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IVAN BIONDO, IL MAGISTRATO LATITANTE

 

di Guido Salvini

 

È un pomeriggio di aprile (2019), il libro La maledizione di piazza Fontana sta per uscire nelle librerie.

 

SALVINILIBROPIAZZAFONTANA

Edito da Chiarelettere (prima edizione novembre 2019) 

 

 

Sono a Vicenza a casa di Ivan Biondo. È un salotto senza ostentazione, con divani, quadri e il tavolino con le chicchere, un’aria di decoro borghese stile anni ‘60.

 

Quando gli ho telefonato la prima volta, gli ho spiegato che intendevo informarlo e confrontarmi con lui su alcuni fatti di quegli anni che nuovi testimoni avevano raccontato, e volevo farlo prima che uscisse il libro, ha avuto un momento di silenzio, quasi balbettava.

 

Ha detto subito che quella telefonata lo ributtava nel passato, che aveva già detto tutto quello che aveva da dire, che il bene più prezioso per lui era tutelare la sua famiglia, che temeva la pubblicità, la figlia è magistrato civile a Padova. Pochi ormai sanno di quella storia, diceva.

 

Ci sono state molte telefonate. Biondo parlava molto della sua famiglia, il figlio maggiore che non lavorava e che gli aveva dato tanti problemi, originati, secondo lui, da quello che era successo. Parlava della sua forte fede religiosa. “Io sono un cattolico autentico”, ripeteva.

 

Alla fine ha accettato di vedermi, mi presentavo in quel momento in veste di scrittore ma ero pur sempre un suo collega, un po’ per fiducia, un po’ per timore ma era difficile continuare a negarsi. E comunque voleva sapere cosa stava succedendo.

 

E’ attento, presente a se stesso, cordiale ma molto guardingo. Mi prepara un caffè prima di cominciare a parlare.

 

“Sono in pensione dal 2008 “ - mi racconta - “è stata una carriera tranquilla, ambivo a qualche incarico direttivo ma sapevo che quello che è successo sarebbe venuto a galla e ho preferito lasciare”.

 

Gli chiedo cosa stesse facendo quando le indagini lo avevano coinvolto, mi conferma la storia più singolare che io abbia mai sentito da un collega.

 

“Avevo già vinto il concorso di magistratura “ - racconta - “aspettavo solo di essere chiamato per iniziare il tirocinio, uditore giudiziario si chiamava allora, mi hanno interrogato, ho capito che rischiavo un mandato di cattura e sono scappato”.

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“ Non le sembra una contraddizione per un magistrato?” - commento - “ un magistrato dovrebbe essere il primo ad avere fiducia nella giustizia, non sottrarsi ad essa”.

 

Si inalbera un po’. “ No, io avevo diritto di sottrarmi al carcere, di restare libero, il processo ci sarebbe stato comunque”.

 

“Tecnicamente si dice latitante non libero” - rispondo a questo strano ragionamento.

 

“Comunque “ - aggiunge - ”quando sono stato assolto e la latitanza è finita sono stato ammesso in servizio, c’è stato un procedimento dinanzi al CSM, mi ha difeso addirittura uno dei fondatori di Magistratura Democratica, Marco Ramat ”.

 

Gli chiedo di Gianni Casalini. [Si veda "La maledizione di Piazza Fontana", nota g.m.]“

 

“Casalini ha accompagnato due volte Freda da lei quando era ospite a Favaro Veneto, dai suoi zii, quelli che lei chiamava i nonnetti, se lo ricorda ? “

 

“ Sì ricordo che Freda è venuto a Favaro un paio di volte “ - dice - “ mi ha portato dei libri, Freda non guidava, credo avesse un autista “.

 

“ L’autista era proprio lui Gianni Casalini …. “.

 

Biondo esita, poi ammette: “ Sì Casalini lo conoscevo …. l’ho frequentato a Padova …. abbiamo fatto il militare nello stesso periodo”.

 

Quindi Ivan conosceva Casalini molto bene.

 

“ Conosceva anche Ivano Toniolo ? “ - chiedo.

 

“ Sì, quello con i capelli rossicci, l’ho conosciuto a Padova “ - ammette faticosamente.

