Un unico disegno terroristico in ventidue attentati nel 1969.

 

 

I ventidue attentati terroristici verificatisi dal 15 aprile al 12 dicembre 1969 in varie parti del nostro territorio nazionale, sinteticamente enunciati nei capi di imputazione del processo e qui di seguito partitamente indicati, costituiscono manifestazioni caratterizzate da alcune note obiettive comuni, le quali ne consentono il raggruppamento in serie ed inducono sotto il profilo indiziario a considerarle tutte inquadrabili in una direttrice criminosa unitaria.

 

 

Il primo, degli attentati in esame, fu quello del 15 aprile, compiuto nell'edificio dell'Università di Padova e precisamente nello studio del Rettore prof. Enrico Opocher.

 

 

L'ordigno impiegato, come risulta dalla perizia balistica collegiale Arvali - Di Prete - Covino, conteneva polvere nera (nitrato di potassio, carbone e zolfo) nonchè polvere di alluminio e di magnesio. Non ne fu reperito il contenitore ma solo i suoi probabili frammenti ferrosi; il suo trasporto, fino all'interno di un armadietto del locale, probabilmente avvenne a mezzo di una borsa in plastica con manico e fibbia i cui resti furono poi rinvenuti dai periti.

 

 

Lo scoppio fu seguito da incendio; e, dello studio del Rettore, rimasero distrutte le suppellettili, rotti i vetri, scardinati gli infissi e danneggiate le pareti; danni vari subirono anche i vani attigui. Non vi furono feriti perchè in quelle circostanze di tempo, ore 22,45 circa, i locali interessati dall'esplosione erano deserti.

 

 

Seguirono il 25 aprile due altri attentati a Milano, rispettivamente nello Stand Fiat della Fiera Campionaria e nell'Ufficio Cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni situato nella stazione ferroviaria centrale dello Stato.

 

 

Il perito Teonesto Cerri accertò che i due ordigni erano stati confezionati con una miscela di polvere nera (a base di zucchero e clorato di potassio); e rilevò, in entrambi i luoghi delle esplosioni, frammenti bruciati di "skai" con ogni verosimiglianza appartenenti alle borse usate per trasportare le bombe.

 

 

Derivarono danni alle cose e rimasero ferite venti persone.

 

 

Ad una stessa operazione vanno, poi, ricondotti i tentativi, rimasti infruttuosi, di far esplodere tre distinti ordigni collocati rispettivamente al terzo piano del Palazzo di Giustizia di Torino, nel locale dei servizi del primo piano della Corte di Cassazione a Roma ed, ancora nella Capitale, su un armadio posto nel corridoio dell'Ufficio Personale della Procura della Repubblica.

 

 

Tali ordigni, con capacità offensiva letale nel raggio di circa due metri, furono rinvenuti inesplosi in epoche diverse (28 ottobre, 19 agosto e 21 maggio); ma l'assoluta identità del contenuto nei vari componenti e della confezione esterna ed interna, rilevata in sede di rilievi tecnici effettuati dalla Polizia Giudiziaria e di perizia eseguita dal gen. Vacchiano, autorizza a ritenere provato il loro contestuale collocamento; al quale ha ammesso di aver partecipato Giovanni Ventura, su incarico di Franco Freda, con il trasporto di uno degli ordigni medesimi a Torino, ove esso fu depositato in quel Palazzo di Giustizia il 12 maggio.

 

 

Sarebbe illogico ritenere che si sia trattato di una operazione frazionata in tempi successivi, giacchè rimarrebbe senza convincente spiegazione il perchè si sia insistito altre due volte nel collocamento dello stesso tipo di congegno esplosivo dopo avere constatato l’insuccesso degli episodi iniziali.

 

 

Gli accertamenti tecnici sopra menzionati ed un’ulteriore perizia espletata a mezzo degli ingegneri Reggiori, Matteoli e Dumini hanno consentito di evidenziare, come nota comune agli attentati finora considerati, l’identità delle elettrocalamite e degli interruttori impiegati nonché del sistema elettrico attuato per ritardare l’esplosione dopo l’innesco: un congegno di tipo elettromagnetico a caduta di corrente, ossia caratterizzato da un relais il cui scatto era collegato all'esaurimento di una batteria.

 

 

A questa prima serie, cosi caratterizzata, ne seguì un’altra contrassegnata dal tipo di temporizzatore usato per regolare il ritardo dell'esplosione: un comune orologio da polso marca "Rhula" invece del sistema "a caduta di corrente".

 

 

Seguirono, cioè, l'attentato del 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano e quelli della notte dall'otto al nove agosto sui treni.

 

 

Il primo consistente nella sistemazione, sul davanzale di una finestra sita di fronte ad una stanza dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Milano, di un ordigno, rinvenuto poi inesploso, la cui struttura così veniva delineata attraverso la perizia "Cerri": doppia scatola di cartone (destinata originariamente alla lozione per capelli “Endoten Control") ed involucro metallico interno contenente esplosivo da mina "Semigel D" con binitrotoluolo (dal caratteristico odore di mandorle amare), pericoloso per la vita e l'incolumità delle persone che si fossero trovate al momento dell'eventuale esplosione nel raggio di metri 1,50/1,80; sistema di innesco realizzato con filamenti di una micro lampadina collegati, da un lato, ad una batteria e, dall'altro, per mezzo di polvere nera, ad un comune detonatore.

 

 

Giovanni Ventura, durante il suo interrogatorio del 17 marzo 1973, ne ha indicato il giorno di collocamento (avrebbe operato – a suo dire - l'ignoto emissario del Delle Chiaie di cui si è detto in narrativa) nel 24 luglio.

