ROS - REPARTO OPERATIVO SPECIALE CARABINIERI

 

 

La lista completa della "Rete" americana di Verona e di Vicenza

 

 

 

 

Procedimento penale sulla Strage di Piazza della Loggia - Nuovo Rito.

 

Annotazione sulle emergenze investigative relative al coinvolgimento di strutture di intelligence straniere nella cosiddetta “strategia della tensione”.

 

ANNOTAZIONE BASE 1995 - 96

RAGGRUPPAMENTO OPERATIVO SPECIALE CARABINIERI

- Reparto Eversione -

 

Nr.378/307 di prot. Roma, 8 Maggio 1996.

 

OGGETTO: -Procedimento penale nei confronti di ROGNONI Giancarlo ed altri.

Annotazione sulle emergenze investigative relative al coinvolgimento di strutture di intelligence straniere nella cosiddetta “strategia della tensione”.

 

AL SIGNOR GIUDICE ISTRUTTORE PRESSO IL TRIBUNALE DI M I L A NO (Dott. Guido Salvini)

CONS. A MANO

ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI B R E S C I A (Dott. F. Piantoni - R. Di Martino)

CONS. A MANO

e, per l’esecuzione degli accertamenti richiesti, gia’ oralmente autorizzati dal Giudice Istruttore:

ALLA DIREZIONE DEL S.I.S.MI.

R O M A

CONS. A MANO

 

 

SOMMARIO

1. DIGILIO Michelangelo

2. DIGILIO Carlo

3. FRANCO Lino

4. GUNNELLA Pietro

5. CARRETT David

6. RICHARD Teodore

7. TEPASKI Frederick

8. SOFFIATI Marcello

9. BERTONI Giancarlo

10. MINETTO Sergio

10.1 GLISENTI Giancarlo

10.2 KESSLER Guido

11. BANDOLI Giovanni

12. JONES Robert Edward

13. HALL John

14. SOFFIATI Bruno

15. AFFATIGATO Marco

16. AGENTE sconosciuto su Brescia..ros cc

17. MAGI BRASCHI Adriano G.C

18. FUMAGALLI Carlo

19. Accertamenti

 

 

PREMESSA

Nell'ambito delle indagini relative al procedimento penale indicato in oggetto, sono emerse una serie di risultanze che inducono a ipotizzare un coinvolgimento di organismi di intelligence straniere in un’opera di infiltrazione dei gruppi di estrema destra italiani in funzione apparentemente non esclusivamente informativa. Tali strutture erano chiaramente organizzate in maniera molto compartimentata, in modo da garantire un alto grado di sicurezza. Ciò ha prodotto elevate difficoltà per la loro individuazione, accentuate altresì dal lungo tempo trascorso.

 

Le indagini sono quindi procedute con lentezza, ma hanno consentito di individuare alcune delle linee dinamiche di funzionamento delle strutture, tali da poter delineare con sufficente precisione una sorta di organigramma delle reti d’intelligence info-operative. In merito alle modalita’ di reclutamento si e’ potuto fare ben poco, ma alcuni elementi portano a ritenere non escludibile che le azioni di controspionaggio condotte dagli anglo-americani (soprattutto anche dal Chief of Station dell’ O.S.S. di Roma, James Jesus ANGLETON, artefice anche del noto "Piano CHAOS" ) per smantellare la“STAY BEHIND” costituita dalla R.S.I., abbiano offerto il destro per convertire delle strutture informative già’ esistenti, funzionanti e ideologicamente orientate, alla lotta contro il comunismo.

 

A riguardo, anche il noto BONAZZI Edgardo, in uno dei suoi verbali, conferma tali circostanze: “...FUMAGALLI spiegò che intendeva occupare militarmente la Valtellina con i suoi uomini in anticipo rispetto ai piani concordati con gli Americani per la realizzazione delle operazioni militari che avrebbero portato ad una Repubblica Presidenziale. FUMAGALLI ci spiegava che gli Americani ritenevano il nord molto sensibile e ritenevano che il Patto di Varsavia potesse avere nel Settentrione possibilità di successo... ...sia VINCIGUERRA che SINATTI mi dissero che il controllo CIA sulle formazioni di destra nasceva da una rete di spionaggio nazista operante nella Repubblica Sociale Italiana, in particolar modo nel Veneto, e che gli americani, in quella regione, riuscirono a convertire quasi completamente.Mi fu esplicitamente accennato che i gruppi stragisti veneti erano sotto il controllo di questa rete CIA operante in Veneto...”.

 

Di notevole importanza è anche l’atto nr.501754/5/I del 17.3.1954, esibito dal S.I.S.Mi., con il quale il S.I.O.S. - Esercito informava il S.I.F.Ar. di un implemento dell’apparato informativo statunitense in funzione atlantica anticomunista. Il S.I.O.S. riferiva della costituzione di Centri, già attivi, in Milano, Bolzano e Napoli e, in via di realizzazione, in Venezia, Trieste e Roma. Il Servizio Informazioni dell’Esercito accennava anche a civili e militari, nella “riserva”, che avrebbero svolto, più o meno, attività informativa al soldo degli Americani. Tra questi, sulla piazza milanese, compaiono alcuni ignoti civili in servizio presso Enti Americani su Verona, selezionati in base ad informazioni fornite dalle Questure.

 

É intuibile come condurre una “guerra non ortodossa” nei confronti dei promotori e sostenitori dell’ideologia marxista - leninista potesse trovare un fertile terreno nell’ambiente degli appartenenti alla R.S.I. il cui credo politico era evidentemente anticomunista. Appare logico ritenere, infatti, che nella pianificazione alleata dell'occupazione italiana, si sia tenuto conto della necessità di reclutare immediatamente soggetti da inserire in reti di intelligence da lasciare al momento del ritiro dal territorio delle armate liberatrici.

 

Nella presente annotazione si fa riferimento a due reti, una operativa e l’altra informativa; e’ anche probabile che le interconnessioni fossero tali da realizzare, in pratica, una sorta di sovrapposizione info-operativa, tuttavia ci si e’ voluti attenere alla distinzione operata dal DIGILIO Carlo nel verbale del 6.4.1994 e nei successivi. Nulla toglie che esistessero, come e’ più’ probabile, due distinte reti spionistiche, l’una con maggiori proiezioni operative dell’altra, oppure che il DIGILIO abbia voluto dipingere la propria come meno operativa per allontanare da sé più pesanti responsabilità penali.

 

Il DIGILIO, peraltro, prima della grave malattia che lo ha colpito, desiderava ritornare nella Repubblica Dominicana, geostrategicamente nell’orbita degli U.S.A., ed é quindi verosimile che abbia trovato un giusto equilibrio tra quanto rivelare, per usufruire dei benefici di legge, e quanto conosciuto realmente, al fine di garantirsi la sopravvivenza.

 

Come si vedrá piú avanti, si é scelto di parlare di reti C.I.A. / N.A.T.O. perché, se è vero che DIGILIO ha sempre parlato di C.I.A., tranne nella microfonazione dell’incontro avvenuto in data 2.2.1996 con il MAGGI Carlo Maria, ove dice di aver lavorato per la N.A.T.O., i riscontri operati e, comunque, le stesse persone alle quali si rapportava il DIGILIO, hanno portato le investigazioni in direzione Atlantica.

 

Anche sotto l’aspetto prettamente logistico, bisogna considerare che il miglior posto ove in ipotesi collocare un agente C.I.A. clandestino era certamente da ricercare all’interno delle varie basi N.A.T.O., sia per l’ottima copertura che offrivano ad un cittadino statunitense in territorio italiano e sia per la loro concentrazione (come basi e siti) nel Triveneto, luogo chiave per la creazione di reti informative.

 

La presente annotazione é stata quindi articolata in capitoli dedicati agli appartenenti alle due citate reti, chiamati o meno in causa dal collaboratore DIGILIO Carlo, ove sono illustrati gli elementi raccolti nell’inchiesta. Non sempre è stato possibile, ove non si è avuta testimonianza specifica, inquadrare un soggetto in un contesto informativo o operativo.

 

Per una piu' agevole comprensione dei collegamenti fra i vari elementi costitutivi delle reti di intelligence sono state realizzate due rappresentazioni grafiche, una per la rete operativa e l'altra per la rete informativa (Vds. Allegati organigrammi nr.1 e 2). Ove non si aveva indicazione di appartenenza di rete, i soggetti sono comunque stati inseriti in quella informativa.

 

Questa annotazione verrá costantemente aggiornata con gli elementi che via via emergeranno, sempre mantenendo l’articolazione utilizzata nella presente.

 

Per quanto riguarda i verbali di sommarie informazioni resi dal DIGILIO Carlo al personale del R.O.S., citati nella presente annotazione, è doveroso precisare che sono stati confermati al Giudice Istruttore, Dott.Guido SALVINI, nel verbale di interrogatorio del 21.7.1995.

 

 

 

1. DIGILIO MICHELANGELO

(Deceduto)

Ruolo.......Fiduciario statunitense

Criptonimo....................Erodoto

 

DIGILIO Michelangelo era il padre del collaboratore Carlo. Durante il secondo conflitto mondiale prestò servizio nella Guardia di Finanza con il grado di Tenente. Nel corso della guerra di liberazione, rientrando dalla Grecia, collaborò con formazioni di “partigiani bianchi” della“Brigata BIANCOTTO” e divenne componente di un direttivo composto da sei persone volontarie facenti parte del Comitato di Liberazione Nazionale di Venezia. Partecipò quindi alla liberazione di Venezia ed al disarmo e alla conseguente cattura della guarnigione tedesca di stanza a Venezia.

 

Successivamente, al termine del conflitto, venne arruolato, in circostanze sconosciute ma intuibili per la sua militanza in formazioni di "partigiani bianchi", nell’O.S.S., in qualità di informatore con il nome in codice di“Erodoto”. Tale appellativo venne scelto proprio dal Michelangelo in ricordo delle sue prime missioni per conto degli statunitensi compiute in Atene e durante l’attacco tedesco all’isola di Creta. In quell’epoca il DIGILIO aveva fatto in modo, tramite agenti greci, che fosse agevolato il transito senza danni dei sommergibili americani che a Creta dovevano portare in salvo i militari inglesi. Uno dei suoi superiori diretti fu il Capitano David CARRETT della Marina degli Stati Uniti d’America di stanza a Verona presso la base delle F.T.A.S.E.. Il figlio Carlo ha dichiarato che fu il Michelangelo a presentarlo al Capitano CARRETT nel 1967 consentendo così di succedergli e di entrare a far parte della rete informativa.

 

Un riscontro alle dichiarazioni del figlio ci viene dal noto TORTA Giovanni che ha dichiarato a verbale che il DIGILIO Carlo ebbe a narrargli che suo padre aveva lavorato nella Guardia di Finanza e nei servizi segreti e che l’incidente automobilistico nel quale era deceduto, gli risultava sospetto.

 

In data 3.4.96, presso il Comando Generale della Guardia di Finanza, veniva acquisito il fascicolo personale relativo a DIGILIO Michelangelo. Tale documento si rivelava di estremo interesse poiché forniva ulteriori riscontri alle dichiarazioni del figlio Carlo. Infatti l’esame del fascicolo consentiva di appurare che il Tenente DIGILIO Michelangelo non venne sottoposto al giudizio di epurazione perché, “...pur avendo prestato giuramento alla R.S.I., ha svolto attiva azione patriottica nel periodo cospirativo.” . Nel fascicolo è anche presente una relazione di tale LORENZI Erminio, partigiano veneziano, diretta al Capitano COCCON Mario, Comandante della Piazza Militare di Venezia, che autentica la firma del LORENZI, datata 15.5.45.

 

Il LORENZI sostiene che il DIGILIO, dal 18.9.43, essendosi messo in contatto con lui, aveva chiesto di poter lavorare a favore dei partigiani. Il capo partigiano afferma che “...nonostante difficoltà inaudite e pericoli continui per la sua particolare situazione di militare, egli compì magnifiche opere di sabotaggio in tutti gli uffici in cui poteva operare ed in particolare modo nel suo specifico, quale comandante di reparto che prestava servizio in porto".

 

Durante tutto il periodo che va dal settembre 1943 all’aprile 1945, il DIGILIO mi ha sempre fornito, instancabilmente, importanti ragguagli sul movimento tedesco che poi comunicavo agli interessati del movimento partigiano. Il DIGILIO ha inoltre fornito ingenti quantità di armi e di munizioni che occultò durante detto periodo, con infiniti rischi e che ha messo poi a disposizione nelle giornate dell’insurrezione, assumendo egli stesso il comando dei suoi uomini e dei patrioti della BRIGATA BIANCOTTO che operava nella giurisdizione del suo reparto...”. E’ così verificata l’affermazione del collaboratore secondo il quale il proprio padre era stato uno dei capi dei “partigiani bianchi” di Venezia.

 

Sempre nel fascicolo vi è una cartella contenente un foglio ove il Tenente DIGILIO dichiara di proprio pugno di essersi iscritto, nel maggio 1944, al gruppo “MAZZINI” di azione e propaganda.

 

Particolare ancora più interessante è stato rinvenuto all’interno della scheda personale del Comitato Nazionale di Liberazione dell’Alta Italia – Corpo Volontari della Libertà. In tale scheda si trova un allegato consistente nella tessera di riconoscimento nr.00251 rilasciata il 28.4.45 dal C.L.N. - C.V.L. - Comando militare della Piazza di Venezia - al Tenente DIGILIO firmata,per il Comitato, dal Comandante “ABE” della Brigata BIANCOTTO. Sul retro il tesserino è controfirmato dal Capitano Ivo BORRI.

 

E’ anche presente una scritta in lingua inglese del P.W.B. della 8^ Armata dove si afferma che il titolare è impiegato nella Sezione Notizie del P.W.B. ed ha il permesso di andare a casa dopo il coprifuoco. Questo documento attesta che il DIGILIO, nel 1945, assolse compiti informativi per gli Alleati. Vi è, inoltre, la tessera nr.60 che attesta che Michelangelo DIGILIO appartenne al Gruppo MAZZINI sin dal 27.5.44 con il grado partigiano di Comandante Militare ed una relazione dattiloscritta del 24.8.45, redatta proprio dall’interessato, ove egli precisa di aver giurato fedeltà alla R.S.I. “...perchè consigliato dagli esponenti del Comitato di Resistenza per continuare ad assolvere la delicata missione affidatami...”. Anche questo atto è di notevole importanza perché attesta le capacità del DIGILIO quale agente “doppio”.

 

Nello stato di servizio del Libretto Personale è riportata la partenza del DIGILIO Michelangelo da Trieste verso Zalog, per laGrecia, il 17.9.41 con rientro da Sumia (Grecia) il 23.7.43, varcando il confine sempre a Zalog.

 

Ciò conferma le dichiarazioni del figlio circa la possibile giustificazione dell’origine del criptonimo “Erodoto”, noto storico greco.

 

Sempre nel libretto personale, nel rapporto sul Tenente DIGILIO Michelangelo, per il periodo che va dal 6.11.43 al 30.11.44, il secondo revisore, Colonnello Comandante DEL CHICCA Geraldo, attesta che l’azione di comando del DIGILIO “... in qualche occasione... non si è dimostrata sufficentemente energica. Nella sua Tenenza si sono verificati diversi casi di diserzione.”. Poichè nel periodo valutativo il DIGILIO Michelangelo già prestava la sua attività di agente“doppio”, è molto verosimile che non abbia fatto nulla per trattenere coloro che manifestavano idee avverse al nazifascismo.

 

Per ultimo si fa notare che l’emissione della “discriminazione”, a fronte dell’attività partigiana prestata, potrebbe trovare una chiave di lettura nella necessità di continuare a costruire una immagine doppia al Michelangelo DIGILIO, che si adoperò per tentare di dimostrare la propria innocenza con numerose testimonianze e che, quindi, il giudizio negativo, emesso circa un anno dopo, può essere successivo al suo reclutamento da parte dell’O.S.S..

 

 

 

2.DIGILIO CARLO

(Vivente – in realtà deceduto in data successiva all’estensione di questo documento)

Ruolo...........Fiduciario statunitense

Criptonimo..........................Erodoto

 

RAGGIUNTO IN DATA 2.11.95 DA AVVISO DI GARANZIA PER SPIONAGGIO POLITICO E MILITARE

 

DIGILIO Carlo iniziò la sua attività nel 1967 quando subentrò a suo padre Michelangelo nel ruolo di fiduciario C.I.A. nel Veneto. Il nome in codice di “Erodoto”, che fu del padre, venne da lui ripreso alla morte di questi.

 

L’attività del DIGILIO Carlo si concretizzo’ principalmente nel Triveneto anche se non mancarono incarichi per missioni all’estero. Il personaggio era inoltre ben inserito nella struttura ordinovista del Veneto. Il DIGILIO, direttore del poligono di tiro di Mestre dalla seconda metà degli anni ’70 fino alla sua latitanza, nel gruppo veneto era inserito come fiancheggiatore e consulente in virtù’ della sua esperienza nel campo delle armi e degli esplosivi in genere. Per tale maestria ed anche perché particolarmente affezionato ad una pistola francese di marca “Otto Lebel”, il DIGILIO venne soprannominato con l’appellativo “Zio Otto” . Da quanto egli ha riferito e’ stato possibile comprendere che il suo referente C.I.A. era tale MINETTO Sergio, un ex marinaio della Repubblica Sociale Italiana nato a Colognola ai Colli (VR) che il DIGILIO descrive come capo rete C.I.A. per il Triveneto.

 

I suoi superiori di nazionalità’ statunitense inseriti all’interno delle basi NATO furono il Capitano David CARRETT, a suo dire di stanza dal 1966 al 1974 presso la base FTASE di Verona, ed il Capitano Tehodore RICHARD (detto Teddy, di stanza dal 1974 al 1978 presso la base SETAF di Vicenza); DIGILIO Carlo, nato a Roma il 7.5.37,  è attualmente detenuto in luogo extrapenitenziario.

 

Entrambi gli ufficiali facevano parte della U.S. NAVY (Marina Militare Statunitense). DIGILIO ci parla anche di un superiore del Capitano RICHARD, un colonnello americano dell’U.S. ARMY, di origine polacca rispondente al nome di Frederick TEPASKI. Tale ufficiale, di stanza in una base N.A.T.O. della ex Germania Federale , a dire del DIGILIO, era un appartenente alla rete d’intelligence della C.I.A..

 

Il suo compito era quello di reclutare uomini. A tuttora non si è ancora riusciti ad identificare compiutamente il TEPASKI. Di lui si parlerà comunque più diffusamente nel capitolo nr.7.

 

Il DIGILIO ha riferito di dipendere informativamente dal Capitano CARRETT ma che, per le sue conoscenza nel campo delle armi, veniva episodicamente sottratto alla Sezione Informativa diretta dal CARRETT, che nulla aveva a che vedere con aspetti politici ma che era destinata a questioni di mera sicurezza militare, per essere impiegato nella sezione ove era inserito il SOFFIATI Marcello del quale non era però in grado di indicare i superiori statunitensi. Fu proprio il CARRETT ad addestrare il DIGILIO all’esecuzione dei pedinamenti con esercitazioni per strada utilizzando degli estranei sia a Verona che a Venezia.

 

L’attività del DIGILIO quindi si alterno’ fra l’infiltrazione in Ordine Nuovo, della quale riferiva al MINETTO e le sue missioni info-operative in Italia ed all’estero , di cui riferiva al SOFFIATI ed al FRANCO Lino. Fu proprio questo duale impiego che creò al DIGILIO dei problemi collocandolo nella pericolosissima situazione di una fonte informativa facente parte di una sezione non operativa che, per motivi di perizia nel campo delle armi e degli esplosivi, era dovuto entrare in contatto con una sezione operativa, della quale nulla doveva sapere.

 

Riguardo al MINETTO Sergio, il DIGILIO ha dichiarato in uno dei suoi verbali che, oltre ad essere il suo capo, questi era il referente della C.I.A. per il Triveneto, cioè il fiduciario al quale facevano capo tutti gli informatori stanziati in quella regione geografica. Così come gli ufficiali americani che avevano reclutato e gestito il DIGILIO Carlo facevano capo alle basi N.A.T.O. dislocate nel Veneto, anche il MINETTO era uso frequentarle, secondo il DIGILIO. Questi ha dichiarato di aver conosciuto il MINETTO a cavallo tra il 1966 ed il 1967 quando gli venne presentato da SOFFIATI Marcello come suo superiore. L’incontro ebbe luogo a Verona in Piazza Brá. Fino a quel momento il rapporto del DIGILIO con le strutture di intelligence statunitensi, per quanto riguardava le questioni politiche, era sempre passato attraverso il SOFFIATI, che pure gli aveva confidato di fare riferimento al MINETTO Sergio ed al BANDOLI Giovanni, ma che mai gli aveva fatto conoscere alcuno dei suoi superiori.

 

L’esigenza di fargli conoscere il MINETTO scaturì dalla necessità di non esporre il SOFFIATI, noto simpatizzante di destra, in una operazione di contatto estremamente delicata con persona il cui credo politico era dubbio. In quella operazione il SOFFIATI avrebbe dovuto, infatti, entrare in contatto con il noto Giovanni VENTURA ed avrebbe, quindi, potuto compromettere l’immagine di quest’ultimo che stava trasformando il suo credo politico di destra in nazimaoismo. Venne quindi prescelto, come vedremo piú avanti, il DIGILIO.

 

Tornando ai rapporti di quest’ultimo con il MINETTO é da sottolineare il fatto che il DIGILIO lo colloca sullo stesso livello del FRANCO Lino, del quale era peraltro amico, nell’organigramma della rete ed un gradino sopra al Marcello SOFFIATI. Il MINETTO ed il DIGILIO comunicavano sempre di persona, quasi mai telefonicamente, e, solitamente, nei pressi di Piazza San Marco a Venezia in una trattoria denominata “La Rivetta”. Uno degli elementi di raccordo fra il DIGILIO ed il MINETTO era il professor GUNNELLA Franco. Questi principalmente faceva da “contatto” fra il MINETTO ed il Colonnello SPIAZZI ed in generale fungeva da raccordo fra i vari componenti della rete informativa. Fu il SOFFIATI ad indicare al DIGILIO il nome del professore.

 

Tornando al MINETTO, l’ultimo incontro fra questi ed il DIGILIO avvenne nel 1982 poco prima di trasferirsi nella Repubblica Dominicana. Il MINETTO in quella occasione lo autorizzò ad usare, in caso di bisogno, il suo nome in qualsiasi legazione diplomatica statunitense del Paese ove si fosse recato, specificando che avrebbe dovuto rivolgersi ad un addetto alla sicurezza, intendendo con ciò riferirsi al personale della C.I.A.. L’esigenza per il DIGILIO, si verificò nel 1992, nella prima settimana di settembre, quando questi, ormai latitante nella Repubblica Dominicana e senza lavoro, si presentò presso il Consolato degli Stati Uniti d’America a Santo Domingo e fece il nome del MINETTO all’Ufficiale addetto alla Sicurezza proponendosi come collaboratore. L’Ufficiale lo invitò a ripassare dopo tre o quattro giorni dicendogli che avrebbe verificato quanto da lui riferito. Tale atto ebbe esito positivo: l’Ufficiale confermó che il nome del referente era conosciuto e gli propose una nuova forma di collaborazione, in Santo Domingo, consistente nella ricerca, nella Repubblica Dominicana, di esuli Cubani contrari al regime comunista di Fidel CASTRO, da reclutare ed avviare a Miami (Florida - USA). Tale impiego duró poco, cioe’ fino a quando il DIGILIO non venne arrestato e poi estradato in Italia.

