1.2. L’Armata e l’Amministrazione militare

1.2.1. L’Armata jugoslava

La guerra effettiva in Istria durò molto meno rispetto agli altri territori jugoslavi, ma furono venti mesi densi di cambiamenti (ottobre ’43 - maggio ’45). Dopo la caduta di Mussolini e specie dopo l’8 settembre ’43, quando l’esercito italiano – che aveva occupato la Jugoslavia nel 1941 - si trovò allo sbando e i soldati abbandonati al loro destino, intere unità italiane consegnarono le armi per tornare a casa, e moltissimi militari passarono nel movimento partigiano jugoslavo con tutte le armi.

Con la presa sotto il proprio controllo di gran parte dei territori jugoslavi, l’esercito di Tito aveva progressivamente assunto aspetti di massa; impossessatosi dei mezzi pesanti sottratti al nemico italiano e tedesco, era pure dotato di attrezzature tecniche fornite dagli alleati, che avevano riconosciuto il movimento partigiano nel dicembre 1943. Fu con la liberazione di Belgrado nell’ottobre 1944, che aumentò notevolmente il numero di coloro i quali entrarono nell’esercito partigiano, determinando le prime riorganizzazioni interne delle sue unità militari.

Tito, inoltre, nel novembre 1944 (fino alla metà di gennaio 1945) aveva concesso l’amnistia ai domobrani sloveni e croati, ai cetnici e ai loro sostenitori (125), provvedimento che in Croazia aveva avuto un buon successo in quanto i domobrani croati erano entrati in massa nell’esercito del MPL. Dall’estate 1944, poi, a seconda delle condizioni specifiche dei territori jugoslavi, era stata avviata la mobilitazione di tutti i maschi adulti nelle fila partigiane, azione che era proseguita sino alla fine della guerra. L’afflusso in massa nell’esercito partigiano  aveva però portato anche al cambiamento della composizione politica sua e del MPL in generale (si potevano trovare oltre ai domobrani, simpatizzanti del Partito contadino croato, ecc.); e ciò in contrasto con l’indirizzo politico dei quadri militari - compresi quelli dell’Ozna – che guardavano come esempio all’Armata russa e che venivano addestrati presso le scuole militari di Mosca, come pure degli istruttori militari sovietici si trovavano nelle fila dell’esercito jugoslavo (126).

Una grande influenza politica nell’esercito era svolta dal partito comunista, anche e soprattutto attraverso l’aiuto del KNOJ e dell’Ozna (127). L’esercito, come scrisse Moša Pijade, rappresentava “la forza armata della rivoluzione (…), di coesione per l’unità e la fratellanza fra i popoli jugoslavi (…), la forza militare del potere popolare” (128). In effetti, assieme alla polizia segreta (Ozna) e all’apparato giudiziario (che tratteremo in seguito), l’esercito costituì uno dei pilastri fondamentali su cui si costruì lo Stato jugoslavo. Dotato di una organizzazione centralizzata, esso dopo la guerra rappresentò un potente fattore di coesione nel rafforzamento del nuovo ordinamento politico.

Durante la guerra l'esercito fu gradualmente controllato dal PCJ, che ne occupò progressivamente i ruoli chiave. Nel 1948, Tito ebbe a ricordare che “Oltre il 94% dei quadri dirigenziali della nostra Armata sono comunisti … 85.000 comunisti, membri del Partito, ci sono oggi nell’Armata” (129). E proprio nelle ultime fasi del conflitto, l’esercito rappresentò anche una vera e propria scuola politica, che tramite le figure dei commissari politici, forgiò i propri reparti armati in vista degli obiettivi e dei compiti politici assegnatigli - assieme all’Ozna - durante le fasi di presa del potere (130).

Per il partito, perciò, i commissari erano molto più importanti dei medesimi comandanti. I commissari politici, che in definitiva furono l’emanazione diretta del partito comunista nel campo militare, seguivano la verticale delle strutture militari, dal Comando, ai battaglioni, alle unità più piccole, e facevano parte della dirigenza militare; avevano il compito di controllare la condotta politica e morale dei militari, e di impedire ai “provocatori e spioni” di agire nelle formazioni partigiane (131); di istruire e di elevare politicamente i partigiani, in particolare educandoli a quelli che erano i fini e gli obiettivi del MPL, nonché di illustrare la situazione politica e militare e gli  avvenimenti politici quotidiani per mezzo della lettura dell’organo del PCJ, Borba (Lotta).