 

 

Gli attentati compiuti sui treni, analiticamente indicati al capo G) dell'imputazione in epigrafe, consistettero nel deporre dieci ordigni all’interno di altrettanti convogli ferroviari in transito per varie parti d'Italia. Ne furono collocati nelle toilettes e negli scompartimenti (sotto i sedili o sulle reticelle porta bagagli). Otto esplosero cagionando ferite a dieci viaggiatori e danni al materiale ferroviario. Due furono rinvenuti inesplosi rispettivamente nelle stazioni di Milano Centrale e Venezia S.Lucia; sicchè, sulla base del loro esame e dei frammenti di quelli esplosi, la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, a mezzo dei suoi organi tecnici, fu in grado di effettuare accurati rilievi e concludere, all'esito, che le dieci bombe erano costituite dai seguenti identici elementi:

 

 

a) contenitore in legno di lavorazione rudimentale, con coperchio e fondo di masonite;

 

b) due batterie piatte marca “Superpila” tipo oro;

 

c) congegno di accensione ad orologeria con collegamento mediante fili elettrici tra batterie, innesco ed orologio, il quale era di marca Rhula in nove degli ordigni;

 

d) innesco costituito da fiammiferi tipo "controvento” (simile a quello usato negli attentati ai Palazzi di Giustizia del 12 maggio), rivestiti da spiralina metallica con funzione di resistenza elettrica ed inseriti in un detonatore;

 

e) detonatore cilindrico di tipo ordinario;

 

f) carica esplosiva costituita da tritolo ossidato, color giallo paglierino, in “saponetta” a forma di parallelepipedo. I contenitori in legno erano avvolti con carta martellata per "confezioni pacchi-regalo" recante disegni a colori.

 

 

Altro particolare, idoneo a richiamare un certo collegamento fra l'attentato del 24 luglio e quelli della notte 8-9 agosto, oltre all'orologio "Rhula ", è l'avvenuto rinvenimento fra i materiali residuati dalle varie esplosioni sui treni (a Caserta su due vetture, ad Alviano ed a Pescara) di frammenti del quotidiano "Il Corriere della Sera" del 25 luglio 1969: ossia proprio il numero sul quale gli attentatori potevano aver ricercato le notizie relative all'esito della precedente operazione dinamitarda, effettuata il 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano.

 

 

La terza ed ultima serie di attentati terroristici racchiude i cinque di Milano e di Roma del 12 dicembre; ed, alla luce delle risultanze peritali acquisite sia nella istruttoria del processo "Valpreda" che in quella del processo "Freda-Ventura", non vi è alcun dubbio sull'identità della matrice, la quale è rivelata attraverso le stesse modalità di esecuzione (borse, cassette di ferro marca Iuwel, timers prodotti dalla Iunghans Diehl, esplosivo costituito da gelatina-dinamite con binitrotoluolo), la quasi contestualità delle esplosioni e la qualità dei luoghi di collocamento delle bombe (banche ed Altare della Patria assunti a simbolo della società borghese tradizionale).

 

 

Considerando, infine, in un quadro di insieme tutte e tre le serie sopraindicate, non mancano certo motivi di collegamento materiale e logico fra le stesse.

 

 

Rudimentali cassette di legno della stessa foggia furono impiegate come contenitori degli ordigni deposti il 12 maggio nel Palazzo di Giustizia e la notte 8-9 agosto sui treni. Il binitrotoluolo (esplosivo - come si è detto - dal caratteristico odore di mandorle amare) si ritrova nell’ordigno collocato il 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano e nei gravissimi attentati del 12 dicembre.

 

 

Significativo è, inoltre, il progressivo impiego di nuovi tipi di temporizzatori nonchè di nuovi sistemi di collegamento per il passaggio della corrente elettrica e per l’accensione, in rapporto alle deficienze di volta in volta emerse negli ordigni rimasti inesplosi. Infatti, fino a quando gli ordigni esplosero regolarmente, elettrocalamite, interruttori e sistema di ritardo dell'esplosione rimasero sempre invariati, come accertato dalla citata perizia Reggiori-Matteoli-Dumini sui materiali residuati dalla prima serie.

 

 

Dopo il fallimento degli attentati del 12 maggio, invece, venne cambiato nell'episodio terroristico immediatamente successivo (quello del 24 luglio) il sistema di temporizzazione e di innesco predisponendo, in sostituzione del solito congegno a caduta di corrente (costantemente attuato nella prima serie, come si è già detto), l'installazione di un orologio e dei filamenti di una micro lampadina collegati con una batteria ed un comune detonatore.

 

 

Questa considerazione è autorizzata anche dalle esplicite ammissioni di Giovanni Ventura, che, nel citato interrogatorio del 17 marzo 1973, ha spiegato proprio con l'insuccesso dei precedenti attentati le modifiche tecniche apportate all'ordigno collocato il 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano.

 

 

Quando, poi, neanche tali modifiche tecniche sortirono utili risultati, essendo rimasto inesploso anche l'ordigno del 24 luglio, in quelli dell'8-9 agosto si mantenne il tipo di orologio (Rhula), ma si provvide a mutare ancora il sistema di innesco tornando a quello dei "fiammiferi" precedentemente usato.

 

 

Nuove tecniche, tuttavia, s'imposero per gli ultimi attentati del 12 dicembre, giacchè due degli otto ordigni collocati sui treni rimasero inesplosi consentendo, fra l'altro, alla Polizia ed alla Magistratura di controllarne la composizione.

 

 

Infine accomunano tutte e tre le serie degli attentati: la natura degli obiettivi presi di mira quali simboli e valori del tipo di organizzazione statale esistente (Università, Fiera Campionaria, Banche, Palazzi di Giustizia, Ferrovie, Altare della Patria), le più evidenti modalità di esecuzione (collocamento di ordigni nello stesso tempo in varie città d'Italia con un “crescendo" terroristico), il tipo di involucro usato per mascherare le bombe scelto sempre in modo da renderlo non sospetto nei luoghi designati per lo sviluppo delle azioni terroristiche (custodia di cartone per libri nei Palazzi di Giustizia, confezioni con carta da regalo sui treni, borse con cassette portavalori nelle banche).