 

Sempre secondo il DIGILIO, il MINETTO si recava periodicamente presso la base FTASE di Verona, solitamente utilizzando una bicicletta o recandovisi a piedi visto che non vedeva di buon occhio l’uso dell’auto. In una occasione il DIGILIO ha affermato di essersi recato presso la base F.T.A.S.E. di Verona, unitamente al SOFFIATI Marcello. Entrambi furono agevolati all’ingresso dal BANDOLI Giovanni che garantí per loro. Lí il DIGILIO ebbe modo di notare in un ufficio che il MINETTO Sergio era giá presente e che li attendeva. I quattro parlarono del cambio di incarico fra il DIGILIO ed il[manca il testo] …… che fra poco sarà approfondita.

 

Gli incarichi conferiti al DIGILIO dai suoi referenti erano peraltro molteplici: la localizzazione di latitanti all’estero, l’individuazione di fabbriche clandestine di armi, la fuoriuscita di informazioni dal movimento politico Ordine Nuovo, il rinvenimento di materiale radioattivo trafugato all’estero, l’individuazione di basi appartenenti a organizzazioni terroristiche estere e la ricerca di esplosivo trafugato in Italia.

 

Una delle missioni di cui parla a lungo il DIGILIO é quella affidatagli proprio dal SOFFIATI, consistente in un viaggio in Spagna in occasione di una celebrazione in onore del Generale FRANCO ad un anno dalla sua morte. In questa occasione il DIGILIO incontró anche il noto DELLE CHIAIE Stefano con il quale scambió, a suo dire, poche chiacchiere di circostanza. Da sottolineare peró le dichiarazioni del noto FACCIA Angelo quando venne messo a confronto con il DIGILIO. In tale occasione il FACCIA affermó di conoscere il DIGILIO per averlo visto in Barcellona in compagnia del DELLE CHIAIE. Quest’ultimo chiese al FACCIA di consentirgli di incontrarsi con un uomo, che il DELLE CHIAIE considerava molto importante, all’interno del suo appartamento di Barcellona, in Calle de Palmas, per poter parlare di affari riservatamente. Il FACCIA acconsentí e l’incontro avvenne.

 

L’uomo in questione, a dire del FACCIA, era proprio il DIGILIO Carlo. É importante evidenziare che il DIGILIO, messo a confronto con il FACCIA, negó decisamente l’addebbito, sostenendo, come sempre in altri verbali, di non aver mai avuto alcun rapporto con il DELLE CHIAIE. Al suo ritorno dalla Spagna il DIGILIO compilo’ una relazione scritta relativa ad una fabbrica di armi in territorio spagnolo, facente capo ad Eliodoro POMAR e ad alcuni latitanti di destra. Da notare, in questo caso, è l’interesse della rete d’intelligence per l’arma progettata dal POMAR (in quanto si trattava di arma innovativa, molto simile alla futura MINI-UZI, che avrebbe consentito una grande occultabilità e, grazie ad un accorgimento tecnico, la possibilità di continuare il puntamento anche durante l’azione di fuoco) e per la posizione dei latitanti di destra in Spagna, un interesse tale da giustificare la stesura di un rapporto scritto.

 

Il SOFFIATI, una volta ricevuta la relazione dal DIGILIO, la consegnò ai suoi referenti all’interno della base, ma probabilmente confidò ai suoi camerati di O.N. quanto saputo da Carlo. Ciò provocò del risentimento degli ordinovisti nei confronti del DIGILIO che sfociò in un irrigidimento dei rapporti con loro ed in un violento litigio fra il SOFFIATI ed il Delfo ZORZI. Da qui si evince che quest’ultimo, come per altro il Carlo Maria MAGGI, era, probabilmente, a conoscenza dei rapporti del SOFFIATI con la struttura statunitense.

 

Il DIGILIO ebbe occasione di lavorare nel campo informativo anche unitamente al BANDOLI Giovanni. Con lui partecipó ad una seduta di aggiornamento ed addestramento all’uso delle armi ad Avesa, in un poligono di tiro nei pressi di Verona, da parte del Nucleo di Difesa dello Stato scaligero diretto dal noto SPIAZZI Amos.

 

DIGILIO e BANDOLI vi si recarono per verificare la serietá e l’affidabilitá degli uomini, per poi riferire al Comando FTASE di Verona. La relazione, peraltro positiva, venne poi stilata dal BANDOLI. Un'altra esercitazione particolarmente interessante dei cosiddetti “Nuclei di Difesa dello Stato” si tenne a Forte FOIN, nei pressi di Bardonecchia, nell'agosto del 1970, qualche mese prima del tentativo di colpo di stato organizzato dal Comandante Junio Valerio BORGHESE. Il DIGILIO venne a conoscenza dell'esercitazione mentre si trovava negli Uffici della F.T.A.S.E. di Verona in compagnia del SOFFIATI Marcello, del MINETTO Sergio e di un ufficiale americano.

 

Proprio questi era intento ad esaminare una "velina" del S.I.D. che metteva al corrente i destinatari dell'informazione, dell'avvenuta esercitazione. Tale esercitazione, secondo il DIGILIO, doveva consentire la formazione e l'addestramento di circa 40 capigruppo che sarebbero divenuti i responsabili di altrettante squadre da dislocare in Piemonte.

 

Tale preparazione era finalizzata ad un eventuale intervento in occasione del citato golpe previsto per il dicembre del 1970. Secondo quanto apprese il DIGILIO all'interno della F.T.A.S.E., gli americani non erano contrari alla esecuzione del colpo di stato ed osservavano da vicino l'evolversi della situazione.

 

Il gruppo ordinovista veneto facente capo al MAGGI aveva uno dei punti di riferimento nel ristorante gestito dal SOFFIATI Marcello a Colognola ai Colli (VR), a partire dal 1975. Qui avvennero numerosi incontri fra i vari aderenti al movimento politico e gli appartenenti alla rete di intelligence. Il DIGILIO era solito frequentare assiduamente tale locale, unitamente al MAGGI e al MINETTO Sergio. In tale ambiente, verso la metà del 1975, maturò quello che ora viene definito come "sequestro FORZIATI" e del quale sia il DIGILIO che il PERSIC Dario hanno fornito delle descrizioni coincidenti. Il FORZIATI era un avvocato triestino inserito nella struttura ordinovista di quella città. Poichè si trattava di un personaggio per natura timoroso e malfermo di salute, il MAGGI Carlo Maria iniziò a temere che costui potesse rivelare le sue conoscenze circa l’attentato alla Scuola Slovena di Trieste e quello al cippo di confine di Gorizia all'Autorità Giudiziaria.

 

Su ordine del MAGGI, il FORZIATI venne quindi prelevato con la forza dal SOFFIATI Marcello e condotto presso l'abitazione del padre di quest'ultimo a Colognola ai Colli. Dopo una detenzione piuttosto blanda, durata circa una settimana, il "prigioniero" venne trasferito presso l'abitazione del SOFFIATI Marcello a Verona, in Via Stella. Lo scopo di tale"sequestro" era quello di intimorire il FORZIATI convincendolo dell'opportunità di tacere. Controllori e custodi del FORZIATI furono il SOFFIATI Marcello, il NEAMI Francesco ed un altro triestino non meglio identificato.

 

Il MINETTO Sergio seppe di quanto stava accadendo al FORZIATI e, poichè probabilmente la questione poteva interessare i suoi superiori della rete di intelligence, ordinò al DIGILIO di recarsi a controllare personalmente la situazione, anche per scongiurare che accadesse qualcosa di spiacevole al FORZIATI. Il DIGILIO si recò quindi più volte in via Stella, circostanza questa confermata anche dal PERSIC, e parlò con il FORZIATI tranquillizzandolo e consigliandolo. Il DIGILIO vide più volte anche il Dott.MAGGI parlare con il FORZIATI in via Stella, ma non ebbe modo di comprendere i discorsi che fecero. Il FORZIATI, una volta cessata l'opera di convincimento venne poi comunque liberato ed autorizzato a tornare a Trieste.

 

Tale episodio costituisce, a tutt’oggi, la circostanza di maggiore contiguità alla CIA del MAGGI.

 

Un altro episodio riferito dal DIGILIO é quello relativo all’incarico avuto dalla C.I.A., piú o meno verso la fine degli anni ‘70, relativo al recupero di due barre di uranio da 13 chilogrammi cadauna. Il furto di tali barre era avvenuto, secondo il DIGILIO, all’estero, probabilmente in un reattore sito in Germania e i detentori dell’uranio cercavano di trovare acquirenti in Lombardia. Il DIGILIO, avendo ricevuto questa informazione, ne mise al corrente il suo referente C.I.A. che gli consegnó il denaro necessario a simularne l’acquisto. Il DIGILIO diede diversi appuntamenti ai trafficanti provocando intanto l’intervento della struttura statunitense che ebbe luogo nei pressi del lago di Garda. L’uranio venne recuperato, a suo dire, proprio dagli americani che intervennero direttamente sui trafficanti. Il DIGILIO venne coadiuvato nell’operazione di acquisto simulato anche dal SOFFIATI Marcello.

 

Il DIGILIO ha anche riferito in merito ai suoi rapporti con il noto CAVALLINI Gilberto. Questo estremista di destra facente parte del gruppo denominato N.A.R., gli venne presentato, verso la fine degli anni ‘70, da Carlo Maria MAGGI, che lo invitó a mettere a disposizione la sua esperienza nel campo delle armi per effettuare delle perizie e delle valutazioni su una partita in possesso di un giovane che lo stesso DIGILIO riconobbe successivamente per essere il CAVALLINI. L’incontro avvenne a Venezia in Piazzale Roma. Successivamente i tre ebbero diversi altri incontri in un parcheggio presso il cavalcavia di San Giuliano, sempre a Venezia. A tutti gli incontri il CAVALLINI si presentó in auto. In una valigia trasportava ogni volta un certo numero di pistole e fucili mitragliatori che il DIGILIO doveva valutare tecnicamente indicandone anche il valore di mercato. Il CAVALLINI consegnava poi una somma pari al 10 % del valore indicato dal DIGILIO che veniva incamerata dal MAGGI e da lui usata per portare, a suo dire, un aiuto ai camerati di destra detenuti. In seguito a questi episodi il CAVALLINI si presentó, spontaneamente e senza alcun preavviso, presso l’abitazione del DIGILIO a Sant’Elena. Il DIGILIO seppe in seguito che era stato il MAGGI a dare imprudentemente il suo indirizzo al CAVALLINI.

 

Questi, quindi, si presentó piú volte a casa del DIGILIO, ogni volta che aveva bisogno di valutazioni, consigli o aiuto per la riparazione di qualche arma.

 

I rapporti con il CAVALLINI così si infittirono sempre più fino a quando, dai consigli e dalle valutazioni, il DIGILIO passò alle modifiche di armi, al fine di renderle più occultabili e non rintracciabili, ed alla fornitura, intorno al 1980, di silenziatori. Il DIGILIO parla infatti della manutenzione di fucili Garand, M.A.B. 38, qualche vecchio Sten e di alcune pistole mitragliatrici Beretta M12 del tipo in uso alle Forze di Polizia. Il DIGILIO narra anche di aver punzonato ed eliminato la matricola da alcuni Sten e M.A.B. portatigli presso la propria abitazione dal CAVALLINI. Il sistema usato dal DIGILIO era quello della fusione ad arco voltaico che consentiva di ottenere una perfetta abrasione dei numeri di matricola.

 

Particolari molto salienti sono quelli riferiti dal DIGILIO sul noto ZORZI Delfo e sull'esistenza di un casolare adibito a deposito nella cittadina di Paese (TV). Il MINETTO Sergio, come abbiamo visto superiore del DIGILIO, verso la fine degli anni '60, affidò ad "Erodoto" un delicato incarico. DIGILIO doveva entrare in contatto con il Professor FRANCO Lino, altro membro della rete di intelligence, al quale era stato affidato l'incarico di sorvegliare le mosse del gruppo ordinovista capeggiato dal noto VENTURA.

 

In particolare la "rete" era a conoscenza di un vasto deposito di armi localizzato nella cittadina di Paese, facente capo al VENTURA. Era quindi necessario infiltrare un uomo in quel gruppo per valutare le loro intenzioni e soprattutto per verificare la consistenza di tale deposito. Venne prescelto inizialmente il SOFFIATI Marcello, uomo molto ben inserito nella struttura ordinovista, ma poi, a causa della sua scarsa conoscenza di armi ed esplosivi ed anche perchè troppo conosciuto, venne proposto in sua vece il DIGILIO Carlo.

 

Venne quindi deciso di affidare la missione ad una fonte e ad un caporete che di norma non lavoravano insieme ma che potevano compenetrarsi a sufficienza nelle loro conoscenze.

 

Il FRANCO Lino per la valutazione delle intenzioni e la supervisione ed il DIGILIO per la sua competenza tecnica. A Paese il DIGILIO ebbe modo quindi di vedere notevoli quantità di esplosivo (tritolo, mine anticarro ed altro esplosivo in scaglie), armi lunghe di vario tipo (mitra M.A.B., Sten e Thompson 45, fucili Mauser ed anche una mitragliatrice modello MG 42) nonchè detonatori ed orologi. Il DIGILIO capì che il gruppo, del quale faceva parte anche lo ZORZI, intendeva compiere attentati di notevole gravità ma era ancora alle prese con dei problemi riguardanti l'innesco e l'accensione dei detonatori necessari per attivare la carica esplosiva. Il VENTURA, in particolare, cercava di realizzare dei congegni di accensione servendosi di sveglie, batterie e fili al nichel-cromo. Il Professor FRANCO gli suggerì l'uso dei fiammiferi antivento il che contribuì ad accrescere le potenzialità offensive del gruppo. Nel corso della prima visita il DIGILIO, lasciato solo nel casolare, asportò il percussore di quella che riteneva l’arma più pericolosa nelle mani del gruppo, la mitragliatrice MG 42, consegnandolo poi al FRANCO Lino. In questa occasione il DIGILIO conobbe lo ZORZI, che era un po' il guardiano del casolare ed il guardaspalle del VENTURA, con il quale entrò poi anche in buona confidenza. Successivamente, da alcuni discorsi che questi gli fece, il DIGILIO comprese che parecchi dei problemi di accensione, a suo tempo manifestatigli, erano stati risolti e che il gruppo ordinovista aveva delle responsabilità nell'ondata di attentati perpetrati in danno di convogli ferroviari nell'estate del 1969.

 

Tali attentati, prodromici a quello di Piazza Fontana, possono essere considerati dei preparativi e delle prove per la buona riuscita di quest'ultimo.

 

Come abbiamo detto lo ZORZI si fidava molto del DIGILIO e giunse anche a confidargli di aver personalmente organizzato e partecipato al noto attentato alla Scuola Slovena di Trieste. In tale occasione lo ZORZI si mostrò particolarmente fiero di quell'azione e spiegò al DIGILIO che dalla serie di attentati ai treni sino a quello alla Scuola Slovena, lui, il VENTURA ed il POZZAN, avevano migliorato le tecniche di approntamento degli ordigni che ora risultavano più efficaci e sicuramente funzionanti. Un giorno, che il DIGILIO colloca nella prima metà del 1973, a Mestre, lo ZORZI, consegnandogli il calco di una chiave che il DIGILIO doveva adoperarsi a fare per favorire l'evasione del VENTURA, allora detenuto, gli confidò di aver " ...partecipato direttamente all'operazione di collocazione della bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura...", aggiungendo poi "...me ne sono occupato personalmente e non è stata una cosa facile , mi ha aiutato il figlio di un direttore di banca...". Con queste frasi lo ZORZI desiderava coinvolgere quanto più possibile il DIGILIO nelle azioni del gruppo ordinovista, proprio nel momento in cui questi cercava di allontanarsene.

 

Probabilmente lo ZORZI percepiva lo stato d'animo del DIGILIO e, ritenendolo indispensabile per le attività del gruppo per la sua profonda conoscenza delle armi e degli esplosivi, cercava di renderlo complice e fedele militante. Il giorno successivo il DIGILIO riportò il calco allo ZORZI dicendogli di non poterlo fare e di non voler collaborare più con il gruppo.

 

Lo ZORZI ebbe una reazione furiosa ma poi, rendendosi conto del livello di conoscenza a cui aveva ormai introdotto il DIGILIO, cercò di smorzare i toni dilungandosi in affannose precisazioni circa il suo ruolo nella strage di cui aveva parlato il giorno precedente. A questo punto giunse a dire al DIGILIO che nella strage erano coinvolti anche i “servizi segreti” cercando con questo di intimorirlo ulteriormente. Opportunamente cambiò la versione dei fatti asserendo di aver partecipato alle operazioni di contorno del 12.12.1969 e di aver agito nei confronti della Banca Nazionale del Lavoro di Roma.

 

Precedentemente a questo episodio, sempre nel 1973, lo ZORZI gli parlò della preparazione di numerosi attentati da compiersi in varie zone d'Italia.

 

Lo scopo di tali attentati era di creare un diversivo per distogliere l'attenzione degli inquirenti dalla figura del VENTURA allora detenuto. Lo ZORZI temeva infatti che questi potesse cominciare a cedere rivelando quanto conosceva dell'organizzazione e riteneva indispensabile far evadere il VENTURA. In seguito a tali episodi lo ZORZI si comportò sempre più rigidamente nei confronti del DIGILIO.

 

Va infine detto che il DIGILIO nell’ambiente ordinovista era noto, come detto, con l’appellativo di “Zio Otto”. Il noto Martino SICILIANO ha riferito che gli ordigni destinati agli attentati alla Scuola Slovena di Trieste ed al cippo di confine di Gorizia, furono preparati da tale “Zio Otto”, che egli identifica nel DIGILIO Carlo.

 

Quest’ultimo ne aveva prodotti più di quanti ne furono effettivamente utilizzati in quelle circostanze. Quanto esposto non è mai stato ammesso dal DIGILIO che, anzi, ha affermato soltanto in tempi recenti di essere lo “Zio Otto”.

 

La circostanza è di eccezionale rilevanza e va analizzata.

 

Se le cose si fossero svolte nel quadro delle responsabilità singole e governative delineate dal DIGILIO Carlo, non si comprende il perché gli Stati Uniti non abbiano, nell’immediatezza della strage, fornito, ad un loro alleato, elementi utili per addivenire alla identificazione degli autori del grave fatto di sangue. Se, viceversa, anche l’affermazione di cui sopra, del Martino SICILIANO, dovesse trovare conferma, ben due fiduciari C.I.A. si troverebbero coinvolti (Lino FRANCO e Carlo DIGILIO) nella realizzazione dell’ordigno.

 

Una prova dell’attività C.I.A. del DIGILIO anche negli anni ‘80, oltre a quanto da egli stesso ammesso nel settore anticastrista, viene da quanto dichiarato dal noto MALCANGI Ettore. Egli ha infatti, informalmente, riferito che al termine della guerra dello Yom Kippur (ott.- nov. 1956) gli eserciti di tutto il mondo avrebbero cercato di porre rimedi ai difetti riscontrati nel settore contraereo. Egli, con il proprio amico Generale ROSASPINA, aveva realizzato un progetto missilistico di arma contraerea su rampa mobile con possibilità di lancio multiplo di razzi autopropulsi ad innesco elettrico attivati tramite segnale radio che veniva captato da un radar collocato sulla rampa. La fase di progettazione era iniziata nel 1966 ma non giunse mai ad una realizzazione pratica. Il progetto rimase quindi un segreto tra lui ed il suo amico che, all’epoca, comandava la base di Perdasdefogu e, nel 1973-74, era stato a capo della Divisione Armi ed Armamenti dell’E.I..

 

Durante il periodo trascorso con il DIGILIO a Villa D’Adda, il MALCANGI gli aveva raccontato questi particolari che il DIGILIO, comprendendo la validità del progetto, aveva ascoltato con estrema attenzione. Durante il suo soggiorno a Santo Domingo fu avvicinato da alcuni uomini della C.I.A. che gli fecero capire di essere interessati, in cambio di denaro, ad acquistare il progetto del Generale ROSASPINA, da tempo deceduto.

 

Il MALCANGI rifiutò di vendere il progetto e giunse alla conclusione che il DIGILIO, anche negli anni ‘80 e fuori dall’Italia, continuava ad avere rapporti con la C.I.A..

 

Il DIGILIO ha anche narrato di numerosi incontri avvenuti fra il gruppo ordinovista veneto ed il MAGGI Carlo Maria, avvenuti presso la trattoria gestita dai SOFFIATI a Colognola ai Colli. In particolare risultano interessanti i rapporti fra il MINETTO Sergio ed il MAGGI Carlo Maria.

 

Infatti in tale contesto si inserisce un episodio narrato negli ultimi tempi dal DIGILIO Carlo e relativo a tali rapporti che erano, a detta del DIGILIO, molto stretti e caratterizzati dalla dipendenza del MAGGI che si era reso disponibile a rispettare le direttive impartite dagli statunitensi attraverso il MINETTO. Il DIGILIO ha affermato che, “ ...quando nel 1963 il Generale WESTMORELAND emanò una direttiva secondo la quale il comunismo doveva essere fermato ad ogni costo, in Italia furono formate le Legioni dei Nuclei di Difesa dello Stato e la scelta strategica fu quella di contattare ed avvicinare, ad opera della rete informativa americana, tutti gli elementi di destra che fossero in qualche modo disponibili a questa lotta e coordinarli.

 

Persone come il Dr.MAGGI, quindi, pur non entrando certo a far parte direttamente della struttura americana, ne costituirono la connessione con l’ambiente esterno. La direttiva era di non tralasciare di informare gli americani di qualsiasi situazione, come movimenti di armi ed esplosivi o attentati, che in qualche modo avessero rilevanza..... Tale attività di controllo era svolta personalmente da MINETTO che, sul piano organizzativo, era un personaggio di alto livello.

