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Bosnia e Kosovo: i rischi di un focolaio jihadista nel cuore dell’Europa

 

 

 

di Veronica Castellano  8 aprile 2015

 

A vent’anni dalla fine del conflitto che ha disgregato la Jugoslavia, alcune aree dei Balcani restano segnate da un’economia stagnante, da istituzioni deboli e da forti tensioni interetniche e interreligiose, le stesse che diedero impulso alla guerra negli anni ’90. Il perdurare dell’instabilità nella regione ha alimentato un clima di generale insoddisfazione e alienazione sociale, terreno fertile per il dilagare di corruzione e criminalità organizzata e per l’affermarsi di posizioni di estremismo ideologico. Tra gli altri Paesi, Bosnia e Kosovo rappresentano oggi quel ventre molle dell’Europa nel quale potrebbero proliferare movimenti di ispirazione salafita e jihadista.

 

 

 

Lo stato attuale dei Balcani risulta essere il contraddittorio e multiforme prodotto di secoli di convivenza e conflitto tra etnie, religioni e culture differenti che hanno convissuto all’interno di strutture statali e forme di governo variabili. Si tratta di una eredità storica, di cui fa anche parte la drammatica guerra civile degli anni ’90, che ha lasciato una traccia indelebile nella moderna e talvolta frammentata società multiculturale dei Balcani.

 

 

 

Proprio durante gli anni della guerra civile alcuni movimenti salafiti ed il germe del jihadismo si sono insediati nella regione balcanica.

 

 

 

La guerra aveva infatti esercitato una forza centripeta su gruppi radicali di matrice wahabita, giunti sul suolo europeo per difendere la popolazione musulmana bosniaca dall’offensiva serbo-croata e “cristiana”.

 

 

 

 

 

 

I mujaheddin (chiamati Bosanski mudžahedini), guerriglieri musulmani di origine saudita, nordafricana, afghana e caucasica, in larga parte provenienti dall’esperienza della guerra contro le forze sovietiche in Afghanistan negli anni 80, si insediarono in Bosnia in cerca di una nuova jihad europea.

 

 

 

Tra questi c’erano anche Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, due dei 19 attentatori dell’11 settembre 2001, Khalid Shaikh Mohammed, ideatore dello stesso attentato alle Torri Gemelle, Abd al-Rahim al-Nashiri, coinvolto nell’attacco all’USS Cole. I combattenti stranieri, supportati dal governo saudita e tramite i canali illegali, fornirono armi ai bosniaks, gli unici che avevano realmente sofferto l’embargo internazionale a differenza della Croazia, che si approvvigionava via mare, e della Serbia, che aveva trattenuto la maggior parte degli armamenti della ex-Jugoslavia.

 

 

 

L’inserimento dei mujaheddin nella settima brigata dell’Esercito Bosniaco (1993) fu il primo passo di un processo di integrazione culminato, nel dopoguerra, con l’insediamento sul territorio e la formazione di comunità musulmane salafite-wahabite, intolleranti nei confronti del tradizionale moderato Islam balcanico. Un Islam, quest’ultimo, ritenuto troppo corrotto e vicino ai costumi occidentali per i mujaheddin, che al termine degli scontri reindirizzarono la propria missione verso la ‘purificazione’ degli stessi musulmani che avevano difeso in guerra e verso la creazione di un califfato globale di origine wahabita.

 

 

 

Uno dei primi attacchi di matrice jiahdista, nel 1995, riguardò la stazione di polizia di Primorje Gorani (a Rijeka, in Croazia), effettuato e rivendicato dal gruppo egiziano Gamaa al-Islamiya in risposta alla cattura del proprio leader Abu-Talalal Qasimy, effettuata dalla polizia croata mentre cercava di infiltrarsi in Bosnia per unirsi al gruppo ‘El-Mujahed’, e perpetrato con l’aiuto di elementi locali.

 

 

 

Tra i più recenti, l’attentato di Francoforte del 2011, in cui il kosovaro albanese Arid Uka, addestrato dall’enclave salafita bosniaca di Zenica, aprì il fuoco su alcuni soldati americani uccidendone due. Nello stesso anno Mevlid Jasarevic, nativo di Novi Pazar e noto per i contatti con le cellule jihadiste di Gornja Maoca, cominciò a sparare contro l’ambasciata USA a Sarajevo, prima di essere neutralizzato. Nello stesso attentato era coinvolto il ventitreenne Emrah Fojnica, autore di un attentato suicida in Iraq nel 2014.

