UN UFFICIALE DEI CARABINIERI ANALIZZA L'ASPROMONTE CALABRESE

Aspromonte: terra di sequestri e di traffici criminali

 

L’incessante e proficuo lavoro investigativo degli inquirenti, supportato dall’infaticabile ricerca di covi, ostaggi e latitanti in Aspromonte, non è andato perduto. Al contrario, ha permesso di scrivere pagine di storia e di dare un volto alla ’ndrangheta, monitorata e fotografata nella sua essenza, evoluzione ed espansione criminale.

Tanto è stato riscontrato nella sentenza emessa negli anni ‘90 dal Tribunale di Locri (Presidente S. Grasso) che si è basata su una dettagliata ed attenta disamina di taluni rapimenti, al fine di dimostrare come i sequestri di persona in Aspromonte non siano stati fenomeni isolati ma frutto di una precisa strategia riferibile ad un’unica organizzazione criminale.

Tale ipotesi è stata pienamente corroborata dall’analisi dei dati, pazientemente raccolti, riguardanti i luoghi, i tempi e le modalità esecutive dei sequestri, riproposti attraverso la viva voce delle vittime e dagli stessi inquirenti che hanno constatato analogie nella riutilizzazione dei covi, nelle comuni località di gestione della cattività dei sequestrati e nel pagamento del relativo riscatto.

Tutti fattori che hanno condotto ad una matrice inequivocabilmente unitaria. In tale frangente, di indubbia rilevanza, sono state le sentenze emesse, nella seconda metà degli anni ottanta, dal Tribunale e Corte d’Appello di Napoli, in relazione al sequestro dell’ingegnere napoletano Carlo De Feo.

In particolare, tali giudizi – attraverso la collaborazione del sequestrato e l’infaticabile attività di inquirenti e Carabinieri tesa alla ricerca ed al riconoscimento dei covi-prigione ove è stato segregato De Feo – hanno rivelato ed anticipato l’unitarietà del fenomeno della ’ndrangheta e l’assoluto predominio delle cosche mafiose in Aspromonte.

 

Il Tribunale di Locri si è spinto più avanti mediante una oculata comparazione delle caratteristiche di più sequestri di persona, con riferimento ad un apprezzabile arco temporale, cogliendo le analogie tra le modalità operative degli stessi.

La prima rilevante risultanza è costituita dalla comune localizzazione del luogo ove sono stati gestiti i sequestri di persona in Calabria che, ovunque avessero inizio, si è sempre materializzata nel triangolo territoriale S. Luca – Natile – Platì. Nel 1981, si è assistito al sequestro di Tullio Fattorusso in Sant’Ilario, con il pagamento di un riscatto pari a 500 milioni di lire in località Crocefisso, sopra Platì.

Reo confesso di tale rapimento si è dichiarato Francesco Strangio,“L’Americano”, condannato unitamente a Francesco Barbaro di Platì, Gelonese Domenico di Sant’Ilario, Pietro Marsiglia di Locri e Raffaele Alessi originario di Ardore. L’8 luglio 1985 viene sequestrato Giandomenico Amaduri in località Bosco di Sant’Ippolito di Bovalino, liberato, in località Belloro di Bovalino il successivo 24 dicembre, dietro pagamento di due rate di riscatto, l’una di 500 milioni e l’altra di 250 milioni di lire. In relazione a tale rapimento, il luogo ove Amaduri è stato tenuto prigioniero viene localizzato in Fossette di Calario, in Agro San Luca.

 

Nell’anno 1987 si sono verificati ben quattro sequestri rilevanti: Domenico Romeo è stato oggetto di tentato sequestro in Siderno il 7 marzo di quell’anno; Domenico Varacalli, rapito in contrada Liuzzi di Ardore il 23 maggio 1987 e rilasciato in contrada Polito di Ardore il successivo 17 novembre 1987, dietro il pagamento di complessivi 800 milioni di lire; Mario Gallo prelevato in contrada Balderi di Locri il 14 giugno 1987 e liberato a Cirella di Platì il 20 novembre dello stesso anno, con il pagamento in località Piani dello Zillastro di 515 milioni di lire; Giuseppe Catanese, prelevato in Agro di Bovalino il 22 giugno 1987 e liberato, otto ore dopo il sequestro, dai Carabinieri della Squadriglia di Bagaladi che hanno consegnato alla giustizia il suo carceriere Domenico Strangio, in seguito condannato per tale rapimento e già latitante per il tentato sequestro Romeo.

