A differenza di altre lettere a Gracci, scritte per avere una documentazione che servisse a sostenere le sue versioni, questa volta Sartori ha accenti più sinceri, più autentici. Si può notare che, a parte la ripetizione di alcuni episodi, c'è una apertura ai sentimenti, alla situazione pesantissima in cui si trova...

 

 

 

Vicenza 15 febbraio 1971

 

 

Al compagno A. Gracci, FIRENZE

 

 

Caro compagno, come richiestomi e riassumendo le notizie verbali che ti ho fornito sino al 2 settembre scorso, stendo la presente relazione affinchè tu possa decidere in merito. La distanza e la delicatezza degli argomenti, mi hanno indotto a rivolgermi – come convenuto, ma con una certa riluttanza -  ai locali dirigenti dell’ANPI vicentina.

 

 

L’avvocato Bettin si è rifiutato di occuparsi delle mie faccende se queste…hanno dei risvolti politici (sic!). Gli ho proposto di incaricare l’avvocato Rosini di Padova di assumere la responsabilità di questi “risvolti politici” e lui si occuperebbe soltanto dei riflessi derivanti dalla mia débacle economica.

 

 

Ha accettato, ma mi ha fatto sapere che Rosini  non vuol neppure sentirne parlare! Ho l’impressione che mi troverò ancora solo, davanti a problemi più grandi di me.

 

 

Bettin esclude anche che l’avvocato Gallo (Presidente dell’ANPI e membro influente del Direttivo Nazionale) abbia tempo o voglia di occuparsene.

 

 

Bettin – non me l’ha detto, ma temo che lo pensi – deve considerare quanto gli ho detto sulle “trame fasciste” roba da fantapolitica!!!

 

 

Che fare? – Tu sei lontano ed io non ho neppure i soldi per telefonarti. Mi costa un grande sacrificio racimolare i soldi di una raccomandata.

 

 

Cercherò, dunque, di sintetizzare il filo degli avvenimenti dal giorno in cui ti parlai per la prima volta per pericolo fascista veneto, con diramazioni nazionali ed internazionali. Occorre agire mobilitando tutte le forze disponibili per smascherare la portata di tale effettivo pericolo e individuare qualche magistrato onesto (se ce ne sono ancora) dell’area democratica, cui affidare la prosecuzione delle indagini attraverso i canali che abbiamo scoperto.

 

 

Occorre fare molta attenzione al pericolo revisionista poiché, se sanno quanto stiamo facendo, sono capacissimi di sabotare tutto perché non si dica che noi – gli “scomunicati” – abbiamo fatto il nostro dovere!

 

 

RELAZIONE

 

 

I fatti, come sai, ebbero origine nell’aprile/maggio 1968. Stranamente coincidono con il periodo del flusso rivoluzionario: (maggio francese, rafforzamento del nostro partito con l’afflusso dei giovani, smascheramento dei tentativi fascisti del “colpo di Stato” dei vari De Lorenzo, ecc.).

 

 

All’epoca ricevetti due lettere dal Colonnello Corrado Marconcini di Este, che è una bandiera del P.C.I. del padovano e un uomo della Resistenza. Con tali lettere mi si invitava ad un incontro al quale non ritenni opportuno di aderire, limitandomi ad invitarlo alla manifestazione del Partito che si tenne a Verona nella Sala della Gran Guardia.

 

 

Fu in tale occasione che lo conobbi. Mi fece l’impressione di essere molto velleitariamente su posizioni di dissenso dal PCI ma, sia per l’ambiente in cui opera, sia per l’età avanzata e la salute malferma, non saprà mai prendere una posizione ferma.

 

 

Fu riferendosi a Marconcini ed altri comandanti partigiani veneti (Spartaco, Doralice, ecc.) che uno “strano individuo”, dopo vari tentativi telefonici fatti alla mia segretaria per entrare in contatto con me (senza rivelare la sua identità), mi contattò telefonicamente dicendomi che desiderava incontrarmi per parlarmi di cose della massima importanza politica.

 

 

Si presentò nel mio ufficio di Vicenza una mattina del maggio ’68 e mi fece delle strane rivelazioni e proposte. Aveva con sé il mio “Discorso di Malga Zonta” del 1965 e disse di avere letto l’opuscolo “UNO DEI TANTI” che documenta i motivi della mia ribellione al revisionismo del PCI.

