PARTE TERZA

Questa terza parte è al tempo stesso tragedia e commedia. I protagonisti cercano tutti di imbrogliare le carte, le loro parole non hanno un minimo di vero, ma tra di loro si staglia la figura fragile e contraddittoria di un testimone che inchioderà, malgrado tutto, Ventura e Freda alle loro responsabilità... 

 

 

 

 

In questa terza parte del nostro racconto vogliamo recuperare ancora una volta ALBERTO SARTORI che abbiamo lasciato a Napoli a continuare il suo lavoro presso la ditta SAMOPAN.

 

 

La vigilanza di Polizia e Carabinieri non si è allentata, anzi tutte le sue mosse vengono ovviamente registrate. “E’ solito spostarsi a bordo di auto Wolkswagen, targata NA 381140 di proprietà della Ditta, guidata da un dipendente dell’opificio…Dalla riservata vigilanza non è emerso che il SARTORI abbia preso contatti con esponenti del locale Comitato Provinciale del Partito Comunista d’Italia (m-l) e con elementi appartenenti ad altri movimenti estremisti, né è stato notato partecipare a manifestazioni da questi organizzate”[Questura di Napoli].

 

 

Come abbiamo osservato la “scissione” (tra linea rossa e linea nera) ha avuto i suoi effetti e in più SARTORI adesso ha altro per la testa. Ci sono VENTURA  e LOREDAN, con il loro carrozzone Litopress, i debiti che bussano alla porta, la voglia di mettere le mani sulle “schede segrete” e via di questo passo.

 

 

E infatti inizia una vera gara a chi scrive di più tra VENTURA  e SARTORI, ma la gara è già persa in partenza per l’editore trevigiano, sarà sempre SARTORI a inondarlo di lettere, ora (per questi primi tempi in cui inizia l’avventura Litopress) il tono delle lettere dell’ex partigiano è corretto, quasi affettuoso (fa presente però che si deve parlare anche delle sue percentuali), poi arriva il momento del contratto, nel mese di novembre 1969 e inizia pure una girandola di cambiali fra Ventura e il nuovo socio.

 

 

Da Napoli SARTORI scrive a Ventura e gli propone di mettere a disposizione addirittura il suo ufficio di Milano. “Conto di riprenderne pieno possesso (dell’ufficio, nota di G.M.) con il prossimo gennaio, data a partir dalla quale, come annunciatoVi, disporrò di 3 settimane al mese avendo assunto impegni a Napoli per non più di una settimana mensile, sempreché mi convenga accettare la proposta di LIQUIDATORE della SA.MO.PA.N. –  il chè mi lascia molto perplesso se mi dovessi impegnare a fondo con il lavoro LITOPRESS. Il Conte LOREDAN (ma non era diventato un “compagno” avendo tirato fuori anche soldi? Nota di G.M.) insiste affinchè io pianti Napoli e mi dedichi completamente al lavoro LITOPRESS…”.

 

 

E pensare che il 25 novembre 1969, data della lettera inviata da SARTORI a Castelfranco, il VENTURA è pieno di impegni fino al collo. Dopo le bombe dell’agosto, in cui ha dato il meglio di sé, ora ha la grana dei temporizzatori, tallona Freda perché si sbrighi a capirci qualcosa, segue le “lezioni” di FABRIS, l’elettricista che segue il duo eversivo e che si terrà per sé per almeno vent’anni questo piccolo particolare: l’aver insegnato il giochino dei timers a Freda e a Ventura, cosa che si era cucita in bocca dopo aver ricevuto minacce (Ma questa delle minacce è una storia che avviene un po’ più tardi).

 

 

In ogni caso la “cellula” che ha legami con MAGGI, ZORZI e CARLO DIGILIO non dovrebbe avere problemi per quanto riguarda la “tecnica” degli esplosivi, è solo forse una questione di “autonomia”, un vezzo di Freda di capirci qualcosa, magari per la solita questione di prestigio all’interno dell’area di Ordine Nuovo.

 

 

Il 1° dicembre SARTORI ritorna all’attacco distogliendo VENTURA dai suoi incubi quotidiani. “Ho ricevuto i tre assegni per l’importo richiestoVi di lire 1.000.000 (un milione) quale anticipo-prestito sugli affari che mi avete incaricato di procacciarVi”.

 

 

E qui SARTORI dimostra che ha fatto qualcosa, ha stretto rapporti con la signora UGGE’, che gli ha spianato la strada per affari con stamperie lombarde. Snocciola nomi e recapiti. E poi dice: “Tenete presente la disponibilità del mio ufficio di Milano….dopo averVi dato le dimostrazioni di efficienza di cui sopra”.

 

 

Segue un periodo veramente caldo per VENTURA, che come minimo è al corrente di tutto quello che bolle nella pentola di FREDA, di MAGGI, di ZORZI, di STEFANO DELLE CHIAIE, e compagnia. Questi sono giorni in cui non ci sono documenti (almeno non con quella abbondanza di cui abbiamo trattato) e le persone citate viaggiano e discutono, prendono gli ultimi accordi prima che arrivi il 12 dicembre di Milano.

 

 

Per il 12 dicembre non ci sono rapporti scritti ovviamente, è sufficiente il suono delle ambulanze milanesi per ricordare che l’”organizzazione piramidale” (come VENTURA dirà poi a LORENZON) ha colpito, e duro.

 

 

Ventura se ne torna a Castelfranco, provato. E qui inizia la vera terza parte di questa storia, in cui i protagonisti inscenano una tragica messinscena. Ognuno gioca le sue carte. Ognuno ha dietro a sé dei silenziosi sostenitori che suggeriscono, coprono, indirizzano, sussurrano.

 

 

VENTURA, che ha lasciato un sacco di bricioline di pane lungo il suo percorso (e LORENZON le raccoglie puntuale) può contare sul Questore di Treviso, su alcuni poliziotti (uno dell’Ufficio Politico in particolare) e anche su una poliziotta. Poi, all’occorrenza, la madre di VENTURA, tirerà fuori dal cappello il coniglio dell’onorevole TINA ANSELMI, democristiana di ferro, ex partigiana e grande sodale della famiglia Ventura.

