La "verità", anzi le varie e numerose "verità" di Alberto Sartori vengono messe a dura prova nell'interrogatorio di testimonianza che l'ex partigiano affronta davanti al Giudice Istruttore Gerardo D'Ambrosio...

 

 

 

TRIBUNALE DI MILANO

 

 

PROCESSO VERBALE DI ESAME DI TESTIMONIO SENZA GIURAMENTO

 

23 agosto 1973

 

Avanti il dott. Gerardo D’AMBROSIO Giudice Istruttore

 

 

Sono SARTORI  Alberto – nato a Stradella (Pavia) il 18.3.1917, res. A Vicenza, via Della Racchetta 2 – domiciliato a Milano, via E.Folli, 5.

 

 

Giudice Istruttore – Ritengo che potremmo prendere come punto di partenza della sua deposizione di oggi, la lettera 25 maggio ’71 da lei inviata all’avv. GRACCI e pubblicata sul libro di M.Sassano “La politica della strage” da pag. 292 a pag.306.

 

 

SARTORI – Sì, in essa si fa la cronistoria dei fatti e corrisponde sostanzialmente al vero.

 

 

G.I. – Mi precisi meglio per quale ragione il Loredan cercò di prendere contatto con lei e quale fu l’oggetto delle prime conversazioni.

 

 

SARTORI – Durante le visite del periodo maggio-settembre 1968 il Loredan assumendo di avere le mie stesse idee politiche e facendo riferimento costante al discorso che, nell’agosto 1965, tenni in occasione della commemorazione di Malga Zonta ed all’opuscolo sulla mia espulsione dal P.C.I. che esibisco, mi invitò a partecipare a riunioni di ex partigiani del Veneto perché ne assumessi il comando per una ristrutturazione anche sul piano militare. Ciò per far fronte al pericolo di un rigurgito fascista. Feci sempre presente al Loredan l'assurdità delle sue proposte. Solo una volta, come ho già detto accettai di partecipare ad una riunione, che non era però di comandanti partigiani.

 

Nel settembre 1968 mi recai infatti alla Villa del Loredan, perché questo mi aveva detto che persone in contatto con i vertici della C.G.I.L. avevano interesse a prendere contatto con il nostro partito per mettere a punto una linea d’azione sindacale indipendente ed autonoma rispetto alle direttive del P.C.I.

 

 

G.I. – Chi erano queste persone?

 

 

SARTORI – Ugo MORETTI. Loredan mi presentò come sig. Balducci ed io ne fui terribilmente irritato, tanto che lo dissi subito al Moretti. Loredan per tutta la sera ebbe un atteggiamento stranissimo, non faceva che tirarmi da parte ogni momento dicendomi che con questo o con quello non dovevo parlare. Che c’erano agenti della C.I.A.

 

 

G.I. – Che accordi furono presi poi con Moretti?

 

 

SARTORI – Moretti mi disse che al vertice della C.G.I.L. erano interessati ad avere contatti con noi. Io riferii la cosa alla direzione del partito, che, però, non vi dette seguito.

 

 

G.I. – Ha mai parlato con Loredan di questioni del suo partito, in particolare della scissione fra linea rossa e linea nera?

 

 

SARTORI – Non ho mai parlato con Loredan della scissione fra linea rossa e nera. Mi vidi recapitare delle casse di vini pregiati in occasione della scissione e seppi che venivano dal Loredan solo quando questo mi telefonò……Fui la molla che portò alla scissione. Il primo motivo fu che a Pekino fu inviata persona che non era degna di rappresentare i marxisti-leninisti. Furono inviati Osvaldo PESCE e Dino DINI senza consultare il Comitato Centrale (Osvaldo Pesce era sotto inchiesta). Io lo seppi soltanto nell’estate, nella tarda estate da Pekin-Information cui ero abbonato e questo mi indusse a muovermi per giungere ad una chiarificazione.

 

 

G.I. – Ma dal punto di vista ideologico quali furono le ragioni?

 

 

SARTORI – Ritenevamo che coloro che erano al vertice fossero un gruppo di potere dal quale ci divideva l’ideologia, la tattica e la purezza delle intenzioni.

 

 

G.I. – Si spieghi meglio.

 

 

SARTORI – Non avevano fatto il congresso del partito, che era stato un impegno solenne fare entro un anno, all’atto della costituzione avvenuta nell’ottobre ’66. Dal punto di vista ideologico sostenevo che la patente di marxista-leninista non doveva venirci né da Pekino né da Tirana ma soltanto dalla lotta e dal legame con le masse e dalla verifica della capacità dei dirigenti di inserirsi nella lotta e di essere conseguenti.

 

Cioè noi, pur attribuendo molta importanza ai contatti con il P.C. cinese e con il P.C. albanese, ritenevamo secondario il fatto del riconoscimento di fronte al fatto che solo le masse potevano indicare i dirigenti. Comunque non mi spiego cosa ciò possa interessare ai fini della istruttoria.

 

 

G.I. – La frattura di un partito nel momento in cui esso, dopo il riconoscimento da parte di Pekino del maggio ’68, raccoglieva i maggiori consensi da parte della c.d. contestazione che non aveva ancora trovato una precisa collocazione politica, nel momento cioè di maggiore espansione e fortuna non può non essere considerato un fatto singolare che potrebbe avere una matrice altrettanto singolare.

 

Proprio per questo non mi pare che la scissione possa essere avvenuta per il solo viaggio di Osvaldo PESCE a Pekino. Dev’essere avvenuta invece per contrasti insanabili sul modo di condurre la lotta politica in Italia. Quale fu quindi questo contrasto insanabile? Questo vorrei sapere da lei!

 

 

SARTORI – Il contrasto fu che il gruppo che deteneva il potere a quell’epoca si opponeva con ogni mezzo, anche ai fini impensabili, a convocare il congresso per la verifica della linea e dei dirigenti del partito.

 

 

G.I. – Ma la linea rossa quale programma di lotta politica perseguiva o voleva?

 

 

SARTORI – Quella conforme ai principi del marxismo-leninismo. Nella direzione del partito c’erano due tendenze. Una di massima apertura a tutte le adesioni ed una estremamente settaria di vigilanza rivoluzionaria spinta all’eccesso; un’altra moderata nel senso che pur essendo indispensabile una vigilanza rivoluzionaria non avremmo potuto continuare ad essere dei gruppetti, una élite nel partito e ridurlo a pochi elementi.

 

 

G.I. – Ma come voleva svolgere la lotta politica in Italia la linea rossa e come la linea nera e perché c’è stata la frattura?

 

 

SARTORI – La tattica che volevamo adottare è stata ampiamente esposta nelle nostre pubblicazioni. Era la fedeltà ai principi m-l, lotta lotta perciò al revisionismo, al capitalismo, all’imperialismo. Ho messo per primo il revisionismo perché senza la conoscenza da parte delle masse – del tradimento revisionista – è impensabile combattere e vincere il nemico n.1 che è l’imperialismo ed il capitalismo.

 

 

G.I. – Voi quindi vi opponete sia al sistema americano che a quello russo.

 

 

SARTORI – Certamente! Non è stato il riconoscimento di Pekino ad avvicinare i giovani a noi; esso se mai ha intensificato il fenomeno. Era il tradimento revisionista del P.C.I. che ci preoccupava, non tanto il contrasto Pekino-Mosca. La mia ribellione e quella di altri del P.C.I. è avvenuta prima che sapessimo del contrasto. Tanto è vero che in Italia le rotture avvennero prima che si sapesse dei contrasti Mosca-Pekino.

 

 

G.I. – La linea nera cosa voleva? Un altro partito comunista da presentare alle elezioni, da inserire nel sistema politico italiano?

 

 

SARTORI – In buona sostanza.

 

 

G.I. – La scheda sui movimenti di destra di cui lei parla, non fu ritrovata nella cassetta di Ventura.

 

 

SARTORI – L’ho distrutta! In faccia a Ventura, dicendogli che quella l’aveva fatta lui, non conteneva nessuna notizia che non fosse risaputa.

 

 

G.I. – Una scheda sui movimenti di destra ci è pervenuta, tramite la redazione de L’Unità, recentemente. Vuol darle uno sguardo e dirci se è la stessa che vide lei? A proposito quali sono gli altri documenti che lei nella lettera a Gracci, pubblicata sul libro di Sassano, dice di non aver consegnato al dr. STIZ?

 

 

SARTORI – Si trattava di documenti politici non pertinenti l’istruttoria.

 

 

G.I. – I documenti sullo scandalo di Assisi li ha dati lei a Ventura?

 

 

SARTORI – Franzin e Quaranta. Volevamo farne un libro. Glieli detti dopo aver esaurito tutti i tentativi perché il senatore ANDERLINI e PARRI portassero avanti la battaglia di smascheramento dello scandalo di Assisi e SAMOPAN. Ventura doveva essere l’editore del libro…….Consegnai i documenti nell’autunno del ’70. Allora io nutrivo una certa fiducia nei confronti del Quaranta, per il quale mi erano state date garanzie da parte dei compagni di Padova. [Il prof. Mario Quaranta fu uno dei promotori dei gruppi marxisti leninisti ancora nel 1962. Nota di G.M.]

 

Seppi dal GALLINA che il Quaranta ossessionava Ventura dicendogli che l’unico pericolo che lo sovrastava era Sartori. E qui è opportuno che io dica come, per proseguire nel compito affidatomi, riuscii a guadagnare la fiducia del Ventura.

 

Assunsi l’atteggiamento del comunista stanco, schifato che non voleva più occuparsi di politica. Questo atteggiamento mi costò molto sul piano dell’informazione, perché quando Ventura sfiorava certi argomenti, alla cui conoscenza tenevo moltissimo, lo interrompevo per essere coerente.

