PARTE SECONDA

Abbiamo lasciato Sartori alle prese con il suo partito nel 1968, ma nel 1969 tutto cambia: inizia l'avventura della Litopress e della cellula neonazista di Loredan, Freda e Ventura e Sartori ci si ficca in mezzo...

 

 

 

Nei primi giorni di dicembre del 1968, in una cascina isolata nel mezzo della campagna lombarda, nei pressi del paesino di Rovello Porro (Como) un centinaio di militanti comunisti marxisti leninisti dopo un furibondo congresso decidono di separarsi e di dare vita a due frazioni del Partito Comunista d’Italia m-l: la prima frazione, che aveva voluto fortemente il congresso, si autonomina “linea rossa” e definisce ovviamente la frazione avversa “linea nera”.

 

 

Da una parte troviamo ANGIOLO GRACCI, DINI, e…Alberto SARTORI. E’ lui il vero regista dell’operazione anche se deciderà di lasciare Gracci al posto di comando. D'altronde il “capo militare” degli emme-elle aveva già abbastanza da fare in giro per la penisola e per l’Europa per contattare i gruppi dell’eversione maoista.

 

 

Alberto SARTORI infatti si getta a capofitto in questa nuova avventura che lo porta ad avere contatti sempre più stretti con gruppi molto radicalizzati: un esempio sono i G.A.P. di Feltrinelli, Molinaris, Curcio, ecc.

 

 

A Sartori fanno capo molti compagni che lo investono anche di situazioni delicate, più che altro beghe di partito e crisi suscitate da rivalità personali, proprio come la scissione appena partorita che aveva diviso il gruppo dirigente.

 

 

Una nota della Questura di Roma, la n.° 050496/U.P./A.4.A. del 6 febbraio 1969 fornisce informazioni al Ministro dell’Interno e per conoscenza all’UFFICIO AFFARI RISERVATI, sul caos interno al Comitato romano del Partito maoista. Sartori viene citato parecchie volte nella nota della questura romana, a lui si rivolgono i militanti perché funga da “mediatore”.

 

 

Ma la vita di partito di Alberto Sartori non è più la stessa degli anni passati, non c’è più l’entusiasmo del 1966-67, non il lavoro frenetico del 1968, ora con il nuovo anno, il 1969, Sartori è più propenso a tirare i remi in barca. Si deve ricordare che proprio nei primi mesi fino all’aprile, Sartori riceve “segnali” dal Conte Pietro Loredan, segnali che lo porteranno al famoso incontro di Napoli, quando Pietro Loredan e Giovanni Ventura proporranno a Sartori un progetto editoriale.

 

 

I particolari di questo progetto si possono leggere nel verbale di testimonianza reso da Sartori al giudice D’Ambrosio [clicca qui], oppure nel memoriale di Giovanni Ventura [clicca qui]. 

 

 

 

 

Sartori nel 1969 risiede a Napoli. E’ il direttore di una azienda, la SAMOPAN, che appartiene alla P.O.A. (Pontificia Opera di Assistenza), è in contatto con Mariano RUMOR, tramite oscuri intermediari, non si capisce bene se lavora per la ditta o se sta scavando la fossa, da buon infiltrato, alla gestione democristiana dell’economia locale.

 

 

E’ una storia complessa di intrallazzi DC, di “scandali”, cioè di corruzione, in cui vengono coinvolti nomi grossi del mondo industriale. E’ il famoso (per quei tempi) “scandalo di Assisi”. A noi ci interessa però la figura di Sartori che ancora una volta si trova al centro di una storia in cui si mischiano corruzione e politica nazionale. Rumor in quel periodo sta pensando ad un secondo partito cattolico, in realtà sono velleità, ma i rapporti informativi che Sartori raccoglie non si capisce esattamente se arrivano alle orecchie del PCd’I m-l o se si perdono per altre strade.

 

 

Comunque nel mese di aprile 1969 SARTORI ha già avuto il suo primo approccio con il conte Loredan e con il fascista di “sinistra” Giovanni Ventura. E comincia a respirare un’altra aria. E’ pieno di debiti, non è tranquillo, le beghe della scissione (stando sempre alla sua testimonianza) gli hanno prosciugato il conto in banca. Sembra frastornato e bisognoso di soldi. A tutti i costi. E la proposta dei due volponi del mondo  eversivo fascista (Loredan e Ventura), presentatisi come due “compagni”, ha la forza di far cambiare pagina alla sua vita.

 

 

 

Il Servizio Segreto Militare (Servizio Informazioni Difesa)

 

 

Il SID gli sta sempre dietro. Si pensi che il Colonnello SLATAPER, direttore di un centro di Controspionaggio del settentrione, arriverà a dire che loro sono arrivati alla cellula di Freda e Ventura seguendo le orme di Sartori. E’ certamente una esagerazione, perché il Ministero dell’Interno e anche il SID di Freda e Ventura sanno già parecchio, ma la frase dell’ufficiale fa capire bene come le cose siano state seguite e come i rapporti siano stati visti come “allacciati”.