 

MINETTO e MAGGI si incontravano molto spesso sia a Colognola ai Colli, in trattoria o a casa di Bruno SOFFIATI, sia a Verona, nell’appartamento di Marcello SOFFIATI in via Stella nr.13, sia a Venezia.” Il DIGILIO stesso vide MAGGI e MINETTO insieme circa una decina di volte, anche all’interno di una pizzeria di via Mazzini a Verona, non distante da via Stella. Inoltre, dieci giorni prima della strage di Piazza della Loggia a Brescia, si incontrarono presso la trattoria di Colognola ai Colli, i due SOFFIATI, DIGILIO, MINETTO ed il Dott. MAGGI. Ad un certo punto della cena il MAGGI, in rispetto di quei doveri di informazione che aveva nei confronti del MINETTO, annunciò che di lì a pochi giorni ci sarebbe stato un grosso attentato terroristico. Il DIGILIO ha anche precisato che tale sistema di incontrarsi in trattoria era stata una invenzione ed una proposta del Dr.MAGGI, un sistema ipocrita di far finta di essere solo una compagnia di amici che mangiavano e scherzavano, mentre in realtà potevano così incontrarsi e scambiarsi informazioni. In particolare il MAGGI ed il MINETTO quando avevano l’esigenza di parlare da soli si recavano nel vicino campo di bocce.

 

L’utilizzo di tale sistema di contatto è stato riferito anche dal noto SICILIANO Martino confermando che il MAGGI era solito adottarlo per non dare nell’occhio e per fornire l’impressione di un incontro conviviale di un allegro gruppo di amici.

 

E’ a questo punto necessario far notare che, se l’affermazione del DIGILIO Carlo circa la cena ove viene preannunciata la strage di Piazza della Loggia, è veridica (e quanto dichiarato dal PERSIC ed illustrato nel capitolo “MINETTO” costituisce riscontro indiretto), ne discende che in una riunione di tal guisa, alla presenza di un fiduciario C.I.A. del livello del MINETTO, ogni persona ha un determinato ruolo ed un motivo per assistervi. Non va scartata l’ipotesi che il DIGILIO, già indicato dal SICILIANO come il confezionatore dell’ordigno di Piazza Fontana, possa essere stato anche il confezionatore di quello utilizzato a Brescia. D’altra parte tutti i dati investigativi convergono su una matrice veneta della strage bresciana, anche se con esecutori milanesi. Il SOFFIATI Marcello potrebbe essere stato presente perché, come si vedrà nel capitolo a lui dedicato, trasportatore dell’ordigno. Da notare, per ultimo, che alla cena, tranne il MAGGI, tutti gli altri (ben quattro) sono fiduciari C.I.A..

 

 

 

3. LINO FRANCO

(deceduto)

Ruolo......Fiduciario statunitense con

responsabilitá di caporete

Criptonimo......................sconosciuto

 

FRANCO Lino (nato a Vittorio Veneto il (TV) il 12.12.1926, deceduto a Belluno il 15.7.69.) è stato uno dei fiduciari degli statunitensi nell’ambito della rete operativa. Il DIGILIO lo indica come un informatore della C.I.A. attribuendogli anche un doppio ruolo, quello di appartenente al cosiddetto “Gruppo Sigfried”. Arruolatosi nelle file della R.S.I. dopo l’8 Settembre del ‘43, venne inquadrato, a dire della moglie, nel Battaglione "BARBARIGO" della Divisione "Decima M.A.S.", il primo ad entrare in combattimento contro gli Alleati. Partecipò quindi sul fronte meridionale alle battaglie di Anzio e Nettuno fino a quando il suo Reparto non venne travolto dagli Angloamericani e lui si trovò sbandato. Riuscì a rientrare in Veneto ma a Padova venne fatto prigioniero dagli Americani. Da questo punto la sua storia si fa nebulosa al punto che nemmeno la moglie è riuscita a ricostruire precisamente le sue vicende. Secondo DIGILIO il FRANCO combattè la battaglia di Cassino a fianco dell’Alleato Germanico giungendo persino, a soli 17 anni, a dare consigli sulle modifiche da apportare ad una mitragliatrice aeronautica di fabbricazione tedesca convertita per l’impiego terrestre con l’adozione di calciolo e bipiede, la MACHINE-GEWHER 15.

 

Per tale abilità nel maneggio e nella costruzione delle armi, venne immediatamente notato dagli Americani quando lo fecero prigioniero. Questi non si fecero scappare l’occasione di cooptare l’uomo giungendo, sempre secondo il DIGILIO, ad arruolarlo quale fonte info-operativa affidandogli il compito di lavorare leghe metalliche per elicotteri ed aerei all’interno di un capannone industriale sito nei pressi di Monfalcone ed in altro nei pressi di Trieste. In questo compito venne coadiuvato anche dal MINETTO Sergio, a quel tempo già fonte C.I.A., che grazie alla sua attività in proprio poteva spostarsi facilmente ed occuparsi del trasporto dei pezzi lavorati dal FRANCO. Tutto ciò avvenne, secondo il DIGILIO, a partire dalla seconda metà degli anni ‘50. Si è avuto soltanto qualche parziale riscontro a tale fase della vita del FRANCO. Sua moglie riferisce gli avvenimenti in modo chiaramente diverso dal DIGILIO, ma, per certi versi coincidente.

 

Infatti, parlandogli delle sue vicende antecedenti alla loro conoscenza, il FRANCO confermò alla moglie di aver combattuto nelle già citate battaglie inquadrato nelle fila della Decima M.A.S., di essere stato fatto prigioniero a Padova, di aver lavorato per conto degli Inglesi e dei Polacchi, prima come barista, e poi come sminatore nella zona di Imperia. Da notare che anche lui ebbe una sorte analoga a molti altri Repubblichini nel primo dopoguerra; infatti nei primi anni ‘50 emigrò per l’Argentina facendo ritorno in Italia dopo circa due anni, più o meno nello stesso periodo in cui emigrarono altri due appartenenti alla rete in disamina: il MINETTO Sergio ed il GUNNELLA Pietro. Altra analogia con il MINETTO è relativa all’attività lavorativa; entrambi infatti avevano delle attività in proprio che consentivano dei facili spostamenti nell’area geografica del Triveneto senza che potessero destare alcun sospetto.

 

Il MINETTO svolgeva l’attività di riparatore di apparecchi frigoriferi mentre il FRANCO aiutava il cognato in una ditta per la distribuzione di giochi ed intrattenimenti da bar (flipper, slot-machine, juke-box etc. etc.). Nel caso del MINETTO si deve far notare che ad inserirlo nella detta attività fu, come dichiarato informalmente dal figlio Gianfrancesco, il GLISENTI Giancarlo, altro personaggio che verrà analizzato, sicuramente anch’egli inserito nella rete, mentre nel caso del FRANCO, emerge che egli già svolgeva un’altra attività, quella di insegnante di educazione fisica nelle scuole medie inferiori e superiori, che necessariamente doveva impegnarlo per buona parte della giornata.

 

Da una perquisizione operata presso l’abitazione della moglie del FRANCO sono emersi elementi che contribuiscono a qualificarlo quale simpatizzante del noto Movimento Politico ORDINE NUOVO. Infatti sono stati rinvenuti i cosiddetti “quaderni di Ordine Nuovo”, degli opuscoli periodici relativi alle attività del gruppo con articoli ideologicamente orientati, dei volantini inneggianti alla campagna per la scheda bianca condotta nella seconda metà degli anni ‘60 da ORDINE NUOVO e, soprattutto, il noto volumetto dal titolo “Le mani rosse sulle Forze Armate”, il cui autore, che si celava dietro lo pseudonimo mitologico di Flavio MESSALLA, fu il noto Pino RAUTI coadiuvato dal GIANNETTINI. Il possesso di tale pubblicazione potrebbe sembrare a prima vista normale per un simpatizzante di destra, ma si deve considerare la rarità di tale documento diffuso a suo tempo soltanto fra gli “addetti ai lavori”, cioè i militanti Ordinovisti.

 

Secondo il DIGILIO, il Sergio MINETTO aveva fatto vari viaggi in Grecia, intorno al 1970, per i suoi contatti politici. In quell’epoca infatti era al potere, in Grecia, il regime dei Colonnelli. In occasione di questi viaggi aveva saputo che il Prof. FRANCO Lino aveva inviato, tramite il Porto di Venezia, armi al generale GRIVAS di Cipro ed il MINETTO lo aveva quindi ammonito a stare molto attento ad operazioni del genere e ad attenersi comunque alle disposizioni. Le armi che FRANCO aveva mandato a Cipro erano quelle che il “Gruppo Sigfried” ancora conservava nei depositi di Pian del Cansiglio ove dei reparti scelti della Decima MAS avevano fermato il Corpo d’Armata titino che minacciava l’Italia.

 

Riguardo alla sua attività nell’ambito della rete clandestina, al FRANCO venne affidato, dai suoi superiori della rete, il delicato incarico di tenere sotto controllo i movimenti e le iniziative del noto Giovanni VENTURA. Il FRANCO, a dire di DIGILIO, pensò inizialmente di affidare la missione di infiltrazione al SOFFIATI Marcello, ma poi, per non esporlo, visto che era noto per le sue simpatie di destra, in una operazione di contatto con una persona il cui credo politico in pubblico era dubbio, scelse proprio il DIGILIO. Il SOFFIATI, evidentemente consigliatosi con il MINETTO Sergio sull’incarico avuto dal FRANCO, optò per un coinvolgimento del DIGILIO. Anche in questo caso la missione venne affidata a due fonti (o fiduciari) che di norma non lavoravano insieme. Questo perché in quel particolare caso era necessaria una competenza tecnica che era in possesso del DIGILIO in quanto profondo conoscitore delle armi di ogni tipo. Il VENTURA, quindi, condusse il DIGILIO con sé presso un casolare che aveva adibito a deposito, nella cittadina di Paese (TV) ove erano tenute nascoste le armi di proprietá del gruppo da lui capeggiato. Qui il DIGILIO ebbe occasione di conoscere anche lo ZORZI che in quel periodo faceva la guardia al casolare. Le armi custodite erano di vario tipo ma si trattava esclusivamente di armi lunghe; vi era anche un discreta quantitá di esplosivo che il DIGILIO non seppe però riconoscere. In quella occasione il VENTURA gli parlo’ anche delle prospettive del proprio gruppo che intendeva compiere un attentato in danno di una alta personalitá dello Stato.

 

Aveva peró dei problemi per quanto riguardava l’innesco e l’accensione del detonatore necessario per attivare l’esplosivo. Il VENTURA stava infatti cercando di realizzare un congegno di accensione a tempo servendosi di una sveglia, di alcune batterie, di filo al nichel cromo e, dietro suggerimento proprio del FRANCO, di fiammiferi antivento. Il DIGILIO non disse come e se il VENTURA risolse il problema del detonatore, ma raccolse quante piú informazioni possibile e poi relazionó il tutto al professor FRANCO, compreso il progetto di attentato del quale il VENTURA gli aveva parlato, consegnandogli anche un percussore sottratto in un momento in cui era rimasto solo nel casolare dall’arma che lui riteneva più pericolosa nelle mani del gruppo, la mitragliatrice MG 42.

 

Nella relazione che fece, il DIGILIO riferí anche di alcuni orologi da lui visti nelle disponibilitá del VENTURA nonché dei problemi di quest’ultimo inerenti all’accensione di detonatori a tempo.

 

Per quanto riguarda il cosidetto “Gruppo Sigfried”, il DIGILIO riferí che si trattava di una piccola realtá, sostanzialmente analoga ai “Nuclei di Difesa dello Stato”. Era, a suo dire, una specia di associazione che riuniva qualche decina di ex-combattenti ed ex-militari quasi tutti provenienti dalla Repubblica Sociale Italiana e comunque di provata fede anti-comunista. Del resto, dice il DIGILIO, il nome faceva riferimento ad una linea di difesa tedesca utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia. In buona sostanza il DIGILIO afferma che i “Nuclei di Difesa dello Stato” ed il “Gruppo SIGFRIED” furono due realtá distinte ma fra loro molto simili, entrambe dipendenti da strutture del Governo e cioè , rispettivamente, dall’Esercito e dai Servizi di Sicurezza, in quel caso il S.I.F.AR..

 

Il noto MALCANGI Ettore riguardo al “Gruppo Sigfried” disse che tale nucleo di persone era stato creato dal Generale DE LORENZO per le esigenze connesse ai suoi preparativi di golpe nei primi anni ’60 ed era stato impiegato in Alto Adige.

 

Un referente a Milano del “Gruppo Sigfried” era tale HERMANN Gervasio, non meglio identificato.

 

Del “Gruppo Sigfried” avrebbe fatto parte anche un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, giá Comandante della Stazione Carabinieri di Vittorio Veneto. Questo particolare non discende da una cognizione diretta del DIGILIO, ma venne a questi riferito dal FRANCO Lino. Il DIGILIO non ci descrive con esattezza la funzione del sottufficiale, anche perché il FRANCO, a suo dire, era un vero professionista in questo campo, e raramente si lasciava andare a confidenze, ma specificò due punti fondamentali relativi all’impiego del citato sottufficiale: “... questi costituiva un punto di riferimento logistico per l’approvvigionamento di armi in caso di imprevisto ed immediato allarme.”.Il DIGILIO precisó che “...la parola imprevisto andava intesa nel senso che il FRANCO, quando non pressato da esigenze temporali, poteva autonomamente approvvigionarsi, con le sue conoscenze, del materiale logistico di cui necessitava. Il secondo punto fondamentale era la possibilitá di segnalare e reclutare direttamente che aveva il sottufficiale, che gli discendeva dalla profonda conoscenza che aveva del territorio su cui aveva giurisdizione, visti anche il prestigio e l’autoritá di cui godevano in passato gli appartenenti all’Arma dei Carabinieri ed in particolare i Comandanti di Stazione.”.

 

Non è stato possibile identificare con certezza il sottufficiale poichè, in quel periodo, numerosi militari si succedettero nel Comando di tale Stazione, ma un riscontro alle dichiarazioni del DIGILIO viene dalle affermazioni del POLI Pietro, un sottufficiale dell’Arma in congedo, già Comandante della Stazione Carabinieri di Vittorio Veneto. Questi ha narrato che il Maresciallo MARZOLI Giuseppe, suo predecessore, conosceva bene il FRANCO, ma che, tuttavia, questi non era il sottufficiale dell’Arma più vicino al professore. Vi era infatti il Maresciallo MIELE Benedetto, già Comandante della stazione CC di Serravalle (TV) che era in ottimi rapporti con il FRANCO e che una volta si recò in Francia con quest’ultimo.

 

Il FRANCO non fece mai al DIGILIO riferimento ad altri sottufficiali dell’Arma inseriti nel “Gruppo Sigfried”, ma lo stesso DIGILIO ebbe a precisare che “...dall’insieme dei discorsi effettuati avevo percepito che era un costume diffuso all’epoca orientarsi sull’appoggio logistico dell’Arma dei Carabinieri sia perché capillarmente diffusa sul territorio italiano e sia perché rappresentava l’ultimo baluardo in difesa dei valori di tradizione e libertá in un momento in cui le organizzazioni comuniste erano al massimo della loro propaganda sovversiva.”.

 

Altri personaggi che hanno accennato all’esistenza del “Gruppo Sigfried” sono stati: PITARRESI Biagio, Giampaolo STIMAMIGLIO, Carlo FUMAGALLI, Gaetano ORLANDO, il colonnello Amos SPIAZZI ed il noto BERTONI Giancarlo che verrà più avanti analizzato.

 

 

 

4. GUNNELLA PIETRO

(deceduto)

Ruolo...................Fiduciario

Criptonimo......Il Professore

 

Il ruolo di GUNNELLA Pietro non é stato ancora ben chiarito. Il DIGILIO Carlo ha infatti riferito che il suo compito era quello di fungere da raccordo fra i vari componenti della rete informativa, procurando appuntamenti e fungendo praticamente da quella che, in gergo, viene detta “buca della posta”. Infatti quando un membro dell’organizzazione aveva bisogno di contattarne un altro, inviava al GUNNELLA un biglietto su cui veniva riportato l’appuntamento da effettuarsi.

 

Il Professore provvedeva quindi ad inoltrare il biglietto al destinatario. Per tali motivi è chiaro che il Professore doveva offrire elevate garanzie di sicurezza essendo ovviamente a conoscenza dei nominativi e della dislocazione della maggior parte degli appartenenti alla rete.

 

Tale sistema era particolarmente utilizzato per città di limitate dimensioni, quali Verona o Vicenza, ove non era facile evitare di farsi notare, mentre a Venezia DIGILIO, SOFFIATI ed il CARRETT si potevano incontrare direttamente senza timore di essere notati in luoghi di grande affluenza turistica.

 

Per meglio chiarire il suo ruolo si devono riportare alcuni dati significativi del personaggio. Il GUNNELLA, dottore in Filosofia, venne condannato in contumacia, nel 1947, a 24 anni di reclusione per collaborazione militare ed omicidio, avendo egli aderito alla R.S.I.. Tale condanna venne ridotta successivamente a sedici anni e poi, al momento inspiegabilmente, a soli due anni di reclusione. Per sfuggire anche a tale esigua condanna il GUNNELLA Pietro (nato a Mazara del Vallo (TP) l’1.12.21, deceduto a Verona il 3.12.87 – emigrato in Argentina in data 2.5.52) nel 1959 decise di fare rientro in Italia ed il 12 Agosto si costituí alla Procura di Genova per espiare la suddetta condanna.

 

Da notare che il GUNNELLA, analogamente a quanto fecero il MINETTO ed il FRANCO, scelse, quale paese di emigrazione, l’Argentina. Anche il periodo è più o meno coincidente con quello degli altri due. Politicamente il GUNNELLA aderiva al M.S.I., nel quale fu anche designato quale delegato per il Congresso Nazionale del Luglio 1960. Questi pochi dati sono comunque sufficienti a delineare la figura del GUNNELLA come quella di un personaggio di possibile carisma fra i suoi camerati, il che lo potrebbe collocare in una posizione superiore rispetto al ruolo di “staffetta-postino” attribuitogli dal DIGILIO.

 

Da rilevare che il DIGILIO indica il Professor GUNNELLA anche come il “contatto” fra MINETTO Sergio ed il noto Colonnello Amos SPIAZZI, che in quel periodo era il responsabile del “Nucleo di Difesa dello Stato” di Verona, nonché fra questi ed il noto Elio MASSAGRANDE. DIGILIO dichiarò che fu il SOFFIATI Marcello a fargli il nome del GUNNELLA quale uomo di contatto della rete.

 

Il SOFFIATI disse inoltre al DIGILIO che “il professore” manteneva i contatti, oltre che tra gli agenti statunitensi ed alle persone da loro dipendenti, anche tra questi ed estremisti di destra a loro collegati, anche latitanti e situati all’estero.

 

Un parziale riscontro viene dalle dichiarazioni di PAGANOTTO Fabio che conosceva il GUNNELLA poichè abitava sullo stesso pianerottolo dell’abitazione di questi a Verona. Il PAGANOTTO ha riferito di aver notato che il GUNNELLA aveva delle assidue frequentazioni con il Colonnello SPIAZZI Amos.

 

Il figlio del professor GUNNELLA, Giovanni, nato a Verona il 17.10.61 e residente a Firenze, viene citato quale attore di una conversazione telefonica circa il “terzo uomo” del GRUPPO LUDWIG di Verona all’interno della sentenza ordinanza pronunciata dal Giudice Istruttore di Bologna, Dott. Leonardo GRASSI, in data 2.4.90, contro l’organizzazione di estrema destra denominata “RONDE PIROGENE ANTIDEMOCRATICHE” attiva negli anni ’80 (1987 - 1990).

 

Dalla lettura della sentenza emergono contatti tra le “RONDE” ed i “NUCLEI SCONVOLTI PER LA SOVVERSIONE URBANA”, nonché l’eversione di destra veronese. Come si legge alla pagina 5 della sentenza, la filosofia delle “RONDE” viene illustrata nel documento “Piro acastasi”, redatto da TUBERTINI Luca, estremista in stretto collegamento con TOFFALONI Marco, materiale detentore del documento. Questo si ispira alla teoria del fuoco purificatore che presenta alcuni punti in comune con l’ideologia della setta “ANANDA MARGA”.

 

Benchè lo stesso Giudice Istruttore affermi che, nonostante le analogie, non vi sono elementi per ritenere che la strategia piromane delle “RONDE” e dei “NUCLEI” sia maturata nella setta, va tenuto conto che essa è stata redatta nel 1990 e non ha quindi potuto usufruire degli elementi, successivamente emersi, e del ruolo, ora da sottoporre a nuova attenzione, del figlio di un presunto agente C.I.A. all’interno di una formazione eversiva, anche se, certamente, di secondo piano. Beninteso, il termine secondo piano va relativizzato, in quanto lo stesso G.I. fa giustamente osservare l’intrinsecità, nelle “RONDE”, di un percorso evolutivo dell’utilizzo del mezzo incendiario, non privo della possibilità di essere utilizzato a fini di strage, così come ampiamente motivato nelle pagine 4, 5 e 6 della citata sentenza, che fanno trasparire, oltre alle motivazioni religiose, anche l’acceso anticomunismo degli adepti.

 

Sempre alla pagina 5 della sentenza in disamina, si rappresenta che, molte delle persone coinvolte nel procedimento relativo alle “RONDE”, appartengono all’organizzazione “ANANDA MARGA”, struttura con estensione in vari Paesi ed obiettivi non soltanto filosofici e religiosi, ma anche rivoluzionari, con una struttura formata non soltanto di monaci ed adepti, ma anche da un servizio d’ordine e da regole molto rigide, di carattere quasi militare, cui erano costretti a sottoporsi gli adepti, con una simbologia nazista ed una partecipazione molto vasta di ex appartenenti all’organizzazione neo fascista di carattere eversivo, denominata ORDINE NUOVO.

 

L’ “ANANDA MARGA” viene descritta dal noto FISANOTTI come una associazione a metà tra una religione ed una filosofia, di cui fanno parte numerosi elementi di Ordine Nuovo, le cui regole di vita, di fatto, portano alla spersonalizzazione dell’affiliato che viene assoggettato completamente al leader, sicchè si crea un clima particolarmente idoneo ad indurre gli affiliati a qualsiasi azione.

 

Questo Reparto, a fronte della emersa centralità strategica dal punto di vista della penetrazione informativa statunitense in Italia, della città di Verona, in relazione alla presenza del figlio del GUNNELLA nelle “RONDE”, in virtù dei legami emersi tra Ordine Nuovo e Ananda Marga, nonché del fatto che il TUBERTINI Luca ed il TOFFALONI Marco sono stati chiamati in causa dal noto ALBERTINI Giampaolo come coinvolti nella strage di Bologna, ha inteso verificare, con richiesta decontestualizzata, la presenza di ANANDA MARGA negli Stati Uniti d’America ed approfondire, alla luce delle ultime acquisizioni, le dichiarazioni del FISANOTTI.

 

Interpol Washington si limitava, essendo stata decontestualizzata la richiesta, a riferire che la setta religiosa denominata “ANANDA MARGA” era a loro nota per “...essere stata segnalata diverse volte per reati violenti ed altri reati...”.

