GLI INIZI ANCORA DA STUDIARE BENE DELLA VICENDA SARTORI-VENTURA

 

I colleghi della Litopress

 

di Giorgio Marenghi

 

Ho affermato in un precedente articolo (STORIA VICENTINA – INCHIESTE – “La timidezza di Guido Lorenzon e il “mestiere” di Alberto Sartori) che ne avremmo visto ancora delle belle se avessimo continuato a scavare sugli inizi e dintorni dell’affaire “piazza Fontana-cellula nera di Freda-Ventura”.

 

 

 

Riguardando i documenti del processo di Catanzaro (1977-1979), che sono tanti, mi sono imbattuto in episodi che, come dissi poco tempo fa, hanno dell’incredibile, del fantastico.

 

 

 

Sappiamo dall’articolo precedente che il democristiano Guido Lorenzon aveva ricevuto la confidenza (la “prima” rivelazione”) da Ventura sul fatto della spedizione per posta di duemila lettere agli ufficiali delle forze armate per spostarli su posizioni di destra, chiamiamole “interventiste”. Questo nel lontano 1966. Perciò il democristiano professore di francese Guido Lorenzon non potrà mai dire di essere stato preso alla sprovvista!

 

 

 

Sappiamo pure che il vicentino Alberto Sartori, ex partigiano, comunista filocinese, era diventato grazie al conte Pietro Loredan e anche a Giovanni Ventura, amministratore o “direttore” (la cosa non è chiara come non è chiaro nulla in questa storia) della LITOPRESS, la famosa tipografia che avrebbe dovuto editare libri di “sinistra” (anche le opere di Enver Hoxa tanto per gradire).

 

 

 

Sappiamo che il Sartori ricevette 11 milioni, anzi 18 secondo il Ventura, per  “non fare niente” (in pratica avrebbe dovuto fare la maga Circe per procurare a Ventura sempre più stimmate di “sinistra” per avviare affari e conoscenze sempre più intrecciate).

 

 

 

Sappiamo che Guido Lorenzon di discorsetti di Ventura sulle sue intenzioni (eravamo nella stagione estiva del 1969 e scoppiavano le bombe sui treni, deposte da Ventura, Freda, da qualche vicentino e padovano “miracolati” poi nel corso dei vari processi) ne aveva sentiti anche troppi.

 

 

 

Ma “mai dire mai”. Adesso riguardando le carte possiamo affermare che il Lorenzon nel settembre del 1969 vede e tocca con mano parecchi fucili da guerra e relative munizioni. Dove? Nell’appartamento dello stesso Ventura sito in Via Daniele Manin a Treviso. Prima aveva avuto modo di vedere le veline 0281 e 0282 del 4 e 16 maggio 1969 riguardanti le “profezie” sulla situazione politica italiana redatte dall’agente “Z” (cioè Guido Giannettini) che potevano servire sia al S.I.D. versione 1.0 che all’altro S.I.D. versione 2.0.

 

 

 

Chiunque un pochino sveglio a questo punto cosa direbbe? Che Lorenzon o ha giocato sporco o ha messo il silenziatore alla sua coscienza di “democristiano” della provincia veneta. Come minimo.

 

 

 

E adesso andiamo a trovare o ritrovare il nostro Alberto Sartori che ogni volta che si riguardano le carte di Catanzaro ne esce con profili sempre diversi, a volte fa la figura dell’ingenuo che intasca i soldi (da Ventura) e poi deve difendersi davanti alla Corte che potrebbe anche farlo diventare un imputato se non smette di raccontare balle, altre volte indossa ben altri panni, quelli del favoreggiatore, consapevole e organizzato, di Giovanni Ventura.

 

 

 

Sartori, dopo che sono scoppiati i petardi di Lorenzon (dal 15 dicembre 1969 alla primavera del 1970 con i relativi colloqui coi magistrati Calogero e Stiz), prende così a cuore le sorti del giovane “maoista di destra” al punto che, quando Ventura gli confessa di essere lui l’autore dell’invio di duemila lettere agli ufficiali delle forze armate, non fa una grinza e continua a presentare e a difendere Ventura come un “compagno” (siamo nella primavera-estate del 1970).

 

 

 

Il Sartori lo si può capire, lui non è un democristiano lento come il Lorenzon, è una volpe di vecchio pelo, reduce dal Venezuela (per frode accusa qualcuno in un libro), reduce dalla Resistenza (qui è ancora peggio perché lo insegue il fantasma dei sospetti dei partigiani), reduce dal PCI che lo espelle nel 1964 per “frazionismo” per non dire altro, insomma come reduce se la cava bene.

 

 

 

Il lavoro che fa accanto a Ventura può essere visto positivamente (quelli che ancora oggi si chiamano “comunisti” sono convinti che Sartori abbia operato dietro le quinte per colpire il “nemico di classe”), sotto altre angolazioni deve invece essere visto negativamente.

 

 

 

Sartori Alberto venne a conoscenza prima di Piazza Fontana di parecchie cose sulla cellula nera e non parlò. Quando scoppiò la bomba non mosse ciglio e assecondò il Ventura. Ricevette dal Ventura, oltre ai soldi, anche le veline sul campo terroristico di BAD EMS in Germania Federale, ricevette le confidenze sui trascorsi fascisti del Ventura, vide le veline non perché trafugò o mise le mani nei cassetti della LITOPRESS ma perché lo stesso Ventura gliene parlò.

 

 

 

Quindi la domanda è: perché il “comunista” Alberto Sartori stette così accanto a Giovanni Ventura? E a questa domanda ne segue un’altra simile: perché il Ventura stette così appresso al Sartori rivelando cose così compromettenti sulla cellula?

 

 

 

Infine: a che gioco hanno giocato i due colleghi della LITOPRESS?

 

 

 

Spero che da sinistra non si venga a ricordare la conferenza stampa a Milano (1971), la denuncia al giudice Stiz, la “missione antifascista” del Sartori, perché sono sì cose concrete ma appaiono sempre più scolorite, come se la Storia si fosse incaricata di togliere la maschera ad un “militante”, di riappropriarsi della sua vera identità sia politica che operativa.

 

 

Giorgio Marenghi