 

 

E’ per questo che le giustificazioni a posteriori di Sartori a Gracci, per gli investigatori, sono “false” e totalmente costruite ad arte per impedire ai “compagni” di farsi troppe domande sulla vicenda dell’entrata di SARTORI nella compagnia di giro che farà nascere la LITOPRESS ( la casa editrice finanziata da Loredan e da Ventura, sotto l’occhio vigile di Franco Freda, il nazista padovano).

 

 

Siamo dunque nei mesi della primavera del 1969. Si stanno gettando le basi, da una parte e dall’altra, di una strategia di destabilizzazione del Paese. SARTORI viene richiesto dai due fascisti in incognito perché è una chiave che apre le porte del mondo della “sinistra extraparlamentare”. Il nostro ex partigiano è pure “responsabile militare” di un meccanismo trasversale che unisce settori disparati della sinistra.

 

 

Tutti parlano di “rivoluzione”, in quei mesi del ’69, Feltrinelli scriverà addirittura un opuscolo sui pericoli di un golpe, a destra si organizzano gli attentati, a sinistra si fa lo stesso ma si predilige la raccolta di armi che devono servire “al più presto”. E quindi tutti gli avvenimenti che andiamo a raccontare devono essere visti sotto questa luce: una grande confusione ma anche una grande commistione in cui gruppi di vario tipo si scambiano segnali e ricevono finanziamenti.

 

 

I servizi segreti sono al lavoro: quelli italiani puntano sui gruppi anarchici, se li lavorano, li infiltrano, inseriscono personaggi di estrema destra e pianificano le risposte al sommovimento sociale e sindacale.

 

 

SARTORI non è estraneo a quello che gli succede intorno, avverte l’aria pesante, le sue antenne registrano il lavorìo del “nemico”. Per noi il problema, con il senno di poi, è di capire qual’è il “nemico”, se ce n’è uno.

 

 

Va da sé che l’aggancio effettuato dalla coppia diabolica di Loredan e Ventura non è certo un fatto marginale. Qui occorre dire che Sartori sicuramente “avverte” qualcosa, ma ci passa sopra per motivi personali. Se ci saranno sorprese si cercherà di gestire la situazione. Ormai è la disillusione nel movimento marxista-leninista che condiziona in fondo le sue scelte, altrimenti dovremmo pensare che accetti le proposte del duo eversivo-fascista perché consono ai suoi programmi di “avventuriero”.

 

 

 

 

 

Ma restiamo ai fatti. A Napoli, come abbiamo accennato, arrivano il conte Pietro Loredan e Giovanni Ventura. Obiettivo: accalappiare Alberto Sartori, persuaderlo che l’affare della editrice Litopress è vantaggioso per tutti, per lui, per il partito (linea rossa, in fase discendente all’aprile 1969), per la cellula nera di Freda-Ventura che “acquista” un contatto buono per avere uno spazio di infiltrazione nella sinistra extraparlamentare.

 

 

Diverse le versioni di quel giorno. Sartori afferma che i fatti si svolsero così: Loredan parla e riparla della questione, Ventura viene presentato come “Signor ALBERTI”, Ventura resta muto, Loredan impone sempre al Ventura di tirar fuori le “schede segrete”, per dare un ulteriore contentino a Sartori. E questi ci casca poiché afferma nella lettera a Gracci che le “schede” gli apparvero come un grande tentativo di provocazione, cosa da servizi segreti.

 

 

Di tutt’altro avviso la coppia eversivo-fascista di “sinistra”. I “compagni” Loredan e Ventura parlano dell’affare, Ventura e Sartori ad un certo momento si appartano e Loredan va a fumarsi una sigaretta. Le “schede” non vengono mostrate subito ma dopo un mese circa, anche se è lecito dubitare che qualche foglio non sia stato visto da Sartori in quel giorno. Il trio poi si muove e torna nel Veneto in aereo per concordare meglio le mosse contrattuali.

 

 

Comunque dopo il 29 aprile 1969 tutto è in movimento. Si muove pure il Centro di Controspionaggio di Padova che riassume i fatti accaduti nel mese di maggio, relazionando ai Servizi tutte le mosse del Sartori.

 

 

 

 

La nota del Controspionaggio

 

 

Con numero 5486 di protocollo del 26 giugno 1969 il Centro CS dà notizia a Roma di avere intrapreso l’azione “CISA”, concernente l’attività di esponenti del Partito Comunista d’Italia m-l.

 

 

Questo il testo della nota:

“Il noto esponente del P.C. d’Italia (m-l) SARTORI ALBERTO, che continua a svolgere attività lavorativa per conto della Ditta “SA.MO.PA.N.” di Napoli, dal 1° all’8 giugno 1969 si è recato in visita ai propri congiunti dimoranti a Vicenza”.