 

Escusso da questo Ufficio, il noto FISANOTTI Giuseppe dichiarava che ANANDA MARGA era giunta a Verona nel 1974 - 1975 ed il suo atto costitutivo era stato stilato da un notaio di Soave (VR) alla sua presenza, anche se non aveva firmato. Tra i firmatari vi erano Rita STIMAMIGLIO (sorella del più noto Giampaolo, appartenente al Nucleo di Difesa dello Stato di Verona), Paolo MARCHETTI, un certo Mario TONELLO e, sicuramente presenti, ma dubbia la loro qualità di firmatari, STERBENI Fabrizio, LODI Claudio (ordinovista veronese vicino ai noti BESUTTI, BIZZARRI e MASSAGRANDE) e TOFFALONI Marco.

 

Il FISANOTTI spiegava che la destra aveva sempre avuto una particolare attenzione per il mondo dell’esoterismo e riteneva che, quindi, questa fosse la ragione per la quale l’organizzazione madre indiana, dovendo riprodursi in Italia, avesse scelto un ambiente a sé consono. Il FISANOTTI aggiungeva anche che l’“ANANDA MARGA” italiana era nata proprio con l’atto di Soave (VR), confermando così il ruolo centrale del capoluogo scaligero, anche in questa vicenda. Il FISANOTTI specificava anche che la famiglia TOFFALONI, il cui figlio era presente alla redazione dell’atto costitutivo e che veniva indicato dall’ALBERTINI come coinvolto nella “Strage di Bologna”, aveva proprietà in Soave (VR).

 

A precisa richiesta il FISANOTTI dichiarava di non sapere per quale motivo “ANANDA MARGA Italia”, tra tutti gli ambienti di destra a sé consoni, avesse scelto proprio quello scaligero, tuttavia forniva un dato di straordinaria importanza. Essa era giunta a Verona per il tramite del Professor BARBARANI Francesco e del noto esponente di estrema destra Elio MASSAGRANDE, quest’ultimo già reggente di Ordine Nuovo ed in contatto con uno dei superiori gerarchici del DIGILIO nella catena informativa, il Capitano Teddy RICHARD (Vedasi apposito capitolo). Di particolare interesse il fatto che il collaboratore Carlo DIGILIO abbia detto di aver sentito parlare il MASSAGRANDE del Generale MAGI BRASCHI. Costui, come risulta dalla documentazione fornita dal S.I.S.Mi. , è stato Addetto Militare in India dal 10.8.1971 al 31.5.1975, cioè proprio nel periodo in cui ANANDA MARGA veniva esportata in Italia e, proprio nel veronese, ove il MAGI BRASCHI aveva degli interessi.

 

La figura del professor BARBARANI emerge dalle dichiarazioni informali fatte da Giampaolo STIMAMIGLIO. Lo stesso viene descritto come persona della massima importanza, quadro occulto di Ordine Nuovo, nonché tenutario dei rapporti tra questa organizzazione ed il Nucleo di Difesa dello Stato di Verona.

 

STIMAMIGLIO definiva tale persona come un doppione di FREDA, ma privo delle paranoie di quest’ultimo e, quindi, molto più pericoloso. Riteneva di ricordare che il BARBARANI avesse fatto parte del Nucleo di Difesa dello Stato di Verona e che fosse a conoscenza di particolari circa il coinvolgimento ordinovista nella strage di Piazza Fontana. Il FISANOTTI, sempre nel verbale citato, indica il BARBARANI come il vero ideologo di Ordine Nuovo e facente parte di un gruppo esoterico denominato “dei KREMMERTZIANI”.

 

Il FISANOTTI ricordava anche che questo circolo esoterico traeva il nome da un libro di magia, considerato quasi un oggetto di culto, scritto da tale KREMMERTZ. Il circolo, che non si sa quando nasce, è già esistente nel 1972. Sicuri membri ne sono il professor BARBARANI “forse appartenente al Nucleo di Difesa dello Stato di Verona” e Giampaolo STIMAMIGLIO (certo appartenente al Nucleo di Difesa dello Stato di Verona). Il FISANOTTI null’altro poteva dire in quanto si trattava di un circolo molto elitario.

 

Il professor BARBARANI, escusso a verbale, prima che si apprendesse la radice veronese della setta ANANDA MARGA, confermava di conoscere il MASSAGRANDE Elio dal 1965 e poi con lui i noti BESUTTI e BIZZARRI.

 

Il verbale era sostanzialmente negativo, anche se il BARBARANI era costretto ad ammettere la conoscenza di quasi tutto l’ambiente ordinovista veronese nonché un incontro con il MASSAGRANDE ad Asuncion (Paraguay) nel 1990 o nel 1991.

 

Circa le posizioni dello STERBENI e del TOFFALONI, lo STIMAMIGLIO, ha riferito che il cosidetto “GRUPPO LUDWIG” era stato costituito dai nuovi elementi di Ordine Nuovo, e, dello stesso, avevano fatto parte i noti ABEL, FURLAN, MARCHETTI, STERBENI e TOFFALONI, che lo STIMAMIGLIO indica con il soprannome di TOMATEN. Vi erano stati cioè, dei contatti tra gli ordinovisti ed il GRUPPO LUDWIG, che lo STIMAMIGLIO riteneva omologo dei GRUPPI SIGFRIED che aveva sentito nominare dallo SPIAZZI Amos.

 

 

 

5. DAVID CARRETT

(sconoscesi esistenza in vita)

Ruolo...Agente operativo statunitense

Criptonimo....................forse Davide

 

Il Capitano David CARRET della Marina degli Stati Uniti d’America, (secondo il DIGILIO), prestó servizio presso la base F.T.A.S.E. di Verona dal 1965 al 1974, quando venne sostituito dal Capitano RICHARD. CARRET fu il reclutatore del DIGILIO Carlo che lo aveva conosciuto quando suo padre era ancora vivo, poiché era stato proprio lui a presentarglielo. DIGILIO chiamava convenzionalmente il Capitano con il nome di “Davide”. Fu proprio questi ad addestrarlo a servizi di Pedinamento ed osservazione ed in genere alla raccolta di informazioni, utilizzando, per questo scopo addestrativo, semplici passanti in Verona.

 

A tutt’oggi non e’ stato possibile identificare compiutamente il CARRETT del quale si sconosce anche l’attuale domicilio. L’unico dato importante sul suo conto viene dal PERSIC Dario che è riuscito a fornire anche una fotografia dell’Ufficiale Americano. “ CARRETT era un uomo alto circa un metro e 85, robusto, con i capelli biondi tendenti al rossiccio, di tipico temperamento gioviale come molti americani. Portava spesso occhiali da sole di varie gradazioni, credo che fosse sposato. “; questa è la descrizione fornita dal DIGILIO del suo superiore.

 

Per contattare il DIGILIO a Venezia, il CARRETT lasciava o faceva mettere un bigliettino nella sua cassetta della posta a S.Elena. Alcune volte non c’era bisogno di questo espediente perché i due si davano un appuntamento direttamente da una volta all’altra, soprattutto in occasione di festività. Il DIGILIO ha riferito anche un particolare molto importante relativo ai superiori del CARRETT. Egli infatti udì più volte l’ufficiale fare riferimento ad un ammiraglio molto importante che si chiamava Samuel GRAHAM e che tra il 1974 ed il 1976 era diventato famoso nel suo ambiente poiché, tramite batiscafi o sottomarini in grado di scendere molto in profondità, era riuscito a recuperare delle parti di un sommergibile nucleare sovietico affondato nell’Atlantico. Fra queste anche tre missili con testata nucleare ed i codici cifrati che permettevano al sottomarino di comunicare con le basi navali sovietiche. Fino ad ora non si è riusciti ad identificare compiutamente il GRAHAM.

 

Il DIGILIO ha riferito di dipendere informativamente dal Capitano CARRETT ma che, per le sue conoscenza nel campo delle armi, veniva episodicamente sottratto alla Sezione Informativa diretta dall’ufficiale, che nulla aveva a che vedere con aspetti politici ma che era destinata a questioni di mera sicurezza militare, per essere impiegato nella sezione ove era inserito il SOFFIATI Marcello del quale non era però in grado di indicare i superiori statunitensi.

 

Il SOFFIATI conosceva il CARRETT e forse anche il suo successore Capitano Teddy RICHARD.

 

Delle conferme ci vengono dall’esame del PERSIC Dario. Questi ha riferito che il CARRETT gli venne presentato dal BANDOLI Giovanni nel 1974 circa. Era sposato con una donna americana e la descrizione fornita dal PERSIC dell’ufficiale si avvicina molto a quella data dal DIGILIO. In quella occasione il CARRETT venne presentato anche al SOFFIATI Marcello che poi divenne suo amico .

 

Il PERSIC Dario ha riferito che il BANDOLI usava chiamare tutti gli americani con il nome di Charlie Smith e questo avvenne anche con il CARRETT.

 

Il CARRETT fu anche l’ideatore ed il promotore dell’esercitazione “Delfino sveglio” o “Delfino attivo” della quale si parlerà più diffusamente nel seguente capitolo dedicato al suo successore, il Capitano Teddy RICHARD, il quale subentrò anche nella conduzione di tale operazione.

 

Il CARRETT fu notato da Enzo VIGNOLA presso il bar Boomerang corrente in via Colombo di Verona, unitamente al noto BANDOLI e ad un suo amico, tale ARCANGELI Leale. Il VIGNOLA però lo conobbe con l’alias di “CHARLIE” e lo vide quella sola volta alla guida di una BUICK con targa AFI.

 

 

 

6. RICHARD Theodore detto Teddy.

(sconoscesi esistenza in vita)

Ruolo...Agente operativo statunitense

Criptonimo..................forse Riccardo

 

Il Capitano RICHARD Teddy, del quale peraltro si sconosce ogni dato anagrafico, sarebbe stato l’ufficiale che sostituí, nel 1974, David CARRET alla guida della rete informativa statunitense. Anch’egli faceva parte della Marina Militare Statunitense ma, anziché a Verona, egli era di stanza presso la base SETAF di Vicenza. Il DIGILIO ha riferito che quest’uomo, da lui chiamato convenzionalmente “Riccardo”, lo fece partecipare all’operazione “Delfino Sveglio” o “Delfino Attivo”, che aveva lo scopo di verificare e valutare le capacitá di vigilanza e la reattività della flotta sommergibilistica italiana mediante attivazioni e provocazioni non comunicate preventivamente alla Marina Italiana. Tali attivazioni venivano eseguite mediante motoscafi, fregate e corvette statunitensi che trainavano frammenti metallici abbastanza grandi da provocare delle reazioni nelle apparecchiature di difesa dei sommergibili, nonché degli apparati in grado di registrare gli echi sonar ricevuti ed emessi dai sommergibili.

 

Il DIGILIO riferisce di aver partecipato personalmente ad una di queste operazioni insieme al Capitano CARRETT, al BANDOLI ed al SOFFIATI. DIGILIO sostiene che l’operazione definita “Delfino Attivo” sia stata una creazione del CARRETT dal quale il RICHARD l’aveva poi ereditata; questo particolare è circostanziato da un episodio riferito dal DIGILIO che vide ed udí il CARRETT rimproverare il RICHARD per non aver ben condotto una parte dell’operazione. CARRETT infatti teneva molto all’operazione che considerava come una sua creatura. Il RICHARD conosceva anche il SOFFIATI ed il BANDOLI in quanto spesso questi ultimi, insieme al DIGILIO, si incontravano in Verona e Vicenza con il RICHARD. Quando questi venne trasferito nel Bosforo, nel 1978, il DIGILIO si rifiutó di seguirlo cessando, di fatto, la propria attivitá per la C.I.A..

 

Il PERSIC Dario ricorda di aver conosciuto presso il ristorante del SOFFIATI un soldato americano che si faceva chiamare Terry. E’ molto probabile che si tratti della stessa persona e che il lungo tempo trascorso abbia modificato l’esatta dizione del nomignolo del RICHARD nei ricordi del PERSIC.

 

Da notare che il noto SPIAZZI Amos riferì che un certo Teddy RICHARD era solito vendere e scambiare armi con i noti BESUTTI e MASSAGRANDE e che il DIGILIO ha confermato trattarsi della stessa persona coinvolta in quel traffico di armi. La vicenda della cessione di armi, peraltro nota perché si concluse con la denuncia di RICHARD, BESUTTI, MASSAGRANDE e SOFFIATI Marcello, non fu mai chiarita con precisione. Infatti il fascicolo processuale relativo al procedimento penale, richiesto nel novembre del 1985 dal G.I. Felice CASSON che indagava sulla strage di Peteano, risultava non presente presso la Pretura di Verona ed il cancelliere dirigente dell’ufficio non era in grado di spiegarne la mancanza. Gli atti venivano comunque parzialmente ricostruiti dal citato G.I. tramite quelli giacenti presso la D.I.G.O.S. di Verona. Veniva quindi accertato che dalle indagini relative ad una rapina a mano armata avvenuta il 14.4.66, venivano sospettati, quali autori, BESUTTI, SOFFIATI e MASSAGRANDE. Le successive perquisizioni effettuate presso le abitazioni di questi consentivano di rinvenire “...decine di armi, fucili automatici, mitragliatori, bombe a mano, 134 saponette di tritolo, micce detonanti alla pentrite e a lenta combustione, detonatori al fulminato di mercurio, T4 e gelatinizzante israeliano”.

 

In un appunto trasmesso a questo Reparto dal Dott.SALVINI in data 5.3.96, si legge che il dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Verona, Dott. DE STASIO Lelio, in data 2.11.1974, attivato a seguito di un appunto della G.d.F., prese contatto con il SOFFIATI che gli confidò: “...di aver partecipato, intorno al 1966, con i noti BESUTTI e MASSAGRANDE ed altri, a riunioni che si tenevano in una villetta a San Massimo, nei pressi di Verona. In tali occasioni un sedicente militare americano, tale TED RICHARD, avrebbe scambiato armi da collezione con armi moderne ed efficienti...”. Poichè non c’è il riscontro che il RICHARD di cui parla il DIGILIO si identifichi in quello coinvolto nel citato procedimento come da lui affermato, anche se molto probabile, si è chiesto al S.I.S.Mi. di consultare gli archivi in relazione al nome generico “RICHARD”, inizialmente riferito dal DIGILIO.

 

L’Ente ha rinvenuto due evidenze d’archivio relative alle sottonotate persone che potrebbero anche identificarsi nell’ufficiale statunitense referente del DIGILIO visto che il grado di Maggiore da esse rivestito, é quello immediatamente successivo a quello di Capitano: - Major (Maggiore) RICHARD D. FLECK, SFD A, il quale risulta aver partecipato all’esercitazione di evasione-esfiltrazione denominata “ALTANEA II” ITALIA - USA, svoltasi nella zona di Aviano (PN) dal 2 al 16 dicembre 1974; - Major (Maggiore) RICHARD L. MASTERS, il quale risulta aver partecipato ad una riunione preparatoria, tenutasi a Roma dal 4 all’8 maggio 1970 dell’esercitazione ITALIA - USA denominata “SILVER STAR” svoltasi nel Lazio e nel Friuli dal 21 al 28 novembre 1970.

 

Si segnala che è noto che a tale tipo di esercitazioni fra paesi alleati partecipavano, oltre ad appartenenti alle reti “STAY BEHIND” anche dei membri dei servizi di sicurezza.

 

 

 

7. Frederick TEPASKI

(sconoscesi esistenza in vita)

Ruolo....Agente operativo statunitense con funzioni

di coordinamento a livello sovranazionale.

Criptonimo.........................................

....sconosciuto

 

Il colonnello Frederick TEPASKI viene indicato dal DIGILIO come il superiore del Capitano Theodore RICHARD. Questo ufficiale superiore sarebbe stato un americano di origine polacca, di stanza in una base N.A.T.O. della ex Germania Federale, ufficialmente dipendente dai Reparti Corazzati dell’ U.S. ARMY, ma clandestinamente operante anche in Italia quale agente della C.I.A.

 

Il TEPASKI avrebbe frequentato spesso la trattoria di proprietà del SOFFIATI in Colognola ai Colli (VR) ed in genere tutta la zona veronese. Il suo compito era quello di effettuare una supervisione e reclutare uomini anche offrendo in cambio del denaro. Il DIGILIO sostiene di averlo notato spesso presso l’Arena di Verona e presso il citato ristorante in compagnia del SOFFIATI Marcello e del MINETTO Sergio. Quest’uomo appariva come un “vero duro” di provata fede anticomunista, tanto che era soprannominato tra i suoi amici “Der Wolfe - Il Lupo” per il suo carattere.

 

Il noto CAVALLARO Roberto ha affermato di aver sentito parlare, nell’ambiente ordinovista, di un ufficiale polacco di mezza età sul quale, però, non sapeva dare altre indicazioni.

 

Non meglio identificato.

 

 

 

8. MARCELLO SOFFIATI

(deceduto)

Ruolo.................Agente operativo

Criptonimo.................Sconosciuto

 

Marcello SOFFIATI [nato a Colognola ai Colli (VR) il 5.6.40, deceduto in data 2.6.88.] era un membro di spicco della rete operativa clandestina operante nel Triveneto. Dapprima, cioè dai primi anni ‘60, fu una fonte di primaria importanza, poi, nel 1976, divenne un agente operativo a tutti gli effetti. Un suo superiore era il MINETTO Sergio, mentre il suo referente all’interno della FTASE di Verona era il BANDOLI Giovanni.

 

Questi spesso si recava in Colognola ai Colli per far visita al SOFFIATI, unitamente ad altri militari americani e quasi sempre con autovetture con targa A.F.I.. Il SOFFIATI aveva anche la possibilità di ingresso alla base essendo dotato di un apposito tesserino di riconoscimento. Di questo e di altro parla a lungo il DIGILIO Carlo nei suoi interrogatori indicandolo quindi come personaggio a cui faceva capo una rete composta non soltanto da cittadini italiani.

 

Il DIGILIO infatti riferisce di un contatto spagnolo del SOFFIATI che indica con il nome di Mariano Sanchez COVISA, personaggio legato, fra l’altro, ai servizi segreti spagnoli ed alla nota “ AGINTER PRESSE” essendo il capo del movimento dei “GUERRIGLIERI DI CRISTO RE” che a questa sedicente agenzia di stampa faceva capo. Di tale personaggio ha riferito anche il noto ZAFFONI Francesco descrivendolo come persona di grande intelligenza e di altissimo livello che si muoveva con la massima dimestichezza negli ambienti della sicurezza e dei Servizi spagnoli. L’influenza del COVISA era tale che riuscì a calmare la notevole irritazione del Ministero degli Interni spagnolo per la fabbrica di armi che faceva capo al POMAR Eliodoro. Lo ZAFFONI ha anche riferito che il COVISA si incontrava periodicamente con un americano alto e biondo che diceva essere un ex-berretto verde.

 

Sul conto del COVISA il noto Gaetano ORLANDO ha riferito di averlo conosciuto molto bene durante la sua permanenza in Spagna e di ricordarlo come il capo dei “Guerriglieri di Cristo Re” in stretti rapporti con la Guardia Civil e con personaggi a livello governativo. L’ORLANDO ha riferito inoltre di aver assistito personalmente ad incontri del COVISA con più cittadini statunitensi.

 

In buona sostanza si può affermare che, mentre il MINETTO Sergio era a capo della rete informativa, il SOFFIATI era il maggior responsabile italiano di quella operativa, anche se in una occasione antecedente al 1976, e cioè prima che avvenisse la sua promozione ad agente operativo, il DIGILIO ebbe a riferire alcune importanti informazioni da lui raccolte, direttamente al SOFFIATI anche se non si trattava di attività operativa. Si tratta di una relazione scritta che il DIGILIO ebbe a comporre al suo ritorno da un viaggio in Spagna, nel 1975 o 76, in occasione di una celebrazione commemorativa della scomparsa del Generale FRANCO.

 

Il DIGILIO consegnò la relazione direttamente al SOFFIATI che la fece pervenire ai suoi superiori all’interno della base F.T.A.S.E. di Verona. L’importanza di tale relazione era notevole in quanto contenente delicate notizie sul conto dell’ingegner POMAR Eliodoro e della sua fabbrica di armi, di Stefano DELLE CHIAIE e sulla localizzazione di numerosi personaggi dell’estrema destra in Spagna.

 

Un passaggio estremamente importante da sottolineare parlando del SOFFIATI Marcello è che questi era sicuramente un militante molto ben inserito nel movimento politico Ordine Nuovo, in ottimi rapporti con i noti Carlo Maria MAGGI e Delfo ZORZI. A causa di ciò non è stato possibile discernere con chiarezza quanto delle varie attività del SOFFIATI fosse da attribuire alla sua militanza ordinovista e quanto all’appartenenza alla struttura di intelligence. In particolare, alcune conoscenze con “Ustascia” di stanza in Spagna e con personaggi in grado di reperire armi in Cecoslovacchia e Croazia possono essergli stati d’aiuto tanto nello sviluppo della sua attività informativa quanto nel reperimento di armi ed esplosivi per conto degli ordinovisti veneti.

 

Riguardo alla disponibilità di tali materiali di armamento, il PERSIC Dario ha riferito di avergliene personalmente custodito una certa quantità e di aver notato, presso la sua abitazione di Via Stella a Verona e, successivamente al 1975, notevoli quantità di armi ed esplosivi. Un particolare importante sul ruolo del SOFFIATI viene proprio dal PERSIC. E’ lui infatti che riferisce della responsabilità del SOFFIATI nell’attentato al Palazzo della Regione a Trento dell’11.4.1969 e delle sue amicizie con il MAGGI, il MINETTO, il DIGILIO e gli altri componenti del gruppo ordinovista. In particolare risulta interessante il suo ruolo di “carceriere” nel cosiddetto “sequestro” FORZIATI del 1975 di cui si è già parlato diffusamente nel capitolo dedicato al DIGILIO. Le dichiarazioni del PERSIC risultano combacianti con quelle del DIGILIO.

 

A riscontro di quanto dichiarato dal PERSIC Dario, il S.I.S.Mi. esibiva l’atto nr.14033 del 27.6.74 del Comando Generale della Guardia di Finanza - Servizio Informazioni - con cui veniva informato l’allora Reparto “D” del S.I.D., che la fonte F/6, già militante di estrema destra, aveva riferito dell’esistenza di un gruppo di Ordine Nuovo di Bolzano, responsabile di attentati terroristici, alle cui riunioni partecipava tale SAFFIOTTI Marcello di Verona. E’ evidente che si tratta di Marcello SOFFIATI. La certezza che si tratti del medesimo gruppo è data dall’indicazione, da parte della fonte F/6, del MALPEZZI Giulio come membro. Lo stesso è stato indicato dal PERSIC come referente di Ordine Nuovo a Bolzano. Tra l’altro la fonte F/6 dice che il “SAFFIOTTI” presentò un ufficiale dell’Esercito a nome “SPEZZI” che è da identificarsi nel noto Amos SPIAZZI.

