IL MEMORIALE DI PAN RUGGERO

 

 

L’8 gennaio 1972, Ruggero PAN faceva pervenire al Giudice Istruttore, dalle carceri di Treviso dove era ancora ristretto, un “memoriale” relativo ai suoi rapporti con Ventura e Freda ad integrazione e parziale modifica delle dichiarazioni rese fino allora, all’Autorità Giudiziaria.

 

 

Pur nella necessaria valutazione critica dei limiti della sua attendibilità, nel memoriale si fanno precisi riferimenti all’attività terroristica dei due, che, nell’ulteriore corso del procedimento, sembrano trovare validi riscontri.

 

 

1) Dopo l’incontro iniziale del 1967 ed uno scambio di letture ispirate ad una cultura di “destra” (allora Ventura Giovanni era neonazista, mentre PAN aveva vaghe idee nazionaliste) aveva rivisto Ventura nel 68  ed aveva accettato, anche per la necessità di mantenersi agli studi, la proposta di questi di lavorare per lui alla compilazione di un catalogo librario da effettuarsi sotto la direzione di un certo Di Roberto di Treviso.

 

In quel periodo, e cioè verso la fine dell’autunno 1968, aveva aderito alla richiesta di Ventura di conservargli una cassetta di armi (a dire di questi, “quattro vecchi catenacci, ricordo di famiglia, e due fucili da caccia smontati”) per un breve periodo di tempo, in attesa di una sistemazione. La cassetta era stata poi portata, verso la fine dell’anno (1968), in casa della nonna (del PAN).

 

 

2) Da allora Ventura non si era fatto più vivo; gli aveva allora scritto una lettera per avere notizie sul lavoro che avrebbe dovuto svolgere con Di Roberto e in questa occasione gli aveva manifestato il suo stupore perché nella libreria Ezzelino di Padova (dove Ventura lo aveva indirizzato come luogo di incontro degli “studi tradizionalistici”) aveva invece trovato una “grossa massa” di pubblicazioni marxiste.

 

 

3) Nel febbraio 1969, frequentando la libreria Ezzelino, aveva fatto la conoscenza del suo titolare, il “dottor” Freda, che aveva incaricato uno degli addetti, Aldo Trinco, (che gli aveva evidentemente parlato di lui) di invitarlo a passare dal suo studio in via S.Biagio.

 

In quella circostanza con Freda si era parlato di argomenti culturali; ma questi si era mostrato al corrente dei suoi rapporti con Ventura e della questione del catalogo con Di Roberto.

 

 

4) Il 19 marzo 1969 (Pan) era stato assunto come assistente all’Istituto per ciechi “Configliachi”. Avendo saputo che il direttore, dott. Rupolo, era stato reggente del gruppo estremista di destra “Ordine Nuovo” (del quale anche Freda aveva fatto parte), si era rivolto a quest’ultimo per un intervento presso di lui in occasione di contrasti interni tra assistenti.

 

Freda che evidentemente non era in buoni rapporti con Rupolo, lo aveva invece indirizzato al sig. Marco Pozzan, suo amico, portinaio del Configliachi.

 

 

5) Era stato proprio Pozzan a fargli, tra il serio ed il faceto, i primi discorsi su Freda e gli attentati, in particolare quello del 15 aprile 1969 al Rettorato di Padova. Sempre Pozzan, intorno alla metà di aprile, gli aveva telefonato per farlo andare a casa sua, dove c’era Freda che voleva vederlo ed in questa occasione Freda gli aveva chiesto una borsa in prestito per portar via dei libri.

 

Qualche giorno dopo Pozzan lo aveva invitato di nuovo a casa sua, dove già si trovavano Freda, Trinco ed altre tre o quattro persone che parlavano di “mettere bombe”.

 

 

6) Nel pomeriggio di sabato 19 aprile 1969, incontrando casualmente Freda, era stato da questi invitato a salire nel suo studio, dove gli aveva proposto di entrare nella sua organizzazione terroristica. A tale proposito gli aveva detto:

 

- che stava preparando una serie di attentati;

 

- che aveva posto la bomba nel Rettorato il precedente giorno 15;

 

- che la libreria Ezzelino, che finanziariamente era un “fallimento”, serviva in realtà per attrarre estremisti di destra e di sinistra, disposti a collaborare per il comune obiettivo della distruzione dello Stato borghese. Il momento adatto sarebbe stato il settembre 1969, allorchè 5 milioni di metalmeccanici sarebbero entrati in sciopero;

 

- che era stato sconsigliato dal tenergli questi discorsi, ma tuttavia confidava, avendolo conosciuto, nella sua adesione all’iniziativa;

 

- alle obiezioni ed alle riserve avanzategli, aveva risposto minacciandolo di morte nel caso fosse andato a “spifferare tutto alla Polizia” e ravvisandogli la forza e la decisione del suo gruppo (“siamo in molti”), del quale egli non era il capo, ma “solo il vicario”.

 

 

7) Di lì a qualche giorno Pozzan, ridacchiando, aveva mostrato di essere a conoscenza del “maltrattamento” che Freda gli aveva fatto per “risvegliare la parte migliore” in lui.

