1.1.7. Il fenomeno del collaborazionismo femminile, reale o presunto 

Lo spostamento (110) delle donne dai villaggi alle città e viceversa veniva costantemente seguito e segnalato nello scambio di informazioni delle organizzazioni di partito. Nell’estate del 1944, una donna membro del comitato distrettuale del partito di Cepic informava il comitato superiore, il circondariale di Pisino, del ritorno al paese di cinque donne che con il rastrellamento dei tedeschi sarebbero fuggite in città “per salvare la pelle”. Colpisce, in tali segnalazioni, la violenta critica ideologica espressa contro il proprio genere, definendo opportunista, vigliacca, codarda, quella donna che si riparava dai bombardamenti che avvenivano nelle città o dai combattimenti nei villaggi tra fascisti e partigiani. Ma se tale spostamento si fosse in qualche modo collegato a un lavoro a favore dei tedeschi, già nell’estate del 1944 gli organismi di partito locali affermavano che sarebbe stata condannata dal tribunale del popolo quale “traditrice” (111).

In effetti, come abbiamo già visto, alcune donne furono direttamente eliminate perché considerate collaborazioniste: è difficile indagare sulla realtà o meno di tali attribuzioni di colpa, in quanto non esiste altra documentazione a parte quella prodotta da chi eseguì la condanna. Nei momenti della presa del potere e della “pulizia” che seguì nei primi giorni di maggio 1945, queste giovani donne dei villaggi del Circondario, che prestavano servizio o lavoravano a Pola come domestiche, sarte, dattilografe, cuoche, ecc. furono arrestate dall’Ozna locale non appena fecero ritorno nei loro luoghi d’origine, sulla base di dossier che erano stati compilati per ognuna di loro. Le schede contenevano i dati biografici, testimoniavano i pedinamenti e il presunto atteggiamento negativo tenuto dalle sospettate nei confronti del movimento partigiano jugoslavo durante la guerra. Queste donne furono arrestate, incarcerate e messe a disposizione dell’Ozna regionale (112).

1.1.8. Il ruolo dell’Ozna dopo l’entrata nelle città

Le operazioni militari nella regione istriana ufficialmente si conclusero il 6 maggio 1945, quando a Pisino gli ultimi reparti tedeschi firmarono la loro capitolazione. Nel maggio-giugno 1945 in tutta l’Istria le strutture della polizia segreta jugoslava, l’Ozna, e l’esercito misero in atto le medesime procedure operative che si erano registrate in altre città nella Venezia Giulia, come Trieste, Fiume, ma anche nel resto dei territori liberati in Croazia. Sulla falsariga di quanto stabilito dalla documentazione interna preparata prima della fine della guerra, emergevano però delle varianti particolari, in quanto l’Istria rappresentava un territorio che non apparteneva alla Croazia/Slovenia e soprattutto era nazionalmente misto.

L’operato dell’Ozna doveva assicurare una chiara “bonifica” politica delle istituzioni e della cittadinanza, dei militari e dei civili, da attuarsi tramite arresti, scomparse, perquisizioni, sequestri. Considerato dal punto di vista del diritto internazionale, si trattava di pratiche extragiudiziarie, e dunque di azioni illegittime, messe in atto senza alcuna garanzia giuridica. Il territorio istriano e in genere quello giuliano, andava “normalizzato” da quei gruppi politici che i comunisti jugoslavi percepivano come opposizione, anche solo potenziale, di matrice politica e nazionale. E i gruppi da colpire alla fine della guerra e nel momento della presa del potere erano già ben noti e conosciuti.

Tali gruppi “reazionari” rappresentavano di fatto degli oppositori politici al nuovo potere e un ostacolo all’annessione del territorio alla Jugoslavia. Avvalendosi perciò dei dossier sui gruppi “reazionari” tenuti sotto controllo, elaborati durante la primavera del 1945, e progressivamente completati di particolari relativi all’attività politica di ognuno di essi, nel circondario di Pola e nella medesima cittadina, gli agenti dell’Ozna fecero prigionieri, uccisero e fecero scomparire nelle foibe gran parte dei soldati tedeschi asserragliati a Musil, nella periferia della città.