 

 

Le osservazioni sin qui esposte consentono, anzitutto, di addebitare ciascuna delle tre serie di attentati ad una stessa matrice, data la molteplicità delle analogie rilevate all'interno di ognuna di esse.

 

 

Inoltre i legami evidenziati fra le serie medesime inducono a considerare - come si è accennato all'inizio – tutte le ventidue manifestazioni di attività terroristica sopra esaminate come episodi non isolati ed occasionali, ma posti in essere nell'attuazione di un disegno unitario, tracciato da una stessa organizzazione criminosa e diretto a realizzare perturbamenti sempre più intensi nella sicurezza pubblica, nonchè sfiducia sempre maggiore dei cittadini nelle garanzie apprestate dagli organi dello Stato per la conservazione della tranquillità e dell'ordine sociale. Tale impostazione di indagine, suggerita già da molti e seri indizi scaturenti dall'aspetto obiettivo delle cose, riceverà conferma ed integrazione dagli elementi probatori di cui in appresso si tratterà.

 

 

Estratto da: IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA - PARTE QUINTA CAPITOLO I [da pagina 403 a pag. 411]

 

 

I singoli attentati del 1969 prima della strage di Milano

 

Si è già tracciata una panoramica dei ventidue attentati dinamitardi verificatisi in Italia dal 15 aprile al 12 dicembre 1969 e costituenti oggetto di altrettante imputazioni nel presente processo: ciò al fine di evidenziare i legami esistenti fra gli stessi sotto il profilo dei simboli presi di mira, delle modalità di esecuzione, del progressivo perfezionamento dei mezzi di impiego in rapporto alle deficienze riscontrate negli ordigni rimasti inesplosi, della tendenza a sviluppare una carica terroristica sempre maggiore.

 

 

In tale sede si è, quindi, accennato alle molteplici analogie che, considerate nel loro significato d'insieme, suggeriscono l'unicità della matrice responsabile.

 

 

L'analisi che ora si condurrà sugli elementi probatori emersi, a carico di Franco Freda e Giovanni Ventura, in ordine ai singoli attentati, consentirà di controllare la validità di quella logica intuizione scaturita dal linguaggio obiettivo degli avvenimenti e di identificare nella cellula eversiva veneta, coadiuvata da altre oscure forze che le risultanze processuali non consentono di individuare, la suddetta matrice.

 

 

a) L'attentato del 15 aprile nel Rettorato dell'Università di Padova.

 

Guido Lorenzon è stato il primo a fornire utili notizie, allorchè, nel corso della deposizione resa il 23 gennaio1970 al Procuratore della Repubblica di Treviso, ha dichiarato che Giovanni Ventura, da lui richiesto se potevano emergere tracce a carico del Freda per lo scoppio dell'ordigno nel Rettorato dell'Università, così ebbe arispondere: "Si...ma Freda non si è mai esposto, almeno direttamente; indirettamente...".

 

 

Si tratta, certo, di un riferimento molto generico, ma esso trova riscontro e specificazione in Ruggero Pan; il quale ha detto che il Freda ebbe a confessarsi autore materiale dell'attentato dinanzi a lui, anche se in epoca successiva gli disse di avere scherzato.

 

 

Ha aggiunto il Pan di aver appreso che era stato proprio Franco Freda a collocare l'ordigno in questione anche da Marco Pozzan; il quale gli precisò pure la quantità di esplosivo impiegata (mezzo etto), commentando che si erano prodotti danni maggiori rispetto a quelli provocati da altro ordigno, confezionato con due chili di materie esplodenti e collocato davanti alla Questura.

 

 

Del resto, anche dal Ventura è poi venuta una diretta e specifica conferma sul punto, giacchè questi, nell'interrogatorio del 10.6.1972, ha riferito che il Freda gli fece chiaramente intendere di non essere estraneo all'attentato in questione. Estraneo non può, ovviamente, essere ritenuto lo stesso Giovanni Ventura, data la sua posizione. di preminenza, che egli aveva in comune col Freda, nella delittuosa associazione da cui tutti gli attentati in esame provenivano.

 

 

 

b) Gli attentati del 25 aprile nello stand “Fiat"della Fiera Campionaria e nell'Ufficio Cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni presso la Stazione Ferroviaria Centrale di Milano.

 

Nella commissione di entrambi gli episodi terroristici Giovanni Ventura ha indicato, nella sua confessione, certamente coinvolto Franco Freda; dal quale ha detto di aver appreso che si era trattato di un'operazione "di seconda linea".

 

 

Tale accusa, per quel che si è sopra detto sulla posizione del Ventura, vale in sostanza come una chiamata in correità.

 

 

Pure questa volta Ruggero Pan ha fornito un valido contributo con le sue dichiarazioni ricordando che, anche in relazione a tali attentati, seppe sia dal Pozzan sia dal Freda stesso che era stato proprio quest'ultimo a trasportare e collocare gli ordigni.

 

 

Ha specificato il Pan di avere saputo dal Pozzan che il Freda aveva deposto per ultima la bomba nell'Ufficio Cambi, prima di tornare col treno a Padova, e che il calore dello scoppio aveva bruciato il "denaro giudeo".

 

 

Apparvero, infatti, responsabili di questi due attentati in un primo tempo alcuni elementi anarchici, i quali, giudicati dalla Corte di Assise di Milano, furono poi assolti per non aver commesso il fatto (in vol.3D fasc.8 v. copia sentenza processo Braschi ed altri).

 

 

 

c) Gli attentati del 12 maggio nei Palazzi di Giustizia di Torino e Roma.