 

 

Tutto questo parterre dovrà funzionare per frenare l’emorragia causata dalla visita notturna del 18 dicembre allo studio dell’avvocato STECCANELLA in Vittorio Veneto da parte dell’amico del cuore di Giovanni VENTURA, un certo insegnante di scuola media, segretario politico della sezione democristiana di Maserada sul Piave, tale GUIDO LORENZON.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ATTO DI ACCUSA CONTRO GIOVANNI VENTURA E L’INIZIO DELL’INDAGINE SULLA CELLULA DI PADOVA, LA COSIDDETTA “PISTA NERA” (GENNAIO 1970)

 

Un documento eccezionale. E' il verbale con cui Guido Lorenzon, amico di Giovanni Ventura, denunciò la cellula nera di Padova che collaborò alla strategia delle bombe, strategia che ebbe il suo apice con la strage di Piazza Fontana. Questo verbale fu steso alla presenza del dott. Pietro Calogero della Procura di Treviso nel gennaio del 1970, pochi giorni dopo l'attentato...

 

 

[E' interessante leggere anche gli appunti scritti da Lorenzon come memoria per la deposizione all'avvocato Steccanella di Vittorio Veneto - clicca qui

 

 

[L'iniziativa di LORENZON  ancora nel gennaio 1970 si ritorce contro di lui: Freda e Ventura fanno pressioni perchè ritiri tutto quello che ha detto...Lorenzon accetta...poi ritratta la ritrattazione e l'istruttoria registra la sua "credibilità" ma è ancora troppo presto....- Clicca qui

 

 

 

 

IL VERBALE

L’anno 1970 il giorno 17 del mese di gennaio in Treviso avanti a noi Dott. Pietro Calogero è comparso Lorenzon Guido, già qualificato, insegnante, celibe, incensurato, segretario politico della DC, sezione di Maserada sul Piave.

 

 

In relazione all’invito rivoltogli il 15-1-70 da questo ufficio di nominare un difensore di fiducia e di eleggere domicilio, potendosi nei suoi confronti profilare indizi di reità ex art. 368 c.p. nomina avvocato di fiducia l’avv. De Poli ed elegge domicilio in Maserada, via Pastiga, 10.

 

Reso edotto della facoltà di non rendere l’interrogatorio, dichiara di voler rispondere.

 

 

 

A.D.R. Per quanto concerne gli attentati sui treni, dell’agosto 1969, io affermai all’avv. Steccanella e alla S.V. che il Ventura mi aveva riferito dei particolari sul conto degli ordigni, sullo studio accurato da parte degli attentatori per confezionarli, sul numero dei finanziatori e dei componenti il gruppo che organizzava gli attentati.

 

 

 

Il 3 gennaio u.s., sul punto in esame il Ventura chiarì che i particolari riferiti erano frutto di sue deduzioni logiche anziché di specifiche e dirette conoscenze relative agli aspetti della realtà presente.

 

 

Circa una settimana fa, parlando delle stesse cose, il Ventura conferma quanto in precedenza riferito, precisando che a suo carico non si sarebbe potuto nutrire alcun sospetto in quanto al momento dello scoppio delle bombe, egli si trovava a Roma in compagnia di altre persone che sarebbero pronte a testimoniare.

 

Aggiunse peraltro che i particolari, da me inseriti negli appunti e nell’esposto all’Autorità Giudiziaria erano talmente precisi da renderli assolutamente verosimili e credibili, e che comunque affermazioni inerenti a tali circostanze non si sarebbe mai arrischiato di farle in presenza di altri.

 

 

A.D.R. Per quanto attiene all’ipotesi da me fatta, d’un collegamento istituibile fra il Ventura e i fatti criminosi di Milano del 12-12-1969, io precisamente riferii all’Avv. Steccanella e alla S.V. che mi constava che il Ventura era partito in aereo, verso le ore 18 del 9 dic. Alla volta di Roma.

 

 

Tanto io sapevo da Franco Cavorso dipendente del Ventura presso lo studio bibliografico di Vicolo Pola, nonché dal Ventura medesimo, che alcuni giorni prima mi aveva avvertito. Inoltre, il 10-11 dice. Ebbi occasione di telefonare a casa del Ventura, a Castelfranco, e dalla nonna diquesti seppi che il nipote era rientrato qualche giorno prima e indi ripartito: non ricordo se mi fu detto per Milano.

 

 

Ricordo invece che la nonna ebbe esitazione a dirmi quanto sopra: e me lo disse, dopo aver osservato che a me poteva confidare la cosa.

 

 

Rividi il Ventura sabato 13 dic. Avevo saputo, essendomi trovato nella libreria del predetto in Treviso, che lo stesso era atteso di lì a poco; me lo disse il Franco. Quando ci incontrammo seppi che da poco era tornato da Milano, che quivi dopo i fatti criminosi del giorno precedente era in corso una vasta retata di sospettati e che attendeva da un momento all’altro il suo turno e che le ricerche erano estese anche ad altre città nelle stazioni, nei treni, negli aeroporti, ecc.

 

 

Quindi il Ventura telefonò dallo studio a Castelfranco: gli rispose la nonna, dicendogli che la madre era partita per Cortina e che era in lacrime. Egli allora telefonò a Cortina, da dove gli rispose la sorella, dicendogli che la madre non era ancora arrivata; s’informò sempre dalla sorella, sull’ora dell’arrivo del pullman e disse che avrebbe chiamato più tardi.

 

 

Queste telefonate ebbero luogo in mia presenza, dopo l’ultima uscimmo e, dirigendoci verso la libreria “Galleria del libraio” commentammo i fatti di Milano. Il discorso fu continuamente collegato a valutazioni di carattere generale, di natura morale, politica e sociale.

 

 

Dal punto di vista morale, non condivise – il Ventura – l’effetto provocato dallo scoppio delle bombe, cioè la strage, dal punto di vista politico espresse una valutazione negativa sulla efficacia pratica di un fatto così grave, reputando che l’insensibilità di certi gruppi politici fosse tale da non consentire un mutamento del sistema.

 

 

Mi pare che si lamentasse anche che nessuno si sarebbe mosso, da destra e da sinistra, e non escludo che in tale contesto abbia profferito una frase che mi produsse grande impressione: “Occorreva fare qualcos’altro”.

 

 

 

 

 

Ricordo che commentando in particolare i fatti di Milano, accennò che i giornali non avevano dato notizia dell’ora in cui fosse stato fatto brillare l’ordigno collocato in una delle due banche, e rimasto inesploso, e che non si rendeva conto perché non avesse funzionato.

 

 

Quanto agli attentati di Roma, osservò che in realtà non si trattava, come riferito dai giornali, di mancata strage ma considerata la collocazione degli ordigni, non si era voluto di proposito cagionare danni all’incolumità delle persone.

