1.2.4. Il caso di Rovigno - 1.2.5. Le operazioni per la liberazione dell'Istria

 

 

 

Un episodio legato alla mobilitazione nell’esercito partigiano è il caso dello scioglimento, avvenuto nel gennaio 1945, non soltanto dell’organizzazione del partito, ma anche del comando partigiano e di tutte le organizzazioni dell’MPL nella città di Rovigno, da parte del segretario del Comitato circondariale del PCC di Pola, Janez Žirovnik – Osman, che altresì rivestiva la funzione di comandante del Comando partigiano territoriale di Pola e di uno dei responsabili della corrispettiva Ozna. In seguito alla mobilitazione tedesca nella cittadina, il 17 gennaio 1945 erano stati mobilitati circa 300 giovani, tra i quali gran parte dei membri dell’organizzazione di partito che dalle retrovie, nelle vicinanze di Rovigno, dove era stanziato il comando partigiano locale, avevano abbandonato le postazioni in seguito alla massiccia azione di rastrellamento intrapresa in quel periodo dai tedeschi.

 

 

Dall’Ozna e dal partito, che erano poi rappresentati dalla medesima persona, i membri rovignesi del partito furono considerati dei “disertori” per aver deciso di abbandonare le postazioni nelle retrovie e rientrare in città per nascondersi; degli “opportunisti” per aver preferito adottare la politica di “salvare i quadri” - che sarebbe stata la causa della mobilitazione tedesca di gran parte dei membri - al contrario invece di quella che era stata la linea del partito. In realtà, lo scioglimento dell’organizzazione del partito rappresentava non soltanto un monito contro qualsiasi tentativo di insubordinazione politica e di autonomia all’interno del partito, ma anche una punizione, una resa dei conti con quella parte dei comunisti rovignesi che, spesso, nei rapporti con i dirigenti dell’MPL a livello circondariale, si era accampata dei “diritti acquisiti” basati sui loro trascorsi antifascisti (175).

Ma l’aver adottato anche lo scioglimento del Comando militare partigiano, costituiva per il commissario politico del massimo organismo militare  dell’Istria, Mirko Šušanj un atto che travalicava le competenze del partito, andando ad ingerirsi nelle competenze spettanti alle autorità militari della regione, che non erano state affatto informate del provvedimento. Il commissario politicodel Comando operativo partigiano dell’Istria, reagì perciò duramente presso l’organismo politico circondariale (176).

L’episodio, dunque, confermava come l’organizzazione di Rovigno, composta essenzialmente da comunisti italiani, molti dei quali erano tali ancora dall’anteguerra, rappresentasse in realtà un grave problema interno proprio per la sua formazione ideologica e composizione nazionale, un gruppo che andava controllato e sorvegliato in quanto la “questione degli Italiani riemerge in tutta la sua complessità” (177). E ciò a tal punto che nelle valutazioni espresse dall’Ozna circondariale a febbraio 1945, tutto il “popolo” di Rovigno veniva considerato “opportunista” perché al momento della mobilitazione tedesca, tutti i cittadini sarebbero stati in possesso di documenti tedeschi (178).

Quella di Rovigno, era l’unica organizzazione del partito comunista croato che esistesse in una cittadina istriana e con il suo scioglimento, il PCC non aveva più contatti con le cittadine istriane, definite “italiane” dalle relazioni interne di partito (179). L’organizzazione reagì al provvedimento adottato nei suoi confronti, protestando presso il massimo organismo regionale di partito contro quello che veniva considerato un atto ingiusto (180). Il segretario del partito circondariale, che aveva attuato la misura, continuò a segnalare nelle relazioni inviate all’organismo superiore, che vi regnava “una evidente demoralizzazione”, ma soprattutto che 

"i vecchi dirigenti non hanno cambiato le loro posizioni nei nostri confronti, e si osserva che nel cercare di giustificarsi, stanno diffondendo l’odio tra Italiani e Croati. Dividerli dalle masse sarà un lungo lavoro" (181).

