La lettera di Alberto Sartori a Gracci, dirigente della "Linea Rossa" del PCd'I (m-l) avente lo scopo di spiegare il suo comportamento tenuto nella vicenda della Litopress e nei rapporti con Pietro Loredan e Giovanni Ventura, facenti parte di una cellula neofascista...

 

 

 

 

25 aprile – 5 maggio 1971

Vicenza-Firenze

 

 

Al compagno Angiolo Gracci

Avvocato in Firenze

Via Cavour 25

 

 

Rapporto del compagno A.SARTORI

 

Caro compagno Gracci,

ho voluto essere fedele all’impegno da me formalizzato in occasione delle due lettere del 2 settembre ’70 sulle mie dimissioni dal Partito. In esse concludevo prendendo “solenne impegno con me stesso, così come ho sempre inteso di fare, di agire sempre in modo che tutta la mia particolare esperienza acquisita dal febbraio 1969 ad oggi possa un giorno dimostrarsi vantaggiosa per la causa della rivoluzione socialista. E ciò al di là dei rischi ed anche degli inevitabili “compromessi” (non certo sul piano ideologico e politico!) che ho ritenuto di dover affrontare e che affronterò”.

 

 

Oggi ritengo doveroso farti questo rapporto su tutti gli elementi ormai raccolti negli ultimi due anni nel corso di quella che ho considerato una missione di militante rivoluzionario nel campo nemico.

 

 

Ritengo che i dati che ho raccolto e i documenti che allego siano di grandissimo interesse per sventare tutto il castello di macchinazioni provocatorie e repressive che hanno costituito in questi anni una direttrice fondamentale dell’azione della borghesia capitalistica e del suo potere centrale a livello di presenza dell’imperialismo USA e di azione diretta dallo Stato italiano per spezzare ogni possibilità di sviluppo del nascente movimento rivoluzionario del nostro Paese:

 

 

1) Nell’aprile-maggio 1968 un noto Comandante partigiano veneto militante nel PCI, C. Marconcini di Este, mi invitò ripetutamente, per scritto, ad incontrarmi con altri Comandanti partigiani veneti. Non conoscendo i motivi di tali riunioni non vi aderii. Nel maggio ’68, si presentò da me un certo “conte” Piero Loredan di Treviso a nome dei Comandanti Marconcini, “Spartaco”, “Doralfree” ed altri insistendo perché io partecipassi ad alcune loro riunioni dicendomi che ne avevano già tenute molte.

 

 

Egli mi si presentò quale ex commissario politico di una formazione GL o socialista (non ricordo bene). Facendo entusiastico riferimento al mio discorso dell’agosto 1965 nella commemorazione dell’eccidio di Malga Zonta (in seguito diffuso dall’ANPI) manifestò idee e propositi di “estrema sinistra”.

 

 

Risposi che avrei potuto aderire ai pressanti inviti rivoltimi solo dopo aver conosciuto l’identità di tutti i partecipanti. La cosa non ebbe seguito.

 

 

2) Successivamente ebbi cura di raccogliere notizie su questo personaggio. Lo stesso Comandante Marconcini, poche settimane dopo, in Verona, mi confermò che il Loredan era stato effettivamente un partigiano ed era ora impegnato in una coerente attività resistenziale caratterizzata soprattutto dal fatto che era lui l’organizzatore di quella serie di riunioni tendenti a “riunire le forze venete della Resistenza contro gli incipienti rigurgiti del fascismo”.

 

 

Aggiunse anche che il Loredan era molto noto e stimato negli ambienti della Resistenza e del PCI. Tra i partecipanti alle riunioni mi precisò che vi erano anche segretari di sezione del PCI soprattutto del Bellunese Cadore.

 

 

Infatti più tardi seppi che nella cerchia delle amicizie del Loredan vi erano persone molto autorevoli quali l’on. Vianello di Venezia, la giornalista dell’UNITA? Partigiana Tina Merlin di Belluno e alcuni altri dirigenti del PCI ex-partigiani.

 

 

Ricordo che del Loredan avevo sentito parlare molto spesso prima nella stampa (Il Giorno, L’Espresso) come del “conte rosso” impegnato in ricerche matematiche ed esperimenti agricoli. Veniva addirittura presentato come un ricco agrario progressista che aveva avuto intenzione di trasformare la propria azienda in un Kolkoz. In epoca più recente seppi da lui stesso e dal suo amico conte GUARNIERI (ex partigiano membro di una missione militare americana durante la guerra di liberazione) che persino l’attuale Procuratore della Repubblica di Treviso (ex collaboratore del CLN di Venezia) dott. Palminteri, era spesso suo ospite nel ristorante di Venegazzù.

 

 

3) Dopo la mia scarcerazione da Trieste (luglio ’68) per la mia attività di direzione alla manifestazione di massa nello sciopero del giugno, il Loredan venne ad esprimermi la sua solidarietà manifestandomi le sue intenzioni di partecipare concretamente alla sottoscrizione per il sostegno del PCd’I (m-l) ciò che fece in seguito, una sola volta, per la sottoscrizione aperta per la nostra stampa. In questa e in successive occasioni il Loredan mi fece le seguenti proposte e richieste:

 

 

a) Fare ottenere dall’ambasciatore albanese di Roma un visto di ingresso in Albania per un suo amico giornalista di cui non mi rivelò il nome, ma che mi disse essere de L’Espresso. Per questo, a visto ottenuto, il Loredan garantiva una sottoscrizione di cinque milioni. Lasciò poi cadere la cosa, fatto che mi insospettì.