 

 

Sulla base di tutte queste notizie riferitemi dal Ventura, che io giudicavo troppo precise e circostanziate per non essere frutto di riscontro personale e concreto, insorse nel mio animo il dubbio che il Ventura stesso non fosse, in qualche modo, estraneo agli attentati dinamitardi e agli eventi criminosi che hanno scosso negli ultimi tempi la vita del paese.

 

 

Di tale dubbio, reso drammatico dai recenti avvenimenti di Milano e dal ricordo ossessivo delle parole del Ventura “Occorreva fare qualcos’altro” che io interpretai come proposito di accrescere le stragi di vite umane, feci partecipe l’avv. Steccanella e quindi la S.V. e credo che sulla scorta delle cose da me dette sia stata disposta la perquisizione del domicilio di Ventura ed aperto il relativo procedimento nei confronti di questi.

 

 

Tengo peraltro a precisare che io non ho mai riferito, né all’avv. Steccanella né alla S.V., fatti che potessero costituire incolpazione del Ventura sia per la strage di Milano sia per altri episodi criminosi.

 

 

Ciò che ho a suo tempo narrato, è riportato pressoché fedelmente nei due fogli da me scritti e consegnati all’avv. Steccanella. In detti fogli sono esposti fatti e situazioni concernenti il Ventura, che rendono ipotizzabile, anziché certa, l’idea di una sua partecipazione, sia pure morale, ai recenti attentati.

 

 

In ordine a tali fatti, ho già riferito che il 3 gennaio u.s. il Ventura mi ha fatto lo schizzo del passaggio sotterraneo, che collega i due edifici della banca di Roma, nel quale è esploso l’ordigno il 12 dicembre 1969.

 

 

Mi ha detto che arrischiava molto chiunque avesse collocato una bomba in un sotterraneo del genere, trattandosi di un luogo molto frequentato da persone e avente le pareti lisce, tali cioè da rendere visibile qualsiasi oggetto abbandonato. Precisò poi tuttavia, che la borsa o altro involucro contenente l’ordigno era stato collocato in alto, fuori dal campo di visibilità diretto delle persone, sopra le condutture (d’acqua?) che percorrono il passaggio.

 

 

Infine lacerò accuratamente il foglio nel quale aveva disegnato lo schizzo.

 

 

Qualche giorno prima, il Ventura, mi disse che da colloqui avuti (presumo a Milano) con una persona, era venuto a conoscenza che erano in programma degli attentati da attuarsi all’interno di edifici, presumibilmente in banche.

 

 

L’epoca alla quale rimontano detti colloqui è anteriore ai fatti di Milano e di Roma del 12 dic. u.s. Immediatamente dopo tali fatti, il Ventura mi dichiarò d’aver parlato con una persona, probabilmente la stessa di cui sopra e nello stesso luogo, la quale si dimostrava amareggiata per la strage avvenuta. Parlando dello stato d’animo di questa persona, il Ventura osservava: “Anche un rivoluzionario può non essere di pietra”.

 

 

Aggiungeva poi: “Comunque sia, la vita d’un rivoluzionario vale più della vita di dodici persone”. Osservava infine: “Come rivoluzionario mi sento finito da quando ho parlato con te”.

 

 

Ricordo che, in uno dei nostri ultimi incontri il Ventura mi fece osservare come, con gli avvenimenti di Milano, i programmi di “azione rivoluzionaria” avessero ricevuto un orientamento diverso: prima, infatti, erano stati attuati “all’esterno”, in luoghi aperti, e al massimo sui treni mentre dall’epoca dei fatti di Milano, venivano invece effettuati in ambienti chiusi, in obbedienza ad una logica di progressione insita nella stessa azione rivoluzionaria, avente come scopo quello di traumatizzare l’opinione pubblica e di favorire un’azione rivolta alla conquista del potere.

 

 

Sempre in occasione dei nostri ultimi incontri, il Ventura precisò in seguito ad una domanda, che le due bombe, che io nei miei appunti scritti ho riferito essere state collocate, qualche giorno prima del 12 dic. 1969, sotto il tavolo del Ministro Restivo, erano state in realtà situate “sotto casa sua” e che da tale episodio la polizia aveva cominciato a porsi in allarme.

 

 

Non mi disse però chi le avesse collocate e si limitò ad osservare che il fatto lo aveva saputo da una persona che abita a cinquanta metri dalla casa del Ministro: del fatto però, egli rilevò, la stampa non diede notizia.

 

 

Nei giorni precedenti alla recente visita del Presidente americano Nixon in Italia, il Ventura mi disse che sarebbe andato a Roma “per riceverlo”, mi parlò di un ordigno non ancora perfezionato, costituito da un piccolo velivolo telecomandato e della difficile tecnica per farlo sollevare in modo da evitare lo scoppio della bomba da questo trasportata al momento del decollo.

 

 

Aggiunse anche che un tale congegno non sarebbe stato pronto il giorno dell’arrivo di Nixon e che, se lo fosse stato, il medesimo sarebbe stato adoperato per abbattere l’elicottero che da Fiumicino alla capitale avrebbe trasportato il Presidente americano.

 

 

A causa di ciò, il Ventura disse che “avrebbero” esaminato sul posto l’eventualità del lancio di bombe sul Presidente USA.

 

 

Di ritorno da Roma il Ventura riferì d’essersi trovato fra la folla al passaggio di Nixon per le vie della Capitale, e che non era stato possibile “far nulla” a causa della strettissima vigilanza di numerosi poliziotti in borghese.

 

 

Non ricordo se egli mi disse di avere indosso, in detta circostanza, un ordigno da lanciare al momento prefisso contro Nixon.

 

 

Verso la fine di novembre 1969, comunicai al Ventura di aver ricevuto un invito per trascorrere una vacanza in Grecia, nell’estate del 1970, da parte di uno studente greco conosciuto qualche giorno prima, il quale mi aveva casualmente fatto presente d’essere figlio di un funzionario (mi sembra, ispettore) del Ministero della PI greco, imparentato con uno dei colonnelli che attualmente detengono il potere in quel paese.

 

 

Avendo saputo ciò il Ventura mi consigliò di accettare senz’altro l’invito, manifestò l’intenzione di accompagnarmi nel mio viaggio in Grecia, o quanto meno, di procurargli un incontro con il suddetto (e con altri, non ricordo) colonnello, al quale avrebbe richiesto “aiuti” per “creare in Italia una situazione gradita ai colonnelli greci”.

