210). Anche l’organismo regionale del partito aveva poca influenza e quasi nessun controllo nel campo militare. I contatti tra i vertici politici regionali e quelli militari erano scarsi e molto sporadici, ricorda Diminić nelle sue memorie, tanto da addebitare le "irregolarità nel comportamento delle unità militari verso la popolazione" alla debole vigilanza del partito.

Le critiche suscitate nei confronti dell'esercito erano state affrontate e discusse diverse volte a livello regionale, sia dal partito che dal CPL (211). Tale situazione portò ad aperti attriti tra l’istituzione militare e quella civile e politica (comitato di partito regionale, comitato popolare regionale) sull’esercizio del potere e sulle funzioni della vita pubblica, causando un conflitto di  competenze, e gli aperti attriti tra la popolazione e l’esercito ne erano una conferma.

Lo stesso vicecomandante, Većeslav Holjevac riconobbe, in un incontro con i giornalisti giuliani nell’agosto 1945, l’iniziale separazione e incomprensione tra le autorità militari e quelle civili rappresentate dai CPL regionali (istriano, sloveno e fiumano). Ma l’atmosfera non sembrava rasserenarsi. Dopo alcuni mesi di attriti tra la sfera militare e quella civile e politica, nell’autunno ‘45 la situazione sembrò ritornare serena (212).

Anche i giornali, ovvero l’agit-prop regionale che li dirigeva, si affrettò a informare la popolazione che "l’amministrazione militare non esercita(va) il potere al di sopra del popolo, ma lo affida(va) al popolo stesso", ovvero agli organismi del potere popolare (i comitati popolari), e si “limitava” ad intervenire nel campo delle infrastrutture, come ad esempio nella riattivazione di strade, nella ricostruzione di ponti, strade, miniere e officine, fornendo materiali, macchine e mezzi finanziari; nell’organizzazione delle  ferrovie, delle poste e dei monopoli; nel campo della finanza, del commercio e dell’alimentazione, rifornendo la popolazione di generi alimentari, distribuendo agli organi del potere popolare 250 milioni di lire per sopperire alla crisi finanziaria, per poi arrivare alla costituzione della Banca per l’Istria, Fiume e Litorale sloveno e all’emissione della moneta.

In effetti nel campo economico, i cantieri navali, le maggiori fabbriche (conservifici del pesce “Ampelea” Rovigno), come pure le miniere, di primaria importanza per lo Stato, vennero a dipendere dall’Amministrazione militare jugoslava, e più tardi dallo Stato medesimo. Sotto il controllo dei CPL locali rimasero, invece, le imprese minori, i negozi, i laboratori artigianali, ecc. Il complesso delle miniere dell’Arsia (Arsia, Piedalbona, Pedena), assieme a quelle di Sicciole e di Ilirska Bistrica (Villa del Nevoso) in territorio sloveno fu perciò sottoposto al controllo e gestito dalla Vuja.

Verso la metà di agosto 1945, il nuovo direttore del complesso di miniere, ing. Konte Vilibald, poteva con soddisfazione sostenere che, conclusa la prima fase di presa di possesso e di organizzazione del nuovo apparato dirigente, si passava alla fase di produzione (213).

Era la Vuja che coordinava i contingenti di alimentari che il governo federale jugoslavo inviava per i centri industriali di interesse federale della regione istriana, come Arsia, oppure Idria in Slovenia e Fiume. Allorché fu istituito l’Ispettorato per l’approvvigionamento nel novembre ’45, la Vuja continuò a rifornire direttamente soltanto la miniera di Arsia (214).

Nell’ottobre ’45, i vertici dei tre massimi organismi civili del territorio e i rappresentanti dell’Amministrazione militare definirono in un incontro le direttrici future nel campo economico, specie per quanto concerneva l’approvvigionamento alimentare e il rifornimento di materiali tessile e di calzature, l’assestamento del  commercio interno e di quello estero, la questione finanziaria e la ricostruzione di villaggi, città ed edifici industriali. Ben presto gli esiti di tale incontro furono visibili. Con alcune ordinanze, la Vuja introdusse una serie di misure con lo scopo di controllare, ma soprattutto interrompere il commercio tra la zona A (Trieste) e la zona B, e il conseguente flusso di moneta che ne usciva. Il razionamento di generi di prima necessità, il blocco dei prezzi, il controllo dell’importazione e dell’esportazione di generi alimentari, di animali, ecc., e infine l’emissione di una nuova moneta, la lira jugoslava o “jugolira” avevano come fine ultimo quello di separare l’Istria dal mercato economico dal quale era fino ad allora dipesa, ovvero Trieste, e riorientarla verso la Jugoslavia.

