UNA INTERVISTA DI ROBERTO BIANCHIN A CARLO CELADON

 

 

 

"Vorrei che provassero i miei stessi tormenti "

 

 

 

 

 

ARZIGNANO. "Se la meriterebbero proprio la pena di morte. Anzi, chi compie questi atti criminali si meriterebbe di più: dovrebbe essere sottoposto allo stesso trattamento che ho subito io. E magari dovrebbero tagliargli anche un orecchio, come hanno fatto a quel ragazzo, Andrea Cortellezzi. Sto davvero in pena per lui".

 

 

Seduto nel giardino di casa, su una poltrona di vimini, Carlo Celadon racconta i suoi 831 giorni di sequestro. Porta la tuta azzurra e blu e l' orologio che gli ha regalato la polizia. Al polso sinistro un braccialetto d' argento col suo nome, dono di Cesare Casella che domenica sera è venuto a trovarlo. Cesare è forte, scherza sempre, dice Carlo. E' pallido, magrissimo, ha le guance scavate e gli occhi infossati. Non riesce a camminare, lo sorregge il fratello Gianni. Appare ancora molto frastornato, parla a fatica. Ogni tanto si torce nervosamente le mani e si tocca il petto, nel mezzo, come se gli mancasse il respiro. Ho come un groppo qui dice con un filo di voce un peso sullo stomaco, una paura che da quando mi hanno liberato non mi va ancora via. Davanti a casa ci sono tanti cartelli e striscioni di benvenuto; in uno è raffigurato un grande cuore che spezza delle catene: Carlo hai vinto.

 

 

Che effetto fa esser tornati a casa?

 

 

"Non lo so, è ancora troppo presto. Sono così vuoto dentro... Quelli mi hanno proprio distrutto, mi hanno demolito, piano piano, giorno dopo giorno. E io sono crollato. Quando hai saputo che ti liberavano? Quella sera stessa. Tuo padre non ha pagato mi hanno detto ma noi ci siamo stancati. Ti rilasciamo, adesso vai a casa. Non volevo crederci, me l' avevano detto già molte volte, poi facevano sempre marcia indietro. Mi dicevano che si erano accordati per un miliardo e mezzo ma che mio padre non voleva pagare neanche questo, e all' appuntamento fissato aveva mandato la polizia. Sabato sera invece uno di loro mi ha preso sulle spalle come vede, non riesco a camminare mi hanno messo due bende sugli occhi e mi hanno portato via. Abbiamo fatto parecchia strada poi mi hanno lasciato lì. Ciao Carlo, mi hanno detto. Io ho risposto solo grazie. Una decina di minuti dopo è passata un' auto, mi ha visto ma ha tirato dritto. Dopo un po' la stessa auto è tornata con la polizia".

 

 

Perché non volevi telefonare a tuo padre?

 

 

"Non volevo più vedere nessuno della mia famiglia. I rapitori mi avevano convinto che più nessuno si preoccupava di me, che tutti mi avevano abbandonato. E poi ricordo che mio padre, prima del sequestro, diceva che lui non avrebbe mai pagato se mi avessero rapito. Così avevo perso la fiducia in tutti. Non credevo più a niente, mi avevano distrutto il cervello, annientato, massacrato. Avevo persino chiesto che mi tagliassero un orecchio e lo mandassero a mio padre. Mi hanno fatto scrivere parecchie lettere, e mi hanno fatto anche tante foto, ma non so quante ne hanno spedite a casa. Anche a mio padre e alla mia famiglia han tolto tutte le forze. Io pensavo solo alla mia fidanzata, Gabriella: temevo di essere rapito prima che accadesse davvero, e lei una volta mi aveva detto: Se accadrà, ti aspetterò".

 

 

Questo ti ha dato forza?

 

 

"Ma quale forza! Ho passato tre compleanni in quella prigione, di forza non ne avevo proprio più. Poi, solo quando ho visto il telegiornale che raccontava la storia del mio sequestro, al commissariato di Siderno, ho capito che mi avevano ingannato. E ho chiamato mio padre al telefono. Lui si è messo a piangere. Stai calmo gli ho detto io io piango da due anni. E pensare che quando ero prigioniero pensavo che se fossi tornato libero sarei andato in conceria e avrei scannato tutti sa che vuol dire?, togliere la pelle e sarei scappato via con Gabriella. Ora invece andremo a Lourdes o in qualche posto del genere".

 

 

 

Carlo Celadon si è svegliato alle sei del mattino. Ho dormito poco e male, mi giravo continuamente, non sono più abituato al letto, dice. Col citofono ha svegliato suo padre: Buongiorno papà, come stai?. Il primo ritorno alla normalità. Ha fatto colazione, té e brioche, ha suonato un po' la tastiera, ha ascoltato un disco di Pat Metheney, il suo chitarrista preferito, poi si è fatto tagliare i capelli e ha incontrato i compagni di scuola che erano andati a trovarlo. Poi il primo pranzo completo: pastasciutta e bistecca. Non è andato a votare. "Nell'urna avrei messo probabilmente una scheda bianca".