 

Vi è la dettagliata confessione di Giovanni Ventura, il quale ha ammesso, confermando così quanto un pò confusamente aveva già riferito il teste Lorenzon sovrapponendo due distinti, ma veri, episodi (quello di Torino del 12 maggio e quello di Milano del 24 luglio), di aver recato con sé un ordigno esplosivo, consegnatogli dal Freda, a Torino.

 

 

Ivi, seguendo le istruzioni di Freda e realizzando così il primo atto di compromissione con costui, si era incontrato con un altro membro della associazione (da lui non conosciuto) la sera dell'11 maggio e gli aveva consegnato l'ordigno, perchè fosse collocato, la mattina successiva, nel Palazzo di Giustizia. La collocazione era avvenuta ad opera dello sconosciuto ma la bomba non era esplosa.

 

 

Giovanni Ventura, per minimizzare il proprio contributo alla commissione dei reati concernenti l'attentato in questione, ha sostenuto di non avere spinto la sua partecipazione materiale fino al collocamento dell'ordigno sull'obiettivo.

 

 

Questo assunto, tuttavia, anche se fosse corrispondente al vero, non potrebbe certo escludere la sua penale responsabilità per l'episodio.

 

 

Risulta, comunque, dalla deposizione testimoniale resa il 23 gennaio 1970 da Guido Lorenzon, che a questi il Ventura confidò di aver accompagnato sul luogo dell'attentato lo sconosciuto, al quale aveva consegnato l'ordigno esplosivo; e ciò rende evidente che la sua partecipazione materiale alla delittuosa impresa fu completa.

 

 

Il suddetto Ventura ha riconosciuto perfettamente l'ordigno in questione, quando esso gli è stato esibito in visione dal Magistrato Istruttore.

 

 

Gli altri due ordigni identici, rinvenuti inesplosi in epoca diversa nel Palazzo di Giustizia di Roma, appartengono alla medesima operazione terroristica; la quale, nel progetto degli attentatori, si sarebbe dovuta evidentemente svolgere nello stesso tempo in più luoghi per una maggiore efficacia deterrente.

 

 

Delle prove di tale contestualità si è già trattato. Va aggiunto, a questo proposito, che negli appunti scritti consegnati dal teste Lorenzon all'avv. Steccanella, prima di comparire dinanzi al Magistrato, vi è uno specifico riferimento ad un ordigno esplosivo depositato a Roma contestualmente ad un altro collocato in un edificio pubblico di una grande città del Nord (Torino-Milano)..

 

 

Si tratta di una di quelle confidenze fatte da Giovanni Ventura su precedenti episodi della sua attività terroristica; e costituisce indubbiamente un valido elemento probatorio, che concorre nel dimostrare la simultaneità degli attentati ai Palazzi di Giustizia di Torino e di Roma.

 

 

 

d) L'attentato del 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano.

 

Giovanni Ventura ha ampiamente riferito nel suo interrogatorio del 17 marzo 1973 circa l'incontro che, sin dal luglio del 1969, era stato fissato a Padova fra il Freda ed un emissario romano di Stefano Delle Chiaie. Tale incontro - secondo quanto riferito dal Ventura medesimo - faceva parte delle intese organizzative per la attuazione degli attentati ai treni (programmati per la metà di agosto, ma poi anticipati all'otto dello stesso mese) ed era stato successivamente spostato a Milano per la notte dal 23 al 24 luglio.

 

 

Freda e Ventura si recarono insieme all'appuntamento, partendo alle due di notte da Padova; e l'inviato del Delle Chiaie durante la conversazione - avvenuta nella stazione ferroviaria - più volte si appartò col Freda in alcune fasi del discorso.

 

 

I punti sostanziali trattati in quel colloquio notturno, secondo quanto il Ventura ebbe a sentire personalmente o apprese poi dal Freda, furono i seguenti. Il "romano" era venuto per collocare un ordigno esplosivo la mattina del 24 luglio a Milano.

 

 

A tale ordigno era stato applicato un nuovo tipo di temporizzatore, consistente in un comune orologio normalmente in vendita nei supermercati, in considerazione dell'insuccesso dei congegni a tempo impiegati in precedenti bombe collocate dalla associazione e rimaste inesplose (il "romano" fece specifico riferimento all'infelice esito dell'attentato al Palazzo di Giustizia di Torino del 12 maggio 1969).

 

 

Si trattava di una prova sperimentale necessaria prima di passare agli attentati ai treni, previsti per l'agosto e concepiti dal Delle Chiaie nel quadro di una intensificazione dell'attività terroristica da sviluppare nelle note forme della "seconda linea".

 

 

Il Freda si attardò, poi, con lo sconosciuto a parlare di problemi tecnici relativi al modo di confezionare gli ordigni ed all'esigenza di predisporre contenitori rettangolari per sistemarvi le saponette di tritolo, delle quali l'organizzazione disponeva in quantità rilevante.

 

 

Le caratteristiche degli ordigni effettivamente impiegati dall'organizzazione prima e dopo quella notte.

 

 

Inserite in tale contesto, è chiaro che le altre affermazioni, con le quali il Ventura ha proclamato la sua assoluta estraneità all'attentato del 24 luglio, non possono reggere logicamente.

 

 

Sarebbe veramente un'ingenua convinzione quella di ritenervi coinvolto solo il Freda, che indubbiamente emerge come protagonista attivo oltre che preparatore di quel convegno e dei suoi sbocchi operativi, e non anche il Ventura,il quale pure accompagnò il Freda stesso in quelle ore di notte e la cui presenza fu, comunque, accettata durante lo svolgimento di quella particolare conversazione.

 

 

E', inoltre, documentalmente provato che Giovanni Ventura non si limitò a fermarsi a Milano solo per quel fugace incontro notturno, ma vi si trattenne, per motivi da lui non precisati, fino alle 14,25 del 24 luglio stesso, ora in cui partì in aereo per Roma. Egli fu, quindi, in grado di prestare la sua collaborazione per il deposito della bomba nel Palazzo di Giustizia. Nè si trattò di una sosta prolungata a Milano per motivi occasionali ed imprevisti, giacchè dal biglietto aereo acquisito agli atti la prenotazione del volo risulta effettuata il giorno precedente.