 

 

b) Proporre una visita alla sua azienda da parte di una qualificata delegazione  albanese per comunicare loro quello che egli definiva un suo segreto circa “ibridi di granoturco” che avrebbero consentito di quintuplicare la produzione. Per questo egli mi consegnò alcune pannocchie di granoturco che conservai presso il mio ufficio di Milano. Di ciò ne parlai ai compagni, ma non si ritenne di dar seguito alla cosa.

 

 

c) Asportare dalla sua azienda alcuni razzi antigrandine per farli giungere in un paese socialista (Albania o Cina) dove si sarebbe dovuto sperimentare un congegno da lui stesso ideato rudimentalmente per trasformare tali razzi verticali in tiro diverso.

 

 

Malgrado tutte le insistenze non volli mai aderire alla sua proposta che rafforzò i miei sospetti. Infatti la proposta era in sé ridicola, ma sapeva già di provocazione. Su questo argomento tentai di saperne di più e gli chiesi dettagli. Il Loredan mi precisò che tutte le grosse aziende agricole delle zone esposte alla grandine possedevano rilevanti stocks di tali razzi. Egli mi offrì una mappa di tali aziende agricole che però mai consegnò. Di tutto ciò riferii ai compagni e anche su questo decisero di non dar seguito. Da allora non ebbi più occasione di rivedere il Loredan fino al 29 aprile 1969 a Napoli.

 

 

4) Il 28 aprile del 1969 ricevetti a Napoli (dove lavoravo) una telefonata da Loredan che aveva ottenuto il mio indirizzo da mia moglie dopo essersi raccomandato a lei di fornirglielo avendo cose urgentissime da riferirmi. Mi preannunciava il suo arrivo a Napoli per l’indomani.

 

 

Giunse in aereo e venne a trovarmi nell’albergo dove risiedevo.

 

 

Si presentò accompagnato da un giovane che disse chiamarsi “Alberti”. Mi propose di assumere la direzione amministrativa di un’azienda tipolitografica che già esisteva (Litopress s.r.l.) che egli “ed altri” intendevano potenziare fidando però nelle mie capacità organizzative e professionali.

 

 

Risposi che pur essendo impegnato nel mio lavoro a Napoli avrei potuto esaminare tale proposta alla condizione di potervi collaborare con un mandato di rappresentanza e non come amministratore o dirigente essendo questo incompatibile con la mia qualità di militante m-l.

 

 

Fu in tale occasione che il Loredan richiese all’”Alberti” – presentatosi come amministratore della Litopress s.r.l. – di mostrarmi alcuni documenti che definì “schede segrete della massima importanza per il movimento rivoluzionario”. Ne presi attenta visione. Erano una diecina di schede contrassegnate con sigle e numeri e di data molto recente.

 

 

Tali schede concernevano:

 

 

a) L’organizzazione capillare di tutti i movimenti della sinistra extra-parlamentare italiana, europea e USA. Vi erano specificati dirigenti, giornali e sedi. Spiccava al primo posto in Italia, l’organizzazione del Partito Comunista d’Italia (m-l). Vi era anche una “scheda di aggiornamento” sul PCd’I (m-l) –linea rossa dove figuravano i componenti della segreteria: DINI, SARTOI, GRACCI;

 

 

b) alcune schede con dati e foto su personaggi dell’URSS che avevano stretti rapporti con l’Occidente, con la Repubblica Popolare Tedesca e quella Rumena;

 

 

c) una scheda concerneva un certo “gruppo Heidelberg”, segreto, facente capo al principe Bernardo d’Olanda e con il nome di tutti i suoi componenti rappresentati dall’alta finanza internazionale: da Rockfeller, a Rotschild, ecc. e, per l’Italia, ricordo i nomi di Agnelli, Manlio Brosio, La Malfa e Rumor. Si precisava che tale gruppo era solito riunirsi almeno una volta l’anno in località segreta e che l’ultima volta, nel 1968, la riunione era avvenuta a La Spezia;

 

 

d) una scheda concerneva la CIA ed il finanziamento di questa a varie riviste della “sinistra” e tra queste ricordo la “Monthly Review”. Si precisava che tali finanziamenti risalivano ai più stretti collaboratori di Kennedy;

 

 

e) una scheda indicava dettagliatamente i nomi di tutti i dirigenti italiani e europei di origine ebraica facenti capo ai più vari gruppi della sinistra extraparlamentare e i componenti delle redazioni delle rispettive pubblicazioni.

 

 

Simulai un relativo interesse e chiesi se avrei potuto avere una copia o fotocopia. Mi si promise che ciò sarebbe avvenuto in seguito. Non mi si volle rivelare la fonte dei documenti. Chiesi se fossero stati in grado di procurarmi le schede concernenti i movimenti di destra. Mi si promise che ciò sarebbe stato fatto. In effetti, qualche mese dopo, dietro mia insistenza mi fu sottoposta tale scheda che mi si rivelò un autentico bluff in quanto le notizie erano di poca importanza e vi si faceva riferimento a finanziamenti del petroliere Monti a quei movimenti.