 

Scoppiate poi, il 25 aprile, le due bombe a Milano (Fiera Campionaria ed Ufficio Cambi della Stazione), Pozzan, leggendo il giornale, gli aveva detto che era stato Freda a metterle; in particolare, aveva disposto quella all’Ufficio Cambi, prima di riprendere il treno per Padova; ed aveva anche concluso dicendogli che il calore dell’esplosione aveva bruciato il “denaro giudeo”.

 

 

8) Dopo qualche giorno, lo stesso Freda gli aveva confermato i discorsi di Pozzan, aggiungendo che la cartella da lui prestatagli “era servita egregiamente allo scopo e che pertanto gliene avrebbe dovuto procurare 500/600”. Essendo stata usata la sua borsa, era evidente che ormai era “incastrato” nell’organizzazione, con la quale avrebbe dovuto collaborare sia facendo opera di proselitismo, sia prendendo in locazione un appartamento da adibire a deposito di esplosivi.

 

 

9) Terrorizzato da questi discorsi e dalla situazione in cui si era venuto a trovare, per troncare ogni contatto con quell’ambiente, il 1° maggio successivo si era dimesso dal Configliachi.

 

 

10) Nel luglio-agosto 1969 aveva incontrato di nuovo Ventura Giovanni, il quale si era mostrato al corrente dei discorsi fatti da Freda e gli aveva rivelato che lui stesso aveva sconsigliato Freda dal farglieli, conoscendo il carattere mite di Pan. Lo aveva quindi rassicurato e gli aveva offerto un lavoro nel suo studio bibliografico di Castelfranco Veneto, dato che proprio in quei giorni la segretaria era andata via.

 

 

11) Tuttavia, intorno alla metà di agosto, dopo pochi giorni che aveva cominciato a lavorare, Ventura, mostrandogli il giornale, gli aveva parlato degli attentati sui treni dicendogli che li aveva organizzati lui stesso, pur avendo delle remore, nel quadro di una necessaria opera rivoluzionaria.

 

Nonostante lo avesse pregato di non tenergli quel tipo di discorsi, poco dopo quegli era tornato sull’argomento, rilevando che qualcuno degli ordigni collocati sui treni non era scoppiato e così la Polizia li aveva potuti studiare.

 

Pertanto per il futuro, sarebbe stato necessario usare dei contenitori in ferro, sia per provocare un danno maggiore, sia per evitare, nel caso non fossero esplosi che “qualche poliziotto furbastro potesse metterci il naso”.

 

 

12) Nell’autunno successivo aveva dapprima visto il dattiloscritto e poi i libretti rossi già stampati dell’opuscolo “La Giustizia…” ed anzi era stato sollecitato da Ventura Angelo ad aiutarlo nella spedizione.

 

 

13) La sera del 12 dicembre, verso le 17-18, era salito a casa sua, tutto trafelato, Ventura Angelo, il quale gli aveva detto: “E’ successa una carneficina però non c’entra mio fratello”; egli si trovava a letto malato.

 

 

14) Verso l’inizio del gennaio 1970 aveva assistito alla scena dei fratelli Ventura che mettevano a soqquadro la casa di Castelfranco Veneto (dove pure si trovava il servizio librario presso il quale lavorava) per sottrarre documenti compromettenti per tema di una perquisizione della Polizia.

 

 

15) Nello stesso mese di gennaio aveva ricevuto gli opuscoli della Ennesse. Temendo che Ventura, come già in passato Freda con il prestito delle cartelle, potesse porre in essere una manovra per “incastrarlo”, paventando una denuncia da parte sua, abbandonava il lavoro presso Ventura.

 

 

16) Nel febbraio 1970, dopo aver letto sui giornali le dichiarazioni di Lorenzon, aveva sollecitato i Ventura a riprendersi le armi, ma essi non avevano voluto aderire, ed anzi, qualche giorno dopo, Angelo Ventura era andato con Freda a trovarlo.

 

Quest’ultimo gli aveva tenuto un discorso durissimo, dicendogli che Giovanni era vittima delle fantasiose calunnie di un pazzo: che tutti i discorsi sugli attentati erano stati fatti per scherzo; che non si azzardasse a buttar via le armi perché “gli erano costate fior di quattrini”; così come pure circa 2 milioni erano costati a Giovanni i libretti rossi seconda serie (quelli pervenuti a mezzo della Domenichelli).

 

 

17) Nel memoriale, infine, si riepilogano gli episodi relativi alle pressioni ed agli incontri con i fratelli Ventura, con Rizzo, Freda e Fachini ad Ascoli e Padova in relazione ai fatti connessi alla scoperta delle armi.

 

Nel confermare davanti al Giudice i fatti esposti nel memoriale, Pan aggiungeva chiarimenti come, per esempio, il diverso comportamento tenuto con lui da Freda e da Ventura Giovanni: aggressivo il primo; più rassicurante il secondo, che tali proposte non gli aveva mai fatto; nonché l’impressione che il Ventura fosse il finanziatore di Freda: la cosa gli era stata confermata da quest’ultimo nel viaggio Ascoli-Padova, in quanto gli aveva detto che Giovanni si era rovinato per causa sua.

 

In un confronto con il Pozzan, questi, pur ammettendo vari elementi di contorno, negava però di aver mai fatto a Pan discorsi su attentati. Anche Ventura Angelo respingeva i riferimenti fatti a suo riguardo da Pan.

 

 

(Estratto da “Giustizia e Costituzione” – Rivista bimestrale – Anno Decimo – Numeri 1-2  - Gennaio /Marzo 1979)