 

 

Del resto si trattava di un episodio delittuoso che non costituiva fine a sè stesso, ma che si inquadrava in quell'attività preparatoria degli attentati ai treni; onde pesano inevitabilmente, in ordine all'episodio medesimo, sia su Franco Freda che su Giovanni Ventura, anche gli elementi di prova che a tali successivi attentati si riferiscono.

 

 

 

e) Gli attentati della notte 8-9 agosto sui treni.

 

Giovanni Ventura ha dichiarato, proseguendo nel suo citato interrogatorio del 17 marzo 1973, che, dopo l'esplosione degli ordigni su otto treni in varie zone del territorio nazionale (due bombe, su altrettanti convogli, vennero trovate inesplose) nella notte dall'otto al nove agosto, ebbe a chiedere chiarimenti al Freda sui motivi per i quali non si era osservato il programma tracciato in quell'incontro notturno di Milano.

 

 

Erano stati, infatti, collocati ben dieci ordigni e non i tre di cui si era parlato. Inoltre essi erano stati sistemati non solo nelle toilettes, ma anche nell'interno degli scompartimenti; e si era, così, provocato il ferimento di diversi viaggiatori.

 

 

Freda gli aveva risposto che il ferimento di quelle persone non era stato un errore, ma l'attuazione di un premeditato disegno della cellula eversiva romana, la quale intendeva progredire nella strategia terroristica con attentati di sempre maggiore gravità.

 

 

Con questa dura linea di condotta seguita dai romani il Freda si era dichiarato d'accordo e vincolato per gli impegni già presi; ciò aveva fatto presente con fermezza al Ventura ed al Pozzan, i quali avrebbero cercato di dissuaderlo dal proseguire in quel senso e dal provocare ancora spargimento di sangue.

 

 

Queste accuse, rivolte da Giovanni Ventura nei confronti di Franco Freda per gli attentati ai treni, non rimangono in processo senza riscontro.

 

 

Occorre, a tal riguardo, richiamare quanto dichiarato da un testimone che lo stesso Freda ha indicato come persona dabbene e degna di fede (ovviamente prima di trovarsi in contrasto con lui su alcune circostanze): l'elettricista Tullio Fabris.

 

 

Il Fabris, che - come si è detto - prestò la sua collaborazione per l'acquisto dei timers voluto dal Freda, ha precisato che quest'ultimo, anche in epoca precedente all'agosto del 1969, ebbe a chiedergli più volte pareri tecnici sulla possibilità di provocare la incandescenza di una resistenza e, conseguentemente, l'accensione di fiammiferi, inserendo degli interruttori in un circuito elettrico alimentato da batterie.

 

 

Il Freda gli aveva chiesto anche come potesse crearsi, in simili circuiti, un contatto con la lancetta di un orologio; e si era reso, con queste sue curiosità, particolarmente assillante anche con frequenti telefonate.

 

 

Questi riferimenti testimoniali trovano una precisa coincidenza con il tipo di confezionamento delle bombe collocate sui treni.

 

 

Infatti, come risulta dagli espletati accertamenti peritali, nelle suddette bombe l'innesco fu realizzato proprio con fiammiferi del tipo "controvento" (simili a quelli usati negli attentati ai Palazzi di Giustizia di Roma e Torino del 12 maggio), rivestiti da una spiralina metallica con funzione di resistenza elettrica ed inseriti in un detonatore; ed il congegno a tempo era costituito precisamente da comuni orologi marca Rhula (uguali a quello impiegato il 24 luglio nel Palazzo di Giustizia di Milano).

 

 

Si noti ancora che il tipo di innesco con utilizzazione dei fiammiferi era una novità rispetto a quello adottato nell'ordigno deposto nel Palazzo di Giustizia di Milano, il 24 luglio, a titolo di prova sperimentale come si è già accennato.

 

 

L'ordigno non era esploso, i giornali del 25 luglio non ne avevano parlato affatto, e, quindi, la prova doveva considerarsi fallita. Si era, di conseguenza, reso necessario cambiare qualcosa; ed il mutamento era consistito appunto nell'adozione dei fiammiferi controvento avvolti da una resistenza, invece della polvere era collegata ai filamenti di una microlampadina.

 

 

Non va trascurato, inoltre, un particolare cui si è già, fatto cenno: frammenti del quotidiano "Il Corriere della Sera" del 25.7.1969 furono rinvenuti fra i materiali residuati dalle esplosioni sui treni.

 

 

Si trattava proprio del numero sul quale gli attentatori potevano aver ricercato le notizie dell' esito del precedente attentato commesso il 24 luglio 1969, nel Palazzo di Giustizia di Milano.

 

 

Tale circostanza deve essere considerata in logica relazione con quel che Giovanni Ventura ha precisato alla fine del suo interrogatorio del 20.3.1973.

 

 

Cosi ha verbalizzato al riguardo il Giudice Istruttore di Milano:

 

 

"Il Ventura precisa inoltre che allorchè tornò da Roma il 26 luglio andò nello studio di Freda e gli esibì il Corriere della Sera del 25 luglio, facendogli presente che non parlava dell'attentato a Milano. Il Corriere della Sera fu lasciato nello studio di Freda insieme ad altro giornale di Roma".

 

 

Va, ancora, posto in rilievo, che anche Franco Freda così come si vedrà fra poco per Giovanni Ventura, si trovava in viaggio nel periodo degli attentati ai treni.

 

 

Invero il 6 agosto 1969 risulta un suo pernottamento nell'albergo "Lilian" ad Alba Adriatica; ed il 9 dello stesso mese il suo arrivo nel Grande Albergo delle Terme Jolly Hotel di Ischia ove egli si trattenne fino al 12.