 

In un appunto, trasmesso a questo Reparto dal Dott.SALVINI in data 5.3.96, si legge che il dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Verona, Dott. DE STASIO Lelio, in data 2.11.1974, attivato a seguito della nota della G.d.F. di cui sopra, identificò il SAFFIOTTI nel SOFFIATI Marcello con il quale prese contatto. Il SOFFIATI gli confidò: “...di aver partecipato, intorno al 1966, con i noti BESUTTI e MASSAGRANDE ed altri, a riunioni che si tenevano in una villetta a San Massimo, nei pressi di Verona. In tali occasioni un sedicente militare americano, tale TED RICHARD, avrebbe scambiato armi da collezione con armi moderne ed efficienti...”

 

Un altro personaggio con il quale il SOFFIATI era in contatto e che riferisce interessanti particolari della sua attivita' e' il noto estremista di destra AFFATIGATO Marco. Questi dichiarò a verbale di aver conosciuto il SOFFIATI in carcere e di aver da lui ricevuto confidenza riguardo la sua collaborazione con la C.I.A.. Il SOFFIATI, una volta usciti dal carcere, lo mise in contatto con un americano, agente della C.I.A. in Milano, che lo presento' al capo stazione C.I.A. di Parigi, tale George. Il George sara' poi l'uomo che paghera' l'AFFATIGATO per i suoi servizi anche se per i contatti spiccioli lo affidera' ad un altro agente, tale L.H. STEVENSON, residente a Montecarlo.

 

Questi rapporti del SOFFIATI lo indicano sempre piu' come un personaggio con possibili agganci in diverse strutture di intelligence (C.I.A. - N.A.T.O. - Servizi Spagnoli). Lo stesso PERSIC Dario fornisce delle dichiarazioni coincidenti con quelle dell’AFFATIGATO anche se molto meno dettagliate poichè egli non era inserito nella rete informativa.

 

PANIZZA Franco (nato a Moschieno il 16.4.40, residente a Verona in via dei Mille nt.7/A ) ha riferito che entrambi i SOFFIATI asserivano di appartenere alla C.I.A. e frequentavano basi della N.A.T.O.. In particolare l’uomo ha ricordato che parlavano più spesso di “Camp Derby” a Livorno che non della SETAF di Vicenza; entrambi dicevano di frequentare la base di Livorno a fine di propaganda e che lì assistevano alla proiezione di filmati.

 

La frequentazione della base N.A.T.O. di Livorno da parte del SOFFIATI viene confermata anche dal DIGILIO Carlo il quale, oltre a ricordare di aver visto vari tesserini nelle mani del SOFFIATI, narra di aver sentito dire da questi racconti circa la frequentazione di un corso presso una base in Toscana.

 

Nel 1980 il SOFFIATI confidò al DIGILIO che se avesse avuto bisogno di contatti delicati, anche da o verso l’estero, avrebbe potuto fare riferimento ad una persona sicura denominata “Il Professore”. Aggiunse che tale personaggio doveva essere contattato soltanto per via epistolare ad un indirizzo di Verona, via Isonzo nr.8. Questa persona, apparendo insospettabile, veniva utilizzata per la combinazione di incontri delicati.

 

Il SOFFIATI, disse inoltre al DIGILIO, che il “Professore” manteneva i contatti, oltre che tra gli agenti statunitensi e le persone da questi dipendenti, anche tra questi ed estremisti di destra a loro collegati, anche latitanti e situati all’estero. Tale personaggio venne poi identificato, sulla base di alcune dichiarazioni del DIGILIO, nel già citato professor GUNNELLA Pietro. Egli, come abbiamo visto, fungeva da elemento di raccordo fra i vari componenti della rete informativa ed in particolare per combinare incontri e mantenere i contatti. Il sistema utilizzato dai componenti della rete per incontrarsi, era di tipo postale, consistente nell’inviare al GUNNELLA un bigliettino con l’indicazione dell’appuntamento.

 

Il GUNNELLA lo inviava poi alla persona che si desiderava incontrare. Da un altro verbale del DIGILIO emerge, inoltre, che nel 1982 il SOFFIATI era ancora un agente operativo della rete di intelligence diretta dal MINETTO Sergio, e probabilmente alle sue dipendenze. Era proprio il SOFFIATI, a consegnare il compenso forfettario per le prestazioni offerte, al DIGILIO, consistente in circa L.250.000 a informazione.

 

Un episodio relativo alla vita del SOFFIATI non ancora sviscerato, quello cioè pertinente alla sua detenzione presso il Carcere di Bologna nel 1982, viene narrato dal noto LO PRESTI Giuseppe. Era detenuto anche lui a Bologna ed aveva stretto con il SOFFIATI una buona amicizia, in quanto entrambi detenuti per fatti eversivi. Il LO PRESTI narra che il SOFFIATI non era ben visto in carcere dagli altri "camerati". In particolare il GIOMO ed il BALLAN non volevano avere alcun rapporto con lui poichè convinti che egli avesse fornito l'esplosivo per la strage di Brescia.

 

Il LO PRESTI fu l'unico quindi ad essere vicino al SOFFIATI ed in questo periodo di reciproca cordialità, questi gli disse che "...il suo Comandante" (in Ordine Nuovo), e con tale espressione forse intendeva riferirsi al colonnello Amos SPIAZZI, nel 1973, gli aveva consegnato dell'esplosivo che lui aveva a sua volta fornito ad altre persone che non volle nominare. Il SOFFIATI appariva preoccupato in quanto, secondo lui, tale esplosivo era stato utilizzato per compiere un grave attentato. Più che preoccupato il SOFFIATI appariva angosciato dal ricordo dell'utilizzo di tale esplosivo, anche se non precisò mai al LO PRESTI di cosa si trattasse.

 

Sempre in questo contesto il SOFFIATI aveva confidato al LO PRESTI di essere in contatto con gli americani tramite la base NATO di Verona, che era solito frequentare, e di essere in grado di procurare armi ed esplosivi. Il LO PRESTI riferisce anche che il SOFFIATI era in buoni rapporti con il noto Ermanno BUZZI, personaggio chiave del procedimento penale sulla strage di Piazza della Loggia. Tale rapporto emerse in alcuni dialoghi avuti fra il SOFFIATI ed il LO PRESTI, parlando del BUZZI. Il LO PRESTI afferma anche di aver ricevuto delle lettere dal BUZZI in cui questi narra di suoi rapporti con il SOFFIATI Marcello ed il Dott. Carlo Maria MAGGI. Il SOFFIATI confidò al LO PRESTI anche un episodio relativo ad un furto di esplosivi, da lui perpetrato unitamente ad altri camerati, nel 1975-76, in Piemonte, dalle parti di Susa. In tale occasione il SOFFIATI asportò tre casse di dinamite ed un certo quantitativo di polvere nera.

 

Ovviamente venne interrogato anche il Colonnello SPIAZZI Amos su tali circostanze. Questi descrisse il SOFFIATI come un mitomane, poco affidabile e molto propenso a "lavorare di fantasia". Lo SPIAZZI non negò i suoi rapporti con il SOFFIATI ma li giustificò narrando di questi come di una "fonte" della quale lui si serviva nell'assolvimento dei suoi compiti istituzionali, ricoprendo all'epoca l'incarico di Ufficiale "I" presso una caserma dell'Esercito in Verona. Quando i due, nel 1975, si trovarono ristretti insieme presso il Carcere del capoluogo scaligero, cementarono ancora di più la loro amicizia che, successivamente, continuò con contatti epistolari.

 

Da una lettera appunto spedita dal SOFFIATI al Colonnello SPIAZZI si può evincere che il SOFFIATI ritenesse lo SPIAZZI un suo referente ed avesse, comunque, una buona conoscenza di personaggi e fatti della destra eversiva dell'epoca. Il SOFFIATI narra appunto di aver indagato sulla strage di Piazza della Loggia e di essere stato ad un passo dall’identificazione dei due giovani (un uomo ed una ragazza bionda) visti sul luogo dell’attentato e riemersi, a suo dire, in occasione della morte di ESPOSTI nel reatino.

 

Un riscontro del presunto coinvolgimento del SOFFIATI alle fasi preparatorie della strage di Brescia viene da una intercettazione di conversazioni fra presenti realizzata tra i noti RAHO Roberto e BATTISTON Pietro nell’ambito di procedimento penale della Procura della Repubblica di Venezia, istruito dal Dott. Felice Casson e attualmente di pertinenza del Dott. Razzi della Procura presso il Tribunale di Perugia. Nel corso della conversazione intercettata si sentono i due parlare del periodo delle stragi ed in particolare di un “pentito” che sta facendo delle dichiarazioni. Il RAHO dice: “...allora se il nonno dice la verità sulle piccole cose, potrebbe dirla anche sulle grandi, per esempio era trapelato che il nonno aveva detto che Marcello SOFFIATI il giorno prima della strage di Brescia era partito per Brescia con una valigia piena di esplosivo.”. Il BATTISTON risponde: “Soffiati è morto.”. RAHO riprende:” Però il dottore è vivo però. SOFFIATI...(incomprensibile)...”.

 

La conversazione non ha bisogno di essere spiegata tranne per quanto riguarda gli accenni al “Nonno” ed al “Dottore”, che si identificano, rispettivamente, nel DIGILIO Carlo e nel MAGGI Carlo Maria.

 

Un’altra notizia di straordinaria importanza relativa al coinvolgimento di SOFFIATI nella vicenda della strage di Piazza della Loggia, viene dal DIGILIO Carlo che ha narrato di una cena avvenuta presso la trattoria di Colognola dieci giorni prima del citato attentato.

 

Alla riunione conviviale parteciparono, oltre ai due SOFFIATI, anche il DIGILIO, il MAGGI Carlo Maria ed il MINETTO Sergio. Il MAGGI riferì ai commensali che nei prossimi giorni si sarebbe verificato un grosso attentato terroristico.

 

Lo SPIAZZI Amos riferì successivamente un interessante particolare sui contatti informativi a disposizione del SOFFIATI Marcello. Nello specifico citò una stretta conoscenza tra il SOFFIATI ed un certo Kenneth OLIVER, a suo dire un impiegato della base FTASE di Verona negli anni ‘70. Sul suo conto è stato possibile accertare che si trattava di tale KENNETH Oliver, nato a Chicago (U.S.A.) il 14.1.1923, coniugato, Ufficiale Superiore dell’U.S. ARMY in pensione con il grado di Colonnello, in servizio presso tale base. Nel periodo della sua permanenza in Verona ha risieduto in via IV Novembre nr.28. Attualmente è titolare di una casella postale presso la Scuola Americana di Parona (VR) ove ritira la posta settimanalmente, ma non ha mai portato la propria residenza in Italia.

 

A tutt’oggi abita nella zona tra Verona e Vicenza ove risiedono la moglie e la figlia, rispettivamente CASUCCI Anna Maria, nata a Trieste il 3.6.1924 e residente a Vicenza in via Arzignano nr.7 e OLIVER Elizabeth, nata a Trieste l’11.2.1950, anch’essa residente a Vicenza, coniugata, insegnante di lingue, svolge detta attivitá presso le scuole americane situate presso le basi NATO in Spagna, Germania ed Italia.

 

BRESSAN Claudio ha affermato di aver ricevuto, durante la sua militanza politica, notizia diretta dal SOFFIATI relativa alla sua appartenenza alla C.I.A. ed ai suoi contatti con ufficiali americani.

 

Il BRESSAN ha ricordato di aver constatato personalmente la presenza di vetture con targa AFI presso la trattoria del SOFFIATI a Colognola ai Colli ed inoltre di ricordare un viaggio in Spagna del SOFFIATI con l’obiettivo di incontrare DEGRELLE Leon.

 

Da segnalare che il BRESSAN ha affermato di aver ricevuto dal SOFFIATI delle schede anagrafiche con fotografie, redatte in lingua spagnola, contenenti una breve descrizione degli individui intestatari che sostiene di aver consegnato, spontaneamente, all’Ispettore FAINELLI della DIGOS di Verona in seguito ad una perquisizione operata presso la sua abitazione. Le schede di cui parla il BRESSAN sono, probabilmente, le stesse di cui narrano lo STIMAMIGLIO Giampaolo ed il DIGILIO.

 

In particolare lo STIMAMIGLIO ha riferito di essersi recato in piena dittatura militare in Argentina e di aver colà ricevuto delle proposte da un funzionario della locale stazione C.I.A. e da militari argentini per la collaborazione alla eliminazione di una radio di ispirazione marxista che trasmetteva da suolo salvadoregno in etere argentino ed alla localizzazione di dissidenti ed esuli argentini in Italia collegati ad organizzazioni internazionali quali AMNESTY INTERNATIONAL.

 

Lo STIMAMIGLIO aveva preso tempo per il primo incarico, per il quale la C.I.A. e gli argentini avrebbero fornito solo i soldi, ed aveva accettato il secondo ottenendo anche le fotografie dei dissidenti che gli argentini volevano localizzare. Le informazioni raccolte sui suddetti dovevano essere inviate ad una casella postale di Roma in uso ad un militare argentino. Successivamente passò l’incarico al Colonnello SPIAZZI non potendovi adempiere per motivi di lavoro. Tutti i contatti tenuti con il militare argentino erano poi cessati unilateralmente, da parte di questi, allo scoppiare dell’ “affaire GELLI - P2”.

 

Il DIGILIO, in merito all’argomento, riferiva di ricordare che il SOFFIATI gli parlò di informazioni che egli raccoglieva in quegli anni in merito agli esuli cileni ed argentini in Italia, soprattutto nelle Università e nei centri culturali. I nomi, gli indirizzi e le informazioni venivano poi da lui inoltrate al suo referente. Il SOFFIATI cercava di fornire notizie circa l’appoggio fornito a tali esuli da gruppi di estrema sinistra italiani.

 

 

 

9. BERTONI GIANCARLO (vivente)

Ruolo...Fiduciario e collaboratore S.I.D.

Criptonimo...........................Sconosciuto

 

Il BERTONI Giancarlo venne indicato dal DIGILIO Carlo come persona in contatto con strutture di intelligence italiane e statunitensi nonché in buoni rapporti con il citato SOFFIATI Marcello126. Dei primi riscontri sono emersi dalle evidenze fornite dal S.I.S.Mi., anche se molto sommarie in quanto la documentazione del Centro C.S. di Verona riguardante il BERTONI è stata distrutta.

 

Da queste evidenze scaturisce che effettivamente il BERTONI è stato collaboratore del Centro C.S. di Verona “...sino al 197...” e non è dato di sapere l’ultima cifra decimale per la troncatura della fotocopiatura. Ciò conforta circa una collaborazione del BERTONI anche in anni cruciali della strategia della tensione. Altre evidenze del Servizio annotano alcuni viaggi compiuti dal BERTONI in Cecoslovacchia che hanno comportato il contatto fra questi e cittadini Cechi.

 

A seguito della perquisizione operata a suo carico in data 17.5.95, si ebbe un buon riscontro di quanto dichiarato dal DIGILIO. Infatti venne rinvenuta una premura in originale indirizzata al Capo del personale civile della F.T.A.S.E. di Verona e due domande di assunzione presentate da ex-carabinieri che avevano prestato servizio presso la suddetta base N.A.T.O.. Veniva inoltre rinvenuto un articolo di giornale relativo alla scomparsa di una docente greca in Italia, con spillata lettera in greco e traduzione in italiano, in cui il BERTONI affermava di aver fatto il possibile, ufficialmente, con la Polizia Italiana e l’Interpol e di aver fatto fare, in modo riservatissimo, indagini alla Polizia Militare Italiana, facendogli controllare l’operato dell’Interpol.

 

Il BERTONI specificava di usare questa dizione (Polizia Militare) per non poter nominare l’ufficio da lui interessato. Specificava, di seguito, di aver interessato, tramite un Comando Militare Alleato, l’Ambasciata Americana a Roma per ulteriori indagini tramite la “...loro organizzazione...”. Il BERTONI precisava che l’ambasciata USA a Roma era a conoscenza dell’episodio in quanto informata da quella di Atene. La lettera doveva essere spedita alla famiglia della scomparsa, ad Atene.

 

In data 19.5.95 il BERTONI veniva sentito dal Dott.SALVINI e confermava di aver collaborato con i servizi segreti italiani dagli anni '50 fino ai primi anni '80; negava pero' di aver mai servito strutture di intelligence straniere. Il BERTONI negava altresì di aver conosciuto il MINETTO, il KESSLER, il BANDOLI ed il DIGILIO, ma ammetteva di essere entrato in contatto con il GLISENTI Giancarlo nell'ambito di una attività informativa da svolgersi in Cecoslovacchia per conto del S.I.S.Mi.. Tali dichiarazioni confermano la veridicità del viaggio effettuato in Cecoslovacchia dal BERTONI così come riferito anche dallo SPIAZZI Amos. Posto davanti ad altre domande tendenti ad approfondire il suo ruolo nell'ambito della struttura di intelligence ed ai suoi rapporti con i Servizi di sicurezza Italiani, il BERTONI si trincerava dietro la facoltà di avvalersi del segreto di stato.

 

Sulla presunta appartenenza del BERTONI al gruppo SIGFRIED riferita dallo SPIAZZI, una buona conferma viene da alcune dichiarazioni, mai formalizzate, rese dallo stesso BERTONI. Questi affermò di non voler parlare del Gruppo SIGFRIED poichè gli uomini che all’epoca ne tiravano le fila, sono gli stessi che attualmente gestiscono i canali americani di accesso in alcuni paesi dell’Est Europeo, ove egli si recava per delle operazioni di intelligence. Aggiunse che egli doveva tutto all’Arma dei Carabinieri e che quindi non avrebbe detto nulla che avrebbe potuto danneggiare l’Istituzione o gli appartenenti ad essa. Soprattutto precisò che gli Americani hanno tuttora dei fortissimi interessi in Italia e che sarebbe stato un suicidio parlare del Gruppo SIGFRIED. Sostenne inoltre che rivangare il passato era un errore e che allora si era ritenuto che solo certe “strategie” erano utili a fermare il comunismo. Secondo il BERTONI il Gruppo SIGFRIED era stato creato dal Generale DE LORENZO e da un’altro parigrado dell’Arma dei Carabinieri, e che, successivamente, era stato attirato nell’orbita statunitense. Tale Gruppo era anche coinvolto, secondo il BERTONI, nella strage di Piazza Fontana.

 

L’organizzazione non esisteva più come tale, ma i militari, sia italiani che statunitensi, che ne avevano fatto parte, erano tuttora attivi ed animati da ideologie di destra e perseguivano gli stessi scopi di intelligence di allora. In questa occasione il BERTONI rappresentava anche di aver lavorato per il S.I.D. con il Colonnello PIGNATELLI ed il maresciallo INDRACOLO del Centro C.S. di Verona. In seguito era passato al S.I.S.Mi. e, tuttora, collaborava con il S.I.S.De.. Il suo reclutamento nel Servizio era avvenuto attraverso il Generale TRINCHIERI dell’Arma dei Carabinieri.

 

L’ipotesi che il BERTONI sia a conoscenza di molti particolari circa il Gruppo Sigfried, veniva ulteriormente rafforzata quando, alcuni giorni dopo aver rilasciato le suddette dichiarazioni al Cap.GIRAUDO, il BERTONI cercava di contattarlo più volte telefonicamente e, una volta raggiuntolo, spiegava che tutto quello che aveva detto nei giorni precedenti era falso e, pertanto, non se ne doveva tenere conto.

 

 

 

10. MINETTO SERGIO

(vivente)

Ruolo......................Caporete

Criptonimo.........Sconosciuto

RAGGIUNTO IN DATA 29.10. 95 DA AVVISO DI GARANZIA PER SPIONAGGIO POLITICO E MILITARE

 

MINETTO Sergio (nato a Verona il 4.5.1925, ivi residente in via Campania nr.29, coniugato, artigiano frigoriferista) viene chiamato in causa dal collaboratore DIGILIO Carlo che, in uno dei suoi verbali, lo indica come il referente della C.I.A. per il Triveneto, cioè il fiduciario al quale facevano capo tutti gli informatori stanziati in quella regione geografica. Così come gli ufficiali americani che avevano reclutato e gestito il DIGILIO facevano capo alle basi N.A.T.O. dislocate nel Veneto, anche il MINETTO era uso frequentarle, sempre il DIGILIO.

 

Cercando di ricostruire la vita del MINETTO è emerso, dall’esame del suo foglio matricolare, che dopo l’8 settembre del ’43 lo stesso aderì alla Repubblica Sociale arruolandosi nella Marina Repubblicana. Non si è riusciti a capire chiaramente quali furono i suoi compiti durante la guerra, nè cosa fece il MINETTO quando si trovò sbandato. Al termine del conflitto comunque, venne sottoposto a giudizio di discriminazione e congedato con disonore dalla Marina. Nel 1950 circa, come il FRANCO ed il GUNNELLA, emigrò per l’Argentina ove rimase per circa cinque anni. Il DIGILIO ha affermato che il MINETTO gli disse che in gioventù aveva risieduto in Argentina ove aveva imparato ad esercitare il mestiere di frigoriferista.

 

In Argentina il MINETTO era entrato in contatto sia con elementi della C.I.A. sia con tedeschi, ex combattenti, che avevano lasciato la Germania dopo la guerra. Nell’ambito della sua attività di spionaggio aveva quindi mantenuto forti contatti con personaggi in Sud America ed in Germania. Tale attività in direzione dei citati Paesi potrebbe configurare, verosimilmente, lavoro svolto per conto dell’organizzazione denominata “Il Ragno Nero”, meglio nota come “Odessa”, struttura di appoggio costituitasi tra gli ex aderenti al Terzo Reich. Anche il noto NOVELLA Gastone ha dichiarato di aver sentito il MINETTO narrare di essere in contatto con ditte tedesche e con ambienti tedeschi di persone che dopo la fine della seconda guerra mondiale erano fuggite in Sud America.

 

Il DIGILIO ricorda anche che un giorno, verso la fine degli anni ‘70, venne a trovarlo una persona alla quale il MINETTO fece avere una grossa somma in pesos argentini.

 

DIGILIO ha anche affermato che il MINETTO era il superiore gerarchico del SOFFIATI e che, poco prima di trasferirsi nella Repubblica Dominicana, il MINETTO lo aveva autorizzato ad usare il suo nome in qualsiasi legazione diplomatica statunitense del paese ove si fosse recato, specificando che avrebbe dovuto rivolgersi ad un addetto alla sicurezza, intendendo con ció riferirsi al personale della C.I.A.. Ebbe ad avvalersi di tale aiuto nel 1992, nella prima settimana di settembre, quando il DIGILIO si presentó presso il Consolato degli Stati Uniti d’America a Santo Domingo e fece il nome di MINETTO all’Ufficiale della Sicurezza. L’Ufficiale lo invitò a ripassare dopo tre o quattro giorni, necessari alle opportune verifiche.

 

Tale atto ebbe esito positivo e l’Ufficiale gli propose una nuova forma di collaborazione in Santo Domingo.