 

 

“Dall’azione in oggetto, integrata da accertamenti diretti e fiduciari, sul suo conto è risultato:

 

1. Giunto all’aeroporto di Venezia-Tessera alle ore 10,30 del 1° detto col volo AZ-148 proveniente da Roma, veniva rilevato dall’autovettura FIAT/850 “coupè” targata VI-157573 condotta dal figlio Carlo, che lo trasportava direttamente a Vicenza.

 

2. Nel pomeriggio dello stesso giorno aveva contatti con certo VENTURA (sono in corso accertamenti), col quale fissava un appuntamento per l’indomani mattina nella propria abitazione.

 

 

Il Ventura, ponderato e disinvolto, lasciava tuttavia trasparire stretti rapporti col SARTORI ed appariva a sua completa disposizione.

 

 

Loredan Pietro, col quale concordava un incontro per il giorno 7 a Venegazzù (TV), in un ristorante dello stesso LOREDAN che annetteva alla questione una certa importanza, essendo sua intenzione presentare al SARTORI nuovi adepti reclutati nella zona.

 

 

Nota: Mentre in passato il SARTORI cercava di evitare il LOREDAN, definendolo “pazzo” e trattandolo con distacco, ora sembra molto interessato ad incontrarlo”.

 

 

 

Un nostro commento.1

 

Ci fermiamo un attimo nella lettura di questo documento perché mi preme di mettere in risalto alcuni particolari.

 

1. Il pedinamento ha avuto luogo su imput del Centro di Napoli. L’arrivo dell’aereo alle 10,30 ha avuto in attesa un nucleo di agenti CS che hanno preso nota di tutto.

 

2. Le informazioni sul pomeriggio provengono probabilmente da altre fonti cosiddette “fiduciarie”, cioè da collaboratori dei Servizi che, o hanno avuto accesso a intercettazioni telefoniche o hanno messo in atto una intercettazione ambientale.

 

3. Interessanti le note sul LOREDAN e sul VENTURA, che dimostrano anche la qualità professionale degli agenti CS, infatti non viene trascurato nulla, anche le sensazioni si trasformano in contenuto informativo.

 

In sintesi tutte queste cose denotano l’importanza della persona controllata, il SARTORI, che è stata definita già in altri documenti “capo militare dei marxisti leninisti” e agente di collegamento con centrali estere “filocinesi”.

 

Ma riprendiamo la lettura del documento del Centro di Controspionaggio di Padova.

 

 

Riprende la lettura del documento

 

“ 3. Nei giorni 2,3,4,5 e 6 (giugno 1969, nota di G.M.) si occupava prevalentemente di questioni familiari o concernenti la sua attività lavorativa.

 

4. Nella mattinata del giorno 7 si reca a Venegazzù. Da CCP (fonte fiduciaria probabilmente, nota G.M.) emerge che all’incontro, protrattosi fino alle ore 15, partecipano: SARTORI, LOREDAN e quattro altri elementi in corso di identificazione.

 

5. La sera del giorno 8 veniva rilevato, in autovettura (non è stato possibile rilevarne il numero di targa) dal citato VENTURA, che lo accompagnava a Padova, d’onde ripartiva col treno delle ore 23,30 diretto a Napoli.

 

6. Il noto PERLATI DANTE, già suo collaboratore alla “ORVEN” (la ditta di Vicenza di SARTORI sita in Via Milano, nota di G.M.), di ritorno da un recente viaggio in Sud America, gli preannunciava la prossima dipartita per il Venezuela dove, asseritamente, avvierebbe un’attività commerciale nel settore degli attaccapanni”.

 

 

 

Un nostro commento.2

 

Ci fermiamo ancora un attimo per fare notare che un collaboratore di SARTORI che si reca in Venezuela non è una notizia “normale”, è qualcosa di più. Perché lo stesso SARTORI è reduce dal Venezuela (il ritorno in Italia è del 1958), perché il Venezuela è il paese latino-americano dove esiste la più organizzata centrale di spionaggio sovietica del tempo.

 

 

 

Riprendiamo la lettura del documento del Centro di Controspionaggio di Padova.

 

 

“7. Il custode del fabbricato di Via Martinitt n.7, a Milano, è in rapporti di buona confidenza col SARTORI. Presso di lui giace una bolletta telefonica dell’importo di Lire 96.000 e della corrispondenza (a questo proposito c’è da notare che il portiere suddetto ha dovuto subire le attenzioni della Polizia che lo ha sottoposto a pressioni per avere informazioni su SARTORI, nota di G.M.).

 

8. Notazioni d’interesse concernenti l’attività del SARTORI:

 

- non ha avuto contatti con esponenti in vista del P.C. d’Italia (m-l);

 

- non consta abbia ricercato incontri con gli esponenti vicentini del partito, né col PERUZZI WALTER;

 

- rispetto alla precedente visita a Vicenza, è apparso meno interessato alle vicende del partito e si è dedicato maggiormente a questioni familiari.