 

 

Quanto al ruolo svolto da Giovanni Ventura, non può certo ritenersi che la funzione da lui scelta di accusatore del Freda lo ponga sul piano di un semplice testimone animato da intenti di collaborazione con gli Organi di Giustizia.

 

 

Egli è, a sua volta, inchiodato alla sua penale responsabilità per gli attentati ai treni non solo da quel che si è detto in generale circa la sua posizione di primo piano nell'associazione sovversiva, dalla quale provenivano gli attentati, ma anche da molti altri elementi probatori specifici: sicchè le sue accuse a carico del Freda suonano sostanzialmente, pure questa volta, come una chiamata in correità.

 

 

Varie e valide testimonianze sono contro di lui.

 

 

Guido Lorenzon, con esposizione particolareggiata, ha rievocato le inequivoche ammissioni a lui fatte dall'amico Ventura.

 

 

Questi gli aveva confessato di essere stato uno dei tre finanziatori degli attentati ai treni e, sull'esecuzione degli stessi, gli aveva confidato vari dettagli: il costo degli ordigni (£.109.000 per ciascuno, comprese le spese di viaggio di chi era stato incaricato di collocarlo), la predisposizione di accurati alibi per gli attentatori, il fatto che il gruppo operativo era composto da nove persone, le direttive impartite affinchè gli ordigni venissero deposti in vettura di prima classe (normalmente destinate alla borghesia).

 

 

Molte di tali circostanze il Lorenzon ebbe a contestare direttamente al Ventura, in presenza del loro comune amico Marco Barnabò.

 

 

Ha dichiarato, invero, il Barnabò al Giudice Istruttore di Milano che, durante le feste natalizie del 1969, egli ebbe un giorno a pranzo Giovanni Ventura e Guido Lorenzon. Quest’ultimo, mentre pranzavano, ebbe occasione di precisare "che il Ventura gli aveva confidato di essere uno degli attentatori sui treni, che gli aveva detto che l'organizzazione era a triangolo e che ogni attentato era costato centomila lire".

 

 

Analoga confessione Giovanni Ventura rese, sia pure in termini più sintetici, a Ruggero Pan; al quale nello studio bibliografico mostrò un giornale recante in prima pagina le notizie delle bombe esplose sui treni e disse testualmente: "Queste le abbiamo messe noi".

 

 

Ha aggiunto il Pan, nelle sue dichiarazioni fatte al Giudice Istruttore di Milano, che il Ventura, commentando i suddetti attentati, gli aveva precisato di non condividerli dal punto di vista morale, "ma che spesso un rivoluzionario doveva fare violenza a sè stesso per raggiungere i fini che si prefiggeva".

 

 

Il Ventura gli aveva anche precisato che era necessario adoperare in futuro contenitori di ferro per gli ordigni in quanto quelli di legno, usati sui treni, avevano consentito alla Polizia di controllare le due bombe non esplose.

 

 

Anche Elio Franzin, autore - come si è detto – insieme a Mario Quaranta del libro "Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento" distribuito dallo studio bibliografico librario di Giovanni Ventura, ebbe da questi una confidenza dello stesso genere.

 

 

Ha specificato il Franzin sia in fase istruttoria sia in fase dibattimentale, anche in sede, di confronto col Ventura, che quest'ultimo nel luglio 1971, qualche giorno dopo aver ottenuto la libertà provvisoria nel procedimento penale instaurato a suo carico dalla Magistratura di Treviso, fu da lui invitato a cena ed in quell'occasione, mentre parlavano degli attentati che avevano provocato la sua incriminazione, ebbe a commentare testualmente: "Io ho messo le bombe sbagliate".

 

 

Giovanni Ventura in dibattimento ha ammesso di aver pronunciato tale frase nella suddetta occasione ed ha, al riguardo, sostenuto di aver voluto fare solo una battuta scherzosa senza alcun intento di confessare seriamente una sua responsabilità in ordine ad episodi dinamitardi.

 

 

Il Franzin, però, ha insistito nel ribadire di aver avuto la netta impressione che il Ventura parlasse sul serio e di essere rimasto agghiacciato da quella inaspettata confessione.

 

 

E' pacifico che in quel momento i due stavano parlando degli attentati che avevano condotto all'arresto del Ventura medesimo e che, a quell'epoca, erano sostanzialmente gli attentati ai treni dell'agosto 1969. Solo di tali episodi criminosi si era fatto, invero, carico al Ventura, con specifica e dettagliata menzione, da parte del Giudice Istruttore di Treviso con mandato di cattura.

 

 

Gli altri attentati, costituenti oggetto delle attuali imputazioni, formarono solo in epoca successiva il contenuto di altre specifiche incriminazioni.

 

 

La partecipazione di Giovanni Ventura agli attentati al treni non fu limitata al finanziamento.

 

 

Ha ricordato l'attendibile Lorenzon che il Ventura, in epoca successiva agli attentati in questione, ebbe a dirgli "che avrebbe continuato l'attività terroristica senza più esporsi direttamente ma soltanto finanziariamente".

 

 

Ciò implica, logicamente, che lo stesso aveva collaborato non solo dal punto di vista finanziario nell'attività terroristica fino a quel momento svolta.

 

 

Il Ventura, d'altronde, si è mostrato edotto di troppi particolari della delittuosa impresa - perchè possa essere considerato solo un finanziatore. Uno di questi particolari, oltre a quelli dei quali si è sopra detto, riguarda il tipo di orologio impiegato come temporizzatore. La Polizia ne cercava la casa costruttrice in Germania - aveva commentato ironicamente egli parlando con il Lorenzon senza accorgersi che potevano trovarsi in qualsiasi supermercato; ed era stato proprio a Treviso, luogo in cui operava il Ventura anche per i suoi noti interessi editoriali, che una commessa della Standa, Claudia Moro, aveva notato alcuni inconsueti acquisti di orologi Rhula da parte di un signore rimasto sconosciuto.