 

 

Veniva a propormi quanto voleva esprimermi se fossi andato da lui con Marconcini: partecipare ad una riunione dei massimi esponenti delle formazioni partigiane del Veneto (tutti iscritti ed anche dirigenti, precisò, del PCI) stanchi della politica rinunciataria dei partiti di “sinistra” e decisi a riorganizzarsi (anche militarmente) per contrastare il pericolo fascista ormai evidentissimo.

 

 

Precisò anche che tali comandanti partigiani avevano letto il mio discorso di “Malga Zonta” e conoscevano le mie posizioni.Inesse, disse, tutti ravvisavano un momento unificatore e di preciso orientamento. Aggiunse che di tali riunioni ne avevano tenute molte, ma senza risultati soddisfacenti.

 

 

La mia partecipazione avrebbe consentito di fare qualcosa di serio. In tale primo incontro, il Loredan non volle rivelare la sua identità, e si limitò a dirmi che egli era stato “commissario politico” di una formazione partigiana. Richiestogli di quale formazione, mi disse che era una formazione G.L. (tale fatto si rivelò in seguito falso).

 

 

Ancorchè la cosa mi risultasse oltremodo strana, accettai di continuare il discorso precisandogli che mai in vita mia avevo accettato di parlare di “cose delicate” con gente che non mi rivelava la sua identità.

 

 

Quando uscì dal mio ufficio, lo seguii furtivamente e mi resi conto che saliva su una auto “Porsche” targata Treviso di cui annotai il numero di targa. Il tipo di macchina contrastava con il vestire dimesso (e sporco) del tipo.

 

 

Tornò a telefonarmi per chiedere un nuovo incontro che avvenne nel mio ufficio di Vicenza, di lì a pochi giorni. Sentii cose incredibili. Le riunioni che avevano tenuto (soprattutto nel Cadore) erano state organizzate da Marconcini e da un certo Paolo Universo di Asolo (?) sotto le sue direttive, sin dal 1966/67.

 

 

Mi parlò di provocazioni della CIA americana e mi raccontò episodi stranissimi. Mi diceva che, ad un partigiano di Belluno, uno di tali agenti CIA aveva spento un sigaro sulla mano, per provocarlo!

 

 

Gli chiesi di farmi una relazione dettagliata di quanto mi stava riferendo. Soltanto allora dissi, avrei potuto tenerne conto. Gli precisai anche che, avrei potuto esaminare le sue proposte di partecipazione alle “riunioni” soltanto dopo aver avuto un elenco nominativo di tutti i partecipanti, nessuno escluso.

 

 

Me lo promise, ma non lo ebbi mai.

 

 

Nel giugno del 1968 finii in carcere a Trieste in conseguenza delle responsabilità affidatemi dal Partito durante lo sciopero generale in quella città. Uscitone nel luglio, il Loredan (simulando di non sapere che ero finito in carcere) mi invitò a casa sua a Venegazzù del Montello e seppi così, informandomi sul posto prima di recarmi a casa sua, che si trattava del Conte Piero Loredan, ricco proprietario terriero della zona, con un ristorante famoso, “La Falconera”, dove si incontravano persone della più disparata provenienza sociale e politica: pezzi grossi della DC e di altri partiti (anche del PCI), scrittori, artisti, giornalisti, uomini d’affari, industriali.

 

 

In tale occasione si parlò dei “razzi antigrandine” e mi disse di essere stato incaricato, da Roma, di mettere in contatto con noi (con me, inizialmente) alcuni dirigenti nazionali della C.G.I.L. tramite una persona che sarebbe venuta appositamente, se io avessi accettato. Mi parlò anche di alcuni “ibridi di granoturco” che davano un raccolto eccezionale. Egli ne conosceva il segreto ed era disposto a cederlo soltanto a paesi quali l’Albania o la Cina.

 

 

Mi chiese se ero in grado di procurare il visto di ingresso in Albania per un giornalista dell’ESPRESSO, in tal caso egli ci avrebbe assicurato un contributo di 5.000.000 per la nostra stampa.

 

 

A proposito dei “razzi antigrandine” (episodio che ti riferii dettagliatamente), insisteva perché io ne caricassi subito un paio nella mia auto per farli giungere….in Albania o in Cina dove avrebbero potuto perfezionare e collaudare un meccanismo di sua invenzione atto a trasformarli da “tiro verticale” in “tiro diretto”.

 

 

Naturalmente, vidi in tale insistenza e proposte una possibile provocazione. Non riuscivo a stabilire fino a che punto fosse “matto” o sincero.