 

Casalini, Toniolo, Biondo, un piccolo gruppo, pochi adepti riuniti intorno a Freda. Biondo finge di essere stato lì per caso. A questo punto gli racconto quello che Casalini ha detto di lui: la sua responsabilità insieme alla moglie Marinella per i due attentati ai treni vicino a Pescara, il fallito attentato “subacqueo” all’isola Memmia a Padova, il suo coinvolgimento nei Nuclei di Difesa dello Stato, la pistola calibro 9 che aveva ceduto proprio a Casalini durante il servizio militare in vista del golpe, il suo stretto legame con Freda, la protezione che suo padre, sostituto procuratore a Vicenza e a Padova, offriva ai neofascisti del Veneto.

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“Non c’è niente di vero” risponde, senza neanche tentare di essere convincente, “ quello che avevo da dire l’ho già detto quando sono stato interrogato, e poi” - aggiunge - “di quella che è stata la mia vita mi sono già confessato con Dio”.

 

Per Biondo quindi ci sono due giustizie, una di qua, una di là. La nostra, che è stata per tanti anni anche la sua, decisamente conta di meno.

 

Gli parlo di Franco Freda, della autobiografia sua e del suo gruppo ("Non ci sono innocenti"), che ha affidato al racconto della moglie e della cognata entrambe scrittrici.  [cfr. La maledizione di piazza Fontana, pp. 107-115, 401 - 404 e passim.]

 

Proteggere i neofascisti e non solo. Dopo la pubblicazione del libro un ex ufficiale della Guardia di Finanza che aveva prestato servizio in Veneto mi ha raccontato in dettaglio i rapporti che aveva avuto con il sostituto procuratore Nicola Biondo padre di Ivan.

 

Nicola Biondo, grande frequentatore degli industriali di Vicenza, era sospettato di proteggere dietro compenso le evasioni fiscali e le truffe degli imprenditori dello zucchero, industria molto importante nella città. Era stata acquisita copia del suo conto corrente in cui compariva il versamento di ben 1 miliardo e 300 milioni in contanti. Tutti gli accertamenti relativi a Nicola Biondo erano stati consegnati alla Procura di Trieste ma l'indagine si era stranamente arenata e l’ufficiale era stato invitato a non occuparsene più. 

 

Sul libro "Non ci sono innocenti", che racconta vita quotidiana e gesta della cellula di Padova, uscito nel 2016 per le edizioni AR, [si veda La maledizione di piazza Fontana, pp. 164-167 e 241-243]

 

Senza chiamarla confessione, Freda se ne dispiacerebbe, ma piuttosto orgogliosa rivendicazione, si parla nel libro con toni intensi, pieni di dettagli di vita, delle riunioni alla libreria Ezzelino, dei progetti del gruppo, la “disintegrazione del sistema”, e di quello che, forse non molto, erano riusciti a fare per provocarla: le esercitazioni con i vecchi mitra di guerra nei boschi, gli esplosivi, gli attentati al Rettore di Padova e quelli del 25 aprile, i contatti con uomini dei Servizi.

 

Tutto negli stessi termini con cui ne ha parlato Casalini. Ci sono i nomi di tutti, appena mascherati con dei soprannomi, il Vecchio, Arsenio, Bambin Gesù, Cesare e Biondo, il molisano, e suo fratello il cancelliere.

 

La rievocazione si ferma prudentemente agli attentati della primavera. Meglio non parlare di piazza Fontana, quello che segue è lasciato all’intuizione del lettore.

 

“ Freda racconta” - gli spiego - “ che con Pozzan che lui chiamava il Vecchio, con lei, con suo fratello il cancelliere e con gli altri vi esercitavate con le armi, nei boschi verso Rovigo … con armi da guerra, i vecchi MAB della Repubblica Sociale, i mitra Thompson … se lo ricorda ?”

 

Biondo tace. E poi c’è qualcosa di più. La notte del 18 aprile alla stazione di Padova, Freda, il professor Balzarini, sua moglie, cioè la sorella di Biondo, aspettavano qualcuno da Mestre perché per quella notte era fissata la riunione operativa.

 

Arrivava in treno perché aveva avuto un guasto alla sua vettura. Quel giovane, il molisano, trascinava, racconta Freda, sulla banchina della stazione una valigia molto pesante. C’erano dentro 25 chili di esplosivo.

 

Gli racconto anche questo, un fatto non da poco, siamo nel pieno della campagna di attentati.

 

Biondo non risponde, si limita a dire: “ Non ho mai avuto guasti alla macchina”, una giustificazione quanto mai improbabile. Poi, trattenendo a stento la rabbia dice: “ Freda lo scrive solo per farmi del male … e poi da lui mi ero allontanato già nel 1966 ”.

 

“ Non è così, Biondo “ - gli spiego - “ Lei ha addirittura invitato Freda a Mestre per il battesimo di suo figlio ed era il 1970 ”.

