La versione di Giancarlo Marchesin, socialista, sull'occultamento nella sua abitazione delle armi del gruppo Ventura 

 

 

 

 

PRETURA DI CASTELFRANCO VENETO

 

 

L’anno 1971, addì 5 del mese di novembre, in Castelfranco Veneto, presso il comando Tenenza Carabinieri di Castelfranco Veneto, ore 20. – Avanti al Pretore CARVISIGLIA Dr. Francesco, assistito dal Cancelliere sottoscritto è presente: MARCHESIN Giancarlo, nato a Castelfranco Veneto il 23.7.1938, ivi residente, Piazza Giorgione n.48, celibe, ingegnere, il quale viene reso edotto dell’esistenza a suo carico di gravi indizi di reato ex art. 2 della legge 2.10.1967 n.895, in relazione al ritrovamento avvenuto stamane nella soffitta attigua alla casa di abitazione da lui occupata di un certo numero di armi da guerra in perfetto stato di efficienza e specificato nella segnalazione pervenuta a questa Pretura di cui viene data lettura al MARCHESIN stesso.

 

 

Si dà atto che il predetto, reso edotto della facoltà di nominare e di farsi assistere dal difensore, nomina l’Avv. Alberto BOSCO e l’Avv. Giuseppe MARTELLONE entrambi del foro di Treviso e che assiste all’interrogatorio il primo dei due predetti difensori.

 

 

Il MARCHESIN viene altresì reso edotto che ha facoltà di non rispondere in merito all’interrogatorio che gli verrà rivolto ma che, anche se non risponderà, si procederà oltre nelle indagini istruttorie.

 

 

A questo punto il MARCHESIN dichiara di voler rispondere.

 

A questo punto si dà atto altresì che compare il Dr. Proc. Bruno MARCHETTI che l’indiziato dichiara voler nominare suo difensore con relativa assistenza all’interrogatorio in sostituzione, per ora dell’Avv. MARTELLONE.

 

 

 

A.D.R. “Nei giorni immediatamente successivi al sanguinoso attentato del dicembre 1969 presso la Banca dell’Agricoltura di Milano, si rivolse a me il mio amico COMACCHIO Franco, di anni 30, perito-impiegato presso la Ditta Dotto Maglierie di Castelfranco Veneto, rivelandomi di essere stato avvicinato dal VENTURA Giovanni, che era suo conoscente, e che questi gli aveva espresso l’intenzione di occultare un certo numero di armi che teneva nascosto, chiedendogli se egli potesse aiutarlo al riguardo.

 

 

In quel primo contatto il COMACCHIO si rivolse a me per un consiglio sul da farsi. Ed in effetti io in quell’occasione non gli detti alcun consiglio preciso, poiché ero francamente imbarazzato, tant’è vero che la cosa per il momento finì lì.

 

 

Passò qualche mese, ed un certo giorno il COMACCHIO mi disse che in un certo giorno in cui si era tenuto in Rosà (Vicenza) un comizio elettorale (mi sembra del P.S.I. e comunque si era nel periodo immediatamente precedente alle elezioni amministrative del 1970 – giugno) era avvenuto l’asporto delle armi di cui sopra, da una certa casa di Rosà di cui non mi furono date indicazioni in merito all’ubicazione, da parte di persone che non ricordo egli mi abbia specificato; mi sembra di ricordare che le armi fossero state prelevate dall’abitazione di persona facente parte del gruppo del VENTURA.

 

 

Il COMACCHIO mi disse che comunque non conosceva quella persona, e mi disse altresì che di sera le armi erano state portate presso la casa di abitazione di ZANON Idana di anni 26, all’epoca sua fidanzata ed attuale sua moglie.

 

 

L’abitazione in questione è posta in Castelfranco Veneto, Via Monte Grappa, mi sembra condominio Castello. Rettifico a questo punto quanto più sopra dichiarato nel senso che il COMACCHIO dapprima mi disse che le armi le aveva lui, in un posto determinato, e poi mi disse che erano a casa della sua fidanzata.

 

 

A questo punto consigliai il COMACCHIO di consegnare le armi all’Autorità di Polizia ma egli (preciso che era ed è iscritto al P.S.I.) mi rispose che intendeva trattenerle per tenerle quale prova o comunque quale elemento di accusa a carico del VENTURA, qualora questi si tradisse in relazione alle intenzioni che egli nutriva.

 

 

Debbo precisare che un rapporto di vera e propria conoscenza sussisteva tra il COMACCHIO ed il fratello del VENTURA Giovanni, VENTURA Angelo, che peraltro mi fu riferito dal COMACCHIO essere proprietario della borsa di pallacanestro in cui, come dirò in seguito, furono riposte alcune delle armi.

 

 

Da tale colloquio sull’argomento col COMACCHIO passò quasi un anno. Infatti ricordo che nei giorni immediatamente precedenti o successivi all’arresto del VENTURA Giovanni il COMACCHIO si rivolse a me, dicendosi preoccupato della posizione in cui si sarebbe venuto a trovare, nel caso che il VENTURA avesse rivelato ove erano nascoste le armi.