 

 

Verso la fine di settembre 1969, accompagnai il Ventura nell’appartamento, che egli teneva in affitto in Via Daniele Manin di Treviso, e quivi vidi in una stanza armi e munizioni: queste ultime consistenti in pallottole cal.9 (così mi pare) erano contenute in due cassette di colore grigio verde scuro, recanti delle scritte in inglese, che il Ventura disse essere “munizioni NATO”; le armi invece erano costituite da alcuni fucili da guerra automatici, contenuti in un sacchetto e appoggiati al muro e inoltre da una pistola. Non ho chiesto al Ventura a che cosa gli servissero quelle armi.

 

 

Egli solo mi fece presente che queste sarebbero state presto trasportate in un altro luogo, perché gli scadeva il contratto di affitto dell’appartamento.

 

 

Poco dopo in macchina il Ventura mi mostrò un congegno ad orologeria, o meglio a tempo, contenuto in una scatola di cartone, e costituito da una pila, rettangolare, da cui si dipartivano due fili rivestiti di tela color rosso, di cui uno staccato e l’altro inserito nel congegno a tempo, composto da una base metallica a spirale delle dimensioni all’incirca di due scatole di cerini sovrapposte, base sormontata da una manopola, mi pare, di materia sintetica.

 

 

Credo che nel mostrarmi l’oggetto, il Ventura abbia fatto riferimento agli analoghi congegni a tempo montati nelle lavatrici.

 

 

 

Ore 10,30 l’interrogatorio viene sospeso.

 

 

 

Successivamente oggi, 18 gennaio 1970, ore 11,30 viene ripreso l’interrogatorio del Lorenzon.

 

 

 

A.D.R. Domenica 4 gennaio u.s., in seguito ad un appuntamento da me richiesto, mi incontrai col Ventura nel suo studio bibliografico di Treviso e ripresi con lui i discorsi del giorno precedente ed altri, fatti in passato, relativi alle cose da me esposte sopra, con lo scopo preciso di avere un chiarimento dal Ventura circa la sua eventuale partecipazione ai fatti del 12-12-1969.

 

 

Avuto detto chiarimento dal quale trassi in quel momento la convinzione che il Ventura era estraneo ai fatti menzionati, informai lo stesso dei passi da me fatti, con la comunicazione del 18 dicembre 1969 all’avv. Steccanella e con esposto alla S.V. del 31-12-1969, al fine di collaborare con la giustizia per far luce sui gravi episodi delittuosi.

 

 

Ritenevo tale informazione doverosa, essendomi convinto della estraneità del Ventura e della necessità di compiere passi adeguati per chiarire la sua completa innocenza.

 

 

Avuta la mia confidenza il Ventura si sorprese non poco, ricollegò il fatto della perquisizione subita alle mie rivelazioni e mi disse che finalmente si spiegava perché in Questura, dove era stato convocato per chiarimenti prima del giorno di Natale, gli fosse stato detto che avevano sul suo conto informazioni precise.

 

 

Il Ventura mi confermò anche che, ripensando a quanto gli era di recente accaduto aveva sospettato che le informazioni su di lui avessero potuto darle soltanto tre persone: io e altre persone.

 

 

Aveva escluso me, credo per considerazioni inerenti ai nostri rapporti di amicizia, sul conto di una delle altre due (mi pare di Milano) mi disse che era in attesa di notizie. Aggiunse poi che avrebbero potuto emergere prove di responsabilità a suo carico soltanto se vi fossero stati “cedimenti da qualche parte”.

 

 

Il Ventura m’invitò infine, poiché io mi dicevo convinto della sua estraneità ai fatti di Milano, a ripercorrere a ritroso il cammino percorso, informando l’Autorità delle nuove emergenze sul suo conto e chiedendo all’avv. Steccanella di fare altrettanto.

 

 

Il Ventura mi disse anche che sarebbe stato opportuno che io gli rilasciassi una dichiarazione scritta, in cui smentissi le mie precedenti dichiarazioni sul suo conto.

 

 

Tale scritto, di cui produco una minuta vergata il 6 gennaio, lo consegnai in tre fogli dattiloscritti qualche giorno dopo, ad un notaio di Treviso (con studio in Via Palestro) presso il quale ci recammo io e il Ventura. Il notaio, di cui ignoro il nome, lo ricevette in deposito fiduciario, omettendone la registrazione per gli atti d’ufficio.

 

 

Vi è una circostanza, nella suddetta dichiarazione che è stata da me esposta in modo difforme dal vero e concerne l’opuscolo dal titolo “La Giusitizia è come il timone: dove la si gira va”.

 

 

Il Ventura in macchina mentre procedevamo da Castelfranco a Treviso, mi consegnò l’opuscolo e mi confermò che il contenuto dell’opuscolo era lo stesso di quello riprodotto in un documento dattiloscritto che io avevo in precedenza esaminato.

 

 

Gli chiesi anche che cosa significasse la scritta della copertina “Fronte Popolare Rivoluzionario”. Il Ventura rispose che si trattava di una denominazione fittizia, non esistendo un’organizzazione contrassegnata da quel nome.

 

 

Facendomi consegna dell’opuscolo mi raccomandò di ben custodirlo, dichiarando che era un oggetto “pericoloso”.

 

 

Il 6 gennaio u.s., previo appuntamento, andai a trovare il Ventura nello studio bibliografico di Treviso.

 

 

Quando entrai nel suo ufficio, egli stava telefonando e scriveva sotto dettatura su un blocco di appunti. Seppi subito dopo che il Ventura aveva parlato al telefono con tale Giorgio Freda di Padova, al quale aveva comunicato quanto da me dichiarato in ordine a tutto, in particolare all’opuscolo e che il Freda “era andato in bestia” segnatamente per l’opuscolo e che a giudizio di questi la situazione era molto grave, in quanto l’opuscolo avrebbe potuto costituire “la prima prova a carico”.

 

 

Io conoscevo il Freda superficialmente, per averlo visto alcune volte in compagnia del Ventura. Mi pare di ricordare che lo stesso sia un legale e, di recente, ho saputo dal Ventura che nel portone di ingresso dello studio di Freda a Padova, appaiono i nomi di entrambi.