 

 

La cerchia di persone che frequentavano il Loredan, i suoi manifesti contatti con personaggi stranissimi, le proposte che mi faceva, le profferte di aiuto economico alla nostra stampa, ecc. mi inducevano sempre più ad approfondire la conoscenza del personaggio. Riferii al Partito.

 

 

Ebbi incarico di seguire tale individuo senza impegnarmi in contatti di natura politica. – Fu così che un giorno venni invitato ad una cena alla quale, mi disse, sarebbe venuto anche il famoso personaggio di Roma, incaricato da dirigenti della C.G.I.L. di prendere contatto con noi.

 

 

La cosa mi incuriosiva molto. Mi recai a Venegazzù dove mi trovai fra personaggi stranissimi: scrittori, artisti, antiquari, conti, baroni, industriali e il famoso messaggero di Roma che risultò essere lo scrittore UGO MORETTI che accompagnava la figlia di Savinio (De Chirico), Angelica Savinio.

 

 

Mi trovai a disagio e questo aumentò quando, senza consultarmi o preavvisarmi, il Loredan mi presentò con il nome di Balducci.

 

 

Protestai duramente, ma il Loredan insistette nel presentarmi con falso nome, addicendo il motivo che, fra i convenuti, c’era certamente qualcuno della CIA. – Seppi che il cuoco che aveva preparato la cena luculliana (e che aveva lanciato “La Falconera”) era stato il cuoco di Mussolini e di Peron.

 

 

Ci appartammo in una dependance, dietro la villa patrizia, e lì mi fu presentato Moretti che  mi confermò di avere ricevuto l’incarico di prendere contatto con noi da parte della C.G.I.L.

 

 

Allo stesso ed alla Savinio rivelai che io non ero affatto Balducci come stranamente mi aveva presentato il Loredan. Della proposta di contatti con la dirigenza della C.G.I.L. non se ne fece nulla, come ti è noto, per decisioni del partito.

 

 

Mette conto di ricordare che, presentandomi Moretti, Loredan mi presentò anche un “sindacalista” della ZOPPAS con proposte a dir poco provocatorie che varrebbe la pena di approfondire, per denunciare alle masse simili provocazioni probabilmente consumate in occasione di scioperi.

 

 

Tutto questo mi indusse, come ben sanno i compagni del partito, a non perdere di vista lo strano personaggio Loredan e a favorire in ogni modo le sue pressanti richieste di incontrarsi con me “per aiutarmi, diceva, a far sì che gli autentici Combattenti della Libertà non si smarrissero nella cloaca conformista”.

 

 

Trovandomi consenziente su tale argomento e dichiarandosi il Loredan reiteratamente “disponibile”, finii per indicargli il solo modo di poter collaborare con gli uomini che, come me, lottavano per tale scopo: aiutarci economicamente, avendo io esaurito ogni mia risorsa personale alla stessa stregua di quei pochi che potevao dare, sul piano economico.

 

 

Ma su tale argomento (l’unico metro per misurare la sua “disponibilità”) non volle mai impegnarsi, se non una volta, pressato dalle nostre richieste. Gli dicevo che, se era sincero, continuasse a fare il conte e l’agrario ed aiutasse la nostra stampa. – Tornò peraltro, spontaneamente, più tardi quando, nell’aprile del ’69, egli potè riprendere il contatto con me, in Napoli, facendomi le note proposte “Litopress”.

 

 

Completamente assorbito dalla mia attività politica nel ’68, avevo perduto di vista il Loredan che non desisteva però dal tentare in ogni modo di entrare in contatto con elementi della sinistra extraparlamentare del Veneto e con altri dirigenti del partito, soprattutto ex partigiani: Gracci, Pisani, ecc.

 

 

Nel ’69 mi ero trasferito, com’è noto nel Meridione avendo esaurito ogni risorsa economica e trovandomi indebitato per gli onri dell’attività politica svolta ininterrottamente dal 64 in poi.

 

 

Il 28 aprile 1969 il Loredan (che aveva potuto avere da mia moglie, con uno stratagemma, il mio numero di telefono di Napoli) mi preannunciò telefonicamente una sua visita “urgentissima ed importante” per l’indomani: Egli giunse, infatti, il 29 aprile presso il mio albergo accompagnato da un giovane che mi fu presentato col nome di “Alberti”.