Le lire jugoslave furono messe in circolazione dall’Amministrazione militare jugoslava a metà ottobre 1945 e rimasero valide fino all’unione dell’Istria alla Jugoslavia, quando furono sostituite dai dinari, mentre nella zona B del TLT rimasero in vigore più a lungo (215). La decisione era motivata dalla crisi finanziaria determinatasi nella zona B in seguito al blocco della moneta da parte della Banca d’Italia. Il cambio fu 3:1, vale a dire 3 jugolire per 10 lire italiane, mentre il dinaro valeva 3.33 jugolire. Almeno nei primi tempi, nella zona B continuarono ad essere valide, come mezzo di pagamento, le lire italiane.

Da allora, tutta l’esportazione e l’importazione delle merci si poteva effettuare in base a permessi che venivano rilasciati dalla Sezione economica dell’Amministrazione militare jugoslava. L’esportazione delle merci dalla zona B verso la Jugoslavia veniva compensata in lire, mentre l’importazione dalla Jugoslavia nella zona B veniva pagata in dinari. Il corso della moneta valido in tali operazioni finanziarie era di 30 dinari per 100 lire. In base alle nuove disposizioni, i viaggiatori potevano portare con sé un massimo di 1000 dinari, rispettivamente 3000 lire.

L’uso del dinaro come mezzo di pagamento era ufficialmente vietato (216). Ben presto, perciò, si manifestarono aperti rifiuti da parte dei commercianti, che non volevano accettare il pagamento in jugolire, che di fatto li avrebbe portati nell’impossibilità di procurarsi la merce nella zona A, area naturale di rifornimento fino a quel momento. Il caso più visibile fu quello di Capodistria, dove per due giorni i commercianti boicottarono la moneta; seguirono alla fine di ottobre ’45 dimostrazioni di sostenitori filojugoslavi contro i commercianti, che portarono all’uccisione di due persone (217).

Nel Buiese ben presto, tutti gli esercenti che non accettavano la nuova moneta furono denunciati e multati (218). Ne derivò una situazione che portò inevitabilmente una parte dei commercianti a speculare, con la diffusione della borsa nera o del contrabbando (219). Visto il rifiuto che si era avuto in molte cittadine della regione, a un mese dal rilascio in circolazione delle jugolire, il colonnello Holjevac motivava la decisione in un’intervista pubblicata sugli organi di stampa, tra cui La Voce del Popolo, dove evidenziava l’esistente crisi finanziaria e la carenza di moneta nel territorio (220).

Infine, nella prima metà di dicembre 1945, l’Amministrazione militare emanò un’Ordinanza che proibiva a tutti gli enti civili, militari e privati il pagamento e la riscossione in valuta che non fosse la lira jugoslava. Da quel momento in poi, la lira italiana fu dichiarata ufficialmente moneta straniera. La disposizione fu pubblicata dalla Sezione finanziaria del CP regionale per l’Istria sugli organi di stampa regionali nella seconda metà del mese, sempre su “autorizzazione” del vicecomandante dell’Amministrazione militare, il maggiore D. Trbović (221).

La Vuja cessò di operare sul territorio della Venezia Giulia, Istria, Fiume e Litorale sloveno, con la ratifica del Trattato di pace, quando tutte le sue funzioni passarono al Sabor e al governo croato. Nell’occasione, il CPL regionale trasmise alla Vuja un telegramma di ringraziamento per tutto l’apporto dato al popolo e ai CPL nel periodo dei due anni (222).

Note

(191) - HDAP, f. KNO Buje, b. 1, CPL region. Istria – CPL distrett. Buie, 10 giugno 1945.