 

In relazione a quanto segnalato al punto 7 Centro CS Milano è pregato far conoscere se sia tuttora funzionante – e sotto quale veste – l’ufficio commerciale già condotto nel capoluogo lombardo dal SARTORI  stesso”.

 

p. IL TEN. COLONNELLO DEI CC. COMANDANTE DEL CENTRO apl. GIORGIO SLATAPER

- Il cap. dei CC. Federigo Mannucci Benincasa

 

 

 

Nota dell’autore:

 

Anche questa parte del documento rivela molto. Viene confermato il “distacco” o disinteresse del SARTORI per la vita del Partito vicentino. Questo dato può essere interpretato in due modi:

1) può esistere un effettivo disinteresse del Sartori per la vita interna del Partito causato dalla scissione (che lui ha organizzato) che ha indebolito alquanto sia la “linea rossa” che la concorrente e avversaria “linea nera”.

 

2) Il disinteresse può essere anche visto come una cortina fumogena per nascondere un suo impegno di tipo “clandestino”. O per lo meno clandestino-informativo, senza giungere alla rinuncia di una vita pubblica alla “luce del sole”. Il periodo, che è importante tenere in considerazione, è quello della primavera-estate del 1969, in cui molti “giochi” movimentano la vita dei gruppi politici eversivi, sia di destra che di sinistra.

 

 

Torniamo al documento CS di Padova

 

 

 

Ora ritorniamo al già citato documento del Centro di Controspionaggio di Padova di cui vi è un seguito in data 8 settembre 1969. Il numero di protocollo è 7606, l’Oggetto: sempre l’Azione “CISA”che segue l’attività di esponenti del PC d’Italia (m-l). Il fascicolo è indirizzato all’Ufficio “D” del Servizio Segreto Militare (SID) e ai Centri di Controspionaggio di Milano e Trieste.

 

 

Questo il testo: “Gli accertamenti tesi ad identificare il segnalato VENTURA – n.2 del foglio in riferimento – presunto esponente del P.C.d’Italia (m-l) della zona sono rimasti sinora infruttuosi (è la malattia tutta italiana della mancanza di coordinamento tra i servizi informativi delle varie polizie, nota di G.M.).

 

Il predetto, dopo i riferiti contatti col SARTORI Alberto, non risulta essersi più segnalato per attività politica in questo territorio.

 

I quattro elementi – n.4 del foglio in riferimento – presentati dal noto LOREDAN Pietro al SARTORI come nuovi proseliti reclutati in zona, si identificano in:

 

1) S. Alfonso di Luigi e di Martini Candida, nato a Volpago del Montello (TV) il 23-9-1923, ivi residente in frazione Selva, Via Lavaggio Basso, coniugato, commerciante di funghi e legname.

 

Già partigiano inquadrato nelle formazioni operanti nella zona del Montello (TV), è ancor oggi additato come autore di violenze e soprusi in danno di inermi cittadini.

 

Ormai affetto da etilismo, depravato e dispotico, ha costretto la moglie a chiedere la separazione legale.

 

In pubblico gode scarsa stima. […]

 

Da molti anni militante nel P.C.I., appare ora su posizioni ancora più oltranziste, peraltro non ancora ben definite”.

 

 

 

Seguono i nomi di altri tre giovani (di cui omettiamo i dati anagrafici) tutti tra i ventuno ed i 24 anni,  due sono studenti universitari ed uno è disegnatore meccanico. Tutti, secondo l’informativa, manifestano idee “a netta impronta maoista”.

 

 

L’informativa si conclude con un accenno alla situazione politica del momento. “Il LOREDAN ed i predetti altri esponenti, risentendo evidentemente dell’attuale confusa situazione interna del P.C. d’Italia (m-l), appaiono ora in posizione di attesa e non svolgono apparente attività”.

 

 

 

La crisi del partito maoista

 

 

Da “fonte qualificata” che informa il Ministro dell’Interno (in data 14 novembre 1969) si viene a sapere del viaggio in Cina di FOSCO DINUCCI, dirigente della “linea nera”, che ottiene dai compagni cinesi la conferma della “validità dell’indirizzo politico” della sua frazione.

 

 

Questa presa di posizione dei “compagni cinesi” provoca uno sconquasso all’interno della “linea rossa”, che coinvolge sia Alberto SARTORI che Angiolo GRACCI. Quest’ultimo si dimette da segretario della frazione. Sartori, come abbiamo notato prima, mantiene solo formalmente i rapporti con il partito. Poi, pressato dai dirigenti, avvia un lavoro di ricucitura tra i due gruppi.

 

 

Ma la trattativa tra le due fazioni maoiste sono difficili, ne risentono anche le casse del partitino emme-elle, che non riescono più a far fronte agli impegni editoriali.