 

 

 

 

 

Alcune delle zone che attualmente ospitano comunità di orientamento salafita in Bosnia sono i villaggi di Bihac (al confine settentrionale con la Croazia), Teslic, Zepce, Zenicae (nella zona centrale del Paese), Gornja Maoca e la città nord-orientale di Tuzla. Tali comunità rifiutano di collaborare e riconoscersi nella principale organizzazione islamica bosniaca, la Islamiska Zaidenica, e vivono secondo una interpretazione ultra-conservatrice e draconiana della Sharia, senza telefoni o televisori, mandando i bambini in scuole Coraniche (piuttosto che scuole pubbliche) e seguendo i sermoni di imam estremisti come Nusret Imamovic, Jusuf Abu Muhammad al-Maqdisi, o Bilal Bosnic, quest’ultimo uno dei leader del movimento Salafita bosniaco che recentemente ha predicato anche nel nord Italia. Tra i più noti epicentri del reclutamento jihadista bosniaci vi sono la Moschea Bianca e quella del Re Fahd, entrambe a Sarajevo.

 

 

 

Oltre alla Bosnia, l’estremismo ideologico sembra aver trovato terreno fertile anche in Kosovo, Sangiaccato Serbo, Albania, Macedonia e Montenegro, dove è in aumento il numero di giovani reclutati dalle organizzazioni jihadiste.

 

 

 

Il Kosovo, la più giovane repubblica europea, autoproclamatasi indipendente nel 1999, ha cominciato ad assumere un ruolo fondamentale nell’ambito delle attività jihadiste nel Balcani. La moschea di Pristina e quella della città di Mitrovica, 40 km più a nord, sono considerate tra i principali centri di reclutamento in Kosovo, insieme al partito LISBA (Islamic Movement to Unit), guidato da elementi salafiti. Io LISBA, formato nel 2013, sarebbe connesso non solo ai gruppi vicini ai Fratelli Musulmani in Bosnia, Albania e Macedonia, ma anche alle reti di miliziani in partenza per la Siria.

 

 

 

Nel blitz che nel settembre 2014 ha portato all’arresto di 15 militanti jihadisti kosovari figurano nove imam delle moschee della città, tra cui Shefqet Krasniqi, capo religioso della Grande Moschea di Pristina, e Fuad Raqimi, altra figura di spicco nel panorama islamico del Kosovo. Tra i nomi dei più noti jihadisti kosovari compare anche quello di Lavdrim Muhaxheri, presunto comandante della Brigata Balcanica, battaglione che combatte al fianco dello Stato Islamico in Iraq e composto quasi interamente da miliziani di origine balcanica, apparso in un video in cui brucia il suo passaporto kosovaro e decapita un bambino accusato di spionaggio come gesto di iniziazione.

 

 

 

In Kosovo come in Bosnia, la diffusione dell’Islam radicale si è spesso materializzata nella costruzione, attraverso finanziamenti sauditi, di centinaia di moschee wahabite e nella distruzione di altrettante chiese cristiane e monasteri.

 

 

 

Spinte alla radicalizzazione che vedono pienamente coinvolta anche l’Albania, dove nell’aprile 2014 sono stati arrestati Genci Balla e Bujar Hysi, imam di due moschee di Tirana non riconosciute dalla Comunità Musulmana Albanese, per incitamento a unirsi a Jabhat al-Nusra. Tra le vittime del conflitto in Siria vi sono Anri Maliqi, frequentatore della moschea di Balla nella periferia povera di Tirana, e Idajet Balliu, prima organizzati nelle Brigate paramilitari di Farouq, poi confluiti nel Fronte di al-Nusra e infine arruolati da IS nelle città di Ar-Raqqah e Aleppo.

 

 

 

A vent’anni dal disfacimento dell’equilibrio etnico, culturale e politico realizzato dal Generale Josif Broz “Tito”, il fondamentalismo islamico continua dunque a manifestarsi in una serie di attentati contro obbiettivi internazionali e di assalti alle comunità locali che praticano un Islam non wahabita.