Inoltre, prelevarono dalle loro abitazioni centinaia di cittadini, che furono arrestati, spesso portati nelle carceri di via Martiri a Pola, trattenuti per alcuni giorni e, in molti casi, deportati per destinazioni rimaste spesso ignote. Al prelievo della persona, seguiva la perquisizione degli uffici, che da quel momento entravano in possesso delle autorità. A Pola, la centrale dell’Ozna si insediò nel palazzo di via Smareglia, già sede del Comando della Gestapo e delle SS,(113) mentre nel giugno 1945 si trasferì a Laurana (114).

Gli arrestati nella altre località istriane venivano inviati nella sede centrale dell’Ozna a Pola (115), e di tali arresti venivano informati sia le relative strutture militari, sia quelle amministrative (Comitato distrettuale CPL) che quelle politiche (sezione Agit-prop del PCC) locali. Nulla impedì che in quei giorni di grandi cambiamenti fossero arrestate anche persone che non si erano compromesse con gli occupatori e che avevano mantenuto un comportamento leale nei confronti del movimento partigiano jugoslavo durante la guerra. Non esistevano accuse specifiche da addebitare a quest’ultima categoria di arrestati, ma ciononostante non venivano liberati dall’Ozna, che invece affidava la sorte di tali persone al segretario politico distrettuale del partito, il quale godeva dell’arbitrio di decidere il loro invio a uno dei campi di lavoro coatto che erano stati creati in Istria, ovvero alle miniera di Arsia (116).

La composizione etnica o nazionale degli arrestati variava a seconda dai luoghi in cui venivano effettuati gli arresti. Nelle cittadine italiane gli arrestati risultavano essere a maggioranza italiani, mentre nelle cittadine dell’Istria interna non mancarono croati non comunisti (Marciana, zona Istria sud orientale, Medolino) accusati di collaborazionismo con i tedeschi. Un parte di questi arrestati poté sicuramente tornare nelle proprie case, ma un’altra venne inviata in altri luoghi di detenzione situati nei territori della Jugoslavia, dove vi erano detenuti cittadini che non appoggiavano l’MPL. Altri ancora furono infoibati, ma in molti casi la sorte di coloro i quali furono prelevati dall’Ozna rimase sconosciuta. In quei giorni convulsi di maggio ’45, furono uccisi e sparirono molti personaggi noti, ai quali furono sequestrati tutti i beni da parte delle nuove autorità popolari. A Rovigno, ad esempio, come primo atto dopo la “liberazione”, furono uccise la baronessa Hutterot e la figlia (30 aprile 1945) all’isola di S. Andrea, e il grande patrimonio di beni mobili fu razziato (117).

Degli arresti e deportazioni di militari e civili avvenuti nel maggio-giugno 1945 da parte dell’Ozna gli anglo-americani chiesero conto nell'ambito delle trattative che sarebbero sfociate negli accordi di Belgrado del 9 giugno 1945, insistendo affinché fosse inserita una clausola, la sesta, che prevedeva la liberazione da parte del governo jugoslavo di tutte le persone arrestate e la restituzione di tutte le proprietà sequestrate e confiscate nella regione. Di fronte però alla negazione dell'evidenza da parte jugoslava furono gli stessi negoziatori alleati, interessati a chiudere comunque l'intesa, a suggerire una scappatoia al governo jugoslavo di Belgrado, il quale accettò il testo ma contemporaneamente lo svuotò di ogni efficacia, dichiarando che gli arresti e le confische avevano riguardato soltanto “fascisti” e “criminali di guerra”.

A livello interno, nei mesi immediatamente successivi alla fine della guerra, il massimo organismo del partito in Croazia intervenne, ma senza alcun risultato, per regolare le esecuzioni di prigionieri e di oppositori al movimento partigiano. Sia a giugno, che a luglio 1945 la seduta del Politburo del PCC si soffermò sull’anarchia generale che regnava nel paese, dove nonostante le punizioni e le ammonizioni, si continuava a torturare e ad uccidere i prigionieri di guerra. La situazione in Slavonia, poi, era degenerata, tanto che il ministro della giustizia croato, Dušan Brkić, membro del Politburo PCC aveva richiesto di agire per fermare l’uccisione di prigionieri domobrani croati.