Ben poco o nulla si sa della loro condotta nella soluzione di problematiche politiche, specie in un territorio nazionalmente misto come l’Istria e la Venezia Giulia in generale. Dalla rilettura di alcune opere sulla storia di alcune formazioni militari croate/jugoslave, pubblicate molti anni orsono, risulta che prima di avviare le operazioni militari per la “corsa di Trieste”, i commissari politici abbiano svolto un intenso lavoro politico e di propaganda ideologica per spiegare ai combattenti del resto dei territori croati la storia dell’Istria, i rapporti con l’Italia, nonché la “lotta di liberazione” nella regione istriana (132).

Le popolazioni, come i partigiani dei territori croati, erano praticamente a digiuno di qualsiasi nozione storica su quell’area nord adriatica, che mai aveva fatto parte di uno Stato croato/sloveno/jugoslavo. Sinteticamente, l’interpretazione propagandata dai commissari politici era quella del PCJ, che aveva fatto proprie le classiche tesi del nazionalismo borghese croato e sloveno di fine ‘800, e imperniata su posizioni fortemente ideologizzate, che istruiva i combattenti, come quelli appartenenti alle brigate dalmatine che parteciparono alle operazioni militari nella Venezia Giulia, a una missione di liberazione dei croati e sloveni - considerati “fratelli” - dell’Istria, delle isole quarnerine e del Litorale sloveno dal giogo fascista e nazista, per riunirli alla propria “madrepatria”, alla quale erano stati strappati dall’Italia dopo la I guerra mondiale, per essere poi sottoposti a una dura politica di asservimento e di snazionalizzazione da parte del fascismo italiano fra le due guerre.

Durante la seconda guerra mondiale, poi, italiani (che avevano  abbandonato l’esercito italiano, e i comunisti italiani istriani) e jugoslavi (croati, sloveni e di altre nazionalità) si erano uniti in fratellanza per combattere il fascismo italiano, in quanto desiderosi di vivere in uno Stato jugoslavo, considerato patria del socialismo (133). Pure lo slogan e il grido di battaglia che i commissari politici inculcarono alle proprie unità militari che combatterono nelle operazioni militari in Istria e nella Venezia Giulia, sintetizzava emblematicamente le rivendicazioni del MPL jugoslavo e del PCJ, nei confronti di tali territori, compresa Trieste: “L'altrui non vogliamo – Il nostro non diamo!” (Tuđe nećemo – Naše ne damo!) (134).

Nelle ultime fasi della guerra, anche nel campo militare si manifestarono alcuni cambiamenti di rilievo. In vista della formazione del governo provvisorio jugoslavo - che era stato contemplato dall’accordo Tito-Subašić e poi approvato dalle potenze alleate alla Conferenza di Jalta nel febbraio 1945 (135) - furono attuate enormi modifiche  nell’organizzazione dell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo, ponendo così le condizioni per la sua trasformazione in una forza armata regolare (136). Con l’ordinanza del 1 marzo 1945, si attuò la ristrutturazione delle forze militari partigiane, il cui nome venne cambiato in Armata jugoslava (137).

In quell’occasione il capo del Quartier generale, il generale Arso Jovanović (138), ebbe ad affermare che l’Armata sarebbe stata una forza unitaria e monolitica, il garante della Jugoslavia unitaria, federale e democratica, mentre la “teoria” e la “pratica” per lo sviluppo futuro sarebbero state attinte dalle esperienze dell’Armata Rossa (139).

La nuova struttura organizzativa militare jugoslava venne ampliata con la formazione della 4° Armata, nella quale furono assorbite tutte le formazioni e unità militari partigiane della Dalmazia, del Litorale croato, quelle istriane e quelle slovene, per un totale di circa 70.000 tra soldati e ufficiali (8°, 11° - dove si trovava la 43°divisione istriana - e 7° corpus) (140).