(192) - HDAP, f. KNO Buje, b.1, CPL regionale Istria- CPL Buie, n. 2854/45, 15 giugno 1945.

(193) - HDAP, f. KNO Buje, b.1, Ordinanza riservatissima n.50 del Ministro della Difesa nazionale, Josip Broz Tito, del 18 marzo 1945 (in italiano), e comunicazione del CPL regionale a tutti i CPL citt. e distrett. sul territorio dell’Istria, 16 giugno 1945.

(194) - 26 divizija NOVJ – 26° divisione dalmatina, faceva parte dell’8 corpo dalmatino, che poi entrò nella IV armata. Nell’agosto 1944 comprendeva circa 8700 combattenti. Fu questa divisione a liberare la Dalmazia; dal 20 marzo 1945, nella IV armata, la divisione partecipò alle operazioni militari nella regione della Lika e del Litorale croato, e poi alla “corsa per Trieste”, vedi Oslobodilački rat, cit., pp.608-613. Questa formazione militare operò tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 1945 nella zona tra Clana e Ilirska Bistrica, vedi U. KOSTIĆ, op.cit. pp. 427-428.

(195) - HDAP, f. KK KPH Poreč, b. 1, Relazioni 1945, relazione del 30 giugno 1945.

(196) - HDAP, f. KNO Buje, b. 1, Lettere di due membri inviata al presidente del CPL di Salvore, 21 giugno 1945.

(197) - HDAP, f. KK KPH Buzet, b. 1, Quaderno dei verbali del Comitato distrettuale del PCC del Carso, 1945, Riunione del 28 giugno 1945.

(198) - HDAZ, f. Obl. Kom. KPH za Istru, b.7, fasc. 1945, V-VIII, verbale del 29 agosto 1945.

(199) - Cfr. Elenco dei danni prodotti dalla I brigata della 43° Divisione istriana ai beni privati della popolazione di Albona, in HDAZ, f. Obl. kom. KPH za Istru, b.7, fasc. 1945, V-VIII, verbale del 29 agosto 1945.

(200) - Le autorità militari e i CPL risolveranno assieme i problemi della regione, in “La Voce del Popolo”, 30 agosto 1945, p. 1.

(201) - J. VODUŠEK STARIČ, Kako su komunisti osvojili vlast, cit., p. 291.

(202) - HDAP, f. KK KPH Buzet, b. 1, Verbale della riunione del 25 ottobre 1945.

(203) - AA. VV., Istra i Slovensko Primorje, cit., p. 612.

(204) - L’amministrazione militare, in “La Voce del Popolo”, 6 novembre 1945, p.1.

(205) - Većeslav Holjevac (Karlovac 1917 – Zagabria 1970), membro del PCJ dal 1939, fu una delle anime organizzatrici del MPL a Karlovac; in tutte le unità militari, fino al 4° corpus, fu commissario politico. Alla fine del 1948, fu a capo del neocostituito Ministero per i territori neo liberati (Istria e Litorale sloveno), nel 1950 ministro federale del lavoro a Belgrado (“La Voce del Popolo”, 6 giugno 1950, p.1) e dal 1952 al 1962 fu sindaco di Zagabria, vedi Enciklopedija Jugoslavije, voce Većeslav Holjevac.

(206) - Peko Dabčević (Cetinje 1913 – Belgrado 1999), partigiano e generale montenegrino, insignito dell’onorificenza di Eroe popolare jugoslavo, membro del PCJ dal 1933, volontario nella Guerra civile spagnola, comandante del Quartier generale del Montenegro, partecipò a tutte le più importanti battaglie dell’esercito jugoslavo; fu a capo delle unità militari jugoslave che entrarono a Belgrado nell’ottobre 1944; dal maggio 1945 comandante della IV armata jugoslava e quindi dell’Amministrazione militare in Istria; nel dopoguerra fu Capo di Stato Maggiore dell’esercito, rivestì funzioni nel governo jugoslavo, tra le quali ambasciatore in Grecia.