 

Il 1988 è stato, poi, un anno caratterizzato da un elevato numero di sequestri e l’impressionante progressione ha comportato, in alcune circostanze, la riutilizzazione dei medesimi covi e, comunque, della segregazione degli ostaggi in luoghi assai vicini. Tale circostanza è stata di rilevante utilità per le indagini tese ad approfondire la teoria della completa unitarietà d’intenti e di struttura nella gestione dei sequestri di persona.

 

In quell’anno si sono verificati i sequestri di Diego Cuzzocrea, rapito l’1 gennaio 1988 e rilasciato il successivo 17 settembre, lungo la strada tra Natile e Careri, dietro il pagamento di un riscatto di 730 milioni di lire, e quello di Cesare Casella prelevato a Pavia il 18 gennaio dello stesso anno, rilasciato dopo una lunga prigionia, conclusasi il 30 gennaio del 1990.

Il primo rifugio nel quale è stato tenuto prigioniero Cesare Casella, prima di essere  trasferito tra Rocce dell’Agonia e Rocce degli Smaledetti, è stato localizzato a valle della località Lacchi di Torno, in Agro di Platì.

La prima rata del riscatto è stata pagata nella pineta di Samo il 14 agosto 1988 e, il 24 febbraio dell’anno seguente, in occasione del versamento della seconda rata, viene arrestato dai Carabinieri il latitante Giuseppe Strangio, recatosi personalmente a riscuotere il riscatto.

Ancora, si è assistito al sequestro di Claudio Marzocco, in Andona di San Remo, trasferito in Calabria a bordo di un camion e poi sfuggito ai suoi carcerieri il 6 febbraio 1988, dopo aver raggiunto a piedi la Stazione Carabinieri di Santa Cristina d’Aspromonte.

Anche Claudio Marzocco è stato segregato, così come Cesare Casella, in località Lacchi di Torno di Platì.

 

Il 25 gennaio 1988, in Arzignano, è stata la volta di Carlo Celadon rilasciato solo nel maggio del 1990; la prima rata del riscatto è stata pagata sullo svincolo autostradale per Pizzo Calabro in data 25 ottobre 1988.

 

Quello stesso anno, è toccato ad Alberto Minervini ed all’omonimo nipote, quest’ultimo immediatamente rilasciato, rimasto nelle mani dei sequestratori sino al 7 settembre 1988 e che ha portato alla localizzazione di uno dei covi-prigione in località Rocce dell’Agonia. Sempre a settembre è stata rapita Maria Belcastro, liberata dai Carabinieri in località Monte di Santa Lucia.

 

L’anno 1990 è segnato dal sequestro di Domenico Paola, il 29 aprile a Locri, con pagamento di una prima rata di 600 milioni di lire e rilascio a Cirella di Platì il 26 gennaio 1991, nonché dal tentato sequestro di Antonella Dellea, avvenuto a Germignano il 6 ottobre 1990, con un tragico epilogo per i sequestratori, deceduti a seguito di un conflitto a fuoco con i Carabinieri.

Infine, il 20 dicembre 1990, viene sequestrato, presso il proprio ambulatorio medico di Benestare, Agostino De Pascale, liberato dai Carabinieri in Agro di Samo il 17 aprile dell’anno seguente.

 

Anche in quest’ultimo caso il covo-prigione è posizionato in località Rocce degli Smaledetti di Platì. Nell’anno 1991, si è assistito al sequestro di Giuseppe Longo, in Bruzzano Zeffirio, liberatosi il successivo 27 febbraio, a quello di Antonino Errante in contrada Malizia di Casignana, e liberato nella fiumara Careri di Bovalino due giorni dopo, ed infine a quello di Domenico Gallo, prelevato in contrada San Nicola di Bovalino il 12 settembre e liberato il successivo 8 ottobre in località Agro di Ferruzzano.

 

Anche nel caso del sequestro Longo si è trovato un riscontro che ha portato a ritenere che quest’ultimo sia stato tenuto prigioniero nella stesso covo utilizzato per Cesare Casella, tra Rocce dell’Agonia e Rocce degli Smaledetti. In ultimo, il 5 aprile del 1992, in contrada Convento di Bovalino, è toccato a Giovanni  Zappia, in seguito rilasciato in Bosco Sant’Ippolito, dopo solo quattro giorni di prigionia.