 

 

Costui ne aveva acquistato - secondo la Moro - "mi pare tre o quattro per volta" ed era venuto nei magazzini " almeno due volte".

 

 

I Rhula erano gli orologi che costavano meno.

 

 

Altra coincidenza singolare è la partenza di Giovanni Ventura in treno da Roma per il Veneto proprio nel periodo di tempo in cui si verificarono gli attentati.

 

 

Egli ha negato di essersi trovato in treno durante la notte dall'8 al 9 agosto 1969 ed ha sostenuto, prospettando così uno di quegli alibi precostituiti di cui ha parlato il teste Lorenzon, di avere trascorso la serata dell'otto trattenendosi a cena in un ristorante romano sino a tarda ora insieme ad alcuni suoi amici, fra i quali Salvatore Trapani, Diego Giannola, Gaetano Testa e Nino Massari.

 

 

Tuttavia nessuno di costoro, opportunamente sentiti dal Magistrato, è stato in grado di confermare il suddetto alibi; ed anzi proprio da questo testimoniale provengono voci di smentita.

 

 

Infatti nella tarda mattinata o nel pomeriggio dell'8 agosto 1969 era stata stipulata formalmente - come risulta dalla deposizione del notaio Erminio Campanini- la cessione di una quota sociale della casa editrice "Ennesse" da Vito Loiacono al Ventura, il quale non aveva però voluto pagare l'importo della quota stessa a detto Loiacono. Quest'ultimo era stato, quindi, tacitato con una cambiale di L.350.000 a firma del Giannola e del Massari.

 

 

Il Giannola ha ricordato che il tutto avvenne in un'atmosfera di tensione e di malumore tali da escludere che, quella sera stessa, si potesse avere l'animo disposto ad una riunione conviviale.

 

 

Il Trapani, poi, in fase istruttoria ha nettamente smentito il Ventura, sostenendo di aver cenato una sola volta insieme a lui ed ai comuni amici, Massari, Giannola ed altri: ciò era avvenuto certamente qualche giorno prima del 4 maggio 1970.

 

 

In fase dibattimentale poi (udienza 11.5.78) il suddetto Trapani ha manifestato incertezza, ormai a tanti anni di distanza dagli avvenimenti, anche su quest'ultima data; e si è detto portato a ritenere che la cena si svolse probabilmente nelle due settimane precedenti il 15 agosto 1969, ma nessun elemento nuovo e sicuro ha fornito per determinare l'epoca della cena stessa e tanto meno il giorno.

 

 

E' certo, comunque, che il dieci, l'undici ed il dodici agosto 1969 Giovanni Ventura era già nel Veneto, giacchè Stefano Sestili e Rinaldo Tomba, i quali hanno fornito in proposito notizie precise sulla scorta di annotazioni rilevate dalla loro agenda, lo incontrarono tutti e tre i suddetti giorni a Treviso per le trattative inerenti alla costituzione dell'azienda grafica "Litopress".

 

 

Ne consegue, logicamente, che il viaggio del Ventura, il quale - come da lui ammesso e come risulta anche dalla agenda del Tomba - il giorno 8 era ancora a Roma, potette avvenire solo fra l'otto ed il dieci agosto.

 

 

Avvenne certamente in treno perchè lo ha ammesso Nino Massari, il quale ha riconosciuto di aver viaggiato insieme a lui, partendo da Roma nel pomeriggio di un giorno imprecisato della prima metà di agosto, per raggiungere Castelfranco Veneto, ove la sua donna Galante Elvira era già ospite della famiglia Ventura.

 

 

La Galante, infatti, li vide arrivare insieme, pur non avendo saputo precisare il giorno.

 

 

Il cerchio della prova si restringe ancora, fino a circoscrivere tale viaggio nei limiti rigorosi dell'otto-nove agosto, se si tien conto di un particolare, riferito da Ruggero Pan, che consente di escludere dal conteggio il giorno 10.

 

 

Ha dichiarato, infatti, il Pan che Giovanni Ventura, allorchè nello studio bibliografico di Castelfranco Veneto gli disse "Questi li abbiamo fatti noi" riferendosi agli attentati ai treni, aveva in mano "l'ultimissima edizione” del Corriere di Informazione che dava le notizie degli attentati stessi.

 

 

Orbene è evidente che trattavasi di un'edizione serale di sabato nove agosto (gli attentati si erano verificati la notte precedente); e che proprio il nove sera dovette svolgersi, quindi, la suddetta conversazione. Infatti non poteva trattarsi del dieci, perchè nei giorni festivi il Pan non si recava mai allo studio bibliografico ove in quel periodo di tempo lavorava; nè del giorno successivo, giacchè non è verosimile che il Ventura si attardasse ancora a controllare notizie riportate su un giornale ormai vecchio di ben due giorni.

 

 

La sera del nove agosto, pertanto, il Ventura che il giorno prima si trovava ancora a Roma, era già arrivato a Castelfranco Veneto.

 

 

Lo ha confermato, nell'udienza dibattimentale del 20 giugno 1978, sua sorella Mariangela, la quale ha precisato che il fratello Giovanni arrivò a Castelfranco,insieme a Massari, verso le ore 20 del 9 agosto 1969.

 

 

Mariangela Ventura ha fissato alle ore 20 l'arrivo del fratello Giovanni a Castelfranco Veneto all'evidente scopo di legarlo ad un treno successivo alla "notte dell'otto-nove agosto 1969" e di evitare, quindi, un pericoloso collegamento che è ricavabile dalle dichiarazioni di Antonio Massari.

 

 

Il Pan, nei suoi vari interrogatori, ha riferito genericamente di aver iniziato tale lavoro nell'estate del1969, presumibilmente nell'agosto, ma non ha saputo fornire date precise.