 

 

Al riguardo, in altra occasione, il Loredan mi disse che il Monti sarebbe stato l’unico esclusivo importatore e distributore della vodka russa in Italia.

 

 

Mai, nonostante le insistenze, mi furono consegnate le copie o fotocopie delle schede. Anche su questi fatti riferii ai compagni.

 

 

Circa la visita LOREDAN - “ALBERTI” (che poi seppi chiamarsi Giovanni Ventura) mi colpì il fatto dell’assoluto mutismo di quest’ultimo. Egli durante il lungo colloquio (di circa 6 ore) si limitò solo a prendere dalla sua borsa le schede, passarle a Loredan, che me le sottopose, a ritirarle poi dalle mani del Loredan e riporle nella sua borsa. Questo atteggiamento si ripetè spesso ed anche più tardi quando, ai primi del gennaio 1970, il Ventura, cercandomi a casa, mi raggiunse in una locanda dove alloggiava il compagno GRACCI che in quel momento stava cenando con me.

 

 

Volli approfittare della circostanza per avere un giudizio dal compagno Gracci sul personaggio. Anche in tale occasione, dopo una lunga esposizione di Gracci sulla linea politica dei marxisti-leninisti in Italia, il ventura non rivelò il suo pensiero. Dal che il compagno Gracci ebbe a mettermi subito dopo sull’avviso per quell’atteggiamento strano che lasciava adito ad ogni sospetto. D’altra parte io stesso, alla presenza del Ventura, avevo precisato fin dall’inizio della conversazione proprio per stimolarne la reazione e il disvelarsi del suo effettivo pensiero, che nonostante la conoscenza da mesi sul piano dei contatti professionali, non mi sentivo di poter ancora esprimere alcun giudizio su di lui.

 

 

5) nell’ottobre 1969 il Loredan mi fece sapere che l’iniziativa Litopress era avviata e che egli si era già impegnato in essa col finanziamento fideiussorio di 20 milioni sui 90 programmati e che pertanto, in base alla mia promessa di accettarne il mandato di rappresentanza come procacciatore d’affari tipolitografico, avrei dovuto lasciare immediatamente il mio lavoro a Napoli. Mi riservai di farlo solo sulla base di un mandato ufficiale di rappresentanza come collaboratore esterno.

 

 

Tale mandato mi fu inviato il 17 novembre 1969, ma fu integrato della parte relativa alle mie provvigioni il 18 dicembre 1969.

 

 

6) Come è noto ai compagni la missione che dovevo svolgere a Napoli poteva considerarsi già all’epilogo con la conoscenza dei dati relativi allo scandalo POA e a quello di Assisi. Su quest’ultimo fu interessato dapprima l’on. CAPRARA (de Il Manifesto) con tre successivi tentativi telefonici fattigli in Napoli nella prima quindicina di dicembre e poi l’on. ANDERLINI (sinistra indipendente) già noto per aver fatto esplodere lo scandalo SIFAR e quello della cedolare d’acconto del Vaticano.

 

 

A lui scrissi in data 23 dicembre. Non avendone ottenuto risposta, il 28 dicembre mi incontrai col capogruppo PSIUP della Camera, on. CERAVOLO, in Padova alla presenza di compagni per affidargli il compito di smascherare in Parlamento i due scandali.

 

 

Ciò non ebbe seguito e avendo nel frattempo ricevuto positiva risposta dal senatore Anderlini, si decise di affidargli la documentazione necessaria. Egli accettò di occuparsi solo dello scandalo di Assisi riservandosi di consultarsi con PARRI allo scandalo POA.

 

 

In sede di partito fu proposta la diffusione del noto volantino per denunciare alle masse gli scandali degli industriali di Assisi e di altri scandali di cui le masse erano vittime.

 

 

I compagni sanno come tale proposta fu avversata e poi bocciata dalla maggioranza dell’ufficio politico (m-l, nota G.M.) dell’epoca. Sartori e Gracci furono messi in minoranza.

 

 

7) L’8 dicembre 1969 appresi nuovi elementi sulla strana attività del Ventura. Questi – come poi preciserò – mi era stato presentato dal Loredan come elemento decisamente orientato verso la sinistra e lui stesso ebbe in varie occasioni a confermarmelo portandomi anche precise referenze di suoi rapporti con militanti della sinistra extraparlamentare (Ideologie, UCI, Rossi Landi, Melis, Di Marco, Leonetti, Quaranta, Sabbatini e altri).

 

 

In una visita che il Ventura mi fece quel giorno mentre ero a letto ammalato, mi precisò alcuni aspetti di una attività editoriale che ignoravo e si riferiva alla “Enneesse” che stava per pubblicare un cofanetto di tre volumi dell’anarchico “Max Stinrner” di cui mi mostrò la copertina. Mi disse inoltre che era venuto per chiedermi un consiglio sulla insistente richiesta fattagli a Roma dall’amministratore di “Servire il Popolo” che, con altri, gli aveva proposto di curarne la stampa sempre attraverso la editoriale “Enneesse”. In tale occasione mi dette un numero di “Ideologie” col sottotitolo “Che fare” e mi disse di essere da tempo il diffusore esclusivo di tale rivista nel Veneto. Seppi in seguito che la sorella del fascista Freda era la moglie del prof. Melis allora con dirigente di quella rivista.