 

Come detto, la prima rilevante risultanza, in riferimento ai sequestri in esame, è stata quella della collocazione nel triangolo San Luca – Platì – Natile di Careri del luogo ove viene pagato il riscatto o liberato il sequestrato, ciò a riprova della circostanza che in tale contesto territoriale è stata gestita la cattività dei sequestrati. Si è dimostrata altresì la completa tranquillità di azione nelle modalità operative dei sequestratori, e ciò nonostante la pressione dei Carabinieri concentrati in quell’area in continue attività di rastrellamento, che gestivano tali crimini spostandosi con i prigionieri, anche in ore diurne, da un covo all’altro.

Alle volte si è verificato che taluni sequestrati non fossero sorvegliati in maniera severa, a dimostrazione che, anche in caso di fuga, non sarebbero andati lontano.

 

Il totale predominio nell’area aspromontana si è dedotto altresì dalla contemporanea gestione di più sequestri e dalla riutilizzazione dei medesimi covi-prigione, nonché dal trasferimento, pressoché automatico, in tale “zona franca” di tutti i sequestrati, anche provenienti dal nord Italia.

 

Le conferme arrivano dalla medesima località Lacchi di Torno ove sono stati segregati Casella e Marzocco (addirittura Casella, durante la prigionia, ha avuto modo di sentire il rumore di due elicotteri nelle vicinanze, risultati poi quelli utilizzati per la localizzazione del covo utilizzato nel sequestro Marzocco) ed ancora dall’identità del covo-prigione in cui è stato tenuto prigioniero Casella e quello in seguito utilizzato per Romeo. Inoltre, nella medesima area sono stati trattenuti altri sequestrati e rinvenute armi, tra cui quella utilizzata nel sequestro Gallo.

Anche in località Aria del Vento di Platì viene accertata la vicinanza dei covi-prigione utilizzati per Ameduri e Varacalli. Altre similitudini sono emerse tra i sequestri Gallo e Varacalli, con l’uso – in questi ultimi due casi – della medesima parola d’ordine utilizzata dal telefonista, rispondente a nomi di città italiane, nonché del pagamento, nella medesima località e con identiche modalità di riscossione, ed ancora in riferimento al trattamento riservato alle vittime.

 

Anche per Casella e Celadon, entrambi giovani di 18-20 anni, si sono evidenziate apprezzabili somiglianze, nelmodus operandi,in relazione alle modalità di mantenimento dei contatti con le famiglie tramite annunci pubblicati sui giornali e l’invio di fotografie, e per la circostanza che i familiari sono stati costretti a frequenti viaggi in Calabria, nonché nelle manovre di riscossione del riscatto, con medesima scadenza nell’aprile 1989. Il denaro di entrambi i sequestri è parimenti circolato presso le banche di Locri, Bianco e Benestare.

L’intera attività investigativa ha poi trovato piena conferma nella individuazione di ovili e di pascoli frequentati da pastori, buoni conoscitori dei luoghi, che mai hanno segnalato anomalie o fornito notizie utili al ritrovamento di qualche sequestrato.

Anzi, molti dei rapiti hanno riferito di aver avuto contezza della presenza, nelle vicinanze, di persone diverse dai sequestratori e di animali, pecore o capre munite di campanaccio, che tradivano la presenza dei pastori. Se non addirittura, nel caso della fuga di Carlo De Feo, di soggetti che, invece di soccorrerlo, lo hanno riconsegnato ai suoi carcerieri.

 

La circostanza che ha avuto una fondamentale rilevanza processuale è che, proprio in quelle zone, insistevano i pascoli della famiglia Barbaro e che in tali luoghi sono stati sorpresi soggetti del tutto estranei alla gestione delle greggi.

E se dubbi vi fossero circa il predominio dei Barbaro in tali luoghi, può farsi riferimento alla vicenda di Barbaro Francesco, latitante per il sequestro Fattorusso, che in tale zona – per sua stessa ammissione – ha trascorso la sua decennale latitanza. Ciò non può che confermare l’elemento essenziale del totale predominio in queste zone, evidenziato dal costante trasferimento dei sequestrati in tale area, ove le famiglie ’ndranghetiste, tradizionalmente dominanti, si sono accordate per condurre insieme il grosso affare dei sequestri, con garanzia di sicurezza, assoluta omertà e certezza dell’inviolabilità del territorio destinato alla custodia.