 

Sempre secondo il DIGILIO, il MINETTO si recava periodicamente presso la base FTASE di Verona, utilizzando una bicicletta o recandovisi a piedi, visto che non vedeva di buon occhio l’uso dell’auto. In una occasione il DIGILIO ha affermato di essersi recato presso la base FTASE di Verona, unitamente al SOFFIATI. Entrambi furono agevolati all’ingresso dal BANDOLI Giovanni. Lí il DIGILIO vide che il MINETTO era giá presente che li attendeva. I quattro parlarono del cambio di incarico fra il DIGILIO ed il SOFFIATI per quanto riguardava la questione di VENTURA Giovanni.

 

Altra indicazione che dà il DIGILIO relativamente al MINETTO è inerente la sua appartenenza all’associazione combattentistica denominata “DER STHALHLELMEN” o “Elmetti d’Acciaio”. Il MINETTO, come ex -repubblichino, amava partecipare a raduni di associazioni di ex combattenti e reduci della R.S.I. ed il DIGILIO ebbe a notarlo più volte recarsi a tali manifestazioni munito di una macchina fotografica tipo LEICA, con un esposimetro particolare. Una macchina fotografica di tale tipo viene infatti rinvenuta durante una perquisizione operata presso l’abitazione del MINETTO nel Gennaio 1996. Il DIGILIO ha anche precisato di aver notato il MINETTO in un ristorante sito dirimpetto a quello gestito dal SOFFIATI Marcello in Colognola ai Colli, unitamente ad altri affiliati all’associazione DER STHALHLELMEN. Conferme a questi particolari ci vengono ancora dal PERSIC Dario. Questi aveva sempre sospettato di attività illecite il MINETTO poichè aveva compreso che l’attività di riparatore di frigoriferi era soltanto una copertura, ma non era mai riuscito a collegare la figura del MINETTO con una attività di intelligence.

 

Il DIGILIO ha anche riferito di un coinvolgimento del MINETTO nei vari attentati che si succedettero in Alto Adige nei primi anni ‘70. Sempre secondo il DIGILIO, il Sergio MINETTO aveva fatto vari viaggi in Grecia, intorno al 1970, per i suoi contatti politici. In quell’epoca, infatti, era al potere, in Grecia, il regime di destra dei Colonnelli. In occasione di questi viaggi aveva saputo che il Prof. FRANCO Lino aveva inviato tramite il porto di Venezia armi al generale GRIVAS di Cipro e lo aveva quindi ammonito a stare molto attento ad operazioni del genere e ad attenersi comunque alle disposizioni. Le armi che FRANCO aveva mandato a Cipro erano quelle che il “Gruppo Sigfried” ancora conservava nei depositi di Pian del Cansiglio ove, durante il secondo conflitto, dei reparti scelti della Decima MAS avevano fermato il IX Corpo d’Armata titino che minacciava di invadere l’Italia.

 

Da segnalare l’episodio del furto di tritolo e gelignite in danno di una ditta di Boscochiesanuova. Tale furto aveva impensierito gli americani che pensavano potesse essere usato contro le loro installazioni da parte di terroristi di sinistra. Per questo motivo il RICHARDS Teddy investì il MINETTO, con l’incarico di svolgere indagini per scoprire gli autori del furto. Chiaramente il MINETTO si rivolse al DIGILIO ed al SOFFIATI. A quell’epoca superiore del DIGILIO non era ancora il RICHARD ma il CARRETT. I tre svolsero le loro indagini ed appresero che il furto era opera di malavita comune ma emerse comunque un’importante circostanza, e cioè che parte dell’esplosivo era giunta all’isola di Cipro e precisamente al gruppo EOKA del generale GRIVAS. E’ probabile che tale circostanza sia da ricondurre all’episodio narrato sul conto del FRANCO.

 

Una evidenza del S.I.S.Mi., rinvenuta nel corso delle ricerche del materiale documentale del S.I.M., evidenziava il nominativo di un certo MINETTO indicato quale probabile membro della “Missione Alfa Paracadutista” operante nella zona di Novi Ligure e consistente nell’infiltrazione di un elemento dietro le linee nemiche probabilmente a mezzo di aviolancio. Sono tuttora in corso accertamenti al fine della compiuta identificazione di questo MINETTO, si segnala, comunque, che l’omonimo Sergio, così come attestato dal foglio matricolare, prestò servizio anche in Liguria.

 

Giova far presente che una ulteriore possibile connessione con ambienti della N.A.T.O. del MINETTO rileva dalla sua appartenenza, secondo il DIGILIO, all’organizzazione degli “Elmetti d’Acciaio”. Come si ricorderà, lo SPIAZZI aveva affermato di aver partecipato ad una esercitazione in Germania, in località GEMUNDEIFEL, organizzata proprio dagli “Elmetti d’Acciaio” e che vi aveva visto partecipare componenti dei “Piani di Sopravvivenza” europeo-occidentali nonchè dei “Piani di Resistenza” europeo-orientali. Tale circostanza, se veridica, non può prescindere da una conoscenza a livello atlantico di quanto si stava verificando a Gemundeifel. D’altra parte, lo stesso Roberto CAVALLARO ha specificato che “Der Stalhelmen” era una struttura paramilitare tedesca facente capo ad un certo Paul COOK, che sarebbe stata disponibile a partecipare ad un eventuale golpe in Italia (CAVALLARO in un memoriale allegato al verbale parla di una forza di 2000 - 3000 uomini).

 

Il S.I.S.Mi. ha fornito in merito degli importanti elementi identificando il COOK di cui parla il CAVALLARO in un certo Paoul KOCH, vicepresidente dell’organizzazione “Der Stalhelmen” nonché responsabile della stessa nella regione del Rheinland.

 

Lo SPIAZZI ha anche affermato di essersi recato all’esercitazione unitamente a civili a lui sottoposti nell’ambito del “Nucleo di Difesa dello Stato” di Verona, inserito nel “Piano di Sopravvivenza” italiano e comunque sotto l’egida dell’organizzazione “DER STALHLELMEN”. Lo SPIAZZI precisò di aver effettuato il viaggio da Verona a Gemundeifel con due autovetture FIAT 124 prese a noleggio da un autonoleggio MAGGIORE scaligero e targate Latina (LT), in quanto al raduno bisognava recarsi in forma anonima.

 

Gli accertamenti esperiti hanno potuto dimostrare che, effettivamente, la MAGGIORE di Verona possedeva FIAT dello stesso tipo e targa.

 

Il noto ingegner TARTAGLIA Ezio ha riferito di aver conosciuto il MINETTO Sergio nel 1977 in una occasione in cui un certo CONSOLI Italo pubblicizzò sulla rivista l’ARDITO la notizia dell’edificazione di un monumento ai caduti della R.S.I. presso la sua villa. Poco dopo la pubblicazione dell’articolo il MINETTO si recò presso la sua abitazione unitamente ad un’altra persona, qualificandosi entrambi come aderenti alla R.S.I. desiderosi di vedere il monumento. I due si presentarono ciascuno con una bottiglia di liquore di uno strano formato, di quelli cioè reperibili presso le rivendite delle caserme N.A.T.O.. I due dissero al TARTAGLIA di averle prese presso il loro spaccio in quanto dipendenti della N.A.T.O..

 

Successivamente il TARTAGLIA ebbe modo di rivedere il MINETTO a delle riunioni combattentistiche presso la Piccola Caprera.

 

Le attività svolte in direzione del MINETTO da personale del R.O.S. e del Comando Provinciale di Verona hanno permesso di appurare che il soggetto si spostava in Verona con fare molto guardingo, facendo frequenti soste e muovendosi con circospezione, quasi temendo di essere pedinato.

 

Oltre ai pedinanenti vennero effettuate verso il MINETTO delle telefonate di attivazione da parte del citato ingegner TARTAGLIA Ezio e del Comandante NESI Sergio, anch’egli ex-repubblichino della X M.A.S.. Ad entrambe le telefonate il MINETTO si mostrò molto agitato e con un respiro molto affannoso senza tuttavia tradirsi. Al termine della conversazione con il NESI, il MINETTO tentava più volte di contattare telefonicamente il GLISENTI Giancarlo, componendo numerose volte il numero della sua utenza, senza tuttavia trovarlo.

 

Un’altra telefonata interessante veniva intercettata sull’utenza in uso al MINETTO Sergio, il giorno successivo alla morte del GLISENTI Giancarlo. Si tratta di una conversazione tra la moglie del MINETTO e sua sorella. Le due donne erano intente a dialogare sulla morte del GLISENTI e, ad un certo punto, la MILANI Giovanna riferiva all’altra che “...l’americano...” l’aveva chiamata da circa un’ora chiedendo di lei. La MILANI Giovanna aveva riferito all’uomo di aver saputo della morte di GLISENTI poichè Sergio (MINETTO) si trovava all’ospedale. L’uomo di cui si parla nella telefonata potrebbe identificarsi nel BANDOLI Giovanni che veniva solitamente chiamato “l’Americano”.

 

Una volta arrestato, come strategia difensiva, il MINETTO sceglieva di confermare, cosi come d'altronde facevano i suoi familiari e parenti, le frequentazioni N.A.T.O., giustificandole con la prestazione della sua opera artigiana quale frigoriferista.

 

Questo Comando, presupponendo che qualunque accesso in sito N.A.T.O. fosse accompagnato da debita azione informativa ai fini della sicurezza ed avutane conferma, richiedeva, decontestualizzando, al Comando Forze Terrestri Alleate Sud Europa - Chief of Counter Intelligence Branch, le informazioni assunte sulla ditta individuale MINETTO Sergio, specificando di precisare chi fosse delegato all'assunzione di tale tipo di informazioni.

 

Il Comando citato comunicava che le ricerche sugli atti riferibili alla ditta MINETTO avevano avuto esito negativo anche perché i ristretti tempi di eliminazione dei documenti previsti dalla normativa N.A.T.O. non consentivano di risalire a periodi antecedenti al Gennaio 1992. Il Comando precisava altresì che le informazioni su ditte ed individui vengono delegate ai competenti organi territoriali dell'Arma dei Carabinieri. Poiché presso i Comandi Provinciali dei Carabinieri di Verona e Vicenza non è mai stato impiantato alcun fascicolo a carico del MINETTO Sergio, se ne deduce che nessun Comando N.A.T.O. ha mai ufficialmente richiesto le informazioni di prammatica. Da ciò ne deriva che, poiché il MINETTO, per sua stessa ammissione accedeva alle basi N.A.T.O., questi doveva essere conosciuto oppure accompagnato da persone che garantivano per lui.

 

Il MINETTO, nel corso delle sue escussioni, dichiarava di conoscere il SOFFIATI Bruno, papà del Marcello, ma negava ovviamente ogni addebito, contraddicendosi pero', in almeno due occasioni: la prima volta negando di conoscere BANDOLI Giovanni e poi riconoscendolo in una fotografia che li ritraeva entrambi in compagnia del SOFFIATI; la seconda volta affermando di essere stato introdotto nella FTASE di Verona da un militare dell'Arma dei Carabinieri già in servizio presso quella base, tale LIPPOLIS Angelo. Questi, opportunamente sentito, negava di aver mai prestato servizio presso basi NATO e di aver mai accompagnato il MINETTO presso la FTASE perché prestasse la sua opera artigiana.

 

Il BRESSAN ha anche riferito di aver sentito parlare dal SOFFIATI, di un suo amico che svolgeva l’attività lavorativa di frigoriferista ma di non averlo mai conosciuto.

 

Altre conferme alle dichiarazioni del DIGILIO sul MINETTO Sergio venivano da quanto affermato da PERSIC Dario. Quest’uomo,rintracciato grazie ad alcune dichiarazioni del DIGILIO, frequentò per circa15 anni l’ambiente ordinovista di Colognola ai Colli e, pur senza palesare un grosso impegno politico, riuscì ad accattivarsi le simpatie dei SOFFIATI che gli permisero di venire a conoscenza di fatti piuttosto gravi e riservati. Sul conto del MINETTO, il PERSIC affermava di averlo conosciuto personalmente e di averlo visto in ottima amicizia con il MAGGI Carlo Maria, il DIGILIO Carlo, i due SOFFIATI, il BRESSAN Claudio, il Brigadiere VERELLI allora Comandante della Stazione CC di Colognola ai Colli, il BANDOLI Giovanni ed il Colonnello SPIAZZI Amos.

 

Il PERSIC ricordava che fu proprio il Marcello SOFFIATI a presentare il MINETTO al Dottor MAGGI presso la sua abitazione, alla presenza del DIGILIO, del SOFFIATI Bruno e di NOVELLA Gastone ed inoltre di averli personalmente sentiti parlare di “rivoluzione” e di accadimenti che dovevano avvenire con l’appoggio degli “americani”. Il NOVELLA mentre confermava i rapporti fra MINETTO, SOFFIATI, MAGGI e DIGILIO, smentiva di aver mai partecipato a riunioni presso l’abitazione del PERSIC Dario.

 

Un altro particolare interessante sul MINETTO riferito dal PERSIC è quello relativo alla Strage di Piazza della Loggia. Il PERSIC in quel periodo, parliamo del 1974, lavorava come autotrasportatore e si trovava spesso fuori Verona. Il giorno della strage era appena rientrato da Milano e si trovava presso l’abitazione del Bruno SOFFIATI quando giunse il MINETTO dicendo di essere giustappunto ritornato da Brescia e di aver trovato tutte le strade intasate per dei posti di blocco delle Forze dell’Ordine attuati a seguito dell’attentato. Da ciò il PERSIC dedusse che il MINETTO, proveniendo da Brescia, non era sicuramente passato per l’autostrada in quanto la stessa era stata da lui percorsa più o meno alla stessa ora , verso le 12.00 provenendo da Milano, e non aveva notato alcunchè di anormale nè alcun rallentamento del traffico. Il giorno successivo alla strage il PERSIC, unitamente al MINETTO ed ai due SOFFIATI era intento a guardare il telegiornale; non appena la tv riportò la notizia dell’attentato il SOFFIATI Marcello affermò:”...finalmente si comincia a fare sul serio...”.

 

Il noto BONAZZI Edgardo, sentito in ordine ai fatti relativi alla Strage di Piazza della Loggia, ha riferito di aver sentito parlare, dal FUMAGALLI, della presenza a Brescia di un referente C.I.A. ma di non averlo mai conosciuto. In tale contesto si inserisce un episodio narrato negli ultimi tempi dal DIGILIO Carlo e relativo ai rapporti tra il MINETTO Sergio ed il MAGGI Carlo Maria. Tali rapporti erano, a detta del DIGILIO, molto stretti e caratterizzati dalla dipendenza del MAGGI che si era reso disponibile a rispettare le direttive impartite dagli statunitensi attraverso il MINETTO. Il DIGILIO ha affermato che, “...quando nel 1963 il Generale WESTMORELAND emanò una direttiva secondo la quale il comunismo doveva essere fermato ad ogni costo, in Italia furono formate le Legioni dei Nuclei di Difesa dello Stato e la scelta strategica fu quella di contattare ed avvicinare, ad opera della rete informativa americana, tutti gli elementi di destra che fossero in qualche modo disponibili a questa lotta e coordinarli".

 

Persone come il Dr.MAGGI, quindi, pur non entrando certo a far parte direttamente della struttura americana, ne costituirono la connessione con l’ambiente esterno. La direttiva era di non tralasciare di informare gli americani di qualsiasi situazione, come movimenti di armi ed esplosivi o attentati, che in qualche modo avessero rilevanza..... Tale attività di controllo era svolta personalmente da MINETTO che, sul piano organizzativo, era un personaggio di alto livello.

 

MINETTO e MAGGI si incontravano molto spesso sia a Colognola ai Colli, in trattoria o a casa di Bruno SOFFIATI, sia a Verona, nell’appartamento di Marcello SOFFIATI in via Stella nr.13, sia a Venezia.” Il DIGILIO stesso vide MAGGI e MINETTO insieme circa una decina di volte, anche all’interno di una pizzeria di via Mazzini a Verona, non distante da via Stella. Inoltre, dieci giorni prima della strage di Piazza della Loggia a Brescia, si incontrarono presso la trattoria di Colognola ai Colli, i due SOFFIATI, DIGILIO, MINETTO ed il Dott. MAGGI.

 

Ad un certo punto della cena il MAGGI, in rispetto di quei doveri di informazione che aveva nei confronti del MINETTO, annunciò che di lì a pochi giorni ci sarebbe stato un grosso attentato terroristico. Il DIGILIO ha anche precisato che tale sistema di incontrarsi in trattoria era stata una invenzione ed una proposta del Dr.MAGGI, un sistema ipocrita di far finta di essere solo una compagnia di amici che mangiavano e scherzavano, mentre in realtà potevano così incontrarsi e scambiarsi informazioni. In particolare, il MAGGI ed il MINETTO, quando avevano l’esigenza di parlare da soli, si recavano nel vicino campo di bocce. Una conferma all’uso di tale sistema da parte del MAGGI, viene dal noto SICILIANO Martino, che ha riferito come tale metodo venisse utilizzato in ogni località ove dovessero avvenire gli incontri. Il MAGGI motivava tale esigenza con la necessità di non dare nell’occhio ed apparire come unsemplice gruppo di amici dediti a riunioni conviviali in ristoranti, bar e birrerie.

 

Altre smentite alle dichiarazioni di agnosticità politica sostenuta dal MINETTO vengono sempre dal PERSIC, quando narra della partecipazione del Sergio a riunioni di ex-combattenti ed ex-aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Il PERSIC dichiara di aver sempre sentito vantare dal MINETTO l’appartenenza alle formazioni della “DECIMA M.A.S.” e di averlo personalmente accompagnato, negli anni ’70, ad una cerimonia celebrata in località Piccola Caprera a Ponti sul Mincio. Il MINETTO partecipava anche a tutte le cerimonie organizzate in occasioni delle cosiddette “ricorrenze” legate alle tradizioni ideologiche della destra nazionalsocialista. Secondo il PERSIC, il MINETTO era anche a conoscenza della vicenda relativa al noto “sequestro FORZIATI”, circostanza questa riferita anche dal DIGILIO Carlo. Questi asserì che il MINETTO operò nei confronti del FORZIATI una sorta di controllo periodico mentre il “prigioniero” era tenuto presso l’abitazione del SOFFIATI in Via Stella a Verona.

 

Le uniche circostanze che il PERSIC non poteva confermare erano quelle relative alle frequentazioni statunitensi del MINETTO. Il PERSIC infatti affermava che numerosi americani frequentavano il ristorante del SOFFIATI, ma, per l’atteggiamento schivo e riservato del MINETTO, non li vide mai in compagnia di quest’ultimo.

 

 

 

10.1 GLISENTI GIANCARLO

(deceduto)

Ruolo.....................Probabile agente

di elevato livello

Criptonimo...................Sconosciuto

 

GLISENTI Giancarlo (nato a Colognola ai Colli (VR) il 25.10.1927, deceduto a Verona il 2.4.1995.) viene inserito quale sotto paragrafo del capitolo dedicato al MINETTO poiché non viene mai indicato nelle dichiarazioni rilasciate dal noto collaboratore. Il suo nome invece fuoriesce dall’attività di osservazione, controllo e pedinamento e dalle intercettazioni operate nei confronti del MINETTO Sergio. Quest'ultimo infatti veniva notato recarsi giornalmente presso l'abitazione del GLISENTI e, nel contempo, chiamarlo assiduamente al telefono; questo testimoniava che fra i due vi era uno stretto vincolo di amicizia.

 

Indagini più approfondite hanno permesso di appurare che la madre del MINETTO Sergio aveva fatto da balia al GLISENTI Giancarlo e che i due avevano trascorso insieme, sotto lo stesso tetto in Colognola ai Colli (VR), la loro infanzia. Da notare che il padre del GLISENTI Giancarlo, Giovanni, era stato il Podestà di Colognola ai Colli durante il ventennio fascista e che Giancarlo viene descritto da una sua sorella come uomo dotato di “...una viscerale avversione per il comunismo in genere...”. La stessa sorella affermava di aver sentito dire dal MINETTO che con il Giancarlo vi era un rapporto così profondo che lui era a conoscenza di alcuni particolari della vita di Giancarlo che i fratelli non potevano nemmeno lontanamente immaginare. All'interno del fascicolo permanente esistente presso il Comando Provinciale Carabinieri di Verona veniva rinvenuto un appunto dattiloscritto contenente informazioni ai fini della sicurezza sul conto di GLISENTI Giancarlo con una annotazione manoscritta del seguente tenore: “appunto consegnato in data 26.4.65 al Comando CC FTASE”.

 

Tale episodio e' certamente sintomo di una attività volta ad accertare, riservatamente, poiché la procedura e' piuttosto inusuale, il grado di affidabilità del GLISENTI. A questo punto le ipotesi possono essere due: chi chiese le informazioni a CC FTASE si proponeva o di verificare la figura di un conoscente del MINETTO, allo scopo di controllare le frequentazioni del medesimo, oppure di meglio valutare una proposta di reclutamento avanzata dallo stesso MINETTO. Se infatti si da per scontato che il MINETTO fosse il referente C.I.A. per il Triveneto dai primi anni '60 e' verosimile che nel 1965 fosse già in grado di reclutare fiduciari e fonti.

 

Il giorno successivo alla morte del GLISENTI, sull’utenza in uso al MINETTO Sergio, venne intercettata una interessante conversazione tra la moglie del MINETTO e sua sorella. Le due donne dialogavano sulla morte del GLISENTI e, ad un certo punto, la MILANI Giovanna riferiva all’altra che “l’americano” l’aveva chiamata da circa un’ora chiedendo di lei. La MILANI Giovanna aveva riferito all’uomo di aver saputo della morte di GLISENTI poiché Sergio (MINETTO) si trovava all’ospedale. L’uomo di cui si parla nella telefonata potrebbe identificarsi nel BANDOLI che veniva solitamente chiamato l’Americano.

 

Un altro particolare saliente emerge dalle dichiarazioni fornite, per ora informalmente, dal figlio di MINETTO, Gianfrancesco. Questi disse che l’impiego di riparatore di frigoriferi venne trovato al MINETTO proprio dal GLISENTI Giancarlo. Da notare che tale impiego fu per il MINETTO, verosimilmente, soltanto una specie di copertura che gli consentì di viaggiare per tutto il Triveneto senza dare nell’occhio.

 

Il PERSIC Dario, che è l’unica persona, unitamente alla sorella del GLISENTI a riferire di un grosso legame fra questi ed il MINETTO, ha affermato di aver conosciuto il GLISENTI soltanto di fama poiché personaggio molto importante a Colognola ai Colli e di non essersi mai spiegato precisamente quale fosse il rapporto che legava il GLISENTI al MINETTO.

 

 

 

10.2 KESSLER GUIDO

(vivente)

Ruolo........................Fonte

Criptonimo.....Sconosciuto

 

Anche questo personaggio viene inserito quale sottoparagrafo del capitolo di MINETTO poichè il nome di KESSLER Guido emerge nel corso delle attività svolte nei confronti del suddetto e di GLISENTI Giancarlo, quale conoscente e frequentatore di quest'ultimo. Informazioni ed attività esperite sul suo conto consentivano di accertare che si trattava di un imprenditore, ex-dirigente della “Montedison S.p.A.” negli anni '60, e già appartenente al Battaglione San Marco della Marina Militare Italiana. Un approfondito esame del suo fascicolo permanente, esistente presso il Comando Provinciale Carabinieri di Verona, consentiva di rinvenire una richiesta di informazioni riservate sul suo conto originata dall'Ufficio Sicurezza Patto Atlantico del S.I.D. nel 1968. Tale tipo di informazioni veniva nuovamente richiesto nel 1969.