 

 

Tutti questi elementi e referenze accentuarono la mia volontà di approfondire la personalità e le attività del Ventura. Allora ebbi un momento di debolezza e mi lasciai andare con una espressione che tendeva a provocare in lui una qualche reazione rivelatrice e gli dissi testualmente “Se sei un provocatore hai mirato troppo in alto e ciò dovrebbe darti il capogiro”. Al che non reagì, come al solito spostò la mia attenzione sull’argomento “Litopress” di cui mi esibì un recente atto costitutivo.

 

 

Da esso potei apprendere come socio del Ventura fosse anche un tale architetto Piero Gamacchio di Roma (del PSI) già direttore della “LERICI EDITORE” e molto amico di SANDULLI, già presidente della Corte Costituzionale e all’epoca, presidente della RAI-TV.

 

 

Dal documento potei constatare quanto il Ventura aveva affermato con il Loredan per indurmi ad accettare il mandato di rappresentanza offertomi:

 

 

a) che il Gamacchio garantiva contrattualmente un fatturato annuo minimo di un miliardo per il periodo minimo di cinque anni e con un utile minimo del 15% (quindici per cento). Tra i contratti previsti c’era anche quello dei manifesti per la campagna per la sicurezza stradale del Ministero dei Lavori Pubblici per un importo di centinaia di milioni.

 

b) il Ventura mi annunciò che il suo socio Gamacchio sarebbe divenuto (come infatti divenne) direttore delle edizioni RAI-TV e che, con ciò, il volume degli affari della “Litopress” sarebbe considerevolmente aumentato. Il Ventura, che era il maggiore quotista, avrebbe dovuto garantire l’acquisizione delle attrezzature per far fronte a tale mole di produzione oltre a quella che avrei io stesso dovuto assicurare come collaboratore esterno.

 

Mi ribadì l’impegno della “Litopress” di corrispondermi comunque Lire 250.000 mensili a titolo di rimborso forfettario delle spese e L. 250.000 per compenso professionale.

 

 

A questo riguardo devo notare che fin dall’aprile 1969, quando il Loredan mi propose di collaborare per la Litopress, io avevo posto alcun condizioni:

 

 

A) che mi fosse garantito comunque il compenso di cui sopra essendo impegnato non solo a fronteggiare le scadenze economiche conseguenti al fatto che negli ultimi anni avevo dato tutto quello di cui potevo disporre per il finanziamento del movimento m-l prima, e del Partito in seguito, ma anche a corrispondere al mio Centro una adeguata quota come autotassazione mensile per il mio Partito;

 

B) che avrei potuto disporre liberamente, in veste di collaboratore esterno, del tempo necessario ai miei impegni politici più urgenti;

 

C) che con l’acquisto delle nuove attrezzature la “Litopress” mi avrebbe ceduto un piccolo impianto offset per la nostra stampa.

 

 

8) Sempre in occasione di quella visita (8 dicembre ’69) il Ventura, nel lasciarmi, mi consegnò un opuscolo che parlava di un “Fronte Rivoluzionario” chiedendomi di distruggerlo dopo averlo letto. Poiché nel frattempo, immediatamente dopo la strage di Milano (12 dicembre 1969), c’erano state centinaia di perquisizioni e arresti di compagni, lo distrussi.

 

 

Alla fine del dicembre, cioè dopo pochi giorni, il settimanale Panorama (n.193 del 25 dicembre) pubblicava stranamente un servizio sulla sinistra extraparlamentare in cui si riprendeva ampiamente il contenuto del 27 aprile de Lo Specchio (ripubblicato integralmente da questo il 21 dicembre!).

 

 

In questo servizio, a pag. 26, parlando del Partito Comunista d’Italia (m-l) – Linea Rossa – mi si citava come “fondatore di un gruppo interno chiamato “Fronte Rivoluzionario”. Era evidente la strana quasi-coincidenza in due pubblicazioni apparentemente diverse nel riferimento a questo fantomatico “Fronte Rivoluzionario”.

 

 

9) La mia attenzione successivamente ebbe modo di fermarsi sulla ancora più strana ripetizione su Lo Specchio, organo notoriamente di estrema destra, e portavoce diretto in Italia della CIA e dell’imperialismo USA in generale. Infatti nel n.17 del 27 aprile 1969, uscito nelle edicole almeno quattro o cinque giorni prima, Lo Specchio attaccava in tutta la prima pagina e per buona parte del testo le sinistre rivoluzionarie con un “Rapporto sui commandos rivoluzionari italiani. Abbiamo scoperto le centrali della sovversione”.

 

 

Perciò tale rapporto era stato scritto, stampato e messo in circolazione “nell’imminenza delle bombe del 25 aprile alla Fiera di Milano”. Ma ancora più gravemente significativo, fino al punto di poter costituire un elemento di conferma del piano di diversione e di provocazione attuato dai mandanti della strage di Milano e programmato dalle loro centrali imperialiste-capitaliste e fasciste, è il fatto che anche in occasione della strage del 12 dicembre alla Banca dell’Agricoltura a Milano, Lo Specchio tornò a pubblicare integralmente lo stesso servizio pubblicato in coincidenza degli attentati dell’aprile.