(207) - Mirko Lenac (Zamet/Fiume 1919 – Abbazia 1956), colonnello dell’Esercito jugoslavo, fu commissario politico della 43° Divisione istriana, che poi partecipò alle operazioni militari legate alla corsa per Trieste e a quelle per la liberazione dell’Istria; dal 1945-47 ricoprì l’incarico di rappresentante della Commissione di controllo dell’Amministrazione militare jugoslava in Istria; con l’istituzione del Territorio Libero di Trieste, fu comandante dell’Amministrazione militare jugoslava dellaZona B, vedi Vojna Enciklopedija, voce Lenac Mirko.

(208) - Le diverse Ordinanze emesse dalla Vuja venivano regolarmente pubblicate sugli organi di stampa in lingua italiana e croata, vedi “La Voce del Popolo” e “Glas Istre” da agosto ad ottobre 1945.

(209) - L’amministrazione militare, in “La Voce del Popolo”, 6 novembre 1945, p. 1 e AA.VV., Istra i Slovensko Primorje, cit., p. 613.

(210) - La seconda sessione dell'Assemblea popolare provvisoria, in “La Voce del Popolo“, 18 settembre 1945, p. 1.

(211) - Vedi D. DIMINIĆ, Sjećanje, cit., p. 188.

(212) - Nel novembre 1945 il foro regionale del partito, decise di fissare degli incontri chiarificatori con il comandante Holjevac e con il commissario politico della 26° Divisione per discutere sulla “questione Vuja”; nel dicembre 1945, i dirigenti superiori del partito comunicarono al partito regionale di richiedere alla Vuja di interferire quanto meno nell’attività delle autorità popolari, vedi HDAZ, f. Obl. Kom. KPH za Istru, b.5, Libro verbali, cit., verbali del 21 novembre e del 19 dicembre 1945.

(213) - Il complesso delle miniere di Arsia era uscito dalla guerra con notevoli danni agli impianti, tanto che la ripresa delle attività poteva essere sostenuta soltanto ad Arsia, mentre a Pedena tutti i macchinari erano allagati. Ma dovevano essere preparati o riparati gran parte degli impianti e delle costruzioni, dalla centrale elettrica di Stermazio, al porto di Valpedocchi, ai canali di drenaggio di Arsia. Le prime disposizioni del ministero croato, nell’agosto ’45, riguardarono l’elaborazione del piano di ricostruzione delle miniere, compreso un preventivo delle spese e i tempi di rinnovo; inoltre, si trattava di compilare un elenco dettagliato degli impianti e dei documenti portati via dagli “occupatori”, cercando anche di motivare dove quest’ultimi si trovassero al momento. Vedi HDAP, f. KK KPH Labin, fasc. 4/1945, Verbale della conferenze dei dirigenti dell'Amministrazione delle miniere di Arsia, 15 agosto 1945.

(214) - AA.VV., Istra i Slovensko Primorje, cit., p. 662.

(215) - Ordinanza n. 26 della Vuja sull’emissione della lira jugoslava da parte della Banca economica per l’Istria, Fiume e Litorale sloveno, in “La Voce del Popolo”, 21 ottobre 1945 e A. PERKOV, Uvođenje Jugolire u Istri nakon Drugog svjetskog rata, in “Pazinski memorijal”, n. 26-27, Pazin, 2009.

(216) - Vedi l’intervista con il colonnello V. Holjevac riportata nell’articolo L’emissione della nuova lira fattore principale di coesione nella lotta contro gli speculatori, in “La Voce del Popolo”, 24 novembre 1945, p.1.

(217) - AA.VV., Istra i Slovensko primorje, cit., pp. 661-662.

(218) - HDAP, f. KNO Buje, b. 1, Appunti sulla riunione del CPL distrettuale del 13 novembre 1945.

(219) - Denunciamo gli speculatori, in “La Voce del Popolo”, 28 novembre 1945, p.1.

(220) - L’emissione della nuova lira, in “La Voce del Popolo”, cit.

(221) - Vedi l’ordinanza pubblicata su “La Voce del Popolo”, 19 dicembre 1945, p.2.

(222) - Il testo del telegramma è pubblicato nel volume AA.VV., Istra i Slovensko Primorje, cit., p. 621.