 

Altro dato interessante rilevato dal fascicolo del Kessler è quello relativo alla sua appartenenza alla nota Loggia Massonica denominata “Propaganda 2”.

 

Il suo nominativo era infatti inserito negli elenchi della citata Loggia rinvenuti durante una perquisizione a Castiglion Fibocchi presso la villa di GELLI Licio.

 

In data 15.6.95 il KESSLER veniva sentito a verbale. Tale appartenenza a consorterie massoniche era da attribuirsi, secondo il KESSLER, ad una tradizione di famiglia e a motivi storico-sentimentali, essendo stato il nonno KESSLER Guido, nato a Verona il 3.9.1924, ivi residente in via Sottoriva nr.22, coniugato, ingegnere, a sua volta un alto esponente della massoneria negli anni ‘20. Da rilevare inoltre che il KESSLER ha negato ogni sua conoscenza con gli altri personaggi coinvolti nella rete, tranne per quanto riguardava il GLISENTI con il quale ha dichiarato di aver avuto un rapporto di semplice amicizia.

 

Sempre a verbale il KESSLER dichiarava di essersi recato una volta in Bruxelles (B) presso la base N.A.T.O - S.H.A.P.E. durante il quinquennio 1966-71 ma di non ricordare i motivi che ce lo avevano condotto. Un particolare che, secondo il KESSLER, potrebbe giustificare le richieste di informazioni è il fatto di aver lavorato nell’ambito di un importante programma nucleare tra il '63 ed il '65 in quanto rappresentante della “MONTEDISON” nel consorzio internazionale con la “G3A” francese e la “INTERATOM” tedesca (tale programma era relativo al progetto ed alla costruzione di una centrale nucleare ad Ispra), ma la data di richiesta delle informazioni è di diversi anni posteriore. Anzi meraviglia il fatto che in occasione della sua partecipazione al progetto di Ispra, peraltro di notevole importanza, non venne richiesta alcuna informazione né alcuna conferma di quelle precedentemente ottenute.

 

Quando venne mostrato al PERSIC Dario un album fotografico contenente le effigi dei numerosi personaggi emersi dalle indagini, questi riconobbe nella foto del KESSLER Guido, una persona che vide a Colognola ai Colli nella prima metà degli anni ’70 senza peraltro ricordare il suo nome. Quando gli venne riferito chi fosse, il nominativo del KESSLER non gli ricordò alcunchè.

 

Con BANDOLI Giovanni si giunge quasi al vertice della piramide che forma la rete operativa della struttura di intelligence. Descrivendo il BANDOLI viene fuori un personaggio indecifrabile, per metà italiano e per metà americano, o meglio un italiano fortemente pervaso da una cultura anglo-americana. Si fa chiamare John, veste l’uniforme dell’U.S. Army anche a diporto (secondo numerose testimonianze, fra cui quella del MINETTO, ma lui nega di averlo mai fatto), viaggia su vetture targate A.F.I. ma, per contro, ha una conoscenza molto superficiale della lingua inglese, una cultura mediobassa e soprattutto, quale cittadino italiano privo della doppia nazionalità, non puó far parte dell’esercito U.S.A..

 

Il suo nome viene fatto dal DIGILIO Carlo in più di una occasione. Di lui il collaboratore ha riferito che sarebbe stato il referente del SOFFIATI in ambito FTASE anche se, in almeno una occasione, i due ebbero modo di lavorare insieme. Ci si riferisce alla missione che venne affidata al DIGILIO ed al BANDOLI nel 1968 quando vennero inviati ad Avesa a seguire una esercitazione dei cosiddetti Nuclei di Difesa della Stato, il cui principale artefice era il Colonnello SPIAZZI Amos. Al termine della missione, conclusasi positivamente, i due, a dire del DIGILIO, riferirono superiormente, ma separatamente, le informazioni raccolte. Questo potrebbe indicare l’appartenenza dei due a strutture ben distinte e separate oppure si potrebbe ipotizzare, molto più verosimilmente, alla stessa struttura cui facevano capo due reti, una informativa e l’altra operativa. Ad ogni buon conto il DIGILIO non ha mai descritto il BANDOLI come suo superiore ma come il referente del SOFFIATI di una struttura parallela ma facente capo sempre ad ambienti atlantici.

 

A seguito delle perquisizioni operate nel maggio ‘95, presso l’abitazione del BANDOLI, vennero rinvenuti diverse indicazioni di interesse per le indagini e cioé un documento militare americano, una dichiarazione datata 16.8.1950 che attestava l’appartenenza del BANDOLI al Trust Exchange Service di Trieste a firma di tale John HALL, ed un biglietto da visita di un agente di viaggi statunitense, tale Bob JONES- “THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING THE PROFESSIONAL PERSON”, con il suo recapito telefonico di Trieste manoscritto sul retro in inglese. Il primo è risultato essere appartenente a struttura di intelligence statunitense.

 

Infatti, informazioni fornite dal S.I.S.Mi., consentivano di addivenire all’identificazione di JOHN LUIS HALL, nato a Tokom a (Washington) il 24.11.1906, cittadino statunitense, noto al Servizio come elemento dei Servizi Informativi nordamericani.

 

L’HALL risultava al S.I.S.Mi. anche Presidente, dal 1947, della societá AVIPA (American Sales and Import Agency) e gestore del garage – officina denominato T.E.S. (T.R.U.S.T. Exchange Service) GARAGE CONCESSION, sito in via Ghiberti di Trieste, al cui interno stazionavano, oltre ad automezzi dell’U.S. ARMY, anche autovetture con targa civile condotte da Ufficiali americani.

 

La societá AVIPA fu oggetto, nel 1952, di interesse informativo da parte del Servizio in quanto segnalata per attivitá sospetta non meglio definita. Gli accertamenti successivi non evidenziarono nulla di particolare. Il S.I.S.Mi. riferiva, inoltre, che un’agenzia di viaggi denominata “THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING.THE PROFESSIONAL PERSON” era anch’essa sita in via Ghiberti, nel medesimo comprensorio del T.E.S. GARAGE e veniva utilizzata, all’epoca, da non meglio precisate “persone importanti”. La stessa era diretta da tale Bob JONES.

 

Successive indagini esperite da questo Reparto sul conto del Bob JONES di cui al biglietto da visita in possesso del BANDOLI, hanno permesso di appurare che questi si identifica in Robert Edward JONES, nato a Worcester (Massachussets - USA) il 19.8.32, cittadino statunitense residente a Maniago (PN) in via U. Saba nr.9/E, coniugato con tale TAUCER Nivea.

 

La moglie, opportunamente sentita, dichiarava di aver conosciuto il JONES a Trieste nel 1962 mentre questi prestava servizio presso la base S.E.T.A.F. di Vicenza. Dopo vari trasferimenti in basi NATO in Europa e negli U.S.A., il JONES veniva collocato in congedo e, il 10 maggio 1980, tornava in Italia. In attesa di trovare una sistemazione i coniugi JONES andavano ad abitare a Trieste nella casa del cognato TAUCER Omero a cui corrisponde il numero telefonico riportato sul biglietto da visita del JONES rinvenuto durante la perquisizione.

 

Appare chiaro quindi che il biglietto da visita risale al periodo in cui il JONES abitava a Trieste e disponeva di quel numero di telefono, cioé da Maggio a Luglio del 1980. Il fatto che sul biglietto da visita sia riportato l’aggettivo “NEW” (nuovo) attesta che i due si conoscessero da tempo. Infatti il JONES ed il BANDOLI risultano aver lavorato entrambi nella stessa sezione, quella dedicata ai sistemi audiovisivi, della base SETAF di Vicenza.

 

Quanto dichiarato dalla moglie in sede di verbale e che vedremo analizzato nel capitolo dedicato al JONES, rafforza ulteriormente l’ipotesi che questi sia stato o sia tuttora un agente della C.I.A. clandestino in Italia.

 

Da notare che l’incarico che aveva il BANDOLI nell’ambito della base SETAF era quello di tecnico di sistemi audiovisivi, praticamente lo stesso del citato Bob JONES. Sentito a verbale il BANDOLI ha negato ogni addebito confermando però di conoscere sia il MINETTO che il SOFFIATI.

 

Ha aggiunto anche che suo padre svolse l’attività lavorativa di interprete per un alto comando Germanico di stanza a Verona durante il secondo conflitto e che lui svolse l’attività di barbiere nel Territorio Libero di Trieste.

 

Successivamente presentò domanda alla Prefettura di Vicenza e fu assunto presso la N.A.T.O. grazie anche al fatto di aver già lavorato nel T.L.T. per gli americani. Si noti l’assonanza tra l’assunzione del BANDOLI alla N.A.T.O. tramire la Prefettura ed il documento S.I.O.S. di cui si è già parlato nella premessa della presente annotazione ove si parla di un implemento dell’apparato informativo statunitense in funzione atlantica anticomunista con l’impiego anche di civili e militari, nella “riserva”, selezionati in base ad informazioni fornite dalle Questure, che svolgerebbero, più o meno, attività informativa al soldo degli Americani.

 

Del BANDOLI, il PERSIC Dario ha riferito delle circostanze analoghe a quelle narrate dal DIGILIO, aggiungendo che, in una occasione, il BANDOLI condusse con sè il SOFFIATI Marcello presso la base SETAF di Livorno a Camp Derby e che i due si trattennero lì per circa tre giorni.

 

L’assenza di evidenze informative sul BANDOLI da parte del Centro C.S. di Trieste, pur attivissimo all’epoca nell’individuare penetrazioni informative anche da parte alleata, può essere spiegata con l’atto nr.15963 del 21.11.1954 di quel Centro, esibito dal S.I.S.Mi, nel quale il capocentro fa presente che, qualche giorno prima del trapasso dei poteri all’Amministrazione Italiana, gli uffici informativi U.S.A. trasferirono gli archivi relativi agli informatori a Livorno. Inoltre, all’atto del licenziamento di quest’ultimi, l’organismo U.S.A. avrebbe fatto loro firmare una dichiarazione che li impegnava a non rivelare l’attività svolta con il Servizio Americano e a non legarsi, in futuro, con nessun altro servizio informativo.

 

L’acquisizione del fascicolo personale del BANDOLI Giovanni, effettuata presso il casellario del Comando Provinciale Carabinieri di Verona, non ha permesso di rinvenire atti di fondamentale importanza, tranne per quanto riguarda un atto del Gruppo Carabinieri di Verona del 28.12.1974 con il quale, a seguito di una telefonata anonima che segnalava la presenza di armi presso l’abitazione del BANDOLI, veniva richiesto un decreto di perquisizione del soggetto. La richiesta veniva però respinta dall’A.G. di Verona.

 

 

 

12. ROBERT EDWARD JONES

(vivente)

Ruolo.....Agente operativo

Criptonimo.................Bob

RAGGIUNTO IN DATA 17.1.96 DA AVVISO DI GARANZIA PER SPIONAGGIO POLITICO E MILITARE

 

Il suo nome emerge dalle indagini che vennero condotte nei confronti del maggiore responsabile italiano della rete operativa del Triveneto, il Giovanni Bandoli.

 

Una perquisizione operata nei confronti di quest’ultimo, il 17 maggio del 1995, consentiva di rinvenire un biglietto da visita del citato JONES che lo indicava come collaboratore di una agenzia di viaggi statunitense e riportante il seguente motto: “THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING THE PROFESSIONAL PERSON”. Il cartoncino appariva recente e, peraltro, non riportava nè utenze nè indirizzi italiani. tuttavia sul retro vi era manoscritto un numero telefonico di Trieste con l’indicazione “JONES TRIESTE NEW PHONE NUMBER”. Poichè il BANDOLI parla un inglese stentato con errori anche elementari, è verosimile che l’appunto, vergato in maniera corretta sul retro del biglietto, sia stato redatto dallo stesso JONES che doveva già da tempo conoscere il BANDOLI poiché definisce il numero italiano fornito, “nuovo” presupponendo, quindi, che dovesse sostituirne uno vecchio.

 

Indagini esperite sull’utenza e sul nome di Bob JONES, presso il capoluogo friulano, hanno consentito di appurare che il numero è stato acceso il 21.2.78 ed è intestato al signor TAUCER Omero, risultato essere il suocero del JONES. Questi, coniugato con la cittadina italiana TAUCER Nivea, ha mantenuto la cittadinanza statunitense e vive tutt’ora in Italia in Maniago (PN). Quanto riferito a verbale dalla moglie suggerisce la possibilità che il JONES sia o sia stato un agente della C.I.A. clandestino in Italia: “...in quei sei mesi, del 1973, mio marito svolse l’attività di agente di viaggi poiché mentre era militare aveva svolto un corso per questa professione. Venne quindi riassunto dal Governo come impiegato civile e lui mi ha riferito che continuava a svolgere le stesse mansioni che aveva quando era militare...”.

 

Tale ipotesi viene ulteriormente rafforzata dalle evidenze del S.I.S.Mi., che opportunamente interessato dal Giudice Istruttore tramite questo Reparto, riferiva che la sigla “THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT”, rinvenuta sul biglietto da visita di Bob JONES, coincideva con il nome di un’agenzia di viaggi un tempo situata in un comprensorio di via Ghiberti nel Territorio Libero di Trieste, che veniva utilizzata negli anni ‘50 da non meglio precisate “persone importanti” e professionisti.

 

Tale agenzia era diretta da tale Bob JONES. Il S.I.S.Mi., nell’esaminare la documentazione rinvenuta nell’abitazione del BANDOLI unitamente al citato biglietto da visita, riferiva che tale JOHN HALL, persona che gli attesta le referenze da parte del TR.U.S.T. Exchange Service di Trieste, era noto al S.I.S.Mi. come elemento dei Servizi Informativi americani. Il JOHN LUIS HALL, che vedremo successivamente, risulta al S.I.S.Mi., oltre a quanto già detto, presidente, dal 1947, della società AVIPA (American Sales and Import Agency), con sede in Trieste, contrada del Corso nr.7; già addetto all’U.N.R.A. del capoluogo giuliano, nonchè gestore del garage officina denominato “T.E.S. (TR.U.S.T. Exchange Service) GARAGE CONCESSION”, sito in Trieste, via Ghiberti, al cui interno stazionavano, oltre ad automezzi dell’U.S. ARMY (Jeep) anche vetture americane con targa civile condotte da ufficiali statunitensi. La citatasocietà AVIPA fu oggetto, nel 1952, di attività informativa da parte del Servizio militare dell’epoca in quanto segnalata per attività sospetta non meglio definita, ma gli accertamenti successivamente svolti non evidenziarono elementi di specifico interesse.

 

Come si è visto precedentemente, anche l’agenzia di viaggi condotta dal JONES era sita in via Ghiberti nel medesimo comprensorio del T.E.S. GARAGE CONCESSION. Nella stessa via Ghiberti e strade limitrofe erano situati, all’epoca, numerosi uffici dell’Esercito U.S.A., nonché il Circolo Ufficiali. Il JONES, sentito a verbale, ha negato ogni addebito ed ha affermato che il motto “THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT” era quello da lui personalmente usato presso l’ agenzia di viaggi in cui fu impiegato per un breve periodo negli U.S.A. ma che mai aveva lavorato in Trieste e nel T.L.T. e che mai aveva prestato servizio per conto di strutture di intelligence degli Stati Uniti d’America.

 

E’ evidente che un motto personale trae origine da un ricordo o da un ragionamento della persona che lo adotta (non fu imposto dall’agenzia di viaggi) che, in questo caso, ben può trovare spiegazione nel nome dell’agenzia di viaggi che Bob JONES diresse a Trieste. Tuttavia Robert Edward JONES, benchè qualificantesi pubblicamente come Bob JONES, ha negato di essere il Bob JONES rintracciato dal S.I.S.Mi..

 

 

 

13. JOHN HALL

(sconoscesi esistenza in vita)

Ruolo.............Agente operativo

Criptonimo.............Sconosciuto

 

John HALL è il nome di un personaggio la cui firma venne rinvenuta in calce ad una attestazione di servizio rilasciata a nome di BANDOLI Giovanni, su carta intestata del Trieste United States Troop Exchange Service di Trieste. Informazioni fornite dal S.I.S.Mi. su questo personaggio e sul T.E.S. consentivano di identificarlo in John Luis HALL, noto al Servizio italiano come elemento dei Servizi Informativi statunitensi.

 

L’HALL risultava al S.I.S.Mi., anche Presidente, dal 1947, della societá AVIPA (American Sales and Import Agency) nonché gestore del garage - officina denominato T.E.S. (TR.U.S.T. Exchange Service) GARAGE CONCESSION, corrente in via Ghiberti di Trieste.

 

All’interno di tale garage stazionavano, oltre ad automezzi militari dell’U.S.ARMY, anche autovetture con targa civile condotte da Ufficiali americani.

 

Da tale gestione l’HALL traeva notevoli guadagni avvantaggiato dal fatto che ad essa facevano capo la maggior parte dei militari statunitensi del Territorio Libero di Trieste (T.L.T.). E’ emerso anche che la società AVIPA, di cui come abbiamo detto era Presidente l’HALL dal 1947, fu oggetto, nel 1952, di interesse informativo da parte del Servizio militare dell’epoca in quanto segnalata per attività sospetta non meglio definita, ma i successivi accertamenti svolti non evidenziarono elementi di interesse. Il nominativo della predetta società è citato in calce al suddetto documento del T.E.S.GARAGE, preceduto dalla parola TELEGRAM. Altro particolare emerso dagli accertamenti del S.I.S.Mi. é che, nel medesimo comprensorio di via Ghiberti, erano numerosi uffici dell’Esercito U.S.A., il circolo Ufficiali nonché la presunta agenzia di viaggi denominata “THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING THE PROFESSIONAL PERSON” gestita dal Robert Edward JONES di cui al capitolo precedente.

 

 

 

14. SOFFIATI BRUNO

(deceduto)

Ruolo.....Fiduciario o Fonte

Criptonimo......Sconosciuto

 

SOFFIATI Bruno era il padre del già esaminato SOFFIATI Marcello. Durante il ventennio fascista fu il segretario del Partito Fascista Repubblicano a Verona, in contatto con vari personaggi dei comandi tedeschi della zona. Il PERSIC Dario ha, peraltro, riferito di aver saputo, proprio dal SOFFIATI, che era stato un personaggio di rilevante importanza in seno al P.F.R., in contatto con un alto comando tedesco della Gestapo, della zona di Verona e che il Bruno aveva conservato per lungo tempi i verbali del processo a CIANO, tenutosi a Verona nel 1944, poi bruciati dalla moglie. Secondo il PERSIC il vecchio SOFFIATI era a conoscenza di ogni attività del figlio del quale però non approvava gli ideali eccessivamente filo-nazisti. Il Bruno propendeva più verso una collaborazione con gli ambienti americani della zona e più volte infatti si recava presso le basi N.A.T.O. del Veneto, sempre in compagnia di Marcello.

 

Bruno SOFFIATI conosceva bene anche il DIGILIO, il MINETTO ed il MAGGI Carlo Maria e fu proprio lui, secondo il PERSIC, a tentare un avvicinamento agli ambienti delle consorterie massoniche nelle quali era probabilmente inserito. Infatti il DIGILIO Carlo ci riferisce che il Bruno era sicuramente un massone di elevato livello, potendo rivestire il 33° grado nell’ambito delle logge di osservanza G.O.I.. In tale contesto di inserisce anche una dichiarazione di BRESSAN Claudio che pur riferendo di non aver mai saputo che i SOFFIATI facessero parte della massoneria, ha ricordato di averli sentiti spesso parlare di argomenti massonici, nonchè di aver udito Marcello parlare di Pino RAUTI con cui ricordava fosse stata fatta anche anche una cena a Colognola. VIGNOLA Enzo, sentito a verbale , ha confermato l’amicizia fra SOFFIATI e MINETTO, nonché fra SOFFIATI ed il BANDOLI.

 

Carlo Maria MAGGI, invece, ha riferito che entrambi i SOFFIATI erano al servizio degli americani, tant’è che una volta gli mostrarono anche un tesserino di appartenenza alla C.I.A..

 

Un buon riscontro circa le frequentazioni massoniche dei due SOFFIATI, viene da PANIZZA Franco.

 

Questi ha riferito di aver notato il SOFFIATI Bruno indossare i paramenti tipici dei massoni, in particolare una stola o grembiule, e di averlo udito più volte, asserire di appartenere a tali consorterie.

 

Il PANIZZA ha anche dichiarato che entrambi i SOFFIATI asserivano di appartenere alla C.I.A. e di frequentare basi della N.A.T.O.. In particolare l’uomo ha ricordato che parlavano più spesso di “Camp Derby” a Livorno che non della SETAF di Vicenza; entrambi dicevano di frequentare la base di Livorno a fine di propaganda e che lì assistevano alla proiezione di filmati.

 

Circa il SOFFIATI il S.I.S.Mi. esibiva l’atto nr.7087 del 14.08.74 del Centro C.S. di Verona, con il quale il comandante, Tenente Colonnello Angelo PIGNATELLI, segnalava la ricerca di un contatto informativo di Bruno e Marcello SOFFIATI con il Comando S.E.T.A.F. di Vicenza.

 

A fronte delle risultanze investigative acquisite sulla rete informativa clandestina N.A.T.O. , può essere ipotizzata la seguente spiegazione: i SOFFIATI, impiegati in un contesto di “guerra non ortodossa” con proiezione informativa nel settore della destra eversiva, acquisiscono indicazioni su presunti estremisti di sinistra e le forniscono ai loro gestori.

 

Alcuni dei nomi forniti non rientrano nella giurisdizione di competenza del comandante del Centro S.I.D. di Verona. E’ quindi necessario “costruire” una storia credibile circa l’apporto informativo dei SOFFIATI facendolo apparire casuale e non ricercato, in modo da poter richiedere approfondimenti informativi sui presunti estremisti di sinistra senza destare sospetti.

 

In base a tale ipotesi, il comandante del Centro S.I.D. di Verona non risulterebbe a conoscenza della rete N.A.T.O. clandestina, altrimenti non avrebbe disvelato i nomi dei SOFFIATI ma, invece, si è attenuto a quanto segnalatogli dal Comando N.A.T.O. di Vicenza.