 

 

E qui Alberto SARTORI vuole giocare la sua carta d’ingresso nell’affare Litopress, sventolatagli dal duo LOREDAN-VENTURA, come mezzo per rimpinguare le tasche del PCd’italia (m-l) e le sue personali, devastate da una campagna politica troppo spendacciona al limite del dissesto.

 

[E qui è necessario rivedere i rapporti di SARTORI con la Linea Rossa - Un documento molto interessante del Controspionaggio di Padova rivela i giochi dietro le quinte - clicca qui]

 

 

 

 

 

Un intermezzo bombarolo

 

 

Intanto gli avvenimenti politici seguono la loro strada. Che è una strada irta di pericoli e di pressioni eversive al limite dello “stragismo preannunciato”. Parliamo ovviamente della destra eversiva che ha avuto il 18 aprile 1969 in Padova un appuntamento notturno a cui non hanno mancato i big dell’estremismo neo-nazista. Franco Freda, Marco Pozzan, Ivano Toniolo, il cognato di Freda, Balzarini, e il capo di “Avanguardia Nazionale”, il romano Stefano Delle Chiaie, con altri, si ritrovano nella città del Santo per mettere a fuoco la strategia eversiva in attesa dell’autunno sindacale.

 

 

Giovanni Ventura non partecipa alla riunione ma è “a disposizione”. L’indomani viene ragguagliato da Freda sugli esiti concreti della riunione, sulle decisioni “operative” che a breve dovranno trovare espressione in attentati dinamitardi in varie località della penisola.

 

 

Ventura (poi nel verbale [ vai all'importantissimo verbale integrale - clicca qui] rilasciato davanti al giudice D’Ambrosio  il 17 marzo del 1973) dirà le seguenti parole:

 

 

“Fu deciso che si doveva costituire una seconda linea…[…] che i due gruppi (i quali a loro volta inglobavano altri gruppi minori) dovevano puntare all’aggancio operativo di uomini che erano estranei a questi gruppi e costruire una frangia che potesse essere utilizzata anche per operazioni specifiche come attentati, cioè per una attività eversiva diretta.

 

Seconda linea e doppia organizzazione o organizzazione parallela che viene però manovrata da una o due persone soltanto della prima linea, cioè da persone che siano in grado di avere rapporti con persone che siano su posizioni politiche diverse e che siano in grado di utilizzarli, indurli, coartarli e strumentalizzarli”.

 

 

Insomma bombe nei tribunali, bombe sui treni (l’8 e il 9 agosto 1969 su dieci convogli), tutto questo in preparazione dell’autunno “caldo”. Sul coinvolgimento di Ventura è sempre bene riferirsi alla famosa “confessione” del 17 marzo 1973 registrata dal giudice D’AMBROSIO a Milano. Da questa “confessione” emerge che il Ventura era andato a Torino per consegnare una bomba già confezionata ad un elemento della destra eversiva. La cosa si ripete per Roma dove Ventura consegna un altro pacco nel mese di luglio 1969.

 

 

Intanto fra pacchi-bomba e viaggi frenetici fra Castelfranco e Napoli per convincere SARTORI ad aderire all’affare della Litopress ci avviciniamo al momento del “salto di qualità”, ovvero il massimo sforzo organizzativo fino ad allora effettuato dalla cellula di Padova: il deposito di dieci cassette esplosive in altrettanti treni in viaggio sulla rete ferroviaria nazionale nella notte tra l’8 ed il 9 agosto 1969.

 

[Per avere il quadro completo degli attentati della primavera-estate del 1969 - clicca qui

 

 

 

 

 

Una nuova fase: per tutti

 

 

 

 

Dopo gli attentati ai treni tutto cambia. Ormai la cellula di Padova e i suoi addentellati nel territorio nazionale hanno intrapreso una strada obbligata: il terrorismo stragista. Infatti nei mesi di settembre-ottobre Franco Freda, il procuratore legale padovano a capo del gruppo di “AR” (di cui Giovanni Ventura è una appendice che si muove a 360 gradi, specialmente all’interno della sinistra extraparlamentare) si muove alacremente per migliorare la qualità degli inneschi e dei dispositivi per il confezionamento di ordigni esplosivi di notevole potenza.

 

 

In questa fase la cellula padovana si avvale della supervisione tecnica dell’armiere del gruppo di Ordine Nuovo di Mestre-Venezia, quel Carlo Digilio esperto di armi ed esplosivi, inserito per giunta nel servizio di Intelligence americano (INSCOM, con base a Verona e Vicenza) con la funzione di riferire tutte le notizie “sensibili” provenienti dall’ambiente dell’estrema destra.