 

 

Il Ventura giudicava grave la situazione perché se attraverso le mie rivelazioni, specialmente quelle relative all’opuscolo si fosse potuto risalire al Freda, questo si sarebbe trovato in seri guai, dato che il Procuratore Fais lo riteneva responsabile dell’opuscolo e gli avrebbe anche detto che al minimo indizio gliela avrebbe fatta “pagare”, mentre al momento non era in possesso di alcuna prova.

 

 

 

L’ufficio dà atto che a questo punto, data l’ora tarda (h.22) l’interrogatorio viene sospeso e rinviato a data da destinare.

 

 

Anno 1970, giorno 23 gennaio 1970.

 

L’ufficio dà atto che viene continuato l’interrogatorio sospeso il 18-1-1970.

 

 

 

A.D.R. Mi consta per averlo saputo dallo stesso Ventura in diversi colloqui, anche recenti, che egli è al centro di una complessa attività di indole economico-finanziaria. Codesta attività è il riflesso di compiti e incarichi molto estesi del Ventura: compiti cioè, di librario (vedi Galleria del Librario Treviso), di distribuzione di libri (vedi studio bibliografico anche questo a Treviso), di editore (vedi Litopress a Roma).

 

 

Mi ha detto che in questi ultimi giorni ha ricevuto un mutuo di trenta milioni da una banca di Castelfranco Veneto, mi pare dalla Banca Popolare. Tale mutuo l’avrebbe ottenuto con l’appoggio del conte Loredan di Volpago del Montello.

 

 

Il Ventura mi ha anche riferito di essere in attesa di un mutuo di circa 20 milioni dalla Cassa di Risparmio della Marca Trevigiana. Per il conseguimento di detto mutuo ho saputo dallo stesso Ventura che gli era stato procurato un incontro con il senatore Caron (DC) presso l’hotel Continental di Treviso, incontro che ebbe luogo nel settembre dell’anno scorso.

 

 

Ricordo anche che in detta circostanza il Ventura mi invitò telefonicamente, mentre lo attendevo in Libreria in compagnia di Nino Massari, collaboratore della Casa Editrice Lerici e residente a Roma, a raggiungerlo all’Hotel Continental.

 

 

Quivi appunto, essendomi recato col Massari, notai che alla conversazione erano presenti, oltre al Ventura, il senatore Caron e altre tre persone che il predetto Ventura mi disse essere giunte da Roma. Quanto al colloquio constatai che il senatore Caron ad un certo momento si allontanò dal gruppo e il Ventura mi precisò che si era recato al telefono per parlare con qualche funzionario della Cassa di Risparmio.

 

 

Alcuni giorni fa, mi è stato precisato dal Ventura che il mutuo sta per essergli concesso.

 

 

Verso la fine dell’estate e nell’inverno dell’anno scorso, il Ventura mi informò che, tramite il signor Gamacchio responsabile della “lerici” di Roma (oggi direttore delle edizioni librarie della RAI, la ERI. Ai primi dell’agosto 1972 è interessante notare che è stato per 8 giorni in Albania. Ndr), stava trattando per ottenere la gestione di uno stabilimento tipografico, del valore di circa 2 miliardi e 170 dipendenti, sito in Palermo e di proprietà del Banco di Sicilia o di Napoli (non ricordo) e che dallo stesso Banco avrebbe dovuto ottenere un finanziamento di trecento milioni per la “Litopress”, cioè per la sua casa editrice di Roma.

 

 

In questi ultimi giorni, il Ventura mi ha precisato di essere in trattative per il suddetto finanziamento, non più con il Banco di cui è parola sopra, ma con una Banca di Roma: mi pare di aver inteso con la Banca Commerciale.

 

 

Aggiungo che il signor Gamacchio, che ha stretti rapporti commerciali con il Ventura è in possesso, secondo quanto riferitomi da quest’ultimo, di contratti editoriali statunitensi per il valore di circa due miliardi.

 

 

Di tutti questi aspetti della complessa attività economico-finanziaria del Ventura è a conoscenza il Conte Marco Barnabò junior di Venezia.

 

 

 

A.D.R. Il Ventura mi ha detto in diverse circostanze di essere stato uno dei tre “finanziatori” degli attentati dinamitardi sui treni dell’agosto dell’anno scorso.

 

 

Mi ha anche confermato di recente, in particolare in ultimo nel colloquio che ho avuto con lui domenica 18 gennaio u.s. verso le ore 23 a Montebelluna, l’esattezza dei particolari da me riferiti in ordine ai suddetti attentati, negli appunti che sono collegati agli atti in fotocopia.

 

 

Ho anche sentito dallo stesso Ventura che, a seguito del procedimento penale pendente contro di lui presso la Procura della Repubblica di Treviso, eviterà di esporsi direttamente e si limiterà ad operare come finanziatore. Già in precedenti circostanze, avevo saputo dal Ventura che il costo di ciascuno degli ordigni esplosivi adoperati per gli attentati sui treni, era stato, comprese le spese di viaggio necessarie per la collocazione, di L. 100.000.

 

 

Non ho mai chiesto al Ventura se egli avesse materialmente collocato qualcuno degli ordigni impiegati per i suddetti attentati. Egli stesso però mi ha informato di aver “accompagnato” in occasione dell’attentato di Milano, dell’aprile scorso, la persona che materialmente collocò la bomba (poi non esplosa) in un edificio pubblico.

 

 

Quanto agli attentati sui treni, il Ventura mi ha fatto capire, fornendomi notizie dettagliate, di essere stato perfettamente a conoscenza del piano operativo: quale parte abbia avuto in tale piano, se di natura ideativa, organizzativa o esecutiva, egli non mi ha mai precisato. E’ vero tuttavia che, in diverse circostanze, mi ha dichiarato ripetutamente di avere, in ordine ai predetti attentati, un buon “alibi”.

 

 

A.D.R. Il Ventura, soprattutto in questi ultimi tempi, e segnatamente in epoca successiva alla perquisizione domiciliare disposta dalla S.V. e all’interrogatorio avuto in Questura qualche giorno prima del natale u.s., mi comunicò che la madre aveva incontrato l’on. Tina Anselmi (DC), della quale era amica, e che a costei aveva riferito le attuali difficoltà in cui egli versava, ottenendo dalla stessa l’assicurazione del suo interessamento presso il Questore di Treviso col quale dovendosi per motivi propri incontrare, dopo qualche giorno, avrebbe esaminato la posizione del Ventura.

 

 

Non ricordo se il Ventura mi abbia confermato successivamente che tale incontro della onorevole Anselmi con il questore abbia avuto effettivamente luogo.