 

 

Infatti nel n.51 del 21 dicembre, apparso nelle edicole già dal 16, ma evidentemente stampato qualche giorno prima e quindi deliberato razionalmente ancora una volta nell’imminenza delle nuove bombe del 12, Lo Specchio tornava ad indicare il Partito Comunista (m-l) – Linea Rossa – come il “GRUPPO UNO” dei commandos della sovversione. Tutto ciò con ripetizione della implicazione dei nomi della segreteria, tra cui il mio.

 

 

10) Il 23 dicembre 1969 lasciavo Napoli assicurandomi il mantenimento di contatti utili a non disperdere il lavoro politico già compiuto in quella zona e riprendevo contatto col Partito partecipando il 28 all’incontro con l’on. Ceravolo per la denuncia dello scandalo di Assisi. Nei giorni seguenti ebbi altri incontri con i compagni dove si discusse e decise quanto ho già detto per la denuncia pubblica di tale scandalo.

 

 

11) nel febbraio 1970 esplose sulla stampa il caso Ventura-Lorenzon. Tentai in ogni modo di conoscere il retroscena poiché solo allora mi fu chiaro che il Ventura (come il Loredan) non potevano essere estranei quanto meno a una grossa manovra di diversione nel tentativo di coprire le centrali di provocazione, i mandanti e i complici contro una vasta, articolata e capillare azione pluriennale di “copertura a sinistra”.

 

 

Per me era ormai diventato evidente, così come ad altri compagni, che l’attacco repressivo forsennato e indiscriminato scatenato dall’apparato della dittatura borghese, in concomitanza con la campagna della stampa fascista e imperialista, contro tutto lo schieramento della sinistra extraparlamentare, si saldava e si completava con l’alibi provocatorio di elementi reazionari e fascisti riusciti a mimetizzarsi su posizioni sinistrorse.

 

 

In modo particolare mi apparve chiaro che l’insistente offerta di lavoro per la “Litopress” fattami dal Loredan, la stranezza del comportamento del Ventura, la questione dei documenti segreti, le insistenze per entrare in contatto con i compagni albanesi, la ricerca ostentata di svolgere anche una attività editoriale di estrema sinistra (vedasi anche le pubblicazioni Litopress-Lerici per i movimenti di liberazione del “Terzo Mondo”) costituivano altrettanti momenti tattici di un unico piano strategico che doveva ad ogni costo essere verificato e smascherato fino in fondo.

 

 

12) Con molta cautela e mostrandomi sorpreso, cominciai a chiedere al Ventura conto di quanto diceva la stampa sul suo conto. Furono tali e tante le referenze di “sinistra” che egli contrapponeva ad ogni mia espressione di dubbio, che finsi di essere convinto e tranquillizzato sulla sua estraneità ai fatti imputatigli.

 

 

In particolare egli mi aveva informato del suo pluriennale contatto coi professori FRANZIN, QUARANTA e MARIO SABBATINI di Padova e con molti altri intellettuali di sinistra coi quali stava programmando una collana di edizioni di testi di marxismo-leninismo.

 

 

Fu così che potei accertare i vecchi, frequenti rapporti tra il Ventura e quegli intellettuali che mostravano per lui grande considerazione e che garantivano del suo antifascismo. A questo proposito Quaranta e Franzin mi informarono su tutta una serie di iniziative che già da anni andavano attuando in collaborazione col Ventura (conferenze sull’antifascismo e Resistenza tenute da loro stessi a Treviso nei locali del Ventura, pubblicazioni rese possibili attraverso la sua attività di editore). D’altra parte avevo potuto sincerarmi che il Ventura aveva partecipato a parecchie riunioni di partigiani promosse dal Loredan negli anni precedenti.

 

 

13) Per quanto riguarda i programmi editoriali del Ventura – Quaranta – Franzin, essi comprendevano la stampa di libri di noti autori di sinistra che avevano preso accordi con essi al riguardo. Tra questi autori, coi quali Ventura, Quaranta, Franzin dissero di aver stabilito rapporti di collaborazione, mi citarono i nomi: Lio Bettin, Silvio Lanaro, A.Melis, A. Banfi, Marco Dogo, Giancarlo Boccotti, Lello Puppi, Luigi Geymonat e Mario Geymonat ed altri che figurano con i titoli delle loro opere nel programma editoriale SBL del 1970. 

 

 

Tutta questa eccezionale massa di referenze e di impegni politico-editoriali “a sinistra”, in realtà mi convinsero sempre di più che c’era qualcosa di losco e di complesso che si era cercato di coprire. Infatti conclusi che questa mole di referenze non era sufficiente a fugare in me i dubbi sempre più gravi sorti sulla base delle fragilissime giustificazioni addotte dal Ventura per giustificare il comportamento del Lorenzon.

 

 

Nel maggio 1970 lessi l’intervista del Lorenzon pubblicata sul n.10 de Lo Specchio dell’8 marzo ’70. “Smascheriamo la manovra delle sinistre per sviare le indagini sulla strage di Milano. COME SI INVENTA IL TRITOLO DI DESTRA”.