 

 

Ventura e Digilio, con la compagnia di Delfo ZORZI, del gruppo di Mestre, e di Marco Pozzan della cellula di Padova, grande sodale di Freda, si frequentano molto spesso, soprattutto nella frazioncina di Paese (Treviso) dove esiste una piccola casetta rurale, appartata, che funge da santabarbara per il gruppo di Ordine Nuovo. In questa casetta sono stati messi a punto gli ordigni per i treni, qui molto probabilmente sono arrivati i candelotti di gelignite o di Vitezit procurati da ambienti tedeschi e jugoslavi (non si dimentichi mai la “confessione” tardiva del generale Gianadelio MALETTI, capo dell’Ufficio “D” del SID, che indicherà nelle basi NATO della Germania Federale il luogo di provenienza dell’esplosivo per Piazza Fontana, il cui trasporto avvenne su TIR, “coperti” dai Servizi Segreti tedeschi e americani. Questo il “sassolino” che il nostro generale fellone ha cercato di togliersi dalla scarpa).

 

 

Settembre ed ottobre abbiamo detto. Freda e Ventura devono risolvere i problemi tecnici dell’innesto a tempo delle bombe per il prossimo dicembre. Occorre fare presto e anche “bene”. Si avvalgono perciò della collaborazione (per metà inconsapevole, per metà no) di un elettricista padovano, un certo Tullio FABRIS, che darà loro tutti gli insegnamenti e le dritte perché le cassette di metallo che dovranno servire per le bombe possano scoppiare senza danno per chi le trasporta.

 

 

E’ una corsa contro il tempo. Bisogna essere pronti per l’”autunno caldo”. Freda riesce a individuare le ditte che commercializzano i temporizzatori, i famosi “timers”. Con l’aiuto tecnico di FABRIS ne acquista 50-60 (presso la Elettrocontrolli di Bologna) e poi, presente Ventura, fanno delle prove nello studio legale per gestire questi congegni e impararne bene il funzionamento.

 

 

 

 

 

Nel frattempo ALBERTO SARTORI ha in mente solo una cosa: mettere nero su bianco l’accordo verbale per la costituzione della LITOPRESS, per chiarire i punti rimasti sospesi, soprattutto le sue percentuali, la sua posizione futura, il programma editoriale, ecc.

 

 

VENTURA segue tutto quello che c’è da seguire. Passa dal confezionamento delle bombe ai colloqui con SARTORI (che è bene ricordare è ancora a Napoli per sbrigare le ultime pratiche prima del definitivo abbandono della SAMOPAN).

 

 

I nostri attori sono tutti ai “loro posti”, ognuno sta contribuendo alla “buona riuscita” di quello che ha in mente. C’è da aggiungere un particolare di non piccola importanza. Abbiamo lasciato l’accenno delle “schede segrete” alle riunioni dell’estate, a Napoli e nel Veneto poi. Queste schede, che vengono preparate proprio in quei mesi da Guido GIANNETTINI, il giornalista di estrema destra, collaboratore dello Stato Maggiore della Difesa, poi stipendiato dall’Ufficio “D” del SID, sono frutto dell’ingegno provocatorio dello stesso GIANNETTINI che, in quei mesi, a contatto con Freda e poi con Ventura, segue da “vicino” la preparazione della festa d’autunno.

 

 

Il compito di GIANNETTINI, non è secondario. Lui deve istituzionalmente “seguire” la cellula padovana, poi le schede informative redatte con toni oscuri, sono costruite apposta per il palato poco sensibile di ALBERTO SARTORI, che diventa l’utilizzatore finale della “cospirazione” neo-fascista. Qui c’è un gioco delle parti, una specie di spettacolo di prestigiatori, perché LOREDAN fornisce delle schede, Ventura ne fornisce altre, SARTORI nega, poi ammette di averne viste addirittura una quindicina.

 

 

Nel suo racconto SARTORI è tutto fuorchè chiaro e trasparente. Gioca la carta Litopress perché ha bisogno di soldi, per sé. Poi viene attratto dai contenuti delle schede confezionategli da Giannettini su misura e perde la bussola. Chiede con insistenza a LOREDAN  e a VENTURA di avere le schede sulle “bande autonome neofasciste”, e anche altre che trattano i temi di politica internazionale (fra l’altro scritte anche bene dato l’uso). Sartori, secondo me ne resta affascinato. Pensa di essere a parte di un segreto, di una cospirazione (vera) che deve seguire.

 

 

E qui commette il suo errore più grosso. Nel mese di settembre, dopo aver ricevuto, fotocopiato, archiviato, ecc. le “schede segrete” di Giannettini (ma lui non ne conosce la provenienza) prende la decisione della sua vita di “avventuriero”: va all’ambasciata albanese, si fa accompagnare da due “compagni” marxisti-leninisti perché fungano da testimoni, e consegna nelle mani di un funzionario albanese, certo FAICK, tutto il malloppo avuto e strappato faticosamente al duo LOREDAN-VENTURA. Gli albanesi ringraziano, lui ne esce soddisfatto di aver “messo al sicuro” notizie di grande spessore internazionale.