 

“ Quello è stato un errore “ - dice Biondo

 

Forse non l’unico. E Freda, uomo preciso, a partita chiusa non aveva ragioni di non mettere ciascuno nella casella giusta e di non consegnare, così come è stata, a quei non molti che potevano capire, la storia di sè stesso, l’Autocrate, il capo della cellula, del Vecchio, di Arsenio, di Bambin Gesù e del molisano, il vecchio amico Ivan, il camerata con la valigia.

 

Biondo aggiunge uno suo strano pensiero: “ Comunque io la perdono per quello che fa” - dice - “ricordi che sono cattolico e già da adesso la perdono”.

 

“ Forse dovrebbe parlare di perdono “ - gli rispondo con pazienza - “ con i familiari delle vittime di un evento di cui lei è stato comunque, piccolo o grande, un pezzo dell’ingranaggio”. 

 

Marco Pozzan, Aldo Trinco, il prof. Marco Balzarini, Pino Romanin. Non c’è altro da dire, comunque non c’è acrimonia in questo dialogo, solo un gioco di coscienze.

 

Alla fine, della sua latitanza almeno, Biondo racconta qualcosa: “ Volevo evitare l’arresto, sono scappato nascosto nel bagagliaio di una vettura, mi ha aiutato un amico di Vicenza, che non c’entrava con la politica “ - racconta - “sono arrivato in Spagna, mi sono presentato alle autorità, mi hanno lasciato tranquillo, sono rimasto in Spagna più di quattro anni”.

 

“E dove ha vissuto? “ - chiedo - “ Sono stato un anno Madrid, poi per sei mesi in una piccola località del sud della Spagna, poi nei Paesi baschi”.

 

E’ un racconto nebuloso. Non si sa chi lo abbia ospitato, come si sia mantenuto durante la sua latitanza, come mai non sia mai stato cercato.

 

“ Sono stato latitante sei anni e mezzo” - continua - “ ma gli ultimi due anni li ho passati in Italia, sono tornato a vivere a casa di mio padre, uscivo solo di notte ... ma a dir la verità ho avuto l’impressione che nessuno mi abbia cercato “.

 

Sì è possibile, non ci sarebbe da stupirsi, non sarebbe l’unica circostanza strana in questa storia.

 

“ E che documenti aveva ? “ - gli chiedo.

 

“ Per tornare in Italia ho usato il documento di mio fratello, mi assomigliava molto”.

 

“ Appunto “ - gli dico - “ Gianni Casalini ci ha raccontato che proprio lei aveva usato i documenti di suo fratello che faceva il cancelliere in Tribunale, se conosce una circostanza così particolare vuole che si sia inventato tutto il resto ?”

 

Non c’è nessuna risposta, nè ci può essere.

 

E’ ora di tornare in Stazione. Biondo si offre di accompagnarmi con la sua auto. Accetto.

 

Durante il tragitto parliamo, sempre con un po’ di circospezione, di argomenti innocui. Poi arrivati in Stazione, di colpo una piccola finestra si apre.

 

“ Una cosa gliela voglio dire, nel gruppo si contava molto sull’appoggio di Mariano Rumor”.

 

Ecco una circostanza centrale di quei giorni: la fiducia che Ordine Nuovo nutriva nella dichiarazione da parte del Presidente del Consiglio, dopo le bombe, dello stato di emergenza.

 

Sarebbe stata la prima, attesa, rottura del quadro istituzionale.

 

Circostanze di cui avevano parlato Vincinguerra, Digilio, Siciliano, una storia che sembrava strana e dissonante, ma molto più concreta, con il fallito attentato a Rumor a Milano nel 1973 dinanzi alla Questura [si veda in questo sito la ricerca su Bertoli, nota g.m.], dopo che le aspettative erano rimaste deluse.

 

Una storia che ora Ivan Biondo, spontaneamente, conferma e queste sue parole sono anche la prova, se ve ne fosse ancora bisogno, della sua internità al gruppo.

 

Ci salutiamo. “ Sono contento di averti conosciuto “ - dice lasciando il lei.

 

Non è nemmeno antipatico, in fondo. Poi Biondo l’ordinovista, amico di Freda, il magistrato latitante, ora tranquillo pensionato, se ne va. Porta con sé tutto quello che ha fatto e che ha visto, a Padova cinquant’anni fa.

Giudice dott. Guido Salvini

(Questo articolo ci è stato gentilmente concesso dal magistrato, che ringraziamo, g.m.)