Tra febbraio e marzo 1945, l’organizzazione circondariale del partito provvide a contattare e a incontrare le organizzazioni inferiori (comitati rionali e gruppi) e i comunisti della cittadina, per cercare di motivare la decisione presa e soprattutto riconfermare la linea del partito. Tra i comunisti rovignesi ci fu comunque una parte  che accettò di continuare a lavorare con la struttura circondariale e nel Fronte popolare, che era stato creato per sostituire il partito comunista rovignese, e per dirigere i comitati rionali di partito. Per metterli alla prova, il comitato circondariale diede loro dei “compiti concreti”. Quale riscatto politico, invece, ai dirigenti comunisti rovignesi “compromessi”, fu imposta la mobilitazione nelle file partigiane, alla quale tutti risposero.

A tale proposito, il circondariale del partito segnalò all’organismo regionale di intervenire presso le autorità militari della 43° Divisione istriana affinché queste agissero “correttamente” nei confronti dei comunisti rovignesi: da tale atteggiamento sarebbero dipesi il successo nella mobilitazione e i rapporti con i comunisti rovignesi in generale (182). Tutto ciò perché, nell’interpretazione dei dirigenti politici circondariali, i comunisti rovignesi nutrivano “sfiducia” verso il MPL.

1.2.5. Le operazioni per la “liberazione” dell’Istria

Le rivendicazioni jugoslave su tutta la Venezia Giulia, compresa Trieste, presero forma concreta sin dall’autunno ’44 con una mirata azione propagandistica anche della stampa partigiana in lingua italiana. Con lo slogan, identico a quello militare “L'altrui non vogliamo, ma il nostro non diamo” e “Ripassate l’Isonzo e torneremo fratelli”, un ruolo fondamentale nella propaganda filoslava lo ebbero i fogli partigiani comunisti clandestini in lingua italiana in Istria e a Fiume, che puntavano a convincere gli italiani della giustezza delle rivendicazioni jugoslave sull’Istria, su Fiume e su tutta la Venezia Giulia, dichiarando guerra aperta alle altre forme e tendenze della resistenza (CLN e autonomisti di Fiume), comunque sviluppatesi fra quanti erano contrari alle idee e ai programmi del MPL.

Ma nel ’44-‘45, nessuna forza politica italiana fu più in grado di opporsi alle richieste jugoslave a causa delle intimidazioni e le violenze dei partigiani comunisti. La primavera del 1945 vide l’esercito jugoslavo - trasformatosi dal punto di vista strutturale in una forza armata regolare - giungere a Trieste, e occupare Fiume, l’Istria, Lubiana e, da ultima, Zagabria, mentre ad ovest della Venezia Giulia le formazioni del CLN italiano speravano nell’arrivo delle forze anglo-americane. Infatti, con l’avvicinarsi delle truppe alleate verso i territori italiani orientali, verso Trieste e l’Austria in particolare, e dopo che la 4° Armata jugoslava aveva sfondato il fronte dello Srijem, verso la metà di aprile 1945, il Quartier generale dell’Armata jugoslava diede l’ordine al Comando della 4° armata di dirigersi con rapidità verso la linea Fiume-Trieste, con il compito di “liberare” quanto prima Trieste, l’Istria e il Litorale sloveno.

Per gli jugoslavi, era di estrema importanza politica che l’esercito jugoslavo, compreso il 9° corpo d’armata partigiano sloveno, entrasse quanto prima a Trieste, tanto che le postazioni nemiche sul territorio non rappresentavano un problema (183). Il comportamento, rozzo e brutale, attuato in tutta la Jugoslavia, venne messo in atto, seppur con minor foga rispetto agli altri territori jugoslavi, anche a Trieste. La  direttiva era quella di “ripulire subito, ma non sulla base nazionale, ma sulla base dell’adesione al fascismo”.