 

 

Naturalmente tutte le sue mosse sono state registrate dai Servizi Segreti nostrani e ora il suo profilo viene modificato: oltre ad essere il “capo militare” dell’ambiente marxista leninista ora viene considerato un “agente” informativo al soldo della Cina comunista di Mao e dell’Albania di Enver Hoxa. Poi il 30 novembre (ormai ci siamo, manca poco per la strage di Milano) si incontra con VENTURA e insieme mettono nero su bianco una sorta di contratto per la Litopress.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' necessario mettere meglio a fuoco la figura di Giovanni Ventura, che ha un ruolo centrale sia nella vicenda stragistica che nell'aggancio di Alberto Sartori, il cui ruolo viene stravolto dalle manovre dell'editore di Castelfranco....

 

 

 

Lasciamo per un momento ALBERTO SARTORI alle sue vicende della Litopress e alla sua ricerca di soldi, e concentriamoci ora sulla figura di Giovanni VENTURA che, assieme all’amico FRANCO FREDA, si divide affannosamente tra Castelfranco, Roma e Milano.

 

 

C’è da preparare l’organizzazione, studiare a fondo la tempistica, i modi di innesco delle bombe, il numero di uomini necessario, il grado di fiducia e di preparazione “militare”. L’obiettivo lo conosciamo anche nei particolari per averlo letto nelle numerose sentenze sulla strage di Piazza Fontana: è la Banca Nazionale dell’Agricoltura e la Banca Commerciale Italiana, tutte e due di Milano.

 

 

A Roma ci pensano gli uomini di Stefano Delle Chiaie, altre banche, altri obiettivi. Milano invece, capitale del nord industriale, dev’essere colpita duramente. La storia dell’errore tecnico non è credibile, una cassetta di metallo carica di esplosivo micidiale, non è un giocattolo che produce solo graffi. E’ uno strumento di morte, pericolosissimo. E i terroristi questo lo sapevano bene, per fare un attentato dimostrativo non serve tanto esplosivo, soprattutto non servono le cassette metalliche di marca Juwel che producono, all’esplosione, un effetto aggiuntivo devastante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma che ruolo si è ritagliato Giovanni Ventura in questa operazione? Abbiamo accennato che il “compagno” editore di idee nazi-maoiste, di provenienza fascista, specialista nella mimetizzazione politica a scopo di infiltrazione, aveva già piazzato nella primavera-estate del 1969 due ordigni, uno a Torino e uno a Roma. Poi aveva coordinato l’operazione “treni” della notte dell’8-9 agosto con il bel risultato di otto treni colpiti e decine di persone ferite, alcune in modo serio.

 

 

Abbiamo anche specificato che la sua base operativa era a PAESE, piccolo comune in provincia di Treviso. Dove c’era la santabarbara di Ordine Nuovo. Assieme a lui DELFO ZORZI (indicato nelle indagini più tarde come l’uomo di Piazza Fontana, ma ce ne sono parecchi che gli fanno concorrenza nelle nebbie delle inchieste), MARCO POZZAN, MARTINO SICILIANO, e una decina di altri nomi di fanatici seguaci del nazismo.

 

 

Bene, Ventura. Almeno abbiamo un punto fermo. Ma c’è un ma. La gestione dell’operazione non è una cosa facile, a sovrintenderla a livello di gruppi di Ordine Nuovo c’è pure CARLO MARIA MAGGI, reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto, c’è ovviamente il capo della cellula padovana, il procuratore legale Franco FREDA, anche altri sanno qualcosa, sicuramente sono in allarme, a “disposizione”.

 

 

C’è però un particolare: Ventura parla e straparla del suo ruolo di bombarolo o perlomeno di sovversivo. Di destra. E’ dal 1966 che semina tracce come fosse il filo di Arianna, da quando invia duemila lettere agli ufficiali delle Forze Armate, lettere scritte assieme all’amico Freda, per invitare i militari a opporsi al comunismo prendendo “posizione”. Questo nel 1966. E appena un pochino più tardi lui inizia a chiacchierare con un suo “paesano”, il veneto e democristiano Guido LORENZON, un insegnante di scuola media di appena tre anni più vecchio di VENTURA.

 

 

Amici da anni, i due si scambiano pareri su molte questioni. E VENTURA, mano a mano che si avvicina l’ora del suo impegno “rivoluzionario” si profonde in colloqui piuttosto inquietanti. Narra a LORENZON di essere lui l’autore delle lettere ai militari, di essere lui il portatore di bombe, che non si capacita perché a Milano l’ordigno abbia fatto cilecca. Sugli attentati ai treni giunge a dire che gli sono costati “100.000 lire a bomba”, che “gli attentati li abbiamo fatti noi,ecc.”. A questa serie di “confessioni” all’amico aggiunge pure particolari e commenti sulla strage di Piazza Fontana, facendo capire che il suo ruolo non era quello di un osservatore per caso.