 

 

Egli tuttavia mi confermò che recatosi spontaneamente dal Questore qualche giorno dopo l’Epifania u.s., per protestare la sua innocenza in ordine ai fatti da me rivelati a suo carico, seppe dal questore stesso che questi non aveva mai creduto alle circostanze da me rivelate negli appunti, che anzi le aveva giudicate delle “fantasie”, che nei confronti di me stesso come autore della rivelazione in parola aveva espresso un giudizio negativo sul mio conto, che infine aveva lavorato la domenica in ufficio per stendere il rapporto che lo riguardava, e che tale rapporto aveva già inviato in numero di 16 fogli a Roma.

 

 

Il Ventura mi riferì inoltre che il Questore, in detta circostanza, ebbe a consigliargli di presentarsi presso la S.V., perché riteneva sufficiente un colloquio di chiarificazione.

 

 

Ventura infine allorchè fu da me informato della visita che una persona (annunciata dall’usciere come il dott. Benni della Questura) fece alla S.V. il martedì 13 gennaio 1970, in occasione di un mio colloquio per chiarimenti con la S.V. esclamò: “Che strano destino il mio, essere difeso dai poliziotti, anche se è poco onorevole”. E, reputato che la S.V. non intendesse dopo la chiusura delle indagini da parte della Questura, continuare il procedimento a suo carico, commentò: “Ciò può dipendere da una decisione presa in alto”. E subito dopo, “In Questura mi hanno ritenuto un agente della C.I.A.”.

 

 

Il Ventura mi accennò anche di aver saputo da una persona in Questura che nei giorni precedenti il suo interrogatorio ad opera della polizia erano avvenute telefonate pazzesche” sul suo conto, sulla linea Treviso-Milano e Treviso-Roma. E che dalla medesima persona contava di sapere il nome di colui che aveva fornito notizie precise a suo carico. A queste due ultime confidenze, era presente il Marco Barnabò di Venezia.

 

 

Seppi da Giorgio Freda, nel colloquio notturno di Mestre del 20 gennaio u.s., ed avevo in precedenza saputo anche da Ventura, che alcuni giorni prima del Natale 1969 (19-20), il dottor Bianchi d’Espinosa fece una telefonata alla Questura di Milano nel corso della quale parlò d’un certo Ventura, tipografo. Aggiunse al riguardo il Freda che l’informazione proveniva da “fonte sicura”. Sul punto non ricordo altro per il momento.

 

 

Seppi inoltre dal Ventura che in una riunione dei Procuratori del Veneto, pare a Padova, la faccenda riguardante l’opuscolo dal titolo “La giustizia è come il timone ecc.” si inviava al n.1 dell’ordine del giorno; che tale riunione ebbe luogo dopo gli attentati del 12-12-1969 alla presenza del Procuratore generale dott. Bianchi D’Espinosa; che gli avvisi per la stessa riunione erano stati inviati prima degli attentati suddetti.

 

 

Non ricordo se al Ventura erano noti particolari relativi al punto in discussione.

 

 

Infine, nel corso dell’incontro avvenuto a Mestre nella notte fra il 20 ed il 21 gennaio u.s. è emerso che il Ventura ritiene di poter fare affidamento sull’on. Anderlini, di cui ha affermato di essere amico allo scopo di chiarire in senso a lui favorevole, la sua attuale vicenda giudiziaria.

 

 

Riferendosi, credo, ad un’altra persona, il Ventura mi disse d’aver incontrato per una via di Roma un “senatore” che manifestava la soddisfazione per i recenti attentati di Roma e Milano, fregandosi le mani e pronunciando frasi come “Adesso ci siamo, le cose incominciano ad andare bene…”.

 

 

Il Ventura disse anche il partito di appartenenza del senatore ma io non lo ricordo. Lo ricorda forse il Marco Barnabò, che era presente alla discussione, che precisamente avvenne nella casa di questi, ad Arcade il 3 gennaio u.s.

 

 

Il Ventura si è anche qualificato, in più occasioni, amico del Presidente della Banca Commerciale di Roma – almeno così mi pare che si chiamasse la Banca – ossia di quello stesso istituto da cui il Ventura si riprometteva di avere il mutuo di trecento milioni per la “Litopress”: con il detto funzionario, egli disse d’essersi recato a cena nei giorni degli attentati.

 

 

 

A.D.R. Nel mese di luglio dello scorso anno, nella “Galleria del libro” di Treviso, il Ventura mi mostrò e mi fece leggere un “rapporto informativo segreto”, così egli lo definì con data 1-5-1968, in cui si parlava di contatti intercorsi fra DC e PCI per un accordo di governo, che gli USA erano venuti a conoscenza di ciò ed erano “intervenuti”.

 

 

In tale rapporto si leggeva anche che era prevista la scissione socialista e, mi pare, anche la caduta del governo, che i comunisti si sarebbero limitati a proteste verbali e che sarebbero stati dati aiuti finanziari alla destra. Il tutto come conseguenza dell’intervento USA.

 

 

Ventura mi disse anche che in un “rapporto” precedente era stata prevista l’invasione della Cecoslovacchia con buon anticipo, che tali “rapporti” venivano prodotti (in dattiloscritto) solo in tre copie da persona (o persone?) che ha buone informazioni.

 

 

Sempre nella medesima circostanza di tempo, lessi, in un altro “rapporto informativo” che l’industriale Monti dell’Emilia Romagna finanziava dei gruppi di agricoltori per creare disordini in occasioni di scioperi, che si verificavano in Italia.

 

 

Mi pare di ricordare di avere anche letto che il predetto Monti avesse aquistato un quotidiano, che credo fosse “Il Resto del Carlino”.

 

 

 

L’interrogatorio a questo punto viene sospeso e rinviato ad oggi pomeriggio, ore 16.

 

 

Successivamente oggi, 23 gennaio 1970, ore 16 viene continuato l’interrogatorio di Lorenzon Guido.

 

 

A.D.R. Domenica 18 gennaio u.s. ebbi un colloquio telefonico con Ventura della durata di circa 10 minuti. Durante tale colloquio, feci presente allo stesso che, nel corso di un precedente interrogatorio davanti alla S.V. mi era sfuggito il nome di Giorgio Freda a proposito dell’opuscolo dal titolo “La giusitizia è come il timone, dove la si gira va”.

 

 

Al che il Ventura rispose “Hai fatto malissimo a fare il nome di Freda…Il nome di Freda non doveva venire fuori….è noto perciò non dovevi farlo…”.