A luglio 1945, durante la I consultazione dell’Ozna per la Croazia, I. Brkić e Ivan Krajačić Stevo, capo dell’Ozna e ministro degli interni croato, avevano ordinato di smetterla con le esecuzioni, perché vi andava di mezzo il consenso della popolazione. Nonostante queste prese di posizione del massimo organo di partito e dell’Ozna per la Croazia, così come l’istituzione di appositi tribunali militari, le esecuzioni continuarono anche nei mesi successivi (118).

Segnali opposti arrivavano invece dal massimo organismo di partito in Istria nei confronti dell’operato dell’Ozna nella penisola. Ci fu infatti una parte del partito, decisamente molto radicale, che biasimò l’Ozna per la superficialità della “pulizia” che stava attuando nelle cittadine italiane, dove la popolazione sarebbe stata in mano “alla reazione” (119). Nel valutare la situazione politica, il segretario politico, Jurica Knez, suddivideva infatti la penisola istriana in due zone, sulla base della nazionalità. Una era la zona dove vivevano gli “Italiani”, in cui il “popolo cadeva nelle mani della reazione”, ed era in attesa del ritorno dell'Italia, dove ci sarebbero state maggiori  libertà democratiche.

In tale zona ovviamente il partito non nutriva fiducia nella popolazione in quanto non riusciva ad avere la situazione sotto il proprio controllo. L’altra parte era quella delle zone considerate croate, ma dove le istituzioni del nuovo potere erano talmente deboli che si verificava che i CPL e la Milizia avessero “paura” e temessero un eventuale arrivo delle forze Inglesi. In tale contesto, a luglio ’45, alla riunione del Biro del Comitato regionale del PCC dell’Istria120 Ljubo Drndić-Vladen, sollevò la questione della “punizione dei fascisti” che a suo modo di vedere stava destando “insoddisfazione generale” in tutto il territorio istriano, e specie nelle cittadine italiane.

Egli affermò che a tale proposito il partito dovesse assumere “una dura presa di posizione”. Dušan Diminić, rispose che l’Ozna ne era “stracolma, ci sono troppe persone dentro, interrogano con troppa lentezza, non possono arrestarne dei nuovi”. Si affermò che nella fase di presa del potere fossero state arrestate anche persone contro le quali non si avevano avuto sufficienti prove, e tale modo di agire aveva fatto emergere problemi di legalità. In un fase in cui si i tribunali militari sul territorio istriano non avevano ancora iniziato a funzionare, furono impartiti precisi ordini ai comitati distrettuali e all’Ozna: “coprire le foibe” (“zatrpati jame”) e richiedere ai comitati distrettuali “l’elenco dei liquidati, le accuse e la data all’incirca quando è stato liquidato” (121).

Emergevano perciò evidenti segnali di ingovernabilità da parte delle autorità comuniste regionali, che a parte l’Ozna, doveva dividere il potere con l’altra colonna del nuovo regime, ovvero l’esercito. Anche nei mesi successivi alla presa del potere vera e propria, problematica apparve la situazione dei quadri distrettuali dell’Ozna, dove i membri locali del partito difficilmente accettavano di entrare a far parte delle strutture informative. Il responsabile della II sezione dell’Ozna regionale, Makso Glažar, membro del Regionale del partito, alla fine di giugno ’45 presentò la questione al massimo organismo politico regionale, che decise di ricercarli e di individuarli nei quadri dell’esercito, ovvero in quei quadri militari provenienti dai Comandi locali, che era stato deciso di sciogliere, perché non corrispondenti alla nuova situazione stabilitasi con la divisione della penisola in due aree di amministrazione militare (jugoslava e alleata) (122).

Le relazioni politico-informative compilate dai comitati di partito di livello inferiore dal giugno ‘45 in poi, gettano luce sulle modalità di lavoro dell’Ozna, che vagliava come attività nemica qualsiasi osservazione, atteggiamento, parola, umore della popolazione che potesse esprimere anche soltanto sentimenti di frustrazione, delusione, insoddisfazione e insofferenza a proposito di qualsiasi misura economica e politica attuata dalle nuove autorità popolari, come il cambiamento della moneta,  l’aumento dei prezzi, gli ammassi, ecc.(123).