 

Ventura premeva moltissimo con il Franzin ed il Quaranta perché io consegnassi i documenti (qui Sartori si riferisce ai documenti sugli scandali POA, nota di G.M.). Promise che, se io li avessi consegnati, lui sarebbe riuscito a dar loro altri documenti di importanza eccezionale e che sarebbe riuscito a far sottrarre dalla cassaforte di un avvocato, ex senatore del PSDI, attraverso un suo amico che lavorava presso lo studio dell’avvocato stesso.

 

 

G.I. – Ha conosciuto GIANNOLA?

 

 

SARTORI – Sì, Giannola e Diego Gullo, uno di questi due avrebbe dovuto sottrarre i documenti, secondo Ventura. Su queste promesse dunque diedi i documenti a Franzin e Quaranta. [Giannola e Gullo sono persone appartenenti all'ambiente editoriale romano, socie e consiglieri di Ventura nelle sue intricate avventure editoriali, nota di G.M.]

 

A Tal proposito proprio a casa di Franzin seppi del libro “Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento”, di cui mi fu data pure una bozza che ancora conservo. [Franzin Elio, amico del prof. Mario Quaranta, pure lui professore di scuola media, è un altro esponente di primo piano dei gruppi marxisti leninisti - Lega dei Comunisti (m-l), nota di G.M.]

 

Diedi una scorsa e vidi che si parlava di PACCIARDI come di un uomo non compromesso con il fascismo ed osservai: “Signori, se non precisate “fascismo mussoliniano” non ci siamo”. Comunque ritornando al discorso, in quell’occasione Franzin parlando del libro sullo scandalo di Assisi con Ventura, disse: “Si può fare ma ci devi dare quei documenti”. Fu questo che mi fece decidere a sposare la causa di quel libro.

 

Qualche tempo dopo mi proposero di presentare poi io il libro a Milano. Prima rifiutai e poi ripiegai sul forse, se il partito me ne avesse data l’autorizzazione. Deve tener presente che in quel momento a me premeva moltissimo ottenere la scheda sui fascisti e quindi assecondavo Ventura perché desse quelle benedette schede.

 

Finalmente un giorno ad una mia ennesima richiesta rispose, sì le ho date al Quaranta. Ma come replicai: è tanto che te le chiedo e non me ne dai una copia? Esitò parecchio, arrossendo, e commise la prima gaffe per i suoi rapporti con Franzin e Quaranta. Disse: “Beh, se tu mi dai la parola di non rivelare quello che ti sto dicendo, ti dico perché non te li posso dare”. Mi disse: “E’ Quaranta che mi ha raccomandato di non consegnarti le schede”. Seppi più tardi che quelle schede furono mutilate dal Quaranta.

 

 

G.I. – Lei vide le schede?

 

 

SARTORI – No, no, non le vidi mai. Ora, io consegnai il materiale di cui disponevo, relativo allo scandalo di Assisi. Un giorno mi giunse una telefonata di Quaranta il quale disse: “Guarda che ho telefonato a nome tuo all’on. Anderlini [Sinistra Indipendente, nota di G.M.] per chiedere di fissarmi un appuntamento. “Come ti sei permesso – risposi – io non ti ho mai autorizzato”.

 

La rivelazione fu per me allarmante. L’attribuii all’ansia di uscire con il libro. Il giorno stesso scrissi una raccomandata all’on. Anderlini, mettendolo in guardia da qualsiasi contatto.

 

Scrissi pure a Franzin e Quaranta ingiungendo loro di restituirmi tutta la documentazione. La reazione fu tremenda da parte di Franzin, una lettera incredibile, insulti, minacce.

 

L’ingiunzione di restituire i documenti e di non farne uso la feci quando Italo Gallina mi rivelò che aveva ricevuto da Assisi una telefonata di Ventura. Quando tornò Ventura disse a Gallina che era ad Assisi con Franzin con il libro pronto per ricattare gli industriali di Assisi. Pare che abbiano preso contatto con COLUSSI. Questo è qualcosa di orrendo. Ecco perché feci l’ingiunzione senza rivelare il perché.

 

 

G.I. – Lei dice che più volte Ventura le avrebbe detto che BARNABO’ era depositario del suo alibi per il 12/12/69, vuole specificarmi in che senso? [Barnabò, veneziano, amico di Ventura e di Loredan, nota di G.M.]

 

 

SARTORI – Dapprima non mi rivelò il nome, mi disse che (dopo che io più volte gli chiesi se era coinvolto, perché se così fosse non avrei voluto più avere rapporti con lui) si era fatto accompagnare volutamente in auto alla stazione di Padova la mattina del 12 ed invitò l’autista, che più tardi mi indicò per Barnabò, aggiungendo che si era fatto fare anche il biglietto, in quanto si era allontanato per comprare sigarette e giornali.

 

 

G.I. – E’ sicuro che le disse Barnabò?

 

 

SARTORI – Mi ha detto Barnabò. Mi ha detto che Barnabò l’aveva accompagnato alla stazione. Non potetti sapere di più, se cioè lo stesso Barnabò gli aveva fatto il biglietto, perché con Ventura era impossibile, per mesi, tornare sullo stesso argomento.

 

 

G.I. – Quale Barnabò?

 

 

SARTORI – Il figlio, con il padre aveva contatti per finanziamenti.

 

 

G.I. – Il nome di Barnabò, Ventura lo fece anche in relazione a Lorenzon.

 

 

SARTORI – Esatto, lì fu esplicito, mi disse che Barnabò, durante un viaggio che doveva fare a Parigi, aveva consegnato le sue armi a Lorenzon. Due cose mi disse di Lorenzon quando parlavamo della sua denuncia. “Il Lorenzon dovrà stare in guardia perché io lo tengo in pugno”; e mi disse il fatto di Barnabò ed il fatto dell’elenco dei militari.

 

 

G.I. – In relazione alla visita del Ventura dell’8/12/69 di cui le leggo la parte relativa alla lettera del Gracci. [Gracci, dirigente della frazione "Linea rossa" del PCd'Italia (m-l), nota di G.M.]

 

 

SARTORI – Mi diede il libretto rosso, quello che mi fece vedere STIZ.

[STIZ, Giudice Istruttore del Tribunale di Treviso, il primo magistrato ad avere imboccato la pista delle "trame nere", nota di G.M]

 

 

G.I. – Le leggo l’altro brano a proposito delle cose pubblicate da “Panorama” e dallo “Specchio”. Lui parla di “Fronte rivoluzionario”. Ora, a dire di Ruggero PAN e della sua fidanzata, in quel periodo Ventura disponeva del “Programma del Fronte Rivoluzionario”. [PAN Ruggero, universitario, lavorava per Ventura nella sua libreria, nota di G.M.]

 

 

SARTORI – Ma si trattava certamente della “Giustizia è come il timone…”. Lo portai a Napoli e lo distrussi prima di partire da Napoli. Ne sono sicuro, non ne vidi altri.

 

 

G.I. – Loredan dice che in occasione del viaggio in Svizzera per la faccenda della carta igienica (questa è una vicenda che ha dell’incredibile, la riprenderemo a parte, nota di G.M.) e per la precisione al ritorno Ventura vi fece vedere dei rapporti sugli attentati del 12 dicembre.

 

 

SARTORI – Assolutamente no! Comunque questi rapporti, che non consegnai neppure a Gracci, glieli feci vedere. Alcuni, alcune pagine, le feci vedere ad altri in una riunione di partito.

 

 

G.I. – Io mi riferisco ai rapporti sugli attentati del 12.

 

 

SARTORI – No, no. Alle schede segrete. No, assolutamente. Mai visti. Parlo delle schede perché io dissi a STIZ che non li ebbi. Le ho avute, le ho date a una persona che mi riservo di precisare e, malgrado l’insistenza di un anno o due, non potei più riaverle. Mi premeva darle a questa persona perché, qualunque cosa fosse accaduta, se almeno tutte le schede che avevo avuto io fossero state reperite, avrebbero potuto costituire la prova di confronto. Non riuscii più ad averle.

 

Le consegnai a un funzionario dell’ambasciata albanese a Roma. Da allora avvenne la rottura tra me e queste rappresentanze. Mi diedi da fare perché Gracci ed altri del partito a cui non appartengo più le rilevassero ma, almeno stando a quello che mi dice Gracci non riuscì più assolutamente a riaverle.

 

 

G.I. – Loredan ci ha detto che lei le aveva date all’ambasciata albanese. Senonchè Loredan dice pure che lei ha avuto questi rapporti del 12 dicembre.

 

 

SARTORI – Assolutamente. Le giuro che mai li ho avuti. Del 12 dicembre? Riguardo gli attentati?

 

 

G.I. – Riguardo gli attentati che sarebbero stati compiuti da gente addestrata in Germania.

 

 

SARTORI – Non solo non li ebbi, ma mai seppi che esistessero schede che riguardavano questo argomento. Nessuno me lo disse. Sarei corso a consegnarle. Assolutamente. Chi afferma questo afferma il falso.

 

 

G.I.  – Comunque lei non ha conservato fotocopie prima di darle a quello dell’ambasciata albanese?

 

 

SARTORI – Le fotocopie che avevo le ho distrutte.

 

 

G.I. – Io a questo punto mi trovo di fronte a un ragionamento alternativo: o lei in buona fede è stato preso in giro da Ventura ed effettivamente credeva in Ventura (diceva: io sono amico di Ventura, Ventura è uomo di sinistra, quando voglio questa roba Ventura me la ridà) oppure se effettivamente diffidava di Ventura lei doveva farsi un dossier di quelli che non finivano mai.