 

 

Tuttavia prima di chiudere la conversazione telefonica, il Ventura, mutando improvvisamente il tono e il contenuto del discorso, quasi temesse il controllo della linea telefonica, si diede ad esclamare: “Ma che cosa c’entro io con quest’affare? Che c’entra Freda?”.

 

 

Ci demmo infine appuntamento per discutere dell’affare e di altre cose collegate, a Montebelluna per le ore 23 dello stesso giorno, presso il bar situato in prossimità del Municipio.

 

 

Là trovatici all’ora prestabilita, ci portammo subito in un altro bar vicino al precedente intrattenendoci al piano superiore.

 

 

Gli dissi che in un momento di confusione avevo fatto alla S.V., in relazione all’opuscolo il nome di Freda, accanto a quello del Procuratore Fais, e che questi aveva confidato ad una persona il proposito di procedere contro il primo, pronunciando la frase: “Lo metterò dentro, gliela farò pagare”.

 

 

Ventura a tali parole si mostrò fortemente a disagio. Disse che avevo commesso il più grave fra tutti gli errori commessi, che il nome di Freda non avrei mai dovuto farlo, che se l’autorità inquirente fosse arrivata a Freda, sarebbe giunta ad un “cuneo”, avrebbe creato una falla e sarebbe poi penetrata molto in profondità.

 

 

 

A.D.R. Lunedì 19-1-1970, alle ore 13 circa, il Ventura mi telefonò a casa, dicendomi che sarebbe stato necessario che mi recassi dall’avv. Steccanella per farmi restituire le fotocopie degli appunti, che circa un mese prima avevo a lui consegnato.

 

 

Mi fece quindi parlare a telefono con Freda, che evidentemente gli era vicino, il quale mi fece la stessa esortazione del Ventura aggiungendo: 1° dovevo far sparire ogni traccia di quegli appunti; 2° dovevo impormi di fronte all’Avv. Steccanella, senza offenderlo, ma tuttavia pestando i pugni sul tavolo; 3° avrei potuto minacciare il predetto legale di denuncia presso l’ordine degli avvocati.

 

 

Alle ore 16, come convenuto, incontrai il Ventura in piazza Pola a Treviso. Non fece alcuna ammissione sui fatti esposti negli appunti. Ripetè quasi sempre: “Devi assumere un atteggiamento risoluto davanti al dottor Calogero; devi al limite rifiutarti di rispondere affermando che tutte le precisazioni da farsi in ordine ai fatti menzionati negli appunti sono contenute nella dichiarazione rilasciata al Ventura, alla quale rimandi per ogni chiarimento. Devi avere un comportamento rigido, a piombo”.

 

 

Mi chiese anche quando fossi andato dall’avv. Steccanella per riavere le fotocopie degli appunti e in tale circostanza, riconfermò il “metodo” già suggeritomi dal Freda. Ma soprattutto precisò che non sarebbe dovuta comparire, nel verbale d’interrogatorio che avrei reso alla S.V., l’affermazione del Procuratore Fais, che ho sopra riportata e che egli stesso mi aveva un giorno riferito.

 

 

Aggiunse che sarebbe stato necessario riferire alla S.V. che i rapporti politici tra Ventura e Freda sono attualmente inesistenti, che divergono le loro posizioni politiche personali, che, infine, i loro attuali rapporti sono di carattere professionale e, anzi il Ventura si propone di trovare un altro legale.

 

 

A proposito degli attentati sui treni dell’agosto del 1969, egli precisò che, dopo tanto tempo, sarebbe stato impossibile trovare delle prove. E aggiunse: “Più tempo passa meglio è”.

 

 

Riconfermò d’avere “accompagnato” a Milano colui che aveva deposto le bombe in un palazzo pubblico. Mi fece presente che, data la gravità della sua situazione attuale, egli si sarebbe limitato a fare esclusivamente il “finanziatore”.

 

 

Mi disse ancora che nessuna persona “estranea” era in possesso di tante notizie come me, e comunque le persone non estranee, implicate negli attentati, sapevano meno di quanto sapessi io ed erano già “inquadrate”, cioè istruite in modo da rispondere in modi determinati qualora fossero state scoperte e interrogate.

 

 

Di Freda invece mi disse che egli si colloca in un certo quadro e riconfermò che, se l’Autorità inquirente fosse arrivata a lui, avrebbe raggiunto “il cuneo”.

 

 

Portai la conversazione sul fatto terroristico avvenuto, circa un anno fa, nel Rettorato dell’Università di Padova e chiesi se potrebbero “emergere” tracce a carico del Freda. Egli rispose testualmente così: “Sì, ma Freda non si è mai esposto, almeno direttamente; indirettamente…”.

 

 

 

A.D.R. Il Ventura non parlò, la sera del 19 gennaio anzidetto, di altri fatti terroristici, in particolare di quelli recentemente compiuti a Roma e a Milano.

 

 

In ordine a questo, oltre a quanto ho già riferito, in vari momenti dell’interrogatorio alla S.V. ricordo una discussione che ebbe luogo fra me e il Barnabò in casa di questi il 3 gennaio u.s. a proposito di un riferimento fatto dal Ventura ad una “persona” che gli aveva anzitempo comunicato i piani operativi per gli attentati a Milano, il Barnabò ebbe a esclamare: “Ma allora sapevi che sarebbero scoppiate le bombe! Infatti mi dicesti tempo fa: le prime a saltare saranno le banche”.

 

 

Rivelò inoltre che l’INTERPOL cercava i mandanti in Francia, mentre avrebbe dovuto cercarli in Germania.

 

 

Il Ventura disse di temere in relazione agli attentati l’arresto preventivo, che magari viene disposto in base a prove “mostruose”. Però l’arresto stesso non durerebbe più di sei mesi, perché “prove non ne possono trovare”.

 

 

In relazione a tale timore il Ventura affermò: “Sto già provvedendo per fornire una persona di una procura per tutti i miei affari, i quali potrebbero così continuare”.

 

 

 

A.D.R. Da diversi accenni fatti, in molteplici circostanze da Ventura, mi è parso di capire che gli attentati vengono ideati ed attuati da una organizzazione a struttura piramidale, ripartita in piccoli gruppi disposti secondo uno schema di forma triangolare.

 

 

Ciascun gruppo sarebbe quindi composto di tre elementi. Quello che sta al vertice riceve gli ordini da uno degli elementi che sta alla base del triangolo sovraordinato e li trasmette a ciascuno dei due elementi della base propria.