 

 

Questa storia di VENTURA che parla è sempre rimasta sullo sfondo. Mai nessuno l’ha studiata per benino. Anche perché da questo mare di informazioni prende poi il via la “denuncia” di Guido LORENZON all’avvocato Steccanella del 16 dicembre 1969, denuncia che fornisce al legale tutti gli spunti per informare le autorità dello Stato sul vero volto degli esecutori e dei mandanti (almeno quelli locali nel Veneto). LORENZON parla e denuncia l’amico, poi ritratta (roso dal rimorso o dall’imbarazzo, ma in realtà sottoposto ad un pressing da parte dello stesso Ventura aiutato da Freda), poi ritratta la ritrattazione e finalmente terrà fermo il timone, sorretto in questo dal Sostituto Procuratore dott. PIETRO CALOGERO.

 

[UN DOCUMENTO ECCEZIONALE: Ecco il testo integrale della ritrattazione di Guido Lorenzon del 7 gennaio 1970 - clicca qui]

 

 

Ma preme adesso mettere ai raggi x il comportamento di VENTURA. Come può un “rivoluzionario” (di destra estrema) confidarsi, parlare e straparlare come ha fatto lui? E’ matto? Ha qualche squilibrio che gli fa aprire la bocca a casaccio? La risposta che possiamo dare è un no secco. VENTURA, se proprio ardeva dalla voglia di parlare avrebbe potuto tirare in ballo CARLO DIGILIO, l’armiere di Ordine Nuovo (e agente degli americani), CARLO MARIA MAGGI, il prof. LINO FRANCO appartenente alla “Rete” spionistica di INSCOM, DELFO ZORZI, e decine di altri nomi, che lui aveva archiviato nella sua memoria.

 

 

Non lo ha fatto perché altrimenti l’inchiesta sulla “pista nera” scaturita dalla denuncia di Guido LORENZON sarebbe giunta in un attimo a sfiorare l’iceberg veneto (almeno quello), svelando la rete di complicità che verrà fuori invece solo negli anni 90, venti anni dopo la tragedia di Piazza Fontana.

 

 

No, VENTURA, non ha dato i numeri. Ha concertato di svelare alcuni aspetti dell’operazione nazi-fascista per motivi oscuri ma non impenetrabili. Dietro di lui si intravvedono figure e ombre che puzzano di Stato, suggeritori che poi gli hanno fatto mancare l’appoggio (ma non dimentichiamo che il SID del generale MALETTI  fornisce la famiglia dei VENTURA di bombolette spray urticanti per stordire le guardie carcerarie e la chiave della cella del carcere per favorire l’evasione).

 

 

VENTURA, e anche FREDA, si comportano nello stesso modo, parlano e perdono tracce, Ventura si autocompromette e Freda (che sa di essere intercettato) ordina per telefono 50-60 timers, così per sfizio.

 

 

Certo tutti e due vivevano quei momenti con la certezza di essere alla vigilia di un colpo di Stato. La destra eversiva aveva saldato i suoi contatti con forze delle Istituzioni, ma in realtà si trattò di un abbaglio.

 

 

C’è anche la possibilità per VENTURA di volersi trarre fuori dal gioco, ma non ci credo molto. Il suo modo di fare è intricato ma lascia intendere che lui è una “pedina”, che sa di esserlo, e che visto che il gioco è avviato non intende farsi travolgere da “effetti collaterali”. Punta a essere qualificato come un “testimone”, magari reticente, ma testimone.

 

 

Per uno come VENTURA che mantiene il segreto sulla spia del SID, Guido GIANNETTINI, fino al 1973, dando modo a “Guido” di filarsela in Spagna, non si può parlare di “rivelazioni” strappategli dalla Magistratura. Il libraio ed editore filocinese, fascista di base, amico di Freda e di SARTORI, è un uomo solido, un giovane di 25 anni che si trova in mezzo a mille rapporti di lavoro e di politica, che gestisce case editrici e intasca decine di milioni affidatigli per l’affare della LITOPRESS, senza un attimo di indugio o di ripensamento.

 

 

Quest’uomo (indicato negli anni novanta da CARLO MARIA MAGGI come l’indispensabile VENTURA – a chi altri avremmo potuto affidare un tale compito? - ) è stato il crocevia delle strategie eversive della destra estrema e al tempo stesso ha mantenuto rapporti con ambienti dei servizi segreti, GIANNETTINI  compreso.

 

 

So che non è facile parlare di VENTURA in questi termini ma l’impressione (in mancanza di fogli scritti che mai spunteranno fuori) che si ricava è che era in gioco una operazione in grande stile, di carattere internazionale. E lo scoppio di Milano era solo uno (il più tragico) degli elementi di questo puzzle.

 

[documentazione fotografica delle vittime di Piazza Fontana - clicca qui]

 

 

[Continua alla terza parte - clicca qui