 

Ma lei mi vuole far credere che distrugge il libretto rosso perché ha paura che glielo trovino in una perquisizione?

 

 

SARTORI – Il libretto rosso l’ho distrutto. Era un libretto stampato che si sarebbe potuto reperire. Ed è l’unica cosa che ho distrutto.

 

 

G.I. – E allora gli altri rapporti dove sono?

 

 

SARTORI – Le schede segrete, chiamiamole così, pensai di consegnarle nel luogo più sicuro che esistesse: in una ambasciata di cui mi fidavo e di cui ho ragione ancora di fidarmi anche se c’è stata una rottura brusca, motivata da motivi politici. In fondo però ritenevo che Gracci, che altri potessero reperirle.

 

 

G.I. – Nome e cognome di questo dell’ambasciata.

 

 

SARTORI – Si chiama Faick.

 

 

G.I. – Quindi è un albanese?

 

 

SARTORI – Sì, è un albanese. Più sicuro di quello ritenevo che non esistesse.

 

 

G.I. – Parliamoci chiaro: lei di Ventura ha conservato tutto: ogni lettera, ogni appunto relativo ai rapporti della Litopress!

 

 

SARTORI – Certo. Lei mi citi qualsiasi altro documento.

 

 

G.I. – Non ci sono né questi documenti né c’è quel documento che lei dice con l’impegno di Gamacchio di fornire un miliardo di fatturato. Dov’è?

 

 

SARTORI – Io non ho mai avuto questo documento. Però ho indicato al giudice STIZ dove reperirlo: dal commercialista PANDOLFI, perché là fu redatto. E questo mi fu confermato da GUARNIERI e da LOREDAN. Che fu redatto là. Ma io non lo vidi mai. Era lo statuto, la costituzione della società Litopress.

 

 

G.I. – Quindi glielo disse solamente, non le fece vedere questo documento.

 

 

SARTORI – No, altrimenti l’avrei dato al giudice STIZ come gli ho dato il documento dove mi si tira in ballo nel quarto punto, redatto senza la mia partecipazione e che io mi rifiutai di firmare.

 

 

G.I. – Così lei trova il posto sicuro nell’ambasciata albanese, cosa che non aveva detto finora e che mi meravigliava: “Come? Sartori, comandante partigiano, non sa dove mettere un documento!”. Lei dice di averlo portato all’ambasciata albanese: accettiamo questa versione. Ma è chiaro che quando viene Ventura il 28/29 aprile a Napoli insieme a Loredan le propone questo affare.

 

 

SARTORI – Il Loredan (Ventura non parlava). Ossia di diventare il dirigente amministrativo della Litopress.

 

 

G.I. – Dopo di che a un certo punto, a parte questo grosso beneficio che le volevano fare di coprirlo d’oro, siccome lei era piuttosto diffidente, Loredan (secondo la versione che lei dà – la versione che dà Loredan è diversa - ) dice a Ventura: “Dagli quei rapporti”. Lei legge questi rapporti.

 

 

SARTORI – Qualche pagina, perché me ne dava parecchi di questi fascicoletti.

 

 

G.I. – Naturalmente lei sa che a Roma di veline, cosiddette veline, ne sono sempre circolate. Ogni volta che c’è una crisi politica le veline abbondano. Quindi potevano essere quelle famose veline di carattere giornalistico che circolano per diffondere notizie alle quali non si può dare riscontro probatorio.

 

Quindi perché lei avesse interesse a queste veline ci doveva essere qualcosa in più.

 

 

SARTORI – Qui è bene ricostruire signor Giudice. Io all’Hotel Mediterraneo di Napoli rimasi per dieci mesi, quando la Questura di Milano (ricattava) minacciava il portinaio del luogo in cui avevo l’ufficio a Milano perché voleva che dicesse loro dove mi trovavo. Io ero a Napoli, ricercato dalle Questure, col mio nome e cognome.

 

Chiaro che non immaginavano che fossi io quell’Alberto Sartori. Ricevevo telefonate da RUMOR, dal Presidente del Consiglio dei Ministri, e le passavo. Ecco lo scandalo di allora ed altri scandali. Dunque, c’era qualcosa che mi premeva precisare ed è questo: nell’istante stesso in cui leggiucchiai qua e là queste schede, queste cartelline, mi resi conto, a torto o a ragione pensai, che quelle schede parlavano di fatti che non potevano essere neppure a livello di Ministero degli Interni ma a livello NATO, CIA o qualsivoglia organizzazione internazionale.

 

Mi chiesi, mentre leggiucchiavo,: “O questo è un bluff e queste schede sono false (e allora devo trovare ad ogni costo il motivo) oppure sono vere, autentiche (e allora devo trovare ad ogni costo la fonte dei legami che uniscono)”.

 

Soltanto così si spiega come ho sacrificato, sottolineo sacrificato, due anni e mezzo della mia esistenza riducendomi in una situazione molto brutta (familiare, personale, economica) e come potei tener duro e arrivare dove sono arrivato. E ritengo che sarei arrivato a ben altro se non fosse venuto meno Quaranta, al quale, ripeto, mi univa quanto meno l’antifascismo.

 

 

G.I. – Quaranta li ha mai visti questi rapporti?

 

 

SARTORI – Non lo so. Ma direi di no, perché io non li possedevo più quando mi avvicinai a Quaranta. Che li abbiano poi visti da Ventura non so.

 

 

G.I. – Bene, a un certo punto in questa indagine che lei fa non riesce mai a sapere né da Ventura né da Loredan la fonte.

 

 

SARTORI – Mai saputa. Però per me non v’era dubbio (e ancora oggi non c’è dubbio) che solo il SID poteva fornire a Ventura…….

 

 

G.I. – Lei ha parlato di ambasciata albanese.

 

 

SARTORI – Data l’importanza dei documenti per me era l’unico posto sicuro. Perché più volte me li ha sollecitati lo stesso Gracci, che era allora Segretario Generale del Partito a cui avevo appartenuto e al quale mi lega ancora la mia simpatia, la mia collaborazione però di cui non faccio più parte. Anzi, le li sollecitò molte volte. Ma non volli darglieli, anche perché avrei dovuto dargli tutto.

 

 

G.I. – Quanti erano i rapporti?

 

 

SARTORI – Dunque, penso fossero una quindicina.

 

 

G.I. – Tutti quelli che abbiamo trovato?

 

 

SARTORI – Come?

 

 

G.I. – Lei dice di averne avuti solo cinque. Adesso sono quindici?

 

 

SARTORI – No, una quindicina. C’è la mia deposizione. STIZ mi chiamò l’anno dopo per confermare queste schede. Il giudice STIZ non voleva la prima volta nella mia deposizione scrivere di queste schede, mi convinse con argomenti.

 

 

G.I. – Lei aveva parlato solo di queste schede che le furono fatte vedere a Napoli all’Hotel Mediterraneo. Adesso diventano quindici. Quindi vogliamo vedere un’altra volta queste schede. Vediamo se ci sono tutte e quindici.

 

 

SARTORI – Se vogliamo vederle. Allora vuol dire che la memoria mi tradisce, perché io riconobbi dal giudice STIZ queste schede. Ma mi pareva che fossero di più. A meno che non confonda le 15 o 16 che mi fece vedere il giudice STIZ.

 

 

G.I. – Le sarebbero state date in più riprese?

 

 

SARTORI – No.

 

 

G.I. – Oltre che a Napoli gliene furono fatte vedere delle altre? Dove?

 

 

SARTORI – A Napoli non mi diedero nulla. A Napoli me le fecero soltanto vedere.

 

 

G.I. – Gliene fecero soltanto vedere alcune: queste 5 o 6 che lei indicò.

 

 

SARTORI – Io insistetti molto per avere la fotocopia.

 

 

G.I. – Quando gliele hanno date?

 

 

SARTORI – Nell’estate del ’69.

 

 

G.I. – Nell’estate del ’69 lei ebbe questi rapporti. Gliene dette una quindicina, tutte in una volta o in più riprese?

 

 

SARTORI – No, in una sola volta, mi pare. Ma me li diede il Loredan, non il Ventura. E io insistetti molto tramite il Loredan: “O tu me li dai oppure era inutile che me li facessi vedere”.

 

 

G.I. – Prima ancora che lei accettasse l’incarico nella Litopress?

 

 

SARTORI – Me li diede il Loredan nell’estate del ’69 ed io accettai di diventare agente della Litopress nel novembre del ’69. Io avevo già avuto le fotocopie dal Loredan.

 

 

G.I. – Era una condizione?

 

 

SARTORI – Dicevo: “Se tu non mi dai quelle fotocopie, allora me le hai fatte vedere e gli facevo sperare che avrei accettato. In ogni caso fin dall’inizio avevo detto che io non potevo diventare né dirigente né altro nella Litopress.

 

 

G.I. – Quindi lei ricevette una quindicina di rapporti.

 

 

SARTORI – Guardi, non potrei giurare che fossero proprio una quindicina. Comunque parecchi. Mi pare più di quelli. Le fotocopie vengono molto più grosse: cinque o sei centimetri di fotocopie. Le faccio notare però che bisogna stabilire anche se per schede si intende ciascuna scheda o quelle di aggiornamento. E’ una domanda che faccio. Perché c’erano delle schede per esempio sui movimenti di sinistra. E poi sui movimenti della sinistra extra-parlamentare c’erano due schede di aggiornamento piccolissime (erano aggiornatissime alla fine del ’69).

 

 

G.I. – Lei ebbe anche quella che parlava di Loredan?