Nella realtà dei fatti, però, nella rete caddero soprattutto italiani. La 43° Divisione Istriana, invece, come unità dell’11° korpus del MPL, nel marzo 1945 era entrata a far parte della neo ristrutturata IV armata jugoslava e con la metà di aprile, alcune sue unità erano entrate in territorio istriano dove avevano atteso lo sbarco, sulla costa orientale istriana, delle unità della 9° Divisione d’assalto della 4° Armata jugoslava, provenienti da Cherso, mentre altre unità si erano spostate progressivamente lungo le linee Postumia, Fiume-Trieste e Pinguente-Buie- Capodistria, verso il territorio dove si stava attuando la “corsa per Trieste” (184).

Parte della 43° Divisione istriana venne così a trovarsi sulle retrovie di Trieste (Muggia, Zaule, Villa Deccani), mentre una brigata fu inviata verso l’Istria centrale, alla volta di Pisino (185). Qui si insediò il Comando della 43° Divisione istriana con un battaglione, mentre altre unità si stabilirono a Buie, Umago, e Pinguente (186).

Il Settore operativo per l’Istria, con i suoi 5 battaglioni e alcuni gruppi minori di partigiani locali, aveva avuto il compito di liberare le località lungo la costa occidentale, Rovigno, Parenzo e altre. Alle porte di Pola (sulla via Dignano - Pola e a Sikici), il Settore operativo per l’Istria, aveva così dislocato 2 battaglioni, un terzo si trovava vicino a Punta Salvore, uno tra Parenzo-Orsera ed uno nel territorio di Albona, che era stato uno dei primi ad essere liberato. In direzione di Pola, invece, il Quartier generale croato aveva inviato anche un distaccamento della Marina da terra (187), composto da 5 battaglioni, che erano entrati e avevano occupato Barbana, San Vincenti, Marzana e Dignano.

Dopo le fallite trattative tra le forze tedesche e jugoslave per una resa incondizionata, a Pola i tedeschi si erano ritirati dalla città per rinchiudersi sul forte di Musil, mentre le truppe jugoslave avevano preso possesso della città il primo maggio. Dopo alcuni giorni, il 7 maggio le truppe tedesche si erano arrese completamente (188). Come a Trieste, l’esercito jugoslavo rimase a Pola quarantatré giorni, fino a quando, in base all’accordo di Belgrado, lasciò il capoluogo istriano alle forze alleate (che erano intanto giunte) e che assunsero i poteri civili e militari con la costituzione del Governo Militare Alleato di Pola (GMA).

Il 3 maggio le truppe jugoslave erano entrate a Fiume, ma qui subito proclamarono l’annessione della città alla Croazia e alla Jugoslavia. Verso la metà di maggio tutti i centri dell’Istria e Fiume erano stati liberati dai tedeschi; la guerra era conclusa, ma, come nel resto del paese, venne messa in atto una spietata resa dei conti con i potenziali o presunti nemici di classe.

Dopo l’entrata delle truppe jugoslave a Trieste il 1 maggio 1945, e la conseguente prova di forza con quelle alleate, l’8-9 maggio avvenne il primo incontro tra Tito e il generale Morgan, a Belgrado, per tentare di trovare una soluzione di accordo sulla delimitazione delle rispettive zone di occupazione. Seguì un periodo molto convulso sul piano delle trattative diplomatiche, per evitare uno scontro armato tra gli alleati e gli jugoslavi, e successivamente per stabilire una linea di demarcazione sul territorio conteso fino alla conferenza di pace. I termini di tale accordo furono conclusi a Belgrado il 9 giugno 1945, e stabilivano che le truppe jugoslave dovevano lasciare Trieste e Pola, fino a una linea di demarcazione, chiamata linea Morgan (dal generale W.D. Morgan), per passarle al comando e al controllo dell’amministrazione militare alleata (189).