 

 

Ciò che udii e vidi in tale occasione, dopo la proposta fattami di occuparmi di una iniziativa tipo-litografica con compensi allettanti, mi convinse definitivamente a non perdere di vista i due personaggi. Li seguii nel Veneto, con lo stesso aereo, e – tornando a Napoli di lì a pochi giorni – mi fermai a Firenze per informare il partito e ricevere istruzioni, concordando il comportamento tattico da seguire (4 maggio 1969).

 

 

Fu deciso che avrei dovuto accettare qualsiasi incarico che non fosse dirigenziale o interno. Avrei dovuto sollecitare, semmai un incarico esterno, di rappresentanza. Così feci, proponendo che io avrei lasciato il mio lavoro di Napoli ad azienda avviata.

 

 

Va precisato che il Loredan aveva subordinato il finanziamento della Litopress (120.000.000) alla condizione che io ne avrei controllato la serietà amministrativa. Nell’autunno (1969), il Loredan mi impegnò a lasciare il mio lavoro di Napoli perché, disse, egli aveva già sborsato i primi 20 milioni basandosi sulla mia parola.

 

 

Chiesi tempo e un preciso mandato di rappresentanza che mi fu inviato il 18 novembre 1969. Tale mandato non prevedeva, però, le provvigioni pattuite (il 10%). Il mandato fu perfezionato il 18 dicembre quando io avevo già deciso di attenermi alle direttive del partito impartitemi il 4 dicembre 1969: lasciare Napoli (ancor prima di giungere alla conclusione del mio lavoro) per seguire da vicino gli strani personaggi.

 

 

Avevo anche tentato, con una iniziativa personale dettatami dal mio lungo isolamento nel Meridione, di contattare l’On. Caprara di Napoli (uscito dal frattempo dal P.C.I. e passato al MANIFESTO) per consigliarmi con lo stesso. Ogni tentativo fu vano, com’è noto.

 

 

Il 16 dicembre diedi le dimissioni e rinunciai all’incarico propostomi di “liquidatore della SAMOPAN” – Il 19 dicembre ci incontrammo in Napoli, con te, ed il 20 viaggiammo insieme fino a Roma, apprendendo dalla stampa l’arresto di molti compagni dirigenti del partito, le perquisizioni, ecc. in conseguenza della strage di Piazza Fontana.

 

 

Il 20 mattina mi presentai dal notaio Marini di Roma, con gli azionisti della SAMOPAN, rifiutando l’incarico di liquidatore e facendo sapere agli stessi (tramite persona che aveva strettamente collaborato con me, entro limiti di vigilanza rivoluzionaria) che il Sartori che essi avevano avuto tra loro per oltre 10 mesi, era…il noto Sartori di cui i giornali parlavano da tempo, anche a Napoli, e che io avevo indicato come un omonimo. Tornai a Napoli a fare le consegne, distrussi alcuni documenti…e tornai nel Veneto per compiere la missione affidatami.

 

 

Prima di partire da Napoli, il 23 dicembre, scrissi al Senatore Anderlini per affidargli il compito di smascherare in Senato lo scandalo di Assisi. Non avendo ricevuto pronta risposta, decidemmo, con i compagni di Padova, di affidare il caso all’onorevole Ceravolo (del PSIUP) che, però, fece più tardi marcia indietro….Il sen. Anderlini, invece, fece quanto potè (vedasi documentazione). Per lo “scandalo P.O.A.” lo stesso Anderlini non se la sentì e si riservò di parlare con Parri. INVANO!

 

 

Potei così seguire, da vicino, con grave disagio personale e ad un costo elevatissimo che mi portò al disastro economico e famigliare, i personaggi LOREDAN-VENTURA-GUARNIERI ed addentellati….

 

 

Il gioco (in apparenza cervellotico) del Loredan che, va ricordato, appariva a tutti nella veste dell’ex “partigiano.rosso” (il “conte rosso”) presentava una infinità di aderenze e referenze di “sinistra”, specie per i contatti strettissimi che il Loredan vantava con la Federazione del P.C.I. di Padova e con ex comandanti partigiani del PCI del Veneto.

 

 

Ma c’era, per me, un sempre più evidente sapore di provocazione CIA/SID nelle strambe elucubrazioni e profferte provocatorie del Loredan e del Ventura. Non potevo scordare la necessità di scoprire la fonte delle famose “schede segrete” esibitemi a Napoli il 29 aprile 1969.