A completamento della struttura, nel maggio 1945 vi si aggiunse la V armata, oltre alla 1°, 2° e 3° Armata che erano già state formate il 1 gennaio 1945, con un’ordinanza del Comando Supremo del MPL (141). A capo della IV armata, furono posti in gran parte i quadri dirigenti dell’ex 8° corpus d’assalto, il comandante Petar Drapšin (142) e il commissario politico Boško Šiljegović (143). Pertanto, in vista delle operazioni militari finali per liberare dalle truppe tedesche i territori croato e sloveno, incluse l’Istria e il Litorale sloveno, le forze armate jugoslave non si dotarono soltanto di una nuova struttura organizzativa e di un nuovo complesso di reparti, ma puntarono al rafforzamento delle strutture centrali di comando (a livello jugoslavo), e nel maggio 1945 allo scioglimento dei comandi militari repubblicani croato e sloveno (144), per assumere tutti gli aspetti di un esercito jugoslavo regolare.

Note 

(125) - Il testo dell’ordinanza sull’amnistia è riportato nella raccolta di S. NEŠOVIĆ, Stvaranje nove Jugoslavije, 1941.-1945., Beograd, 1981, pp. 575-578.

(126) - Durante la crisi di Trieste, che scoppiò di lì a poco, nel maggio 1945, Tito richiese ai sovietici che in Jugoslavia venissero inviati qualche centinaio di ufficiali, vedi in TITO, Sabrana djela, vol. 28, pp. 38- 40 e Oslobodilački rat naroda Jugoslavije 1941-1945, Vojnoistorijski institut, Beograd, 1965, p. 500.

(127) - J. VODUŠEK STARIĆ, Kako su komunisti osvojili vlast 1944.-1946., Naklada Pavičić, Zagreb, 2006, p. 222.

(128) - Cfr. M. PIJADE, Izabrani spisi, 1/5, p. 547.

(129) - TITO, Relazione politica presentata al V Congresso del PCJ, “Kultura”, 1948 e D. BILANDŽIĆ, Historija SFRJ. Glavni procesi, Zagreb, 1976, p. 101.

(130) - Vedi HDAP, f. ONOI, b. 9, fasc. “Izvještaj o zadatcima ONO u oslobođenim krajevima”; D. DUKOVSKI, Rat i mir istarski, cit., p. 149; Z. RADELIĆ, Uloga OZNE, cit., pp. 97-122; M. RUPIĆ (a cura di) Partizanska i komunistička represija i zločini 1944.-1946. Dokumenti, Hrvatski institut za povijest, Slavonski Brod, 2005.

(131) - Vedi Bilten Vrhovnog štaba NOVJ, 1941.

(132) - Nel volume che ripercorre il cammino della 4° Brigata d’assalto dalmatina - che sbarcò tra le altre sulla costa sud-orientale istriana nell’aprile 1945, per poi procedere verso Trieste - si ricorda che nella primavera del 1945, i commissari politici dedicarono 199 lezioni sulla storia dell’Istria e furono letti 25 articoli relativi a tale tematica, vedi M. ŠALOV, Cetvrta dalmatinska (splitska) brigada, Institut za historiju radničkog pokreta Dalmacije, 1980, p. 326.

(133) - Ivi, pp. 324-326.

(134) - La frase era stata lanciato come slogan da Tito nel suo discorso tenuto a Lissa nel 1944.

(135) - L’accordo Tito-Šubašić (era capo del governo monarchico in esilio) del novembre 1944, concluso a Belgrado, prevedeva la formazione di un governo di coalizione tra i membri del governo monarchico in esilio e i membri dell’Avnoj, il governo partigiano di Tito. Già con il primo accordo Tito-Subašić, firmato sull’isola di Lissa nel giugno 1944, Tito si era guadagnato l’appoggio alleato, essendosi impegnato a rispettare la disposizione che soltanto alla fine della guerra si sarebbe deciso l’ordinamento statale (repubblica o monarchia) del nuovo Stato, vedi la raccolta di documenti dell’Avnoj nel corso della guerra: S. NEŠOVIĆ, Stvaranje nove Jugoslavije, cit., pp. 539-540 e 555-557.