Un successivo accordo, quello di Duino (13-20 giugno 1945), tra le delegazioni militari alleata e jugoslava, definì dettagliatamente e concretamente l’attuazione delle conclusioni di Belgrado. Esso stabilì la divisione della Venezia Giulia in due zone d’occupazione, Zona A e Zona B, delimitate dalla linea Morgan. Ad occidente della linea, con Trieste, Gorizia, la valle dell'Isonzo fino a Tarvisio più la città di Pola, si estendeva la Zona A, posta sotto il controllo anglo-americano; a oriente (Istria, Fiume, Cherso, Lussino), la Zona B veniva sottoposta al controllo dell’amministrazione militare jugoslava (VUJA) (190).

Note

(175) - Così si espresse il segretario del Comitato circondariale PCC di Pola, Janez Žirovnik-Osman nell’articolo Dove porta l’opportunismo, in “La Nostra Lotta”, 27 febbraio 1945. 

(176) - HDAZ, f. OK KPH Pula, fasc. I, Lettere del 29 gennaio 1945 e del 16 febbraio 1945, scambio di corrispondenza tra il commissario politico del Comando operativo partigiano dell’Istria, M. Sušanj (con firma anche dal comandante Vitomir Širola-Pajo), e il Comitato circondariale del PCC di Pola, ma anche Relazione politica del Comitato circondariale PCC al Comitato regionale KPH per l'Istria del 24 gennaio 1945.

(177) - HDAZ, f. OK KPH Pula, fasc. I, Relazione politica del Comitato circondariale PCC al Comitato regionale KPH per l'Istria del 24 gennaio 1945.

(178) - HDAZ, f. OK KPH Pula, fasc. I, Relazione politica dell’Ozna del circondario di Pola al Comitato circondariale PCC di Pola, 10 febbraio 1945, p. 2.

(179) - HDAZ, f. OK KPH Pula, fasc. I, Relazione politica del Comitato circondariale PCC al Comitato regionale KPH per l'Istria del 24 gennaio 1945 e G. LABINJAN - D. VLAHOV, Izvještaji Oblasnog komiteta KPH za Istru 1944-1945, in “Pazinski memorijal“, cit., p. 546.

(180) - HDAZ, f. OK KPH Pula, fasc. I, Atto del Comitato regionale del PCC per l'Istria al Comitato circondariale PCC di Pola, del 21 febbraio 1945.

(181) - HDAZ, f. OK KPH Pula, fasc. I, Relazione del Comitato circondariale PCC Pola al Comitato regionale PCC per Istria, 27 febbraio 1945.

(182) - HDAZ, f. OK KPH Pula, fasc. II, Relazione del Comitato circondariale del PCC di Pola al Comitato regionale PCC per l'Istria, 22 marzo 1945.

(183) - U. KOSTIĆ, Oslobođenje Istre, cit., p. 154.

(184) - Vedi AA.VV., Istra i Slovensko primorje, cit.; AA. VV., Oslobodilački pohod na Trst, cit.; D. RIBARIĆ, Četrdesettreća istarska divizija, Zagreb, 1969.

(185) - Il 4 maggio la formazione militare occupò Pinguente, mentre il 5 maggio entrò a Pisino, dove la guarnigione tedesca contava 550 militari.

(186) - U. KOSTIĆ, Oslobođenje Istre, cit., p. 392.

(187) - Il Distaccamento quarnerino della Marina da terra (Mornarička pješadija) della 9° divisione.

(188) - U. KOSTIĆ, Oslobođenje Istre, cit., p. 389.

(189) - Il testo dell’accordo è pubblicato nel volume AA.VV., Istra i Slovensko Primorje, cit., p. 585 e D. DE CASTRO, La questione di Trieste. L'azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954, voll. 2, Lint, Trieste, 1981.

(190) - U. KOSTIĆ, Oslobođenje Istre, cit., p.485.