 

 

C’erano state le profferte di “eliminare i nemici politici”…(piani NATO, canali “sicuri” per l’estero, ecc.) che non potevano assumere l’importanza politica del caso se non dopo l’esplosione delle rivelazioni Lorenzon e l’improvvisa decisione del Loredan di vendere tutto e scappare in Argentina. – Ventura si camuffava in modo abilissimo e, ad ogni rivelazione negativa a suo carico, mi inondava di referenze “a sinistra” davvero sconcertanti.

 

 

Quando tentai di “sganciarmi” con un altro lavoro (ABITAL), sin dal marzo 1970, mi si affiancò più strettamente che mai – assieme al Loredan – promettendomi mari e monti purchè non abbandonassi la LITOPRESS e convincessi il Loredan ed il Guarnieri a compiere con i loro impegni di finanziamento, pena la perdita di quanto avevano già sborsato (30 milioni).

 

 

Io posi al Loredan, di fronte al Guarnieri che conobbi per la prima volta a Cortina il 25 marzo 1970, il quesito: “O Loredan è in grado di confermare ancora, il conclamato antifascismo del Ventura, e allora….abbandonarlo nel momento in cui era vittima di calunnie costituiva una vigliaccheria, oppure il Loredan aveva agito da provocatore presentandomelo come “uomo di sinistra”.

 

 

Di fronte al dilemma il Loredan reagiva sempre nello stesso modo: era pronto a giurare sulla buona fede ed innocenza del Ventura. – Allora non potete abbandonarlo, dicevo io. Fu così che, fra alti e bassi incredibili, si giunse al proscioglimento del Ventura da parte dei giudici romani.

 

 

Questo rincuorò Loredan e Guarnieri che, nell’agosto 1970 e con le dovute “cautele”, completarono il finanziamento dei 90 milioni (sui 120 promessigli).

 

 

Intanto, grazie alla mia iniziativa ABITAL/VITTADELLO, ero venuto a conoscenza di una infinità di notizie. Il Ventura era strettamente legato – da anni, sin dal 1966-67 ad elementi della “sinistra” extraparlamentare di Padova: i professori Mario Quaranta ed Elio Franzin.

 

 

Il primo a me noto e indicatomi insistentemente dai compagni di Padova come un compagno di cui ci si poteva fidare anche se, sul piano ideologico, sussistevano le antiche e note divergenze.

 

 

Il Quaranta contava sull’appoggio (per l’iniziativa ABITAL) dell’onorevole Marangoni delle Cooperative emiliane!

 

 

Il Loredan mi promise (purchè non abbandonassi la LITOPRESS) appoggi molto in alto….Mi presentò così uno stranissimo personaggio di Montebelluna – il professore Giuseppe ZADRA –che, mi diceva, era il suo diretto legame con il ministro PICCOLI, da anni, e con altri papaveri della D.C. (Caron, Colleselli, ecc.) nonché con le banche del Veneto.

 

 

Intanto venni a sapere che il più grosso appoggio politico del Ventura, presso il Questore di Treviso e a Roma, gli veniva fornito dall’onorevole Tina ANSELMI, dirigente nazionale delle donne della D.C. – Questa, che era stata partigiana, lo aveva presentato a varie banche ed anche…alla Banca Nazionale del Lavoro di Roma (quella che era stata dinamitata).

 

 

Potei leggere persino una lettera, che il ventura mi mostrò in fotocopia, nella quale la Anselmi caldeggiava aiuti per il Ventura criticando persino il suo partito a cui, diceva, risalivano le persecuzioni contro il suo protetto!

 

 

Questa girandola di alte protezioni (il Ventura diceva di aver trattato l’acquisto di una azienda di miliardi con il Banco di Sicilia) e di effettivi contatti in alto loco (intervento delle creature di PICCOLI per consentire a Ventura di rilevare la EUROGRAPHIK di Trento per oltre un miliardo, nell’estate 1970) mal si combinavano con il comportamento sempre più ricattatorio del Ventura che affermava di non essere in grado di ritirare le cambiali che mi chiedeva per “girarsi” e consentirgli di corrispondermi lo stipendio minimo pattuito: 250.000 per spese a forfait e 250.000 quale “anticipo su future provvigioni” che mi garantiva comunque, in ogni caso, a prescindere dall’esito della iniziativa Litopress.