 

 

Notai che il giornale fascista aveva assunto netta impostazione difensiva in favore del Ventura. Alla prima occasione lo feci notare a questi. Egli mi rispose esprimendo indignazione con queste parole “Questa è la più grande vendetta dei miei ex camerati per rovinarmi”. Insistetti sull’argomento: “Ma perché mai il Lorenzon avrebbe poi ritrattato la sua ritrattazione?”.

 

 

Ventura rispose “Non ho da preoccuparmi poiché la verità finirà per trionfare e il Lorenzon sa bene che sono io che potrei denunciarlo nel caso in cui fossi maggiormente compromesso dal suo comportamento”. Incalzai “E perché?”. Dopo aver esitato, il Ventura mi disse: “Il Lorenzon ha collaborato con me nel passato e mi ha fornito, quando era ufficiale nel Friuli, tutti gli indirizzi degli ufficiali in SPE dell’esercito che erano un segreto di Stato”.

 

 

Alla mia domanda di quale uso ne facesse, dopo nuova esitazione mi rispose: “Ci servivano per inviare della stampa”. Mi astenni allora dal fare altre domande per non allarmarlo. In tale occasione mi disse anche che avrebbe denunciato il Lorenzon per avere questi, tempo prima, nascosto armi a un tale Barnabò il cui nome il Ventura mi aveva già fatto in due occasioni quando mi disse che costui era il depositario del suo alibi per il 12 dicembre.

 

 

Seppi in seguito che il Barnabò padre era stato un importante e ricco gerarca fascista di Venezia. Ventura mi precisò (e poi Loredan ebbe a confermarmi) che il Barnabò era anche amico del Loredan ed era stato in trattative per l’acquisto della sua azienda agricola quando il Loredan, dopo l’esplosione del caso Ventura-Lorenzon, aveva deciso notoriamente di vendere l’azienda per espatriare in Argentina. Successivamente venni a sapere che il cuoco che aveva lasciato il ristorante “La Falconera” del Loredan era stato il cuoco di Mussolini e poi di Peron.

 

 

14) La fragilità dell’apparente muraglia di alibi “di sinistra” di cui disponeva il Ventura sul caso sollevato dal Lorenzon e la ancora maggiore fragilità dell’alibi sul 12 dicembre che, secondo le sue stesse rivelazioni, gli avrebbe fornito un elemento come il Barnabò, mi riportò alla memoria con vivezza, un episodio avvenuto nei primi giorni del giugno 1969.

 

 

In quell’epoca mi trovavo per pochi giorni a Vicenza dove il Ventura mi fece visita per ragguagliarmi sul programma Litopress e sugli imminenti finanziamenti del Loredan.

 

 

Prima di lasciarmi egli mi rivolse una strana domanda. Mi chiese se fossi esperto di esplosivi e quindi se sapevo perché una bomba potesse non esplodere sott’acqua. Gli risposi che, pur non essendo un tecnico in materia, ritenevo che tutto dipendesse dal tipo di bomba. Chiesi comunque il perché di tale domanda e il Ventura, assumendo un atteggiamento evasivo e scherzoso e dandomi la netta sensazione di voler lasciare cadere il discorso, mi disse “Bah!....Hanno fatto cilecca!”. Tentai invano di riportare il discorso su questo argomento, ma il Ventura eluse il tema e si congedò.

 

 

Comunque non attribuii allora una particolare importanza all’episodio considerando fosse un sondaggio sul grado delle mie conoscenze di tecnica militare partigiana.

 

 

Soltanto dopo il caso sollevato dal Lorenzon tornai più volte a ricollegarmi anche a quell’episodio. Tuttavia, anche se talvolta mi sentii portato a far passare in primo piano il significato di questo episodio, considerai sempre di primaria importanza (per la missione che mi ero prefisso e cioè lo smascheramento più completo e inoppugnabile della trama della provocazione fascista che mi si andava mano a mano svelando) giungere ad acquisire prove certe della falsità della copertura “di sinistra” di quello che si rivelava sempre più un gruppo di agenti provocatori.

 

 

15) Nell’estate 1970 Ventura fu prosciolto dal Magistrato di Roma. Ventura mi dette una delle fotocopie della sentenza di proscioglimento che Freda, Quaranta e Franzin diffondevano in centinaia di copie.

 

 

Dopo un primo momento di perplessità, decisi di non desistere dalle indagini perché, anche se non fosse potuo risultare – dopo tutto le indagini della magistratura e dell’apparato ingente messo a sua disposizione – che il Ventura era implicato negli attentati, sicuramente gli elementi già in mio possesso me lo facevano considerare un pericoloso provocatore operante in direzione e dentro il movimento della sinistra.

 

 

16) Dopo il proscioglimento del Ventura, si accentuarono gravi contraddizioni tra il Ventura, il Loredan e il Guarnieri. Mentre il Loredan voleva troncare tutto ed espatriare, il Guarnieri voleva mantenere gli impegni con la Litopress. Ricordo, anzi che il Loredan in quell’epoca si mostrò particolarmente allarmato per le rivelazioni fatte dal Lorenzon a seguito delle “confidenze” del Ventura ed ebbe a dirmi, in varie occasioni: “è inconcepibile come Ventura abbia potuto confidarsi col Lorenzon. Certamente, per questo, prima o poi lo faranno fuori”.