 

 

E’ probabile che ciascun gruppo triangolare assolva compiti diversi, di natura ideativa, organizzativa ed esecutiva, e che gli attentati siano materialmente compiuti dai due elementi che sostengono la base del triangolo ultimo della piramide. Non è da escludere che la piramide stessa abbia, nel suo insieme, tre vertici, da cui ramificano le menzionate strutture triangolari.

 

 

Ritengo inoltre, che in linea di massima, ogni elemento di ciascun triangolo non conosca altre persone all’infuori di quelle che costituiscono gli altri due elementi del triangolo stesso. Tanto mi pare d’aver desunto da vaghi cenni fatti dal Ventura in ordine alla struttura e al funzionamento dell’organizzazione di cui fa parte, la quale, comunque, a suo dire, non è la sola operante. A finanziarla sono in tre, fra cui egli stesso.

 

 

Ripensando a ciò che mi disse Ventura, di aver accompagnato colui che depose la bomba a Milano nella primavera dell’anno scorso, sarei incline a ritenere che egli a quel tempo, disimpegnava nell’ambito dell’organizzazione compiti di ordine materiale.

 

 

Mentre adesso che in relazione ad attentati più recenti mi parla spesso di avere dei buoni “alibi”, riterrei che lo stesso sia avanzato frattanto nella gerarchia dell’organizzazione. Tenendo ciò presente io concluderei che negli attentati sui treni il Ventura abbia assolto mansioni organizzative, ricordando quanto egli mi disse, e cioè che le bombe furono collocate in punti in cui potessero provocare al massimo ferimenti di persone.

 

 

Di tale sistemazione delle bombe sui treni il Ventura fece un esempio in casa Barnabò ad Arcade, in occasione del pranzo del 3 gennaio u.s.

 

 

 

A.D.R. Nella giornata di martedì, 20 gennaio u.s. il Ventura m’invitò ad intervenire ad un colloquio riservato, durante il quale avrei dovuto fornire dei chiarimenti relativi al procedimento penale pendente contro di lui presso questa Procura: il colloquio venne dallo stesso Ventura fissato a Mestre, per la mezzanotte.Ci incontrammo all’ora stabilita nell’Hotel Plaza di Mestre: vi era presente, contro ogni mia previsione, anche Giorgio Freda di Padova.

 

 

I due mi invitarono ad esporre quanto riferito alla magistratura nel corso dei miei recenti interrogatori, e che io avevo sintetizzato negli appunti scritti e consegnati all’Avv. Steccanella.

 

 

Essi erano molto preoccupati di venire in possesso delle fotocopie degli appunti che l’Avv. Steccanella si era rifiutato di consegnare.

 

 

Il Freda mi chiese anche, con apprensione, se il suo nome figurasse, accanto a quello di Fais, nel verbale dell’interrogatorio concernente la parte dell’opuscolo. Il Freda e il Ventura consideravano l’opuscolo il punto centrale delle indagini, da cui l’Autorità avrebbe potuto risalire a tutto.

 

 

Entrambi mi chiesero se nel verbale risultava il loro “dissidio”.

 

 

Nella stessa circostanza si parlò pure delle due bombe, che, nei miei appunti, riferii essere state deposte sotto il tavolo dell’On.le Restivo, Ministro degli Interni.

 

 

Il Ventura corresse, come aveva già fatto in precedenza, tale mia prima versione, affermando che le bombe erano state messe, secondo una persona abitante a 15-20 metri dall’abitazione di Restivo, sotto l’abitazione stessa.

 

 

Egli inoltre manifestò, come più volte in passato, la sua preoccupazione per la diffusione della notizia. Così anche il Freda.

 

 

Il Ventura osservò poi che “nell’opuscolo vi sono reati per 20 anni”. E aggiunse: “Però bisogna pure che ci arrivino, non vi sono prove”. Precisò a tal punto Freda: “Pare che per l’opuscolo si siano avute in tutta Italia molte denuncie”, e sottolineò che Juliano si trova ora a Ruvo di Puglia, con stipendio da fame.

 

 

Avendo portato il discorso sugli attentati ai treni dell’agosto 1969, Freda si rivolse a Ventura, facendogli notare che non sarebbe opportuno dire: “Io ho l’alibi”. E Ventura rispose: “La sera dei treni ero a cena con un editore, un avvocato, Trapani di Roma, Gaetano Testa di Palermo e Nino Massari, fino alle 24,50. L’ho scritto nell’agenda”. E Freda: “I magistrati tenteranno di farti cadere in qualche contraddizione, in modo che tu non possa tener ferma la tua versione”.

 

 

Il discorso, ad un certo punto, cadde sulla CIA. Chiesi al Ventura come fosse emersa la storia della CIA. La risposta non mi fu perfettamente comprensibile: il Ventura accennò ad un giro di danaro e al costo dell’opuscolo per lire tre milioni. Il Freda, se non capii male, aggiunse e precisò che lui (Ventura) “mette i soldi” e “io sono lo scribacchino”.

 

 

Fece presente altresì che le indagini per l’opuscolo vengono condotte dal Servizio informazioni e da alti funzionari della Questura, da capitani e maggiori dei carabinieri.

 

 

Il Ventura, inoltre, confermando di trovarsi a Roma il giorno degli attentati, cioè il 12 dicembre u.s., precisava di essere arrivato alla stazione alle ore 17,15 quando la prima bomba era già scoppiata, mentre la seconda esplodeva dopo venti minuti.

 

 

Sul finire del colloquio, il Freda mi invitò a fornire alla Magistratura, in ordine agli appunti, non delle precisazioni correttive, ma una totale smentita e, qualora mi fossero state esibite le fotocopie, a disconoscerne il contenuto.

 

 

In precedenza tanto il Freda quanto il Ventura avevano manifestato il proposito di dar corso ad una azione di dissuasione o addirittura di intimidazione nei confronti del Giudice procedente, esaminando la eventualità della presentazione di una querela o denuncia per calunnia nei miei confronti, di una interpellanza al Parlamento, tramite l’On.le Anderlini, amico del Ventura, di una denunzia contro ignoti, di una telefonata anonima oppure di un esposto diretto alla magistratura interessata per esigere un tempestivo chiarimento dei fatti.

 

 

[fine del testo della deposizione resa al giudice Pietro Calogero di Treviso]

 

 

 

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