 

 

Malgrado le tue pressanti raccomandazioni di non accettare più di rinnovare gli effetti in circolazione, il Ventura prometteva che non avrebbe potuto farlo prima di dicembre. – ma già dall’agosto 1970 (per il tradimento di Quaranta) egli si era messo in guardia e gli bastava di tenermi “legato al suo carro” con lo spauracchio dei protesti cambiari.

 

 

Accettai anche questo rischio, considerandolo minore di quello derivante dalle insistenti proposte di Ventura di trasferirmi a Roma (per “controllare la Litopress”, diceva) e allora egli sarebbe stato in grado di assicurarmi uno stipendio superiore e di ritirare le cambiali. Io temevo ormai, effettivamente, per la mia incolumità fisica se mi fossi allontanato dal mio ambiente dove vivevo perennemente “in guardia”.

 

 

Nell’agosto riuscii, come sai, ad impossessarmi dei documenti del Loredan (circolari, leggi, proclami, ecc. di ORDINE NUOVO, alcuni manoscritti e firmati dal Loredan). – Partecipai la scoperta ai compagni di Padova (il Loredan ossessionava da tempo il compagno Pisani per sapere “su quanti uomini” potevano contare in caso di necessità, di fronte a un “colpo di Stato” dei fascisti). Ti convocai nel Veneto e, sui Monti Berici, ti feci vedere i documenti. Era il 2 settembre 1970.

 

 

Le conseguenze del nostro incontro e la divergenza che scaturì fra noi sulla tua tesi (abbandonare tutto perché avevamo scoperto il gioco che si era fatto troppo pericoloso) e la mia: (continuare fino alla scoperta dei responsabili delle bombe, dei mandanti e di tutte le “stragi di Stato” perché quella era la pista giusta), mi portò ad assumermi in proprio tutta la responsabilità del proseguimento della missione affidatami.

 

 

“Sconfessatemi, se mi va male – ti dissi – ma questa è la pista buona! Diedi le dimissioni dal partito e rimasi solo, per troppo tempo!

 

 

Tale isolamento e la impressione di essere calato in una fogna fascista con unico scafandro: il mio coraggio, la mia esperienza, la mia buona fede, il mio passato indiscutibile di antifascista, e la certezza di riuscire ad ogni costo, ebbero la conseguenza di alcuni errori tattici (soprattutto nel fidarmi di Quaranta!), ma ci danno oggi la possibilità di poter indicare i giusti canali attraverso i quali qualche magistrato onesto e antifascista potrà scoprire la verità sui criminali fascisti.

 

 

Temo una sola cosa, caro Gracci: i colpi che ci possono venire dai revisionisti. Saranno i più duri e costituiranno un ostacolo difficile da superare. – Oggi i compagni rivoluzionari possono utilizzare un patrimonio di dati, di indicazioni e di canali per giungere alla verità.

 

 

Vieni dunque nel Veneto, Gracci. Io non ho i mezzi per muovermi e viaggiare: sono praticamente schiacciato dalle conseguenze delle mie azioni. Circa 17 milioni di cambiali (comprese quelle che dovevano servire alla Litopress per ritirare quelle scadute in gennaio!) sono in circolazione e saranno certamente protestate. L’avvocato Bettin sta muovendosi per limitare il mio disastro, ma non ci sarà nulla da fare!

 

 

Per quanto si riferisce al tuo suggerimento di avvalermi dei consigli dei dirigenti dell’ANPI…ho poca fiducia! – Essi non possono perdonarmi di averli indicati – per anni – come i responsabili rinunciatari che consentirono ai partigiani di demoralizzarsi sempre di più ed ai fascisti di rafforzarsi sino alle più aperte e mostruose provocazioni.

 

 

Vieni a Vicenza e concordiamo sul da farsi. La battaglia darà durissima. Non posso continuare da solo: sono stanco e non ce la faccio più. Le cose si sono rivelate più grandi me.

 

 

Ti suggerisco, se ti incontrassi con Bettin o Gallo, di non rivelare i limiti della mia fiducia in loro. Mettiamoli alla prova e speriamo in bene!

 

 

Sto lavorando, ora, per conquistare alla coerenza antifascista un elemento di cui ti parlerò e che potrebbe rivelarsi l’autentico supertestimone a carico di Ventura e della sua banda di criminali.

 

VIENI!

 

Salutami i compagni, tutti, e…rassicurali sul mio conto. A presto.

 

 

Alberto Sartori

 

N.B. – Se telefoni a casa mia….parla di affari e di lavoro.