 

 

L’impressione prodottami da queste parole fu grande. Capii che anche Loredan doveva saperne molto di più di quanto avesse cercato di far apparire. Accentuai l’attenzione sul suo comportamento che mi apparve come quello di uno che teme qualche pericolo.

 

 

Certamente la mia situazione era diventata difficilissima, perché mentre da una parte non avevo avuto alcun compenso dalla Litopress neppure a titolo di rimborso spese, se non dietro lo sconto di cambiali di comodo, per cui la mia situazione economica, già grave dal 1968, aveva raggiunto limiti insostenibili, dall’altra parte sentivo che dovevo resistere ancora per portare a termine il mio compito e conseguire prove più precise. Già nel marzo, prevedendo il peggio per la Litopress, avevo tentato di cercarmi un altro lavoro ed avevo trovato una possibilità presso la Vittadello-Abital.

 

 

Senonchè non la potei curare a fondo perché ciò avrebbe implicato il completo abbandono dei contratti con la Litopress e conseguentemente con quelle tracce di indagine che andavo seguendo. Fu in quel mese che conobbi per la prima volta il conte Giorgio Guarnieri, amico di Loredan, che aveva contribuito in maniera prevalente al finanziamento della Litopress.

 

 

17) Verso la fine dell’agosto 1970 mi si presentò l’occasione di esaminare una documentazione autografa del Loredan che provava essere egli un dirigente di Ordine Nuovo.

 

 

Partecipai immediatamente la notizia ad alcuni compagni e consegnai loro la fotocopia.

 

 

Tutta la situazione che si era venuta profilando aveva fatto un “salto qualitativo” di grande importanza perché i numerosi elementi e dati raccolti in precedenza e su varie piste per delineare le dimensioni, le caratteristiche, le finalità, i collegamenti centrali e i metodi di questo gruppo di provocatori fascisti erano inquadrabili in un preciso disegno che aveva ormai assunto dimensioni nazionali.

 

 

Così fu valutato dai compagni dirigenti del Partito. Tuttavia, perché proprio nel lungo isolamento in cui avevo operato dal febbraio 1969 in mezzo a difficoltà e rischi inusitati, avevo senz’altro potuto commettere qualche errore tattico che poteva espormi politicamente alle ritorsioni e insinuazioni degli avversari (ciò fa parte dell’esperienza della lotta politica avanzata), ritenni doveroso come militante cosciente di presentare le dimissioni dal Partito. Ciò feci nei primi del settembre ’70.

 

 

18) Interessante è illustrare brevemente, a questo punto, alcuni aspetti dell’azione di infiltrazione-copertura degli agenti provocatori compiuta attraverso la strumentalizzazione delle sigle, delle formule organizzative e delle esigenze di propaganda proprie del movimento marxista-leninista e dei validi “sostegni” di cui essi dispongono nell’apparato statale:

 

A) il Ventura, figlio di un gerarca locale della repubblica sociale e della dirigente del movimento femminile DC della zona di Castelfranco Veneto, ha ricevuto il più valido sostegno politico presso la Questura di Treviso e presso istituti bancari anche di Roma, dalla onorevole Tina ANSELMI, ex partigiana e dirigente nazionale dell’organizzazione femminile della DC;

 

B) il questore di Treviso – secondo il Ventura – preparò su lui un favorevolissimo rapporto. Nella questura di Treviso Ventura godeva di varie amicizie, tra cui quella di una ispettrice della polizia femminile che, secondo quanto rivelatomi dal Ventura, lo teneva da tempo informato sulle iniziative della magistratura nei suoi confronti e che poi lo consigliò a scegliersi un legale di sinistra, indicandogli l’avv. SORGATO di Venezia (PSI);

 

C) il Ventura, sempre all’epoca del caso Lorenzon, mi rivelò, allo scopo di rassicurarmi, che il suo socio architetto Gamacchio aveva fatto intervenire presso il giudice CUDILLO lo stesso Sandulli, ex presidente della Corte Costituzionale;

 

D) in occasione dell’inchiesta a seguito dell’incriminazione di Valerio BORGHESE, avendo appreso dalla stampa come fossero sospettati alcuni dirigenti della SIP, mi ricordai un episodio e rintracciai un ritaglio nel quale figurava un numero di telefono ed un nome che io conobbi nell’agosto ’70. Fu quando accertai che il Ventura poteva telefonare all’estero senza la registrazione della comunicazione e senza spesa. Dalle indagini svolte seppi che quel numero corrispondeva alla direzione dell’azienda di Stato per i servizi telefonici di Venezia. Il numero e il cognome del funzionario furono da me segnalati all’avvocato GALLO e da questi dati al magistrato;

 

E) il comunicato stampa che l’editore Ventura fece dopo il suo proscioglimento in istruttoria, venne redatto e diffuso dai professori Mario QUARANTA ed Elio FRANZIN di Padova, da anni molto noti nel movimento marxista-leninista perché promotori con altri della prima pubblicazione marxista-leninista apparsa in Italia nel 1962 con “Viva il Leninismo!”. Inoltre avevano promosso – e dirigono – il giornale “La sinistra universitaria” che oggi risulta finanziata dal Ventura che contemporaneamente finanzia il FUAN (associazione universitaria missina, nota G.M.).

