1.1. Il Movimento popolare di liberazione jugoslavo

 

In generale, la resistenza nei territori jugoslavi si manifestò come un fenomeno di massa, molto articolato e complesso, le cui caratteristiche dipesero da una serie di fattori che andavano dalla capacità o volontà di stringere alleanze da parte dei comunisti, al rapporto fra città e campagna e, non ultimo, al settarismo dei quadri di partito. Il movimento dei partigiani jugoslavi, comunque, si configurò sin dagli inizi come una forza rilevante non tanto sul piano militare, quanto sul versante dell’organizzazione interna e dell’impatto sociale. Il movimento contava al suo interno aderenti che provenivano da ambienti sociali e politici molto vari, ma la guida era saldamente in mano al partito comunista, alla leadership composta da giovanissimi e guidata da Tito (39), al cui interno peraltro nello spazio e nel tempo si manifestarono differenze non irrilevanti.

 

 

La guerra combattuta dal movimento di resistenza jugoslavo a conduzione comunista presentava una serie di peculiarità: era guerra di liberazione dagli occupanti, scontro etnico scaturito dai conflitti che dividevano soprattutto i movimenti nazionalisti dei četnici e degli ustaša, laddove i partigiani di Tito manifestavano un carattere jugoslavo, e guerra civile sulle prospettive politicoistituzionali del dopoguerra, che vedeva i partigiani di Tito contrapposti agli ustaša, ai četnici e i vari gruppi locali di orientamento nazional-fascista.

 

 

E dunque, quando si parla del movimento partigiano bisogna distinguere innanzitutto la lotta per la liberazione dagli occupanti, lotta che trovava ampio consenso tra le varie popolazioni jugoslave coinvolte, dai progetti politici dei vertici comunisti: questi ultimi presentavano certo un programma di liberazione nazionale e di unione di tutti i popoli jugoslavi, ma, da fedeli seguaci della Terza internazionale, intendevano la lotta come una rivoluzione atta a cambiare radicalmente l’ordine istituzionale e i modi della convivenza sociale jugoslava, con la costruzione di uno Stato comunista (40).

 

 

Nella Venezia Giulia, accanto alla resistenza italiana si sviluppò quella croato/slovena, che aveva anche chiare mire di liberazione di quelli che erano considerati territori etnicamente croati e sloveni. Infatti, i comunisti, per trovare sostegno e consenso popolare, fecero propri e privilegiarono le rivendicazioni classiche del nazionalismo “borghese” croato e sloveno – che erano sorte prima del 1914 ed erano state esacerbate durante il ventennio fascista – sostenendo che tutta la penisola istriana, addirittura tutto il territorio fino all’Isonzo, dovevano passare alla Croazia e alla Slovenia, ovvero alla Jugoslavia.

 

 

La Regione Giulia, e l’Istria in particolare, che dopo la I guerra mondiale non erano state inserite nel Regno degli Sloveni, Croati e Serbi, venivano rivendicate in quanto facenti parte del “territorio etnico” di quelli che stavano diventando due popoli costitutivi la federazione jugoslava. I “proclami di annessione” dell’Istria alla Croazia e del Litorale sloveno alla Slovenia del settembre 1943, attuati dagli organismi regionali che erano espressione del movimento popolare di liberazione jugoslavo, rappresentarono degli elementi distintivi e assolutamente inediti rispetto alle altre zone e regioni in cui si sviluppò il MPL. In questi territori perciò i motivi del riscatto nazionale si fusero con quelli della liberazione dall’”occupante/oppressore” e con i motivi di carattere sociale, come la distribuzione della terra e l’espropriazione dei latifondi (41).

 

 

Un’altra caratteristica fondamentale da rilevare è legata al fatto che sin dal 1941 la dirigenza del movimento di liberazione jugoslavo stabilì che nelle zone liberate la vecchia amministrazione regia sarebbe stata sostituita dai “comitati di liberazione”, che in seguito diventarono i nuovi organi politici e civili del potere jugoslavo. Si creavano, perciò, i fondamenti di una nuova statualità, di un nuovo potere, che fu definito “potere popolare” in quanto sarebbe stato espressione della volontà del popolo. Il modello sperimentato nel primo territorio libero, a Užice, nella Serbia centro-occidentale (1941), fu proprio quello di un nuovo ordine istituzionale e politico che azzerasse quello precedente.

 

 

Tra le macerie della Jugoslavia occupata, tra gli Stati fantoccio filofascisti, i comunisti alla guida della resistenza jugoslava riuscirono dunque a trovare uno spazio per la loro affermazione politica combattendo non solo contro l’occupante tedesco e italiano (il movimento partigiano era diffuso nei primi anni tra le montagne dinariche), ma soprattutto contro gli ustaša croati e i četnici serbi. Per controllare il territorio liberato imposero nuove leadership in ogni comunità. Non bastavano la simpatia o il consenso, che comunque c’erano, della popolazione: chi non accettava il nuovo potere, magari sperando in una copertura nazionale (croata o serba), veniva eliminato.

 

 

Intere élites furono soppresse dai villaggi del Montenegro a quelli della Dalmazia interna, al Gorski Kotar. In Slovenia si fecero i conti con le scolte contadine e con quelle forze slovene che fiancheggiavano le truppe italiane. Il fine della rivoluzione, cioè la presa del potere e la creazione di un nuovo ordine (il potere popolare), era addotto a giustificazione del mezzo, cioè l’eliminazione del nemico della rivoluzione, o “nemico del popolo”.