 

 

Quest'ultimo ha riferito - come si è sopra detto - di aver raggiunto il Veneto insieme a Giovanni Ventura partendo da Roma con un treno del pomeriggio.

 

 

Poteva essere solo quello delle ore 16, che era l'unico treno del pomeriggio per Venezia; e non potè trattarsi del giorno 9 perchè in tal caso l'arrivo a Castelfranco sarebbe avvenuto il giorno successivo.

 

 

La partenza del Ventura da Roma avvenne, perciò, necessariamente il giorno 8 agosto, dopo il disbrigo della pratica sopra citata presso lo studio del notaio Campanini.

 

 

Orbene, poichè il suddetto treno delle ore 16 arrivava alla stazione di Venezia S.Lucia alle ore 23,48, è possibile individuare, sulla base delle indicazioni di Antonio Massari, la presenza di Giovanni Ventura nelle circostanze di tempo e di luogo relative al collocamento di alcune bombe sui treni.

 

 

Risulta, invero, che uno degli ordigni esplose sul DD.47, partito da Venezia per Roma e rimasto precedentemente in sosta nella stazione di Venezia-S.Lucia a disposizione del pubblico dalle ore 22,30 dell'agosto alle 0,06 del 9.

 

 

Altro ordigno esplose la stessa notte sul DD. 404 Venezia-Milano, il quale era rimasto, prima della partenza e dell'esplosione, nella suddetta stazione di Venezia S.Lucia dalle ore 23 dell'8 agosto alle 0,34 del 9.

 

 

Se si passa, poi, a considerare altri treni, partiti da Roma-Termini dopo le ore 16 del giorno 8 agosto del 1969, è possibile porre la presenza di Giovanni Ventura in relazione a vari dei numerosi attentati dinamitardi eseguiti quella notte.

 

 

Invero sul DD.544, che consentiva ai viaggiatori provenienti da Roma col DD.36 delle 0,01 di arrivare alle 7,35 del 9 agosto a Venezia-S.Lucia, fu rinvenuto in questa ultima stazione alle 8,17 uno degli ordigni rimasti inesplosi.

 

 

Sul DD.46, partito da Roma per Venezia alle 0,35 del 9 agosto e rimasto a disposizione del pubblico nella stazione di partenza sin dalle 23,35 del giorno prima, esplose un altro degli ordigni alle 2,10 durante il percorso.

 

 

Dalle 22,55 dell'8agosto alle 0,30 del 9 ebbe a sostare nella stazione di partenza il DD.991 Roma-Lecce, sul quale esplosero poi durante il viaggio due ordigni, rispettivamente alle 2,45 ed alle 3,20.

 

 

In sosta a Roma-Termini rimase, infine, dalle ore 20 dell'8 agosto alle 0,25 del 9 il D 778 Roma-Pescara, sul quale poi ebbe ad esplodere altra bomba durante il percorso alle ore 2,50.

 

 

Alla suddetta ricostruzione del viaggio in treno di Giovanni Ventura, proprio in concomitanza con gli attentati sui convogli ferroviari, fanno riscontro l'ostinato tentativo da parte sua di negarlo ed alcune frasi dette confidenzialmente da Mariangela Ventura a Mario Quaranta in occasione di un loro incontro nella prima quindicina di maggio del 1976.

 

 

Ha riferito il Quaranta che le frasi della Mariangela erano state precisamente queste: "mettere le bombe sui treni è più facile di quanto tu possa pensare; è bastato al Massari prendere il treno da Roma, arrivare a Venezia, scendere e mettere la bomba su un treno che in coincidenza da Venezia partiva per il Sud. Il Massari si fermò da noi alcuni giorni".

 

 

Egli comprese, anche se Mariangela Ventura non glielo aveva detto espressamente, che il di lei fratello Giovanni ed il Massari erano partiti insieme da Roma in treno.

 

 

Sulla stessa circostanza ha deposto anche, conformemente, Elio Franzin per averla appresa dal Quaranta.

 

 

Tutto quanto si è finora detto sul viaggio di Giovanni Ventura costituisce, indubbiamente, un complesso di seria efficacia indiziaria; sulla cui base non è azzardato affermare che il Ventura medesimo svolse anche un ruolo di esecutore materiale in uno o più degli attentati ai treni.

 

 

Merita, infine, adeguata considerazione quanto Giovanni Ventura ha dichiarato nel suo interrogatorio del 17 marzo 1973 circa la sua partecipazione all'incontro di Milano del 24 luglio 1969, preparatorio degli attentati ai treni programmati per l'agosto successivo, e circa il modo in cui gli attentati stessi erano stati poi in effetti eseguiti.

 

 

Ha specificato il Ventura - come si è già detto - di aver chiesto chiarimenti al Freda sui motivi di alcuni mutamenti del programma: cioè dell'anticipo degli attentati dal 15 all'8 agosto, del collocamento di un maggior numero di ordigni (dieci e non tre), della sistemazione degli ordigni medesimi - oltre che nelle toilettes - anche negli scompartimenti con la conseguenza che vari viaggiatori erano rimasti feriti.

 

 

Ha specificato, altresì, che aveva con durezza contestato nell'occasione al Freda di essere venuto meno, con quei mutamenti, a precisi impegni assunti.

 

 

Tutto questo discorso del Ventura, sia pure ambiguamente introdotto da questi per sminuire le proprie responsabilità, costituisce indiscutibilmente una sostanziale confessione da parte sua; giacchè ovviamente egli, nel momento stesso in cui si è preoccupato di sostenere la sua estraneità a quelle variazioni di programma, implicitamente ha ammesso di aver partecipato alla fase iniziale di progettazione degli attentati. …[…]

 

 

Estratto da: IL PROCESSO DI CATANZARO PER LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA - PARTE QUINTA CAPITOLO VIII [da pagina 479 a pagina 502]