 

 

SARTORI – No, mai vista. C’è una scheda piuttosto che il giudice STIZ riteneva non dovesse essere messa a verbale ed era quella del gruppo Hilderberg. Poi insistetti: “Io l’ho vista”. E infatti poi fu ritrovata.

 

 

G.I. – Quindi le ebbe prima del dicembre ’69.

 

 

SARTORI – Certamente nell’estate del ’69. E le consegnai all’ambasciata albanese nell’agosto-settembre.

 

 

G.I. – Questa scheda del maggio ’69 sui gruppi di pressione italiani e stranieri? Non l’ha mai vista? E’ sicuro di non averla vista?

 

 

SARTORI – Non mi ricordo di averla vista. Questa avrebbe avuto per me un’importanza superiore ad altre che vidi. Non ricordo. Al giudice STIZ ho detto di averla vista per caso. Perché questa, adesso che la leggo, penso che avrebbe destato molto interesse in me.

 

 

G.I. - ……..nell’Est europeo?

 

 

SARTORI – Dove si parla della soppressione di un elemento nella Germania Est?

 

 

G.I. – Era prevista una nuova ondata delle agitazioni provocate dalla nuova sinistra. Questa non ricorda di averla vista?

 

 

SARTORI – Non ricordo. Certo che mi costò molta fatica riuscire ad ottenere le fotocopie. E mi promettevano di darmene altre. Anche Ventura mi prometteva di darmi tutto il materiale. Perché mi dissero già a Napoli che ne avevano parecchio altro molto più importante se io mi fossi recato a Roma a lavorare con la Litopress. E Ventura insisteva su questo fatto dicendo che solo allora mi avrebbe dato lo stipendio.

 

 

G.I. – E invece poi non gliel’hanno dato più.

 

 

SARTORI – No. Ma se fossi andato a Roma fino all’ultimo momento mi diceva che lo stipendio era assicurato: 500.000 lire al mese, spese comprese. Le dirò che l’unico timore di una provocazione fisica era proprio quello di recarmi a Roma, anche se molti fattori mi inducevano ad andarci. Addirittura pensavo a volte che potevano sopprimermi fisicamente se fossi andato a Roma: mi sentivo più al sicuro nel Veneto.

 

 

G.I. – Lei quanti milioni ha avuto da Ventura?

 

 

SARTORI – Io ebbi cambiali mie, credo una dozzina di cui però dieci sono protestate…ho dovuto rispondere alle banche: pignorarono l’appartamento intestato a mia moglie che aveva fatto la fideiussione in banca. Fatto sta che i protesti provocati dal Ventura ammontano a 17 milioni circa.

 

 

G.I. – Lei quando cominciò a riscuotere?

 

 

SARTORI – Nel dicembre. Quando ebbi il mandato. Mi diceva che avrei potuto avere il netto ricavo. Mi diede le cambiali. Le cambiali furono poi rinnovate. Io dicevo che non volevo più rinnovarle. E questo deve risultare da un documento che nel gennaio 1971 il Ventura scrisse di proprio pugno nell’ufficio della SBL, presenti Franzin e Quaranta.

 

 

G.I. – In assegni e contanti quanto le diedero?

 

 

SARTORI – Come ricavo delle cambiali?

 

 

G.I. – Ventura scontava le cambiali; poi faceva assegni suoi.

 

 

SARTORI – Posso rispondere con precisione se consulto questa documentazione. Penso 10-11. Undici milioni circa più sette che dovevano essere poi rinnovati. Sommando le 500.000 che mi avrebbe dovuto dare al mese (era la condizione senza la quale non avrei lasciato Napoli perché avrei voluto rimanere a Napoli almeno due mesi): 250.000 forfettarie per copertura di spese (viaggi, telefono, ecc.) e 250.000 di stipendio. Però fin dall’inizio non aveva soldi. Mi prometteva che appena li avrebbe avuti non avrebbe più rinnovato le cambiali.

 

 

G.I. – Resta il fatto che lei non è mai andato a Roma e non ha mai lavorato per la Litopress.

 

 

SARTORI – Sono andato una volta a Roma.

 

 

G.I. – Comunque non ha mai lavorato per la Litopress. Tant’è vero che lei nelle lettere che scrive a Ventura dice che questi erano compensi che le spettavano per le provvigioni.

 

 

SARTORI – Perché mi promise che mi avrebbe dato il 10%. Io Ventura l’avevo conosciuto come amministratore della Litopress.

 

 

G.I. – Questa percentuale abbastanza alta sarebbe dovuta servire a finanziare il P.C.d’I (m-l).

 

 

SARTORI – Anche a finanziare. Esatto. Questa fu la proposta di Loredan fin dall’inizio.

 

 

G.I. – Infatti. Quindi a un certo punto questa gente viene da lei e dice: “Noi ti vogliamo offrire questo lavoro per finanziare il tuo partito”.

 

 

SARTORI – “Per aiutarti e per consentirti di finanziare il partito”.

 

 

G.I. – E’ chiaro che evidentemente in quel momento lei si trovava ad aver esaurito il suo compito presso la SAMOPAN.

 

 

SARTORI – Quasi esaurito. Io potevo essere il liquidatore della società. Rinunciai perché mi si disse di rinunciare per seguire loro.

 

 

G.I. – Come avrebbe potuto fare il liquidatore della società? Evidentemente di questo fatto il Loredan e il Ventura erano al corrente. Sapevano che lei sarebbe venuto a trovarsi in difficoltà economiche !) perché si era indebitato per il Partito Comunista m-l; 2) perché stava per perdere questo lavoro che aveva alla SAMOPAN.

 

Quindi a un certo punto vengono da lei e su un piatto d’oro, le offrono non solo di aiutare lei ma si prendono anche l’impegno di aiutarla nel senso di differire le scadenze dei debiti che aveva contratto per il partito. Poi le offrono uno stipendio sicuro. E lei non avrebbe fatto niente per il semplice fatto che lei aveva un mandato di rappresentanza generale mentre sapeva perfettamente che gli affari sarebbero stati condotti da Gamacchio; quindi lei praticamente non doveva fare niente. Doveva solo prestare il suo nome e ricevere un lauto stipendio per lei e un aiuto notevole per il partito comunista m-l.

 

Ma poi per convincerla ad accettare buttano sul piatto anche questa altra roba. Cioè oltre ai soldi le sbattono davanti anche questi rapporti. Quando lei è titubante le portano i rapporti. Lei dice: “No, non vengo a Roma, non vengo alla Litopress”. Le danno altri quindici rapporti.

 

Tutto questo doveva naturalmente allarmare.

 

 

SARTORI – Altro che allarmare! Ma, sig. Giudice, ero talmente allarmato che avevo la sensazione fisica (credo di essere invecchiato di 10 anni) di essere immerso in una fogna col solo scafandro della mia buona fede.

 

 

G.I. – Comunque questa gente viene da lei, Alberto Sartori e dice: “Guarda, noi ti offriamo questa somma, la macchina offset per il giornale, la carta del giornale. Ti offriamo in più una percentuale sugli utili (su forniture di un miliardo all’anno) perché tu possa finanziare il tuo partito. Vieni con noi”.

 

 

SARTORI – Controllare amministrativamente la Litopress. Questa era la domanda.

 

 

G.I. – Quindi lei a un certo punto inizia un mandato di procacciatore di affari. E i procacciatori di affari alla Litopress c’erano: c’era Gamacchio che assicurava forniture per un miliardo all’anno. E c’erano gli altri due, stipendiati lautamente a 600.000 lire l’uno, che dovevano procacciare affari: TOMBA  e SESTILI. Questi due hanno ricevuto 600.000 lire al mese come procacciatori d’affari dal momento in cui è stata costituita la Litopress (perché loro una piccola attività la iniziarono con l’azienda tipografica della LERICI).

 

Quindi lei in questa faccenda non doveva fare assolutamente niente. Non doveva procacciare affari perché li procacciavano Gamacchio, Sestili e Tomba. Lei non doveva fare niente. Avrebbe ricevuto solamente benefici. Perché lei poteva dedicarsi contemporaneamente anche ad un’altra attività, nessuno glielo impediva. Non doveva fare niente per la Litopress.

 

 

SARTORI – A posteriori.

 

 

G.I. – Questa è la verità.

 

 

SARTORI – D’accordo. Ma è una verità che io seppi più tardi. Lo ignoravo all’epoca.

 

 

G.I. – Lei alla Litopress era assolutamente sconosciuto: non era conosciuto da Gamacchio, non era consciuto da Tomba e Sestili. Procacciatore d’affari alla Litopress lei! Ma chi l’ha mai visto?

 

 

SARTORI – C’incontrammo a Roma una sola volta: a vedere un’azienda che volevano acquistare. E fu lì che vidi per la prima volta Gamacchio e Tomba.

 

 

G.I. – A questo punto a lei venivano dei sospetti fondatissimi che fosse una manovra?

 

 

SARTORI – E’ chiaro.

 

 

G.I. – Però che le si offra tutto questo. Ma in cambio di che? Lei che cosa doveva fare per loro?

 

 

SARTORI – Scusi, non sono d’accordo. E le dico il perché. Perché all’epoca in cui accettai di diventare, ossia proposi la mia collaborazione esterna alla Litopress (questa era una condizione), allora si ripiegò sull’agenzia generale. Ma a quell’epoca io non sapevo chi fosse Gamacchio, Litopress, Tomba. Non sapevo niente. Ritenevo che io sarei stato….

 

 

G.I. – Di Gamacchio sapeva e come!

 

 

SARTORI – Quando ebbi il mandato? Assolutamente.