 

 

I due professori, fino a tempo addietro e per molti anni sono stati dirigenti nazionali della “Lega dei comunisti marxisti-leninisti” che fa capo a DUSE e furono redattori della rivista della Lega “Il Comunista”. Essi infine, sono stati promotori e sono massimi dirigenti dei cosiddetti “Collettivi di studio del pensiero di Mao Tse Tung”.

 

 

A collaborare a questi “collettivi” essi tentarono di chiamare insistentemente, ma invano, con varie lettere i compagni SARTORI e GRACCI del Partito Comunista d’Italia (m-l). Promossero poi un “collettivo di studio” sui problemi della lotta di liberazione in Italia al quale chiamarono quei compagni del PCd’I (m-l) e proponendo la stesura di un libro con la loro prefazione (episodio bozze);

 

 

F) sin dall’agosto ’70 i due professori annunciarono la pubblicazione di un libro intitolato “Un alibi per la strage di Stato”, pubblicato in seguito col titolo “Gli attentati e lo scioglimento del parlamento”. Pensai di dover favorire l’uscita di tale libro poiché sapevo che il Ventura si era impegnato di fornire agli autori le “schede segrete su tutti i movimenti e le organizzazioni della destra fascista” che gli avevo invano richiesto dall’aprile ’69.

 

 

Seppi in seguito che tali schede furono effettivamente fornite al Quaranta dal Ventura e che furono dal primo inspiegabilmente mutilate. Ventura mi disse che Quaranta gli aveva proibito di darmene una copia impegnandolo a non rivelarmelo. La stampa del libro fu completamente finanziata dal Ventura. Nel libro si tenta di insinuare in due occasioni (volantino di Imperia e Libreria Ezzelino di Padova) che elementi di destra avessero potuto insinuarsi in alcune istanze del PCd’I (m-l);

 

 

G) un altro provocatore ben noto è certo Claudio ORSI di Ferrara, dirigente nazionale dell’organizzazione ultrafascista di “Giovane Europa”, il quale dirige ora una presunta “Associazione Italia-Cina” e scrive anche lettere in nome dei “collettivi di studio del pensiero di Mao Tse Tung” organizzati, come già detto, dai due professori di Padova.

 

 

19) Nel gennaio 1971 pervenni al preciso convincimento che Quaranta e Franzin non avrebbero collaborato con me, così come si erano impegnati dietro mia esplicita richiesta fatta loro fin dal giugno 1970 per scoprire la vera identità politica del Ventura.

 

 

Fu allora che mi decisi a compiere un rischioso tentativo: prendere diretto contatto con una persona che ritenevo molto legata al Ventura, ma in buona fede, certo Italo Gallina di Treviso. Il tentativo fu positivo perché egli, pur dopo molte riflessioni, si decise a dirmi quanto sapeva e potei in tal modo completare il mosaico dei rapporti effettivi tra il Ventura e il Lorenzon, il Ventura e il Freda, il Ventura e Quaranta e Franzin.

 

 

Nel marzo, dopo vari incontri, lo convinsi a rivelare davanti a testimoni (i partigiani avvocati GALLO  e BETTIN  di Vicenza) quanto mi aveva confidato. In precedenza avevo fatto stabilire un contatto tra il compagno GRACCI e BETTIN e avevo incaricato l’avv. GALLO, dirigente nazionale dell’ANPI, di fare l’uso più opportuno e tempestivo delle notizie che gli avevo fornito su tutta la situazione.

 

 

E’ stato così che, dopo cauti contatti dell’avv. GALLO col magistrato inquirente STIZ di treviso, GALLINA dapprima ed io in seguito, facemmo volontarie deposizioni al giudice. A questi fornii una parte della documentazione di cui disponevo.

 

 

20) Estremamente significativi sull’azione di provocazione fascista verso il PC d’I (m-l) sono stati due tentativi compiuti dal Loredan nell’imminenza delle elezioni del giugno ’70 e che mi furono narrati dai compagni. In quel frangente il LOREDAN, dopo ripetute telefonate di aggancio, si presentò al compagno GRACCI a Firenze e con fare misterioso, lo informò che erano prevedibili tentativi di instaurazione di una repubblica presidenziale attraverso un colpo di mano, ma che una parte dell’esercito e degli stessi Carabinieri era pronta ad intervenire per impedirlo.

 

 

Anzi il Loredan invitò insistentemente il compagno GRACCI a prendere contatto con un maresciallo dei carabinieri in borghese a Treviso che attendeva di potersi incontrare con lui per prendere gli accordi del caso.

 

 

Il Loredan si rivolse anche al compagno PISANI di Padova, chiedendogli su quanti uomini poteva contare a Padova in caso di emergenza.

 

 

Questa esposizione riferisce alcuni aspetti, i più salienti, della manovra messa in atto da una banda di provocatori, i quali indubbiamente non hanno operato né da soli, né a caso, ma in un preciso momento della lotta politica in corso nel nostro Paese e in una precisa direzione. Questi aspetti ed elementi di informazione, che spetta ad altri vagliare, valutare e collegare nel loro peso e in tutte le loro implicazioni, sono stati raccolti attraverso quella che mi sento in diritto di definire una autentica missione di militante comunista nel campo nemico.

 

(ALBERTO SARTORI)