 

 

Debbo dire che io ed il COMACCHIO discutemmo di tre possibili soluzioni in merito alla sorte delle armi:

 

1) – consegnarle all’Autorità di Polizia O AL Giudice Istruttore;

 

2) – gettarle via da qualche parte;

 

3) – occultarle in un luogo sicuro in attesa di una diversa soluzione.

 

 

La prima delle tre soluzioni venne scartata dal COMACCHIO perché egli aveva molta paura di quelle che avrebbero potuto essere le reazioni del VENTURA o di qualcuno del suo gruppo.

 

 

La seconda soluzione fu scartata perché ritenuta troppo rischiosa e si addivenne così alla terza soluzione, affrontando la quale io dissi al COMACCHIO che il luogo di possibile occultamento poteva essere la soffitta sovrastante la mia abitazione. Naturalmente io feci tale proposta al COMACCHIO sempre con l’intesa che quella soluzione non fosse definitiva, e che egli comunque ad un certo punto portasse via le armi.

 

 

Egli mi parlò di un’intenzione futura di seppellire le armi o di buttarle via da qualche parte; accennò anche alla possibilità di gettare le armi in un certo corso d’acqua profondo che passa per Piombino Dese, forse il fiume Zero.

 

 

Così una sera tardi ci recammo presso la casa della ZANON e fu quella la prima volta in cui vidi le armi: ricordo che parte erano già riposte in una borsa da pallacanestro che mi fu detto dal COMACCHIO di essere di proprietà del VENTURA Angelo, mentre parte, e sicuramente le cartucce, erano riposte in un box attiguo al garage.

 

 

Riponemmo il resto delle armi in una valigia che rinvenimmo nella casa e verso mezzanotte portammo il tutto a casa mia. Il COMACCHIO si fermò giù, io portai le armi su nella mia abitazione occultandole la sera stessa sotto il letto di una stanza ripostiglio, poi, il giorno dopo, approfittando della momentanea assenza dei miei genitori, salii nel soffitto attraverso la botola che si apre dalla cucina ed andai ad occultare il tutto nel luogo stesso ove sono state trovate, ossia nell’estrema parte destra della soffitta rispetto alla botola, nell’estremo angolo destro, ritenuto più sicuro.

 

 

Nei giorni successivi al predetto occultamento io feci pressione più volte sul COMACCHIO affinchè le armi venissero rimesse al Giudice Istruttore Dr. STIZ: però in definitiva egli mi rispose che, d’accordo con la moglie, non se la sentiva di esporsi a possibili reazioni del VENTURA o dei suoi amici e che era più opportuno attendere momenti migliori.

 

 

Io premetti nel senso di cui sopra fino agli ultimi giorni di giugno, poi avvenne che io sostenni la tesi di laurea e mi recai subito dopo in Inghilterra e la cosa fu lasciata cadere.

 

 

Voglio aggiungere che ad un certo momento si parlò col COMACCHIO sull’opportunità di redigere sui fatti un promemoria da consegnare ad un Notaio o ad un Avvocato, da far valere all’indomani del rinvenimento o della spontanea consegna delle armi.

 

 

A.D.R. – Allorchè le armi erano già presso di me io pregai l’Avv. MARTELLONE, quale mio amico, più che quale legale, di informarsi presso il Giudice Istruttore STIZ se egli avesse già acquisito tutti gli elementi di prova necessari al fine di fondare l’incriminazione del VENTURA.

 

 

Soltanto oggi ho saputo che l’Avv. MARTELLONE ne accennò al Dr. STIZ del tutto discorsivamente, fuori ufficio, e che alla cosa nessuno dei due dette peso.

 

 

Voglio solo aggiungere che ero al corrente dei lavori di restauro che si stavano facendo in questi giorni nella casa attigua e che pur rappresentandomi l’eventualità che le armi fossero rinvenute, quasi me lo auguravo. Infatti non presi alcuna precauzione.

 

Null’altro ho da aggiungere.

 

F.L.C.S.  MARCHESIN Giancarlo

 

 

 

Secondo interrogatorio

 

 

 

L’anno millenovecento71 il giorno 7 del mese di novembre ad ore 16,30 in TREVISO Carceri avanti di Noi Dott. PIETRO CALOGERO Sostituto Procuratore della Repubblica assistiti dal sottoscritto Segretario…..

 

Sono e mi chiamo MARCHESIN GIANCARLO, già qualificato. Celibe, ingegnere, incensurato.

 

 

Di fiducia: avv. BOSCOLO e avv. MARTELLONE che assistono all’interrogatorio.

 

Domicilio eletto: presso lo studio dell’avv. BOSCOLO  di treviso, via Toniolo 28.