 

 

Il periodo che va dal 1943 e il 1945 fu un periodo denso di cambiamenti e non poteva essere altrimenti. Il disarmo delle truppe italiane aveva portato armamenti, munizioni e vestiario alle forze partigiane jugoslave; inoltre, dal dicembre 1943 il movimento di Tito fu riconosciuto dagli alleati, che dall’Italia meridionale iniziarono a rifornirlo con mezzi e viveri. Il 1944 vide una crescita, senza eguali tra i movimenti di liberazione in Europa, di quello che era diventato a tutti gli effetti l’esercito jugoslavo.

 

 

Nell’ottobre del 1944, Tito era già a Belgrado (42) e disponeva di intere armate che dovevano marciare verso occidente, fino al confine etnico definito dai filo-jugoslavi nel 1915-17. Il Movimento popolare di liberazione (MPL) non soltanto disponeva di un esercito e di un territorio, ma si era sviluppato in un organismo maturo, con volontà e ambizioni politiche proprie. In effetti, alla fine di novembre 1943, l’AVNOJ (Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia), si era autoproclamato massimo organo del potere delle forze partigiane, e dunque governo provvisorio.

 

 

Nonostante fosse in realtà espressione della volontà e degli interessi di un gruppo ristretto, che deteneva saldamente nelle proprie mani le leve del comando, nell’Avnoj furono inclusi esponenti della vita politica e culturale prebellica, non affiliati al partito comunista, per dare all’assemblea la parvenza della più vasta rappresentatività possibile (43).

 

 

1.1.2. Verso la presa del potere

 

Con il termine “presa del potere” da parte del MPL jugoslavo si possono intendere due processi diversi, che non avvennero parallelamente, ma che consentirono al PCJ il controllo effettivo e concreto del territorio istriano. Il primo era di carattere tecnico-organizzativo, e consistette nella conquista dell’apparato amministrativo, delle banche e di tutte le istituzioni nelle cittadine istriane che man mano vennero “liberate” dall’esercito jugoslavo nel maggio 1945. Nella terminologia comunista jugoslava tale processo venne definito “organizzazione del potere popolare”, all’interno del quale dopo la fase iniziale di presa vera e propria delle istituzioni, ne seguirono altre di sistemazione e strutturazione delle nuove forme di amministrazione civile, ovvero i comitati popolari.

 

 

E’ da rilevare che tale “presa” non fu improvvisata, ma organizzata molto tempo prima della fine della guerra, seguendo il medesimo schema adottato in tutti gli altri territori “liberati” dai partigiani di Tito. L’altro processo ebbe una portata molto più estesa, dal momento che in questo caso per “presa del potere” s’intende l’adozione di una serie di misure politiche da parte del PCJ, che rappresentarono il risultato di una strategia politica deliberata, capace di assicurare progressivamente al PCJ il controllo politico sull’Istria. A guerra finita, il clima politico nella penisola istriana fu influenzato dalla netta divisione tra il Movimento popolare di liberazione (MPL) e tutto il resto, dove ogni cittadino venne politicamente valutato in base alla partecipazione e all’atteggiamento avuto nei confronti dell’MPL, alla sua militanza nel partito comunista croato, alla nazionalità, alla posizione sociale e, non ultimo, ai suoi sentimenti filo jugoslavi o filo italiani. Suddivisa da tante fratture, appariva chiaro che nel dopoguerra la società istriana e la sua politica avrebbero prodotto un clima niente affatto pacifico e sereno.

 

Note

(39) - Tra gli autori che si sono occupati della resistenza jugoslava, nell'ambito della più ampia storia della Jugoslavia, ricorderemo i fondamentali S. BIANCHINI, La questione jugoslava, Firenze, Giunti, 1999; J. PIRJEVEC, Il giorno di San Vito, Jugoslavia 1918-1992, Torino, Nuova Eri, 1993; D. BILANDŽIĆ, Historija Socijalističke Federativne Republike Jugoslavije, Glavni procesi, Školska knjiga, Zagreb, 1979; B. PETRANOVIĆ, Istorija Jugoslavije 1918-1988, vol. II, Nolit, Beograd, 1988.

(40) - Cfr. B. PETRANOVIĆ, Istorija Jugoslavije 1918-1988, cit., dedicato alla resistenza e alla rivoluzione jugoslava.

(41) - Vedi AA.VV., Istra i Slovensko primorje, Rad, Beograd, 1952; L. DRNDIĆ, Oružje i sloboda Istre, 1941–1943, Školska knjiga, Zagreb-Pula, 1978, trad. it. Le armi e la libertà dell’Istria, 1941-1943, Edit, Fiume, 1981; G. LA PERNA, Pola-Istria-Fiume 1943-1945, Mursia, 1993; O. MOSCARDA OBLAK, Il Novecento 1918-1991, in Istria nel tempo (a cura di E. Ivetic), Centro di ricerche storiche, Rovigno, 2006, in particolare le pp. 561-574. Tali tematiche sono riprese e analizzate anche negli studi di R. PUPO, Il lungo esodo, Rizzoli, Milano, 2005 e Id., Il confine scomparso, IRSML, Trieste, 2007.

(42) - Sulla situazione in Serbia, in particolare in Vojvodina, vedi M. PORTMANN, Die kommunistische Revolution in der Vojvodina 1944-1952, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, Wien, 2008.

(43) - Cfr. B. PETRANOVIĆ, Istorija Jugoslavije, cit., pp. 280-302.