 

A favore di questa ipotesi si ricorda al Giudice Istruttore che, durante l’accesso alla base S.E.T.A.F. di Vicenza da questi disposto, non fu rinvenuto alcun atto relativo ai SOFFIATI. Ciò significa che il “contatto” tra i due ed il Comando N.A.T.O. non fu mediato, inverosimilmente, dal Comando dei Carabinieri destinato alla sicurezza della base. In relazione a quanto noto, i SOFFIATI non potevano avere contatti diretti con il personale statunitense. Il Marcello SOFFIATI, secondo il DIGILIO, diviene agente solo nel 1976 essendo prima una semplice fonte. I dati del SOFFIATI avrebbero quindi dovuto essere forniti al MINETTO o al BANDOLI. L’accaduto consente quindi di dare molto più peso al ruolo informativo clandestino del Bruno SOFFIATI in armonia con quanto riferito dal PERSIC.

 

Nel contesto dell’attività informativa svolta dai SOFFIATI si inserisce un episodio narrato negli ultimi tempi dal DIGILIO Carlo e relativo ai rapporti tra il MINETTO Sergio ed il MAGGI Carlo Maria. Tali rapporti erano, a detta del DIGILIO, molto stretti e caratterizzati dalla dipendenza del MAGGI che si era reso disponibile a rispettare le direttiva impartite dagli statunitensi attraverso il MINETTO. Il DIGILIO ha affermato che, “...quando nel 1963 il Generale WESTMORELAND emanò una direttiva secondo la quale il comunismo doveva essere fermato ad ogni costo, in Italia furono formate le Legioni dei Nuclei di Difesa dello Stato e la scelta strategica fu quella di contattare ed avvicinare, ad opera della rete informativa americana, tutti gli elementi di destra che fossero in qualche modo disponibili a questa lotta e coordinarli. Persone come il Dr.MAGGI, quindi, pur non entrando certo a far parte direttamente della struttura americana, ne costituirono la connessione con l’ambiente esterno. La direttiva era di non tralasciare di informare gli americani di qualsiasi situazione, come movimenti di armi ed esplosivi o attentati, che in qualche modo avessero rilevanza. .... Tale attività di controllo era svolta personalmente da MINETTO che, sul piano organizzativo, era un personaggio di alto livello. MINETTO e MAGGI si incontravano molto spesso sia a Colognola ai Colli, in trattoria o a casa di Bruno SOFFIATI, sia a Verona, nell’appartamento di Marcello SOFFIATI in via Stella nr. 13, sia a Venezia.”

 

Il DIGILIO stesso vide MAGGI e MINETTO insieme circa una decina di volte, anche all’interno di una pizzeria di via Mazzini a Verona, non distante da via Stella. Inoltre, dieci giorni prima della strage di Piazza della Loggia a Brescia, si incontrarono presso la trattoria di Colognola ai Colli, i SOFFIATI Bruno e Marcello, DIGILIO Carlo, MINETTO Sergio ed il Dott. MAGGI. Ad un certo punto della cena il MAGGI, in rispetto dei doveri di informazione che aveva nei confronti del MINETTO, annunciò che di lì a pochi giorni ci sarebbe stato un grosso attentato terroristico. Anche questo episodio contribuisce in maniera notevole ad accrescere il contributo fornito dal SOFFIATI Bruno.

 

 

 

15. AFFATIGATO MARCO (vivente)

Ruolo.....Fonte C.I.A. / S.D.E.C.E.

Criptonimo.................Sconosciuto

 

AFFATIGATO Marco ha dichiarato a verbale di aver collaborato, per un certo periodo, con lo S.D.E.C.E. (Francia, n.d.r.) e con la C.I.A.. La collaborazione con quest'ultimo Ente iniziò verso la metà del 1980, quando il SOFFIATI Marcello, che lo aveva conosciuto in carcere, dichiarandosi un collaboratore della C.I.A., lo invitò a cooperare con l'organo statunitense e lo mise in contatto con un agente americano che operava in Milano. Di questi purtroppo, abbiamo soltanto la descrizione fisica. Tale agente, una volta stabilito il contatto, lo presentò a tale GEORGE che AFFATIGATO descriveva come il Capo Stazione C.I.A. a Parigi.

 

Attraverso GEORGE gli venne procurato quindi un contatto a livello territoriale a Montecarlo, tale L.H. STEVENSON. L' AFFATIGATO precisò che il George in questione era anche ben conosciuto dal SOFFIATI Marcello. La collaborazione dell' AFFATIGATO con la C.I.A. e lo S.D.E.C.E. duro', a suo dire, soltanto tre mesi, in quanto questi venne poi tratto in arresto in relazione alla strage del 2 agosto 1980. Gli incarichi che gli vennero affidati nel corso della sua collaborazione consistevano nel rintraccio di esuli cileni ed argentini residenti in Italia. Per questo lavoro il citato GEORGE pagava l'AFFATIGATO in contanti e, in una occasione, gli venne anche consegnato del denaro, da lui stesso richiesto, per finanziare la latitanza del GRAZIANI edel MASSAGRANDE in Sud America. Una richiesta dell' AFFATIGATO similare, relativa però alla cauzione da pagare per il VENTURA Giovanni detenuto in Argentina, non venne accolta dallo STEVENSON poiché questi sosteneva che il VENTURA, nel corso dei suoi interrogatori, aveva danneggiato gli interessi americani. La causa del VENTURA venne perorata anche dal SOFFIATI Marcello con esito negativo.

 

Da sottolineare la continua presenza del SOFFIATI in Francia che andava e veniva dall'Italia raccogliendo informazioni che poi, a suo dire, trasmetteva ai suoi referenti C.I.A.. In una occasione il SOFFIATI Marcello, per favorire la latitanza dell'AFFATIGATO in Francia, gli consegnò una carta di identità italiana ed una patente di guida in bianco, per consentirgli di rientrare brevemente in Italia a far visita ai suoi familiari.

 

Un altro particolare emerso dai verbali dell' AFFATIGATO è quello relativo ad una presunta dipendenza del SOFFIATI Marcello dal Colonnello SPIAZZI Amos. La circostanza, affermata dall’AFFATIGATO, pare piuttosto inverosimile se si considera che tale personaggio non è mai emerso come possibile referente C.I.A.. Potrebbe trattarsi piuttosto di una operazione del SOFFIATI tendente a nascondere all' AFFATIGATO il vero nome del suo referente (BANDOLI). Infatti, se è vero che il SOFFIATI lo mise in contatto con l'agente milanese e con quello parigino, è anche vero che non gli svelò mai alcun particolare relativo alla sua rete di fonti in Italia, delle quali l'AFFATIGATO è completamente all' oscuro.

 

Il PERSIC Dario, sul punto, ha riferito delle circostanze interessanti, anche se leggermente difformi da quelle dell’AFFATIGATO, riprese dai racconti fattigli dal SOFFIATI Marcello. Il PERSIC ha narrato che verso il Giugno-Luglio del 1980 il SOFFIATI Marcello si recò tre o quattro volte in Francia, in occasione dei fine settimana, per mantenere i suoi contatti con i personaggi della destra. L’uomo raccontò al PERSIC di aver conosciuto in Francia l’AFFATIGATO Marco insieme al quale aveva intenzione di scrivere un libro e che gli aveva presentato un agente della C.I.A. americano che viveva a Parigi. SOFFIATI gli aveva raccontato però di ricevere soldi dall’AFFATIGATO (il contrario di quanto da questi dichiarato, probabilmente per non svelare più di tanto) e gli aveva anche mostrato un assegno di circa 5 milioni che era poi risultato emesso a vuoto.

 

 

 

16. AGENTE SCONOSCIUTO SU BRESCIA

Ruolo......Fiduciario o Fonte

Criptonimo.......Sconosciuto

 

Il noto BONAZZI Edgardo, sentito in ordine ai fatti relativi alla Strage di Piazza della Loggia, ha riferito di aver sentito parlare, dal FUMAGALLI, della presenza stabile a Brescia di un referente C.I.A. ma di non averlo mai conosciuto.

 

Allo stato l’identificazione di detto referente non è possibile, si ritiene tuttavia utile segnalare che l’attività che questo Reparto ha in corso sul noto estremista di destra deceduto BUZZI Ermanno, sta fornendo prospettive di ruolo e contatti di quest’ultimo mai emerse prima e che sembrano relazionarlo ad ambiti di intelligence italiani e statunitensi. Da scandagliare, in tal senso, è anche la figura di MAIFREDI Giovanni.

 

Il BONAZZI Edgardo nel verbale sopra citato ha anche precisato che il Capitano DELFINO Francesco, dei Carabinieri, era vicino agli americani e che quindi doveva conoscere l’identità del “contatto” C.I.A. su Brescia. Il BONAZZI ha poi precisato che, dalle affermazioni del FUMAGALLI, si deduceva che il Capitano DELFINO ed il contatto non si identificavano.

 

Il Capitano DELFINO è indicato anche in altri atti come persona vicina all’ambiente statunitense: PITARRESI Biagio, in merito al noto attentato che avrebbe dovuto eseguire per conto del fiduciario C.I.A. ROCCHI Carlo contro un magistrato del pool “mani pulite”, ha riferito che, proprio il ROCCHI, in merito alle protezioni delle quali avrebbe potuto usufruire dopo l’azione omicidiaria, gli parlò del prossimo incarico del Generale dei Carabinieri Francesco DELFINO presso il S.I.S.Mi., “...mi precisò che, non appena avuto il grado di Generale di Divisione, il DELFINO avrebbe occupato quello che lui definiva “il più importante ufficio”, mi precisò che tale ufficio avrebbe comportato gli stessi poteri che aveva il Generale MALETTI quando comandava l’Ufficio “D”... ...il ROCCHI mi promise che, appena giunto il Generale DELFINO al Servizio Militare, mi avrebbe portato personalmente da lui ed avremmo potuto affrontare qualunque genere di discorso. Dicendo ciò mi sottolineò che il DELFINO era uomo loro (della C.I.A. n.d.r.) e che non aveva la mentalità del poliziotto ma quella mia e sua...”.

 

Sempre PITARRESI, in altro verbale, ha ribadito : “ ... in quel periodo, peraltro, si attendeva che il Generale DELFINO prendesse servizio presso il S.I.S.Mi.. ROCCHI infatti mi aveva detto che mi avrebbe portato a conoscere il Generale, che era “uno dei loro”, ossia persona legata ai servizi statunitensi e che avrebbe dovuto provvedere alla mia copertura dopo l’esecuzione dell’attentato.”.

 

Il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri – SM - Ufficio Personale Ufficiali, il 15.6.78 informò, con foglio nr.2002/14-8-13, il Direttore del S.I.S.Mi. che il giornalista americano PEPPER Bill Curtis Gordon si dichiarava grande amico del Maggiore DELFINO e che sarebbe risultato che l’Ufficiale godeva della protezione dell’Ambasciatore U.S.A. GARDNER che ne avrebbe magnificato le eccellenti qualità al signor Ministro della Difesa. Il Comando Generale concludeva precisando che il 6.6.1978, convocato l’Ufficiale dal Comandante Generale e propostogli:

 

a) il trasferimento ad altro incarico in qualsiasi parte d’Italia, di suo gradimento;

b) il trasferimento al S.I.S.Mi., nell’intesa che avrebbe poi suggerito al Generale SANTOVITO di assegnarlo in un posto all’estero disponibile; lo stesso ricusava entrambe le soluzioni richiedendo genericamente un posto all’estero, indicando preferenzialmente gli Stati Uniti dove, a suo dire, sarebbe stato agevolato dall’Ambasciatore U.S.A. in Italia.

 

 

 

17. MAGI BRASCHI Adriano Giulio Cesare

(deceduto)

Ruolo....Fiduciario C.I.A. di elevato livello

Criptonimo...............................Sconosciuto

 

Il nome del Generale di Corpo d’Armata MAGI BRASCHI Adriano Giulio Cesare emerse per la prima volta dalle dichiarazioni fornite dal noto MALCANGI Ettore. Questi riferì di aver avuto stretti rapporti con il DIGILIO che gli confidò di avere delle conoscenze in ambito C.I.A.. Fra i vari episodi gli parlò della conoscenza con un generale dei Carabinieri a nome FRASCA, che era il responsabile della sicurezza della base N.A.T.O. di Verona nonchè il capo della C.I.A. per il Mediterraneo. DIGILIO riferì al MALCANGI, inoltre, che lo conosceva di persona e che con lui aveva partecipato ad una riunione tenutasi a Verona, nel 1973, alla quale parteciparono anche il MAGGI, lo SPIAZZI, il BOVOLATO, i fratelli FERRARI e FUMAGALLI Carlo. Il MALCANGI, successivamente riferiva che il nominativo del generale poteva essere FRASCA o BRASCA o FRASCHI o BRASCHI e che lariunione si tenne presso il circolo CARLO MAGNO di Verona, facente capo al noto Amos SPIAZZI DI CORTE REGIA.

 

Un accertamento speditivo svolto presso il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri dava esito negativo. Venivano quindi avviati accertamenti mirati presso le tre FF.AA. per l’individuazione dell’Ufficiale ed in data 12.10.95 il Giudice Istruttore chiedeva di valutare se il generale potesse identificarsi nel Tenente Colonnello MAGI BRASCHI che fu tra coloro che presiedettero al noto convegno del Parco dei Principi del 1965. Il MAGI BRASCHI veniva quindi identificato nel Generale di Corpo d’Armata Adriano Giulio Cesare MAGI BRASCHI, del ruolo d’onore, dell’Esercito, nato a Genova il 23.9.1917 e deceduto presso l’Ospedale Civile di Bracciano (RM) alle ore 21.30 del 22.5.1995.

 

E’ stato acquisito il foglio matricolare del citato Generale C.A., dal quale si evince che lo stesso:

 

· ha prestato giuramento alla Repubblica Italiana il 24.7.47 presso il distretto militare di Verona;

· si è sposato il 7.3.43 in Lavagno (VR);

· dal 13.6.45 è stato a disposizione del Distretto di Verona;

· in data 8.1.59 veniva destinato al 2° R.A.M. (Reparto Autonomo ministeriale) poi divenuto R.U.S. (Raggruppamento Unità Speciali del S.I.F.Ar.) in data 1.7.1960;

· il 24.4.64 ha aggiunto al proprio casato MAGI quello materno BRASCHI;

· il 30.6.71 è stato trasferito al S.I.O.S. Esercito;

· il 28.1.74 è nominato Generale di Brigata;

· dal 10.8.71 al 31.5.75 è stato Addetto Militare in India;

· è stato decorato con la Croce di Ferro tedesca;

· qualificato interprete di lingua tedesca nonchè ottimo conoscitore della lingua inglese;

· ha frequentato, nel semestre invernale 1960-61, il Corso di “PsicologiaSociale” presso l’Università di Bonn (D);

· ha frequentato, nello stesso semestre e presso la stessa Università, un corso di “Politica Internazionale”.

 

Altri accertamenti, tuttora in corso e sui quali si riferirà in particolare alle SS.VV., svolti su evidenze d’archivio del S.I.S.Mi., permettevano di appurare che:· il MAGI BRASCHI rivestì la carica di presidente della W.A.C.L. (World Anti Communist League) dal 1981, per un lungo periodo, succedendo al noto BELTRAMETTI Eggardo.

· nel 1962, nel grado di Maggiore, era considerato dal S.I.F.Ar. uno dei maggiori esperti di guerra psicologica;

· nel 1963 venne espresso un compiacimento dai superiori del Maggiore MAGI BRASCHI per l’attività del Nucleo “Guerra non Ortodossa” ;

 

Quanto accertato documentalmente appare di eccezionale importanza se messo in relazione a quanto riferito dal MALCANGI. Si aggiunga anche che questo Reparto effettuava un’attività di riscontro “a contrario” identificando tutti gli Ufficiali delle tre Forze Armate con i quattro possibili cognomi indicati dal MALCANGI ed acquisendone i relativi fogli matricolari, dal cui esame si ricavava l’ulteriore certezza che il MAGI BRASCHI potesse essere l’unico ufficiale attagliantesi ai dati forniti. Il noto CAVALLARO Roberto ha riferito di aver conosciuto, durante la sua militanza, il Colonnello BRASCHI che era, a suo dire, legato a Jacques SOUSTELLE, dirigente dell’ O.A.S.. Il colonnello era noto con il soprannome di “FORTE BRASCHI” e “FORTE BRACCIO”.

 

Il soprannome Forte Braschi derivava dai legami che aveva l’Ufficiale con la nota sede del S.I.D.. Le notizie sul conto del BRASCHI giungevano a CAVALLARO attraverso gli aderenti alla “Rosa dei Venti”, dal Colonnello Amos SPIAZZI e dal Tenente Colonnello DOMINIONI, capo del Reparto di Guerra Psicologica della Caserma Passalacqua di Verona, nonchè dal Generale NARDELLA.

 

Il CAVALLARO ricordava inoltre di aver sentito parlare del BRASCHI anche durante il pranzo che fece con gli emissari liguri dell’Ingegner PIAGGIO, DE MARCHI ed altri, nel contesto di un discorso sul golpe BORGHESE. Il BRASCHI, a dire del CAVALLARO, era presente anche alla nota riunione tenutasi nel vicentino alla presenza di un ufficiale americano a nome JONSON o JOHNSTONE. In tale riunione il BRASCHI attaccò violentemente Michele SINDONA, anche lui presente, non condividendo la disponibilità economica offerta dall’avvocato-finanziere, in tema di preparazione per il tentato golpe del 1973.

 

A tale riunione non avrebbero partecipato personaggi appartenenti a movimenti eversivi ma soltanto figure istituzionali fra cui, oltre a quelle citate, l’Onorevole Giulio ANDREOTTI. Il BRASCHI non condivideva affatto che il golpe usufruisse dei finanziamenti del SINDONA, ciò perchè egli riteneva che in realtà SINDONA volesse utilizzare la causa politica per suoi interessi personali in grosse transazioni commerciali e finanziarie. L’atteggiamento del MAGI BRASCHI mirava a far sì che venisse salvaguardata la centralità politica di quanto si andava programmando. Da notare che il CAVALLARO ha anche riconosciuto in una effige mostratagli nel corso di una escussione, il volto del Generale MAGI BRASCHI.

 

Il DIGILIO Carlo ha riferito di aver sentito parlare di un alto ufficiale rispondente al nome di MAGI BRASCHI, soprattutto nell’ambiente di Ordine Nuovo di Verona e Mestre, nonchè dal noto Elio MASSAGRANDE. Egli ha ricordato che questo nominativo faceva riferimento all’ambiente militare veronese e si occupava di tenere i contatti fra l’ambiente militare e quello ordinovista nella prospettiva di un colpo di stato che doveva essere attuato dopo il fallito golpe Borghese, fra il 1973 ed il 1974. “...Era considerato, nell’ambiente ordinovista, un ufficiale di grande prestigio ed il rapporto del gruppo con i militari era essenziale per la riuscita del progetto...”. Il DIGILIO aggiungeva che non aveva mai incontrato personalmente il MAGI BRASCHI che tuttavia era ben conosciuto dal Colonnello SPIAZZI Amos.

 

Il MALCANGI ha anche riferito che il generale Braschi/Fraschi/Brasca/Frasca (MAGI BRASCHI) gravitò su Verona nel 1982-83, poichè il DIGILIO gli disse di averlo incontrato poco prima dell’arrivo a Villa D’Adda.

 

Nel capitolo dedicato al GUNNELLA Pietro è stata fatta notare la singolare coincidenza della presenza del BRASCHI, esperto di guerra psicologica, in India, luogo di nascita della setta “ANANDA MARGA”, quale Addetto Militare, proprio nel periodo in cui veniva importata nel veronese dal MASSAGRANDE Elio e dal BARBARANI. La teoria del “fuoco purificatore”, che presenta analogie con la filosofia della setta, che non disdegna di praticare la violenza, ha animato formazioni eversive quali il “GRUPPO LUDWIG”, le “RONDE PIROGENE ANTIDEMOCRATICHE”, ed i “NUCLEI SCONVOLTI PER LA SOVVERSIONE URBANA”.

 

Non deve essere scartata a priori l’ipotesi che il Veneto e l’Emilia Romagna, per le connessioni con Ordine Nuovo, con la rete C.I.A. e con l’acceso anticomunismo delle tre formazioni eversive citate, siano state laboratorio di sperimentazione di tecniche di guerra non ortodossa basate sull’uso terroristico di devianze esoterico-religiose a connotazione politica estremista.

 

 

 

18. FUMAGALLI Carlo (vivente)

Ruolo........................Fonte

Criptonimo.....Sconosciuto

 

FUMAGALLI Carlo, leader del gruppo eversivo denominato M.A.R., emerge come possibile fonte della C.I.A. dalle dichiarazioni rese dal noto ORLANDO Gaetano. Questi ha riferito che il FUMAGALLI aveva lavorato per la C.I.A. durante la sua permanenza nello Yemen, nel biennio 66/68, ed in Germania, pur escludendo che fosse un agente di tale Servizio di intelligence. Di ritorno dallo Yemen il FUMAGALLI, che precedentemente lavorava per la Mercedes, passò a lavorare per l’American Motors.

 

L’ORLANDO ha riferito di alcune riunioni, alle quali partecipò unitamente al FUMAGALLI, alle quali erano presenti ufficiali americani, militari italiani, fra cui il Colonnello DOGLIOTTI, Carabinieri e civili di provata fede anticomunista provenienti da varie regioni d’Italia. Il senso di tali riunioni era che i militari volevano la certezza che vi fosse una buona organizzazione di civili pronta a ricevere le armi che sarebbero state distribuite dai Carabinieri ed anche pronti ad affiancare quest’ultimi quando fosse giunto il momento del mutamento istituzionale. Alle riunioni gli ufficiali americani partecipavano annotando tutto ma senza intervenire nelle discussioni.

 

Il BONAZZI Edgardo ha invece dichiarato: “...FUMAGALLI spiegò che intendeva occupare militarmente la Valtellina con i suoi uomini in anticipo rispetto ai piani concordati con gli Americani per la realizzazione delle operazioni militari che avrebbero portato ad una Repubblica Presidenziale. FUMAGALLI ci spiegava che gli Americani ritenevano il nord molto sensibile e ritenevano che il Patto di Varsavia potesse avere nel Settentrione possibilità di successo..".

 

Il noto GUBBINI Graziano ha riferito di aver saputo dallo ZANI che la strage di Brescia aveva la funzione di bloccare l’azione del FUMAGALLI nel senso che questi era intenzionato a dar corso alla propria iniziativa in Valtellina ed occorreva un intervento eclatante per bloccarla.

 

ORLANDO Gaetano ha riferito che il FUMAGALLI. poco prima di essere arrestato era effettivamente in procinto di tentare l’occupazione militare della Valtellina. Si fa notare che l’arresto del FUMAGALLI precede di poco la strage di Brescia.

 

 

ACCERTAMENTI ORALMENTE DELEGATI DAL G.I. DI MILANO, DOTT. GUIDO SALVINI, AL S.I.S.MI.

Il G.I. di Milano ha chiesto ogni possibile approfondimento in merito alle varie esibizioni sino ad oggi effettuate ed i cui esiti, arricchiti da quelli di P.G., sono esposti organicamente nella presente annotazione

 

RAGGRUPPAMENTO OPERATIVO SPECIALE CARABINIERI