 

 

G.I. – Lo dice lei.

 

 

SARTORI – Quando accettai il mandato, sin dal novembre ’69 io procurai affari alla Litopress. E le prime cambiali che mi fece firmare erano il compenso di provvigioni di questi affari che poi non andarono a buon fine. Ma io lo posso documentare….una carta speciale. Ed io lo misi in contatto. Scrissi, telefonai.

 

 

G.I. – Questo non è procurare affari. Procurare affari per la Litopress significava procurare libri da stampare.

 

 

SARTORI – Le macchine aspettavano il finanziamento di Loredan. Loredan poneva come condizione del finanziamento che io lavorassi nella Litopress.

 

 

G.I. – Tra il marzo del ’68 e il maggio del ’69 quando venne Loredan a Napoli lei ha insistito per ottenere finanziamenti? Loredan sostiene che lei l’ha messo in croce e che per questa ragione colse l’occasione del Ventura che voleva fare un’azienda grafica (“così mi levo d’attorno il sartori”).

 

 

SARTORI – Assolutamente. Quando il Loredan tornò da me più volte nei miei uffici a Vicenza gli dissi: “Se tu vuoi veramente far qualcosa aiutaci finanziariamente e lascia fare il rivoluzionario a chi lo è veramente. Tu non lo sei e non lo sarai mai”.

 

Fece orecchi da mercante. Perciò la richiesta (quando veniva lui però a propormi di collaborare) gliela feci tre o quattro volte. La richiesta di aiutarci finanziariamente (visto che era ricco) e di non occuparsi di politica gliela feci dal maggio e durante l’estate del ’68.

 

Dopo, quando uscii dal carcere di Trieste (fui arrestato durante lo sciopero generale di Trieste) io svendetti i miei uffici di ORVEN a Vicenza e quando lui lo seppe disse: “Se non hai più quattrini…”.

 

Ma come? Facevo degli assegni con il consenso del sostituto procuratore per il soccorso rosso, per aiutare i compagni arrestati! Facevo degli assegni per gli avvocati dal carcere addirittura! Ma mi ero già indebitato oltre ogni limite del possibile.

 

Ora, dopo l’estate del ’68 mai ebbi a chiedere a Loredan nulla. Anzi desideravo staccarmi. Nell’agosto del ’68 io venni a Milano e vidi una o due volte il Loredan. Ma mai più sollecitai.

 

Ecco che mi meravigliò la cassa di bottiglie che mi mandò. “Ma allora questo non mi molla più! Anche da Milano viene a sapere del Congresso straordinario”.

 

E questo mi insospettì ancora di più. Fino al giorno in cui giunse a Napoli nell’aprile del ’69 e mi disse: “Tu che mi hai chiesto più volte finanziamenti! Ecco, anziché dare quattrini una tantum come tu mi dicevi per aiutare la vostra stampa; ti offro la possibilità di aiutarti attraverso un’azienda editoriale”.

 

Di Litopress non parlò. “Noi – seppi più tardi che nel noi c’era anche il GUARNIERI che non conoscevo – siamo disposti a finanziare un’azienda tipografica se tu accetti di diventarne il dirigente. Allora, attraverso questa formula, tu puoi anche aiutare il tuo partito”.

 

Io tornai su questo argomento. Fu quando passando da Firenze dissi a Gracci “Se questa è la situazione disastrosa ci sarebbe una fonte. Ma vacci piano e tu solo”.

 

E rimproverai più tardi Gracci di non aver tenuto conto del mio suggerimento, di aver inviato altri a prendere questi quattrini. Il Loredan diede 500.000 lire quando già ero a Napoli. Però mi venne alla mente, esaminando la situazione con Gracci che c’era una fonte probabile; se lui si fosse mosso avrebbe potuto essere quella del Loredan, che io però gli descrissi come un elemento infido che solo attraverso il controllo di Gracci avrebbe potuto essere eventualmente manovrato. Rinfacciai a Gracci di non aver tenuto conto del mio suggerimento.

 

 

G.I. – Che tipo di collaborazione le offriva il Loredan quando veniva a trovarla tra il maggio del ’68 e il dicembre?

 

 

SARTORI – Unicamente di riunioni con comandanti partigiani. A me Loredan chiedeva una sola cosa durante tutto il periodo del ’68: accettare di partecipare ad una riunione (che seppi poi essere una delle tante che avevano fatto) di comandanti partigiani veneti (e mi fece anche dei nomi, nomi che avevano un peso e un prestigio superiore al mio, visti dal PCI). E mi diceva che soltanto la mia partecipazione avrebbe potuto consentire una riunione efficace dei massimi esponenti della resistenza e dell'antifascismo.

 

 

E faceva riferimento ad un documento molto noto in Italia “Il discorso di Malga Zonta” e diceva: “Ravvisano in te l’unico elemento coagulatore. Corrado Marconcini ne ha preparate molte con me”.

 

E infatti seppi così ed ebbi immediatamente il dubbio che ci fosse della provocazione. Le riunioni dovevano essere per riorganizzare anche su base militare le formazioni partigiane e prepararsi ad opporsi, armati, al fascismo armato. Questo in sintesi.

 

E’ chiaro che notizie del genere mi indussero a rivelare immediatamente al mio partito in quale tipo di provocazione fossero caduti i massimi esponenti, tutti iscritti al PCI del Veneto.

 

 

G.I. – Ma lei in questo tipo di provocazione poi ci cade.

 

 

SARTORI – In che senso?

 

 

G.I. – Accetta questo mandato da Loredan.

 

 

SARTORI – Ma volutamente. Io ricevetti un preciso ordine dal mio partito; una missione mi fu affidata da Gracci  e da altri esponenti (parlo a livello di segreteria e di ufficio politico, neanche di comitato centrale perché il comitato centrale del mio partito non sapeva che io fossi a Napoli e solo uno o due elementi dell’ufficio politico sapevano dove fossi).

 

Ora, la sola cosa che non accettai fu di partecipare a queste riunioni. Però, vista la prudenza del colonnello Marconcini mi rendevo conto che c’erano uomini in buona fede che erano caduti in questa trappola. Allora accettai subordinatamente (ma era la quarta o quinta volta che il Loredan veniva a sollecitarmi) alla condizione che io avessi preventivamente l’elenco nominativo di tutti coloro che avrebbero partecipato alla riunione. Io insistetti su questo.

 

Loredan mi promise perché io dissi: “Io non voglio che ci sia un solo provocatore; voglio rendermi conto di chi partecipa”. Perché mi interessava e naturalmente il mio partito diceva: “Cerca di avere in mano l’elenco di quelli che partecipano”.

 

Non ebbi l’elenco, non partecipai a nessuna riunione. Fu soltanto più tardi, quando mi resi conto che il Loredan era un dirigente di Ordine Nuovo, che io misi in guardia il colonnello Marconcini il quale si indignò nei miei confronti, non volle credermi.

 

 

G.I. – Questo avvenne dopo, nel ’70?

 

 

SARTORI – Nel ’71. Quando, se io non fossi andato a Napoli, probabilmente avrei potuto approfondire meglio nel Veneto che tipo di provocazione si stava imbastendo perché, volutamente o no, il Loredan era uscito più volte con espressioni tipo “Ci sono provocatori della CIA”. Addirittura mi raccontò il fatto incredibile che ad uno di loro fu spento un sigaro su una mano in un bar in un incontro che avevano avuto.

 

Fu soltanto più tardi che seppi dal Loredan che c’erano dei giovani che partecipavano a queste riunioni; c’erano dei giovani professionisti (mi precisò ad alto livello) che desideravano conoscerci, organizzarsi con noi: Più tardi ancora seppi che a queste riunioni ha partecipato il Ventura.

 

 

G.I. – Uno di questi professionisti sarebbe stato il Ventura?

 

 

SARTORI – Ventura. Che lui (Loredan, nota di G.M.) non presentò mai col proprio nome. E più tardi il colonnello Marconcini si rese conto, quando glielo descrissi, fisicamente, che era l’elemento che in quelle riunioni affiancava, era sempre vicino a Loredan (e ogni tanto – mi disse Marconcini – uscivano insieme, stavano via 10 minuti e poi tornavano alla riunione).

 

Però questo giovane non fu mai presentato con il nome di Ventura. Vi erano altri giovani; non ho mai potuto scoprire chi fossero. Ecco come cominciò la cosa.

 

 

G.I. – Le fecero un’offerta precisa di riorganizzare questi partigiani su base militare?

 

 

SARTORI – Di partecipare alle riunioni con questo scopo. Il Loredan manifestava preoccupazione per un fascismo che andava armandosi, provocando. E bisognava prepararsi per questo, esclusivamente per questo, non per attentare. Mai espresse questo. Né io glielo attribuivo ancora. Né gliel’ho attribuito finchè non vidi i documenti di Ordine Nuovo.

 

E allora mi resi conto che il Loredan era un provocatore pericoloso. Il 2 settembre 1970 riuscii ad incontrarmi con Gracci sui Colli Berici, in un bosco. Fu lì che gli mostrai i documenti di Ordine Nuovo del Loredan. Ebbi (e questo spiega parecchie cose e forse qualche gaffe) allora da Gracci l’ordine di sospendere tutto perché la cosa era divenuta troppo scopertamente pericolosa.

 

Io gli feci intendere che avere le prove che Loredan era un provocatore non bastava. Bisognava trovare le prove delle provocazioni delle bombe; perché in quell’ambiente avremmo dovuto cercare i responsabili delle bombe, certamente. E la provocazione era effettivamente grossa.

