Dopo gli arresti si apre un periodo di transizione: in teoria però perchè gli avvenimenti si succedono veloci: infatti il 12 luglio Freda e Ventura vengono rimessi in libertà provvisoria, poi a dicembre vengono rimessi in carcere perchè altri reati vengono loro contestati. Succede pure che il Centro di Controspionaggio di Padova si sbilanci un pochino troppo a favore degli accusati criticando nei fatti il giudice STIZ di Treviso... COMACCHIO testimonia.

 

 

PARTE NONA 

 

 

Dopo l’arresto di Freda e di Ventura si apre un periodo tormentato pieno di piccole rivelazioni, di non ricordo, di fughe vere e proprie dalle dichiarazioni rilasciate ai magistrati, insomma un caos nel formicaio della cellula “nera” e nell’ambiente che la circondava.

 

 

Il 6 maggio 1971 ad esempio il Tribunale di Treviso ordina “il sequestro dei fascicoli personali relativi ai clienti VENTURA GIOVANNI-GUARNIERI GIORGIO-LOREDAN PIERO esistenti presso la Cassa di Risparmio della Marca Trevigiana, la Banca Cattolica del Veneto di Treviso e la Banca Popolare di Castelfranco Veneto”.

 

 

L’8 maggio invece LUIGI CONDOTTA, cugino dei VENTURA, rilascia questa dichiarazione al giudice STIZ:

Il giovedì successivo a Pasqua – se non sbaglio – sono andato a Levada a casa dei miei genitori. Ho visto in un capannone degli scatoloni di cartone chiusi. Mi è stato detto dai famigliari che era roba portata lì da mio cugino Angelo VENTURA. Non ho guardato negli scatoloni e quindi non posso dire cosa contenessero. Ho solo detto ai famigliari che non volevo in casa roba dei VENTURA. Ci saranno stati circa 15 o 20 scatoloni. Erano – a quanto ricordo – sigillati”.

 

 

Lo stesso giorno – l’8 maggio 1971 – da STIZ compare pure un altro parente, GIORGIO CONDOTTA, anch’esso cugino dei VENTURA. Ecco la sua testimonianza:

 

Sono cugino di Giovanni Ventura e sono proprietario di un fondo che lavoro direttamente. Alcuni giorni dopo Pasqua o forse nella Settimana Santa – non ricordo ora esattamente – è venuto da me mio cugino Angelo con alcune scatole contenenti libri e mi ha pregato di bruciarle assieme alla legna rimasta dalla potatura delle viti”.

Ho avuto modo di vedere che negli scatoloni vi erano dei libri con la copertina rossa del tipo di quelli che V.S. mi rammostra”.

 

- L’Ufficio dà atto che si tratta del libretto “Positions” di contenuto pornografico. -

 

Non ho visto altri libretti con la copertina rossa. Il VENTURA Angelo ha portato e bruciato anche altre carte che io non ho esaminato contenute in scatole di cartone ed anche sciolte. Avevo saputo che mio cugino Giovanni era stato arrestato. Mio cugino Angelo mi aveva detto che non sapeva dove mettere quella roba e che si trattava di libri e carte che non servivano più”.

 

 

L’11 maggio è la volta dell’avvocato ANGIOLO GRACCI che testimonia davanti al giudice STIZ. Gracci, ovviamente, fa un po’ di storia delle vicissitudini di Alberto SARTORI, ne giustifica i movimenti, ricorda le iniziative estemporanee di Piero Loredan, fino al momento in cui, nel 1970, lo stesso Gracci si accorge che le proposte del Loredan non possono che provenire da uno “squallido agente provocatore”. E fa presente al giudice STIZ un episodio molto indicativo.

 

 

Gracci, in breve, si era incontrato con SARTORI e con VENTURA presso la locanda “Due Schioppi” di Vicenza.

 

 

Durante la cena e dopo cercai, attraverso un’ampia esposizione di quella che era la linea politica dei marxisti leninisti nel nostro Paese, di sollecitarne una qualche reazione. Ma al di là di quelle che erano state brevi informazioni sui suoi impegni di dirigente della Litopress e di certe prospettive di lavoro di consolidamento di quella azienda, nulla mi fu possibile cavarne come giudizio politico e soprattutto su quelli che avevo esposto essere i giusti metodi di lotta rivoluzionaria nel nostro Paese….

[…]…Il suo silenzio fu così assoluto che, subito dopo la sua partenza, dissi a SARTORI di guardarsi da quell’individuo e di troncare al più presto ogni rapporto con lui. Anzi ritenni di dover dire al SARTORI che l’atteggiamento del VENTURA era così equivoco che sentivo di potermi assumere la responsabilità di dargli quella indicazione di comportamento a nome del Partito”.

 

 

Ma il periodo dopo gli arresti di Freda e Ventura è destinato a finire nel luglio del 1971. Esattamente il 12 luglio la Questura di Treviso – in una RISERVATA-RACCOMANDATA URGENTE – al Ministero dell’Interno informa chi di dovere sulla scarcerazione “per concessione della libertà provvisoria” dei due neofascisti veneti.

 

 

Per opportuna notizia, si comunica che i noti VENTURA Giovanni e FREDA Franco sono stati oggi dimessi dalle locali carceri, essendo stato loro concesso il beneficio della libertà provvisoria con l’obbligo di notificare all’Autorità di P.S. ogni spostamento non temporaneo dal Comune di residenza e con l’obbligo di non uscire dal territorio nazionale. Si trasmette copia dell’ordinanza di cui all’oggetto, emessa in data odierna dal Giudice Istruttore, Dr. Giancarlo STIZ”.