 

 

Anche suo padre Candido non voleva andare a votare. L' ha convinto una telefonata di Cossiga, la terza. Il Capo dello Stato l'aveva già chiamato due volte in Calabria. Cossiga mi ha chiesto il favore personale di andare a votare per rafforzare le istituzioni, il governo racconta l'industriale e io gli ho detto che ci sono altre famiglie disperate, come era la mia. Lui mi ha promesso che farà di tutto per far cessare questa tragedia dei sequestri. Candido Celadon è convinto che l' Anonima abbia rilasciato suo figlio perchè il ragazzo era allo stremo delle forze. In pericolo di vita. E nega di aver pagato altro denaro dopo i primi cinque miliardi.

 

 

Il senatore dc Delio Giacometti dice invece che lui sapeva in anticipo della liberazione di Carlo: due giorni prima che era imminente, due ore prima che era sicura.

 

 

 

"Speravo che mi ritrovassero, sentivo gli elicotteri ronzare sopra di me - racconta Carlo -  e avevo rabbia: ma cosa mai potevano vedere da lassù?. Sei sempre stato tenuto nella stessa prigione? Sì, nella stessa. Era una buca in una una grotta. Stavo disteso, potevo muovermi appena. Avevo tre catene: al collo, a un piede, ad una mano. Una volta venne un diluvio e la grotta si allagò. Stetti nell' acqua per alcuni giorni. Per difendermi da topi e bisce mi avevano dato un bastone, e poi un fornellino per fare della pasta. Ma era un mangiare da cane. L' unica cosa che mi dava un po' di sollievo era sentire cantare gli uccelli".

 

 

Quanti erano i tuoi carcerieri?

 

 

"Molti. Sono cambiati: prima alcuni, poi altri. Ma non li ho mai visti in faccia. Avevo due cappucci e dovevo tirarmeli sul viso quando entravano. Ma venivano poche volte, cinque minuti al giorno per portarmi da mangiare. Alcune volte mi hanno portato cioccolatini, giornali, Panorama, l' Espresso, il Corriere dello Sport".

 

 

Non hai mai parlato con loro?

 

 

"A volte, di calcio. Io della mia ragazza".

 

 

Ti hanno picchiato?

 

 

"Due volte: una perchè piangevo, l'altra perchè pregavo. E' entrato uno di loro e mi ha detto: Ti uccido come un cane se ti sento piangere un' altra volta".

 

 

Ma allora non sei mai stato nell'ovile di Pizzo Calabro, quello dei fratelli Calfapietra che insieme ad altri tre complici sono già stati condannati dal tribunale di Vicenza perchè ritenuti i tuoi carcerieri?

 

 

"Non so. Non so se era quello il posto, risponderò alle domande del giudice".

 

 

 

Il magistrato, Tonino De Silvestri, è anche lui a casa Celadon: "E' presto per trarre delle conclusioni - dice - il ragazzo è ancora frastornato e può essere stato minacciato".

 

 

Intanto però gli avvocati del collegio difensivo delle cinque persone già processate ha chiesto in attesa di nuovi accertamenti la scarcerazione degli imputati.

 

 

 

Carlo, cosa ricordi del giorno del tuo rapimento?

 

 

"Capii subito che mi avevano sequestrato, anzi temevo che avessero sparato al maggiordomo. Poi diciassette ore di viaggio in auto, chiuso dentro il bagagliaio. Quando ti sei messo a pregare? Alcuni mesi dopo. Pregavo soprattutto Gesù. Poi non ho più smesso, soprattutto la notte. Cosa pensi della gente che ti ha rapito? Mi domando perchè lo fanno, perchè continuano a massacrare i sequestrati anche dopo che le famiglie hanno pagato. Mi fanno schifo. Credo che la polizia sappia chi sono, ma non hanno le prove per prenderli".

 

 

Cosa vorresti dire ai tuoi rapitori?

 

 

"Niente. Mi piacerebbe solo guardarli in silenzio entrare nel carcere".

 

 

Ti aspettavi tanta solidarietà?

 

 

"Non ci pensavo nemmeno: credevo mi avessero dimenticato".

 

 

 

 

Intanto il vescovo di Vicenza, monsignor Pietro Nonis, in una nota ha dichiarato che, pur non chiedendo pene vendicative, è necessario che i malfattori siano puniti con il massimo della pena per controbilanciare l'oltraggio arrecato ad una giovane vita e dissuadere i potenziali, futuri autori di altri sequestri.

 

 

 

ROBERTO BIANCHIN

8 maggio 1990 (questo articolo è stato tratto da archivio de La Repubblica.it che ringraziamo)