(136) - Il governo provvisorio della Jugoslavia Democratica e Federativa (JDF), ovvero il governo di coalizione, con Tito primo ministro, e Šubašić, ministro degli esteri, fu formato il 7 marzo 1945. Il re Pietro II, in esilio a Londra, non fece più ritorno in Jugoslavia, mentre i suoi interessi furono rappresentati da alcuni membri nel governo di coalizione. A fine marzo 1945, il nuovo governo jugoslavo fu riconosciuto da tutte e tre le grandi potenze alleate (Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione sovietica), che avevano inviato a Belgrado i loro ambasciatori. Ad agosto 1945, in disaccordo con alcune scelte attuate dal nuovo governo, dominato da Tito, Subašić uscì dalla coalizione. La JDF durò fino alle prime elezioni del dopoguerra nel novembre 1945, che sancirono la vittoria dei comunisti di Tito. Oslobodilački rat naroda Jugoslavije 1941-1945, cit., pp. 531-532 .

(137) - S. NEŠOVIĆ, Stvaranje nove Jugoslavije, cit., pp. 596-597.

(138) - Arso Jovanović (1907-1948), di orgine montenegrina, fu uno dei maggiori comandanti militari del MPL; fu a capo del Quartier Generale dell'Armata jugoslava dal 1 marzo 1945 al settembre del 1945, quando gli successe Koča Popović; nel giugno 1948, durante lo scontro con il Cominform, Jovanović si schierò dalla parte dell'URSS, e nell'agosto fu ucciso dalle guardie jugoslave lungo il confine jugoslavo romeno, mentre si accingeva a varcare la frontiera assieme a due alte autorità militari montenegrine, Vlado Dabčević e Branko Petričević; Petričevič, poi arrestato, presentò la vicenda come una battuta di caccia che avrebbero deciso di fare in quelle zone. Vedi N. KISIČ KOLANOVIĆ, Hebrang – Iluzije i otreženja, Institut za suvremenu povijest, Zagreb, 1996, p. 155.

(139) - Vedi Historijski put naše Armije, in “Borba”, 3 marzo 1945.

(140) - Secondo U. Kostić, a metà maggio 1945 la 4° armata contava circa 95.000 soldati (U. KOSTIĆ, Oslobođenje Istra, Slovenačkog Primorja i Trsta, 1945, Beograd, 1978, pp. 50-51), mentre secondo una fonte diversa, una raccolta di documenti sul MPL in Jugoslavia, pubblicato dall’Istituto militare di Belgrado, nel maggio 1945 la 4° armata avrebbe contato 110.000 militari (Oslobodilački rat naroda Jugoslavije 1941-1945, cit., p. 541).

(141) - U. KOSTIĆ, Oslobođenje Istre, cit., pp. 34-35.

(142) - Petar Drapšin (1914-1945), partigiano e generale dell'Armata jugoslava di origine serba, insignito dell'onorificienza di Eroe popolare jugoslavo nel dopoguerra. Partecipò alla guerra civile spagnola ed entrò nel del PCJ nel 1937; nel 1941 fu a capo di formazioni partigiane in Erzegovina e in un volume pubblicato nel 1995, viene indicato come uno dei diretti responsabili della decapitazione di capi villaggio in tale territorio nel 1941-1942 (vedi S. Skoko, Krvavo kolo hercegovačko 1941-1942, Podgorica, 1995). In seguito, fu al comando di divisioni militari in Croazia, fino a ricevere il comando della IV armata jugoslava, che passando per la Lika, Fiume e sbarcando in Istria, arrivarono a Trieste prima delle truppe alleate. Morì nel novembre 1945 in circostanze contradditorie, che ufficialmente attribuirono le cause a un incidente con la pistola, ma ci furono altre storie che parlarono di suicidio dopo essere stato sottoposto a pesanti critiche da parte del partito, vedi Vojna enciklopedija, vol.2, Vojnoizdavački zavod, Beograd, 1971.

(143) Boško Šiljegović, (1915-1990), partigiano e generale dell'Armata jugoslava di origine bosniacaerzegovese, insignito dell'onorificienza di Eroe popolare jugoslavo nel dopoguerra. Entra nel PCJ nel 1940; sin dal 1941 rivestì la funzione di commissario politico in tutte le unità militari di cui fece parte, fino alla IV Armata. Nel dopoguerra rivestì importanti incarichi militari: capo dell'Istituto militare jugoslavo, redattore della I Enciclopedia militare jugoslava, capo di gabinetto di Tito ed altri, vedi Vojna enciklopedija, vol. 9, Beograd, 1975.

(144) - I comandi militari dei diversi territori jugoslavi furono sciolti in tempi e momenti diversi, a seconda delle condizioni specifiche in cui l’esercito partigiano prese possesso dei rispettivi territori.