 

L’avv. Gracci mi ingiunse per la seconda volta, a nome del partito, di cessare la mia missione. E questa è la prima volta che lo rivelo fuori dall’ambiente del mio partito.

 

 

G.I. – Questo il 2 settembre ’70?

 

 

SARTORI – 2 settembre ’70. Allora io dissi a Gracci: “Gracci, io ordini dal partito non ne ricevo in quanto tu hai ricevuto la mia lettera con la quale dissento sul piano deologico dopo che voi mi avete invitato a votare per il PCI. Perciò io da quell’epoca mi considero centralizzato soltanto per questa missione che porto a termine. Per il resto non accetto ordini dal partito”.

 

Cercai di convincerlo sulla necessità di continuare. Lui fu fermo. Mi disse che era troppo pericoloso e che avrei dovuto cessare.

 

Allora mi assunsi la più grossa responsabilità politica che mai abbia assunto nella mia vita. E dissi a Gracci: “Io continuo perché questa è la pista giusta. Sconfessatemi, se dovesse andar male”.

 

Non avevo pesato le conseguenze di questa mia proposta e di questa mia decisione. Mi resi conto più tardi cosa volesse dire, in un’azione del genere, essere isolato e scoperto.

 

Formalizzai quel giorno stesso in Vicenza, con due documenti distinti, le mie dimissioni dal partito. Mi si chiese di poterne fare l’uso che ritenessero opportuno, di non renderle note.

 

“D’accordo. Fate quello che volete nell’interesse del partito. E’ chiaro che le masse, la base, deve sapere che non sono più nel partito. Però, se voi ritenete sul piano politico che questo possa essere producente, non rivelatele. Vi autorizzo però a sconfessarmi”.

 

Proposi persino: “Se vuoi a quelle dimissioni poniamo una data anteriore”. Gracci: “No, no. Quella del 2 settembre”. “Perfetto”. Queste mie dimissioni non furono mai rese note.

 

E continuai da solo, amareggiato, sconfortato. Cercai nell’ANPI, nei dirigenti dell’ANPI di Vicenza che non stimavo, cercai appoggio. Mi si derise. Tant’è che posso documentare come io dovetti lottare per mesi con raccomandate, espressi, telefonate a non finire per convincere i dirigenti dell’ANPI di Vicenza a presentarmi a qualche magistrato.

 

Dicevo all’avv. Ettore GALLO, professore, dirigente nazionale dell’ANPI: “Ma guarda che qui ci sono degli elementi (era fuggito da poco Junio Valerio Borghese), per esempio questo numero di telefono con il quale corrisponde all’estero Ventura”.

 

Finchè (e me lo confermò pochi giorni fa il vicepresidente dell’ANPI di Vicenza che non ci credevano) l’avv. Ettore GALLO “si convinse” che qualcosa di vero doveva pur esserci nella mia denuncia e sulla necessità di interessare la magistratura. E l’ho detto tra virgolette “si convinse” perché l’avv. Ettore GALLO, difensore di Juliano, sapeva benissimo, forse più di me, che cosa significasse il nome di Ventura, Freda, ecc.

 

Bene, ecco la responsabilità dei partiti di sinistra e di alcuni dirigenti dell’ANPI che non solo non fecero nulla per favorire la scoperta delle piste nere ma, a mio parere (e ritengo di poterlo documentare), frenarono inspiegabilmente, come per livore politico nei nostri confronti, l’esplosione di queste cose.

 

Finchè l’avv. Ettore GALLO accettò di incontrarsi nel suo studio, con il vicepresidente avv. BETTIN, con un teste che io ritenevo e ritengo ancora un teste chiave di questa vicenda: Italo GALLINA.

 

Inviai qualche giorno prima una memoria a Gallo con 42 o 43 quesiti che lo pregavo di sottoporre a Gallina, precisandogli che avrebbe potuto essere irripetibile quell’occasione che mi era costata mesi di sforzi.

 

GALLINA accettò di venire. Gli dissi, come già avevo detto mesi prima a Quaranta: “Ti lancio una boa. Aggrappati perché qui partirà la valanga e non la fermerà più nessuno. Se sei in buona fede aggrappati: questa è l’occasione di salvarti, di uscirne. Dì tutto quello che sai. Perché so che sai”.

 

Cominciò a rivelarmi. “Allora sei disposto a parlare di fronte a due testimoni, due comandanti partigiani (uno di questi è anche un socialista del tuo partito)?”. Disse: “Sì, se si tratta di una riunione privata, parlo”.

 

Li portai. L’avv. Ettore Gallo non fece neppure una delle 42 o 43 domande che io l’avevo invitato a fare a Gallina perché, per correttezza professionale, dichiarò in premessa di essere il difensore di Juliano (ed io lo sentii in quel momento).

 

Gallina si rinchiuse come un riccio e riuscii a stento ad ottenere, io, dopo l’incontro la copia di due documenti che riguardavano Ventura: il primo interrogatorio di Calogero (e mi chiedevo come potesse avere Ventura – che l’aveva dato a Gallina – il testo originale che doveva essere un segreto d’ufficio) e il testo della deposizione di Italo Gallina di fronte ai giudici CALOGERO e STIZ in cui sgravava il Ventura.

 

Quando il Gallina mi rivelò di aver mentito dissi: “Devi riparare”. Finchè riuscii a convincere Gallina a presentarsi a STIZ. Da STIZ non so poi cosa abbia detto, se abbia vuotato il sacco. Però, ripeto, Gallina è la chiave.

 

Gallina dopo quell’incontro si chiuse in sé stesso, non volle più rivelarmi nulla (mi aveva rivelato, fra l’altro, anche la telefonata da Assisi di Ventura che vi si era recato con Franzin per ricattare, pare, alcuni industriali. E Gallina mi aveva anche riferito che il Ventura tornando da Genova gli aveva detto che a Genova con il mio nome era riuscito ad aprire parecchie porte).

 

Certo, sig. Giudice, se le può interessare, Italo Gallina, se vuole, può dire tante cose. Il Loredan anche sa molte cose. E qui esprimo un giudizio, se me lo consente: ritengo che il Ventura avrebbe potuto fare molto, ma molto meno di quanto non abbia fatto se non fosse stato sospinto, sostenuto, pungolato dal Loredan durante anni.

 

Io venni allo scoperto con la stampa soltanto quando mi resi conto, dopo l’attacco dell’Unità, che l’Unità esaltava dalle sue pagine Loredan e Guarnieri, attaccando me in modo bestiale. Questo mi scombussolò molto. Finchè poi fui consigliato e diedi la prima intervista, che uscì su TEMPO (e poi uscì in modo balordo e rimproverai al giornalista di averla fatta a quel modo e di non avermela sottoposta).

 

Un’altra gaffe commisi quando, uscendo di qui, mi incontrai con un giornalista nel quale avevo fiducia. Ero certo che non avrebbe fatto uso di una frase che io gli dissi e che non avrebbe dovuto essere riportata dalla stampa e che ha potuto essere il motivo di leggerezza da parte loro nei miei confronti.

 

 

P.M. – I rapporti con Guarnieri?

 

 

SARTORI – La destinazione politica dei soldi che mi sarebbero venuti io non avevo motivo di nasconderla. Tant’è vero che l’ho messo in una raccomandata-espresso inviata a Loredan, Guarnieri e Ventura (lei ha copia di quella lettera, sig. Giudice? Altrimenti gliela posso fornire io). Sapevo bene quel che facevo. Dovevo metterli alla prova. Volevo vedere fino a che punto fossero in buona fede.

 

 

G.I. – Quindi a un certo punto lei riceve questa serie di proposte da Loredan di partecipare a queste riunioni, di organizzare partigiani su base militare per l’eventualità di uno scontro armato.

 

Lei rifiuta questa offerta di Loredan, gli dice chiaramente: “Lascia fare la politica a chi la sa fare!”. Dopo di che, trovandosi in crisi la linea rossa dopo la scissione, lei dice a Gracci che può rivolgersi a Loredan con tutte le cautele.

 

Si ripresenta Loredan a Napoli insieme a Ventura e questa volta le propone di partecipare a questa azienda grafica “Litopress”, prestarle il nome, per darle la possibilità di guadagnare e di aiutare il partito.

 

A questo punto lei diffida di Loredan, diffida anche per quel che ha saputo da Marconcini. Solanete che dalla esibizione di questi rapporti, dei quali non le viene peraltro rivelata la fonte, è indotto a saguire il Loredan e il Ventura sulla strada delicatissima.

 

Quindi in quell’occasione gettate le basi di questa futura collaborazione. Lei ha parlato anche di Angelo Ventura, mi pare.

 

 

SARTORI – Angelo Ventura venne a prendermi dal Loredan dopo cena, molto tardi. Loredan insistette perché io fossi suo ospite. Non volli. Ed allora Angelo Ventura, che vidi per la prima volta (era in macchina e non entrò dal Loredan) e Giovanni Ventura mi accompagnarono fino a Vicenza. In quell’occasione Giovanni Ventura (io gli chiesi il numero di telefono per prendere contatti) mi diede un numero di telefono falso e mi spiegò più tardi che era un numero di telefono fasullo.

 

 

G.I. – Dopo questa occasione….

 

 

SARTORI – Cominciò il Ventura a telefonarmi a Napoli sollecitandomi ad accettare l’incarico perché - diceva – finchè io non avessi accettato l’incarico il Loredan ed altri non avrebbero finanziato la sua impresa. Passarono mesi e mesi; quando il Loredan mi pose l’ultimatum di accettare. Seppi dal Loredan che aveva già dato 20 milioni al Ventura. “Ma io ho già dato 20 milioni sulla tua parola che avresti accettato”. E diceva che c’era una ragione di più, che non potevo più tiriarmi indietro. Finchè accettai di diventare agente.