Compito dell’Ozna fu anche quello di creare le condizioni politiche in vista delle elezioni del novembre 1945, in primis togliendo il diritto di voto a coloro i quali dimostravano idee politiche contrarie all’MPL, oppure costringendo la popolazione a firmare “per la Jugoslavia” (124). Il caso di Antonio Budicin di Rovigno, membro del CPL regionale, che voleva presentare una lista accanto a quella ufficiale, rimase quello più clamoroso. All’insegna dello slogan politico “Morte al fascismo-Libertà ai popoli”, anche dopo il 1945 l’Ozna continuò a svolgere il ruolo di guardiano del partito e del regime jugoslavo, eliminando qualsiasi ostacolo che potesse mettere in discussione gli obiettivi del partito unico, primo fra tutti, nel 1945-1947, l’annessione del territorio alla Jugoslavia.

Note

(110) - Il collaborazionismo femminile è un tema che non è mai stato affrontato dalla storiografia croata e slovena, laddove invece esiste una vasta storiografia che si è occupata del fenomeno in Francia, ma anche in Italia e Germania. Per il collaborazionismo femminile in Italia vedi M. ADDIS SABA, La scelta. Ragazze partigiane, ragazze di Salò, Roma, 2005; M. FIRMANI, Per la patria a qualsiasi prezzo. Carla Costa e il collaborazionismo femminile, in S. Bugiardini, Violenza, tragedia e memoria, pp. 135-157; M.PONZANI, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico” 1940-45, Torino, 2012.

(111) - HDAP, f. OK KPH Pazin, fasc. II, Comunicato del 3 luglio 1944.

(112) - HDAP, f. Kotarski Komitet (=KK) KPH Labin – Comitato distrettuale PCC di Albona, b.1, f. 4/1945, Ozna di Dignano, 6 giugno 1945, Cartelle di due sorelle di Cavrano, vicino a Marzana.

(113) - G. RUMICI, Storie di deportazione: Pola e Dignano - maggio 1945, Edizioni ANVGD, Gorizia, 2006, p. 16.

(114) - HDAZ, f. Obl. Kom. KPH za Istru, Libro dei verbali del Comitato regionale PCC, verbale del 13 luglio 1945.

(115) - HDAP, f. KNO Buje, b.1, Elenco degli incarcerati dall’Ozna nel distretto di Buie, 21 maggio 1945.

(116) - HDAP, f. KK KPH Labin, b.1, Ozna per l’Istria – Segretario del Com. distrett. Albona, Elenco di trasferimento di 9 arrestati, 5 giugno 1945.

(117) - F. ZULIANI, L’esodo da Rovigno, cit., p. 131.

(118) - B. VOJNOVIĆ (a cura di), Zapisnici Politbiroa Centralnog Komiteta Komunističke Partije Hrvatske 1945-1952, sv. 1, Zapisnici Politbiroa 1945-1948, Verbali del 6 e 13 luglio 1945; Z. RADELIĆ, Uloga OZNE, cit., p. 121.

(119) - HDAZ, f. Obl. Kom. KPH za Istru, b.5, Libro dei verbali del Com. reg. PCC, verb. del 10 luglio 1945, e D. DUKOVSKI, Rat i mir istarski, cit., p. 149.

(120) - Era formato da Jurica Knez, Makso Glažar-Mladen, Dušan Diminić, Arsen, Ljubo Drndić-Vladlen, Dina Zlatić.

(121) - HDAZ, f. Obl. Kom. KPH za Istru, b.5, Libro dei verbali, cit., verb. del 10 luglio 1945.

(122) - Ivi, verb. del 30 giugno 1945.

(123) - Nei fondi dei comitati distrettuali del PC, conservati all’archivio di Pisino, tutte le relazioni del 1945 testimoniano di una situazione politica molto complessa, in continuo fermento, dove le nuove autorità popolari trovavano scarso appoggio e consenso non soltanto nelle “cittadine italiane”, ma anche nelle zone considerate croate, come il Pinguentino o l’Albonese. Vedi HDAP, f. KK KP Buzet, b. 1, Verbale della riunione del 7 settembre 1945; f. KK KPH Poreč, b.1, Relazioni del 19 agosto e del 19 dicembre 1945.

(124) - HDAP, f. KK KPH Buzet, b. 1, Verbale 7 settembre 1945, cit.