 

 

Interrogato a chiarimenti in qualità d’indiziato del reato p.p. dall’art.2 Legge 2.10.1967 n.895 e reso edotto della facoltà di non rispondere, dichiara di voler rendere l’interrogatorio.

 

 

 

D.R. – Confermo integralmente le dichiarazioni rese al Pretore, dopo averne avuto lettura. In sostanza tutte le notizie sul conto dei fratelli VENTURA le ho apprese dall’amico Franco COMACCHIO. Non conosco tali persone se non di vista e non ho avuto mai da loro alcuna confidenza.

 

 

Ho visto il FREDA di Padova solo in fotografia. Ho detenuto le armi non per favorire i VENTURA ma per venire incontro al mio amico COMACCHIO, che era preoccupato e intimorito delle possibili reazioni di quelli nel caso che le armi fossero state scoperte. Aggiungo che col COMACCHIO avevo considerato l’eventualità della consegna delle armi all’Autorità: si era però rimandata tale decisione al tempo in cui gli elementi di prova a carico dei VENTURA fossero stati più consistenti.

 

 

Il COMACCHIO riteneva che il VENTURA Giovanni fosse un elemento di una più vasta organizzazione terroristica. Egli dunque attendeva che l’Autorità scoprisse altri elementi dell’organizzazione, prima di prendere una decisione sulla sorte definitiva delle armi.

 

 

Sull’esistenza di tale gruppo noi non abbiamo mai avuto che meri sospetti.

 

 

Non sono in grado di indicare altre persone, oltre il COMACCHIO, che abbiano potuto avere confidenza dai fratelli VENTURA.

Sono da ragazzo un militante del P.S.I. e non ho mai condiviso ideologie e attività ispirate alla violenza, soprattutto alla violenza armata.

 

 

D.R. – Ho visto un giorno in casa del COMACCHIO un pacco di documenti e due passaporti che egli mi disse di aver avuto in custodia dal VENTURA Angelo. Uno dei passaporti era intestato al VENTURA Giovanni, l’altro ad un medico chirurgo di Milano recante una fotografia che il COMACCHIO disse appartenere al FREDA. Fra i documenti, che esaminai col COMACCHIO, ricordo di aver notato una specie di memoriale redatto, mi pare dal conte LOREDAN di Venegazzù.

 

 

Non ho mai visto il libretto rosso. Ne ho solo sentito parlare dal COMACCHIO.

 

 

Ricordo che il COMACCHIO mi disse che, prima del trasporto in casa mia (avvenuto nei giorni prossimi all’arresto del VENTURA dello scorso aprile), le armi erano contenute in una cassetta di tipo militare, appartenente allo stesso VENTURA. Però non l’ho mai vista.

 

 

D.R. – Mi riferì un giorno il COMACCHIO che il VENTURA Angelo cercava una casa isolata per nascondere della “roba”; a quanto capii, armi e materiale esplosivo.

 

 

Riferii genericamente la cosa al mio amico Renato MAURO di Treviso, vicesegretario della federazione provinciale del P.S.I. ed egli suggerì di seguire la faccenda per tentare di cogliere sul fatto i detentori delle armi. In seguito tuttavia non ebbi più notizia del fatto.

 

 

Ritengo che le armi che il VENTURA Angelo si proponeva di occultare fossero diverse da quelle in sequestro, e comunque in maggiore quantità dato che egli cercava allo scopo, come nascondiglio, un intero fabbricato. Il luogo ove il fabbricato veniva cercato era nella zona di Venezia.

 

 

D.R.- Ricordo che il COMACCHIO mi disse d’essere andato un giorno in una zona dell’Asolano per seppellire o comunque gettar via delle bombe che gli erano state lasciate in custodia dal VENTURA Angelo.

 

 

D.R. – Il COMACCHIO non mi ha mai accennato a proposte che il VENTURA Giovanni gli avrebbe fatto di commettere attentati dinamitardi su treni o altrove. Egli mi ha detto solo che nei primi tempi il VENTURA lo circuiva probabilmente per attirarlo nella sua organizzazione.

 

 

D.R. – Nell’ambiente di Castelfranco i fratelli VENTURA sono generalmente considerati elementi di estrema destra. Ho tuttavia notato che essi cercano di mascherare tale ideologia attraverso iniziative e atteggiamenti apparentemente ispirati all’ideologia di sinistra extraparlamentare.

 

 

Insieme con le armi trattenni il gagliardetto col fascio e il littorio a comprova delle tendenze ideologiche di destra dei fratelli VENTURA.

 

 

MARCHESIN Giancarlo

 

 

IL PUBBLICO MINISTERO

Vista la suddetta istanza, ritenuto che l’imputato ha ammesso il fatto e non appare più necessaria ai fini istruttori la sua custodia preventiva;

P.Q.M.

Concede a MARCHESIN GIANCARLO il beneficio della libertà provvisoria ordinandone la scarcerazione se non detenuto per altro.

TREVISO, 7.11.1971.