 

 

 

Nonostante l’affermarsi di posizioni estremiste sia stato finora contenuto dalla larga prevalenza del tradizionale Islam balcanico, esistono diverse cause che espongono la regione e la diaspora balcanica, kosovara e albanese in Europa a fenomeni di radicalizzazione, a cominciare dal forte disagio socio-economico fino alla difficoltà di integrazione in comunità diverse da quella di origine.

 

 

 

Secondo una prospettiva propriamente endogena, il disagio sociale e la fragilità politica di Bosnia e Kosovo hanno sempre costituito una leva per i promulgatori del wahabismo nella diffusione del proprio estremismo ideologico.

 

 

 

Gli accordi di Dayton che nel 1995 posero fine al conflitto armato, racchiudevano il germe dell’instabilità che aveva causato il conflitto stesso: la divisione etnica tra bosniaci, serbi e croati, e quella religiosa tra musulmani e cristiani.

 

 

 

 

Con il trattato di pace la dicotomia tra sfere di influenza croata e serba non veniva risolta, al contrario prendeva forma nella linea di confine tracciata tra la Federazione croato-bosniaca e la Repubblica Srpska (serba). La nuova struttura con cui si ridisegnava il Paese era incarnazione dei suoi stessi limiti, della mancanza di una leadership coesa e della corruzione dilagante tra le file governative, il tutto aggravato da un’economia stagnante con tassi di disoccupazione drammatici (intorno al 57% tra i giovani) e un mercato nero in forte espansione. Fattori, questi ultimi, che suscitano aspirazioni eversive piuttosto che un senso di integrazione sociale e agiscono da propulsori per l’avvicinamento dei membri più sensibili della società (come giovani, poveri, delusi o illetterati) alla propaganda di predicatori radicali, ostile a modelli democratici ed aiutata dalla disponibilità di denaro e da un marcato attivismo sociale.

 

 

 

Infatti, al di là delle motivazioni ideologiche, il proselitismo jihadista è agevolato dalla capacità delle organizzazioni religiose caritatevoli di offrire sostentamento ed educazione ai “dimenticati” della società. In molti casi, dietro le organizzazioni caritatevoli in questioni vi sono i governi di Stati quali l’Arabia Saudita e la Turchia, che sovvenzionano la ricostruzione di scuole e moschee, per potere successivamente diffondere la propria linea ideologica attraverso tali istituzioni. Ad esempio, si stima che solo i fondi sauditi filtrati nei Balcani attraverso organizzazioni caritatevoli dedite al proselitismo superino i 500 milioni di dollari.

 

 

 

Oltre ai problemi interni, l’afflusso di jihadisti nella Regione dell’Europa sud-orientale è anche alimentato dal reclutamento di elementi della diaspora balcanica nata in seguito al flusso migratorio durante gli anni della guerra civile.

 

 

 

Solo dallo scorso giugno, mese in cui i militanti islamici di IS hanno conquistato Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, circa 500 foreign fighters balcanici si sono uniti al fronte siriano.

 

 

 

Se negli ultimi dieci anni il problema del terrorismo nei Balcani non ha occupato una posizione prioritaria nell’agenda europea, la crescente partecipazione di membri radicali tra le fila dello Stato Islamico e la posizione di hub strategico nel cuore dell’Europa sollevano seri elementi di criticità legati al ritorno dei combattenti in patria. L’esperienza bellica e il know how acquisiti dai jihadisti balcanici in Siria ed Iraq potrebbero aumentare il livello di rischio nel Vecchio Continente, spingendo i jihadisti rientrati a compiere attentati nei luoghi di origine o verso obbiettivi strategici europei.

 

 

 

In definitiva, la diffusione del jihadismo nell’area balcanica rappresenta la punta dell’iceberg di un problema che affonda le radici nell’instabilità politica, sociale ed economica, e nell’estremo frazionamento etnico-religioso che divide la regione.

 

 

 

La sensibilità del tema della sicurezza e l’inadeguatezza delle istituzioni locali nel frenare la minaccia jihadista dovrebbero dunque richiamare l’Unione Europea a un’azione più diretta e incisiva di supporto ai governi della regione in termini di risorse, addestramento, monitoraggio e condivisione di informazioni.

 

 

 

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