 

 

G.I. – Ventura le ha mai parlato di Giannettini?

 

 

SARTORI – Mai. A questo proposito io devo precisare che in due o tre occasioni (però quando già il Ventura veniva convocato a Roma e la stampa parlava ormai scopertamente del Ventura e sapevamo che il Ventura non era un provocatore qualsiasi ma doveva essere indubbiamente ad alto livello per le connessioni, le stragi, le bombe) io tentai, dopo aver preparato opportunamente il terreno anche sul piano emotivo, di dire: “Senti, io ti credo innocente. Però, se ti andasse male, pur innocente, dovessi finire in prigione, puoi contare su qualcuno che ti difenda, che ti aiuti? Allora indicami a chi dovrei appoggiarmi per difenderti”.

 

Stava zitto, non rispondeva. Ed era logico. Allora dicevo: “Senti, questa memoria puoi non consegnarla a me. Consegnala a qualcuno di tua estrema fiducia, magari a tua madre. Dille che, se per caso dovesse accaderti qualcosa, me la dia”.

 

Si chiudeva in un mutismo! Era capace di tacere per ore.

 

 

P.M. – Lei dopo il 12 dicembre quando rivide il Ventura?

 

 

SARTORI – Vidi il Ventura a fine mese perché io tornai il 23 da Napoli.

 

 

P.M. – Esclude di aver visto il Ventura il giorno dopo, due giorni dopo la strage e di avere commentato con lui?

 

 

SARTORI – Lo escludo anche perché tornai a Napoli. Io lasciai il quindici (dicembre) Vicenza. Però, siccome c’era un’assemblea, un consiglio di amministrazione della SAMOPAN, dovetti tornare (fu in quell’occasione che mi invitarono a fare il liquidatore ed io rifiutai). Perché il 20 c’era l’assemblea a Roma per la messa in liquidazione.

 

 

G.I. – Quindi lei dall’8 al 20 non ha visto Ventura?

 

 

SARTORI – Dall’8 al 20 ritengo di non averlo visto. Però se questo può essere importante io mi rivedo la mia agenda e posso precisare. Il 24 o 25 deve essere stato perché il 23 io partii da Napoli.

 

 

G.I. – Quindi tra Natale e Capodanno si incontrò invece con Ventura?

 

 

SARTORI – Venne più volte a casa mia dicendomi che un suo amico fidatissimo lo aveva tradito e che il Questore aveva passato tutta la notte del Natale per fare un rapporto che lo salvava dalle pazzie di questo suo amico molto malato che lo aveva denunciato.

 

 

G.I. – Si aggrappò a lei.

 

 

SARTORI – Sì. E venne molto spesso a Roma. Naturalmente io mi rendevo già conto che doveva esserci ingolfato fino al collo. Veniva da me a sfogarsi. Il nome non me lo diceva. Per mesi non fece il nome di Lorenzon. Lo seppi dalla stampa poi. Lui non mi faceva il nome. Diceva di un suo carissimo amico che era malato, mezzo matto, che vaneggiava.

 

 

G.I. – Fin dalla prima volta le parlò di questo amico?

 

 

SARTORI – Fine dicembre (del 1969, nota di G.M.). Mi disse che era stato tradito da un amico carissimo.

 

 

G.I. – Quindi il discorso sugli attentati del dicembre fu fatto per la prima volta in relazione a questo amico o l’avevate già commentato separatamente?

 

 

SARTORI – No, mai. In relazione a questo amico. Venne da me molto scosso e mi disse che un amico lo aveva denunciato. Ed era un uomo molto malato a cui lui aveva finanziato gli studi a Parigi prima della laurea. Gli aveva fornito (questa era la tesi che sosteneva con me) parecchia documentazione e commenti sulle bombe, sugli attentati, perché questo tizio aveva intenzione di fare un libro di fantasia su questi attentati.

 

 

G.I. – Non ricorda le date?

 

 

SARTORI – Le date io posso precisarle tutte. Ho un’agenda dove mi segnavo tutto.

 

 

G.I. – Lei è residente a Milano?

 

 

SARTORI – Io ci vado una volta ogni 15/20 giorni a casa. Io vivo a Milano in Via Egidio Folli 5.

 

 

G.I. – Vive da solo?

 

 

SARTORI – Da solo, in un piccolo appartamento. Le dirò che io mi spostai nel ’71 quando venni a lavorare alla GBM. E allora fui consigliato di non vivere più dove vivevo prima in Piazza De Angeli. Questo indirizzo l’ho dato a pochissimi.

 

Questo posto alla GBM in effetti lo devo ad una frase, a un invito che mi fece il giudice STIZ, la penultima volta che lo vidi, prima che mi convocasse per le schede un anno dopo, mi chiese un giudizio, notizie su Gamacchio. Io l’avevo visto una sola volta e più di quanto gli avevo detto non sapevo. Però lo ritenevo un elemento interessante perché, stranamente, credo  che attraverso il Gamacchio il Ventura si occupasse della pubblicazione di testi di alfabetizzazione per i partigiani e per i ribelli dell’Angola e del Mozambico.

 

E mi è parso stranissimo che la Litopress o perlomeno la Enneesse si occupasse di queste pubblicazioni.

 

Dunque io venni a Milano. Ci fu la conferenza-stampa al Palazzo di Giustizia dell’avv. Gracci con Di Giovanni, Leon e gli avvocati del Soccorso Rosso. La notte precedente la passammo fino all’una o alle due del mattino a discutere su questo materiale che veniva messo a disposizione di questo schieramento del soccorso rosso.

 

Senonchè mi resi conto lì che ogni gruppo tendeva a monopolizzare la controinformazione che poteva possedere. Ed io li invitai a non  commettere questo gravissimo errore, a concentrare questa controinformazione, a farne uso e a non monopolizzarla autonomamente, ogni gruppo.

 

Fu disatteso, questo invito. Al punto che più tardi, quando Gracci a nome del suo partito mi invitò a fornire tutta la documentazione, mi rifiutai dicendo che al più vasto schieramento antifascista (non soltanto della sinistra extraparlamentare) avrei consegnato tutto a condizione che anche gli altri gruppi partecipassero alla gestione di tutto questo materiale, compreso il loro.

 

Questo non fu possibile. Quella notte fu deciso di fare la conferenza-stampa. Alle 9 del mattino appuntamento nello studio dell’avv. SPAZZALI. Ci presentammo noi e non venne nessun altro. Si presentò soltanto l’avv. Leon che con fare quasi provocatorio, comunque inspiegabile, disse: “La conferenza-stampa non si fa più”. Non diede spiegazioni. Disse Gracci: “Allora la faccio io”.

 

 

G.I. – Quando avvenne questo?

 

 

SARTORI – Il 7 maggio ’71 al Palazzo di Giustizia. Il testo fu poi pubblicato sui giornali e, credo, fornito a STIZ. Io mi rifiutai di andare. Però partecipò l’avv. DI GIOVANNI e l’avv. LEON. Quella notte però dissi a tutti: “Chiusa la parentesi. Adesso mi devo curare le ferite da solo. Lasciatemi lavorare, ma seriamente stavolta. Perché non ne esco più: sono pieno di debiti.”

 

Perciò l’8 mattina feci una telefonata a una signora che mi aveva proposto di collaborare, ma esternamente, ad una azienda grafica di Milano (non sapevo quale fosse). Riteneva che soltanto se io avessi accettato di collaborare in questo senso anche lei avrebbe accettato (era stata sollecitata per molti mesi). Telefonai a questa signora (che conobbe Ventura e mi fu utilissima a Napoli; era la presidente della SAMOPAN, la signora Anna UGGE’) e dissi: “Signora, sto cercando lavoro. E’ ancora valida quella proposta?”.

 

“Sì è ancora valida. Ma si tratta di pochi giorni”. Andai a trovare questa signora. Mi parlò dell’azienda, la GBM di Segrate. Ora, lei era al corrente di Gamacchio, di Ventura…..

 

 

G.I. – Ha conosciuto Ventura?

 

 

SARTORI – A Napoli, quando venne a trovarmi. Anzi per i primi affari che Ventura mi propose per la Litopress fu la signora UGGE’ a darmi indicazioni e ad appoggiarmi dicendo: “Guardi che io sono molto esperta del settore. L’appoggio io per procurare del lavoro”.

 

Effettivamente è espertissima. E mi aiutò. Fece un giorno il viaggio da Napoli a Roma e lei esprimeva molta fiducia in me, molta stima. E ventura aveva cieca fiducia in lei. E lei me lo riferì e mi garantì che mi avrebbe affiancato nell’opera di agente della Litopress.

 

Naturalmente la signora mi giovò molto anche quando la invitai a rivelare a Roma chi ero io il giorno dell’assemblea della SAMOPAN. Il 20 dicembre, quando dovevamo trovarci tutti dal notaio io dissi: “Signora, prima di andare dal notaio faccia una telefonata e dica che io sono quel Sartori che avrebbe dovuto essere il liquidatore”.

 

Ora, la signora mi parlò di quest’azienda. Senonchè la signora aveva parlato al figlio e il figlio, a più riprese, in varie occasioni mi disse: “Ma signor Sartori, lei non conosce l’architetto della RAI-TV che è in grado di procurare miliardi di fatturato?”. Dissi: “Ma come fai a saperlo?”. “Me l’ha detto mia madre”. Allora ho chiamato la madre. “Sì, gli ho detto che lei lo conosce”. Allora insistettero perché io mi avvalessi, per salvare questa azienda che era salvabile, e adesso è fallita (il fallimento della GBM di Segrate ha fatto scalpore), di questa conoscenza, di questo legame per portare lavoro.