 

 

Il ritmo dell’istruttoria è frenetico. La stampa stigmatizza il rilascio criticando il magistrato “per non aver avuto prove concrete sul conto dei due neofascisti, anzi di avere condotto l’istruttoria su un terreno accidentato, poiché i numerosi testimoni e le segnalazioni sui due neofascisti non avevano portato a nessun risultato e anzi avevano sollevato un grande polverone da cui era difficile uscire”.

 

 

Ma la realtà era un’altra. Si trattava solo di avere pazienza. Il giudice STIZ, sapeva che era una questione di tempo e che il materiale d’indagine non era certo poco. Il rischio invece era che altri magistrati, magari di estrema destra si impossessassero dell’istruttoria. La mossa di STIZ di trasmettere il fascicolo alla sezione istruttoria del Tribunale di Padova, nei primi giorni del mese di settembre, segna una svolta nell’indagine.

 

 

Ora, per “competenza di territorio” la “pista nera” va al G.I. di Padova, dott. CERA, un magistrato che potrebbe anche archiviare l'intera istruttoria. Ma non lo fa anche perchè interroga pure lui i "favoreggiatori" dei fratelli VENTURA e ne esce un quadro molto intrigante.

[A questo proposito si legga l'importantissima testimonianza spontanea resa da Franco COMACCHIO - clicca qui

 

 

La riprova arriva nella notte tra il 4 ed il 5 dicembre 1971 quando i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Padova e della Tenenza di Castelfranco Veneto procedono all’arresto di FRANCO FREDA, GIOVANNI VENTURA, COMACCHIO FRANCO, MARCHESIN GIANCARLO, PAN RUGGERO, VENTURA ANGELO.

 

 

Tutti gli arrestati vengono posti immediatamente a disposizione dell’Autorità Giudiziaria di Treviso. Così, a causa della gravità del reato di “detenzione di armi”, verificatosi in Castelfranco Veneto, il giudice STIZ recupera il filo dell’indagine con una mossa a sorpresa, vincente anche sul profilo dell’immagine.

 

 

Nel contempo il Giudice Istruttore di Padova dichiara la “sua incompetenza territoriale” e rimette con urgenza il fascicolo processuale al Tribunale di Treviso.

 

 

 

Nel sottobosco dei commenti critici sull’operato del giudice STIZ si era nel frattempo distinto il Centro di Controspionaggio di Padova, che in un suo rapporto, il N° 8170 di protocollo, datato 1 novembre 1971, aveva informato il REPARTO  “D” del SID delle ultime vicissitudini dell’istruttoria sulla “pista nera”.

 

 

Evidente dal testo del documento l’irritazione del C.S. di Padova per la linea seguita da STIZ.

 

“…Serpeggia da tempo l’impressione – via via rafforzatasi fino ai limiti della convinzione – che la Magistratura sia rimasta invischiata nelle mene di una vicenda intrigatissima e che stia tentando ora una via di uscita attraverso una serie di dettagli procedurali.

 

Tali affermazioni si basano sulla considerazione che: la lunga istruttoria è rimasta cristallizzata in un circolo chiuso di nomi e notizie aleatorie non potute confermare né approfondire, nonostante le insistenti voci che attribuivano agli accusati collusioni con personaggi più o meno in vista degli ambienti politici, industriali e dell’editoria;

 

la Magistratura si è sforzata di trovare, ad un certo momento, un avallo al proprio operato per giustificare i mandati di cattura contro VENTURA, FREDA e TRINCO, allargando la sfera delle possibili responsabilità di costoro a reati risalenti ad alcuni anni fa e che, a prescindere dalla fondatezza degli indizi, avessero qualche correlazione con l’attività e la posizione politica degli accusati.

 

Appunto in funzione di tale esigenza sarebbe stata ripresa in esame la questione relativa alle lettere di tenore revanscista pervenute nel 1966 a vari ufficiali delle FF.AA. italiane, senza che, peraltro, siano state acquisite in merito precise prove a carico;

 

la modifica dei capi di imputazione appare come una mossa studiata dalla Magistratura allo scopo di far sì che agli accusati potesse essere concessa la libertà provvisoria senza dare l’impressione di esservi stata indotta da altre circostanze;

 

il trasferimento del fascicolo processuale alla sezione istruttoria del Tribunale di Padova potrebbe collegarsi, al di là dell’asserita competenza territoriale, al fatto che, avendo quest’ultimo già archiviato in passato, per amnistia, alcuni dei reati compresi nei capi di imputazione, tutta la questione potrà essere agevolmente ridimensionata”.

 

 

E invece no. Si capisce che il mondo dei servizi segreti tifa per la destra, al di là delle prove o meno in mano alla Magistratura, ma questa volta ai nostri 007 (infedeli) è andata buca. Il Centro C.S. di Padova dopo gli arresti di Freda, Ventura e soci del dicembre 1971 dovrà cambiare registro anche se le posizioni politiche rimarranno le stesse. Critica feroce contro le sinistre, “comprensione” e gestione delle scappatoie politiche per le “esuberanze” degli estremisti extraparlamentari di destra.

 

 

[Continua nei prossimi giorni]