 

Non desideravo certamente prendere contatto con Gamacchio. Ma l’insistenza fu tale! E mi venne alla mente la sollecitazione fattami dal giudice STIZ: “Se lei va a Roma l’avvicini, veda di saperne qualcosa di più”.

 

Così mi venne in mente: probabilmente a spese di questi, interessati ad avviare questa baracca, può anche darsi che io possa andare a Roma e cogliere l’occasione di vedere chi è questo GAMACCHIO. Perché effettivamente nel frattempo era divenuto direttore dell’ERI (Edizioni RAI, nota di G.M.). Andai all’ERI, vidi Gamacchio, consegnai una documentazione voluminosa sul mio curriculum e gli dissi: “Guardi che lei ha appoggiato il suo socio che è un fascista pericoloso”.

 

Non volle credermi. Comunque gli ho detto: “Senta, io sono in un lavoro analogo a quello che avrei dovuto fare. Lei ha la possibilità…?” “Sì, io ho la possibilità a condizione però che questa azienda si avvalga di TOMBA che è senza lavoro”. “Va bene”.

 

Io non è che da questo abbia potuto approfondire molto di più la mia conoscenza su Gamacchio. Ne trassi dei giudizi che sono ancora validi. Ecco come entrai alla GBM, come arrivai.

 

 

G.I. – Mi pare che sempre lei in un discorso accennò al fatto che Ventura….

 

 

SARTORI – Dimostrava di saperne molto più di me, addirittura su queste faccende interne del partito. Sapeva molte cose e diceva anche: “Perché non vi sbarazzate di questi elementi se li ritenete nocivi?”.

 

“Ci siamo già sbarazzati, li abbiamo espulsi. Anche se Pekino continua a sostenerli”. E Ventura: “Se voi li ritenete elementi pericolosi disfatevene, si sopprimano”. E cercava di portarmi su un terreno che mi resi conto di quanto scottasse e quanto importante fosse stabilire se quest’uomo, quello che mi proponeva, fosse un tentativo di vedere, una provocazione od altro.

 

 

G.I. – Lei non abboccava?

 

 

SARTORI – Allora mi disse: “Non occorre sopprimerli, basta farli mettere dentro e sono già fuori combattimento”. Fu quando mi propose che, se io lo avessi ritenuto opportuno, in qualsiasi momento avrebbe lui stesso provveduto a fare eliminare l’elemento fisicamente o a fargli trovare armi o documenti NATO, piani militari in casa sua o in automobile. Su questo argomento tornò quattro o cinque volte.

 

 

G.I. – In che periodo?

 

 

SARTORI – Autunno ’69. Mi fece vedere, venne addirittura la terza volta con dei piani. Lui mi diceva che erano impianti in Puglia. Secondo me erano impianti RADAR. Ma io non ci capisco molto.

 

 

G.I. – Non era per caso la pianta di un aeroporto?

 

 

SARTORI – Non saprei. Mi diceva comunque che erano documenti NATO. Fu così che io gli chiesi: “Ma tu come li hai?”. “Li ho”.

 

 

G.I. – Una risposta poco soddisfacente.

 

 

SARTORI – Però credo che lei conosca Ventura. Non so se l’abbia conosciuto in un’epoca in cui era diverso. Si irrigidiva in un mutismo! Lui capiva che io capivo. Cambiava argomento. Io insistevo. Io mio obiettivo finale era di raccogliere.

 

 

P.M. – I suoi obiettivi finali non hanno avuto esito. In fondo lei non ha raccolto niente. Le i stava attento a non dare fastidio a Ventura. Al momento opportuno, anche quando parlava di argomenti scottanti.

 

 

SARTORI – Senta, io posso affermare questo: che ogni tentativo (e non ne feci molti) di approfondire certi argomenti significava mettere in guardia il Ventura.

 

 

G.I. – Le posso anche dare atto che con Ventura era difficile parlare. Però non altrettanto difficile era far parlare Loredan.

 

 

SARTORI – Loredan sì. Quante volte ho tentato di far parlare Loredan! E faceva il matto, scappava via. Ed io pazientemente quante volte ho tentato! Tant’è vero che ho passato i limiti del consentito per dire al giudice STIZ (glielo scrissi anche, inopportunamente ma glielo scrissi) che mi meravigliava come non avesse setacciato bene il Loredan.

 

Ebbe un argomento convincente per me il giudice STIZ. Disse: “Questo fa il matto e sa fare il matto. Se noi insistiamo su questa pista crolla anche ciò che di vero e di solido abbiamo potuto raccogliere”. Mi pare che poc’anzi dissi che senza il Loredan il Ventura avrebbe potuto fare meno, ma molto meno di quello che fece.

 

Ecco, ora mi rendo conto del loro sbalordimento sul fatto che io non eisgessi di sapere dal Ventura; “chi te li ha dati, come li hai avuti?”. E qui c’è un episodio che può interessare a loro, se non lo conoscono già. Nel febbraio, al ritorno dalla Svizzera (andai perché mi interessava vedere quali contatti avevano Loredan e Ventura in Svizzera), Ventura da Milano non tornò nel Veneto, andò a Roma.

 

Al ritorno da Roma venne da me molto allarmato, come poche volte, e mi disse: “Sai cosa m’è successo? Mentre ero alla stazione di Milano per prendere il treno per venire nel Veneto sono stato avvicinato da due ufficiali dei Carabinieri in borghese iquali, salendo sul treno, mi invitarono a seguirli. Mi interrogarono a lungo sul mio viaggio in Svizzera. Sapevano tutto: dove eravamo stati, come e perché”.

 

Chiesi: “Chi erano?”. “Erano due ufficiali del SID”. Era la prima volta che pronunciava il nome SID e forse anche l’ultima. Stando a quel che m’ha detto il Ventura lo tennero per parecchie ore in interrogatorio. Ma non in una caserma. Mi pare che andassero in un albergo o non so dove. “Ma cosa ti dissero? Come, due ufficiali del SID che sapevano…?” Fu la prima e l’ultima volta che sfuggì il nome SID (che io avevo già nella mente) dalla bocca di Ventura.

 

 

G.I. – Dei rapporti con Nino Massari e Gamacchio le ha detto niente?

 

 

SARTORI – Con Nino Massari, ritengo, il legame era più stretto. In una delle occasioni, l’ultima in cui tentai di dirgli: “Fa una memoria, indicami i nomi delle persone con cui dovrei mettermi in contatto per aiutarti se ti va male” disse: “Comunque vadano le cse, se tu mi volessi veramente aiutare se mi dovesse andar male telefona a Nino a questo numero”. Me lo scrisse lui ed io conservo il biglietto. Mi scrisse anche di suo pugno l’albergo “Dell’oca bianca” dove lui andava spesso.

 

Ho invitato parecchi giornalisti (e nessuno lo fece, che io sappia) ad andare fino in fondo per conoscere i legami tra Diego GULLO (oltre che Diego Giannola) e Ventura. Furono i primi due difensori, mi pare, presso i giudici di Roma.

 

 

G.I. – Una delle domande che volevo fare è se Ventura ha mai commentato gli attentati, gli altri, quelli prima del 12 dicembre, quello al Palazzo di Giustizia, quelli ai treni.

 

 

SARTORI – No, con me mai. Soltanto dopo la denuncia di Lorenzon, dopo i fatti di Milano, ogni volta che veniva sull’argomento affermava e troncava il discorso: “Valpreda è innocente”. La sola cosa che io sia riuscito a cavare da quella bocca. Ed era categorico, perentorio nell’affermare questo.

 

 

G.I. – Quel discorso della riorganizzazione dei partigiani è venuto più fuori dopo? Quando riprese i contatti con lei, nel maggio del ’69, Loredan ha più fatto quel discorso sull’organizzazione militare partigiana?

 

 

SARTORI – Ogni tanto sì, certo. E insisteva per conoscere Gracci. Al punto che si recò a Firenze per prendere contatti (io li misi in guardia ed ho un testimone, il dr. PISANI di Padova) e per sapere su quanti uomini si poteva contare in caso di colpi di Stato.

 

 

G.I. – Questo quando? Dopo il 12 dicembre?

 

 

SARTORI – Sì, prese contatti nel ’70, quando io avevo già messo in guardia il Pisani: “Attenti, è un pericolo! Se viene non riceverlo, non farti vedere.”

 

 

G.I. – A lei questa domanda l’aveva mai fatta prima del dicembre ’69?

 

 

SARTORI – Sì, molto spesso. Io dicevo: “tutti gli antifascisti, gli ex partigiani sarebbero pronti a insorgere e a lottare”. La mia tesi, sostenuta anche di fronte al questore, quando tentarono le perquisizioni in casa mia, in ufficio (all’epoca ancora di SACCHI, nel gennaio ’67, quando trovarono una bomba nella sede della NATO a Vicenza) era e rimane questa: che non c’era bisogno di procurarsi le armi perché il giorno in cui il popolo decide di usarle, sa dove trovarle. Quando il popolo si muove, non quattro rivoluzionari!

 

 

P.M. – Si parlò mai di tecniche, di uso di esplosivi?

 

 

SARTORI – Loredan comunque era l’uomo che parlava di armi. Ventura no, non parlava mai di armi. Loredan senza posa.

 

 

G.I. – Di armi o di esplosivi?

 

 

SARTORI – Di armi e di esplosivi.

 

 

(Fine della testimonianza resa da Alberto SARTORI davanti al giudice D’Ambrosio il 23 agosto 1973)