Il collegamento tra gruppi delinquenziali definiti, quanto a territorio di appartenenza, viene evidenziato altresì dalle dichiarazioni di Francesco Strangio detto l’“Americano”il quale, in relazione al sequestro Fattorusso a cui ha partecipato, ha riferito di aver trattenuto solo una parte del relativo riscatto e di averne consegnato la restante a personaggi non meglio definiti di San Luca, rendendo così oltremodo pacifica l’unitaria matrice del fenomeno dei sequestri.

 

Altro collaboratore ha avuto modo di rivelare che, nella esecuzione dei sequestri, era conveniente il trasferimento delle vittime in Calabria perché lì erano ben organizzati e protetti dalla comunità locale.

Altri riscontri sono arrivati dal monitoraggio delle attività di riciclaggio di denaro proveniente dai riscatti, che ha seguito analoghi canali di utilizzazione, a riprova della esistenza di una cassa comune.

A tal proposito, vanno ricordati due importanti sequestri di denaro effettuati negli anni 1988 – 1989 alle frontiere di Domodossola e Chiasso. In tali occasioni, sono stati bloccati prima un cittadino andorrano, in possesso di 360 milioni di lire provenienti dai sequestri Cuzzocrea, Del Tongo, Bulgari, Armellini, Brusin, Isoardi, Cersana, Celadon e Casella ed in seguito Callà Isidoro di Mammola, in possesso di 314 milioni di lire costituenti parte dei riscatti pagati per Cuzzocrea, Celadon, Campisi, Sacchi Perrini, Padovani, Bulgari e Ravizza.

Una incisiva descrizione del fenomeno può altresì ravvisarsi nelle parole del dott. Carlo Macrì, in occasione dell’audizione, a Reggio Calabria, del 7 aprile 1998, tenuta dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, con le quali il magistrato ha evidenziato le modalità operative della ’ndrangheta.

Esse sono da considerare simili a quelle di una vera e propria industria, sia per i profitti realizzati, sia per le dinamiche dei sequestri, che hanno coinvolto numerosissime persone con compiti estremamente ridotti e che hanno garantito il massimo della sicurezza per l’organizzazione, e sia, infine, per le“capacità veramente eccezionali di programmazione e di divisione del lavoro, quando i sequestri sono stati attuati al Nord e le vittime portate al Sud”.

In questi casi l’industria era talmente efficiente che i sequestri“sono stati portati a termine con una capacità ed organizzazione perfetta, senza alcuna smagliatura”.

 

La stessa logica delle modalità globali del fenomeno dei sequestri ha consentito un approfondimento altrettanto complessivo del fenomeno del traffico di stupefacenti, gestito nel medesimo territorio. Tale accostamento ha permesso di individuare nel traffico di stupefacenti, ricollegato alle stesse organizzazioni criminali, la conversione dei propri interessi in tale attività, mediante l’impiego dei guadagni frutto dei sequestri nel più redditizio e vastissimo settore costituito dal narcotraffico.

Proprio gli stessi soggetti e gruppi, che storicamente hanno gestito il“primordiale” affare dei sequestri di persona, sono stati gli stessi protagonisti del più moderno scenario del traffico di droga, nel quale si è investita l’esperienza, l’efficienza e la professionalità raggiunte attraverso l’originaria attività criminale.

L’evoluzione e l’apertura criminale sono state rese possibili proprio dalla costante presenza di determinati soggetti che hanno curato la saldatura spazio-temporale tra le due fasi storiche e tra le diverse ipotesi delittuose, consentendo così che crimini di diversa natura, costituendo fasi separate di tale sviluppo evolutivo, si legassero tra loro realizzando senza soluzione di continuità lo sviluppo dell’organizzazione; ciò sotto la supervisione dell’associazione principale che, creato il nuovo canale di affari gestito dall’associazione creata ad hoc, ha continuato a scandire tempi e modalità della complessiva gestione degli affari dell’intera holding criminale.

Non a caso, molti degli indagati e imputati in relazione al 416 bis c.p., sono stati in seguito coinvolti anche nelle associazioni a delinquere dedite al traffico di stupefacenti e ciò a riprova del carattere unitario della matrice delle due strutture, organizzate sotto la direzione dei medesimi vertici. Ma ciò non ha esaurito i risultati della complessa attività investigativa azionata per contrastare il fenomeno della ’ndrangheta in quanto, dagli ulteriori sviluppi, è emerso, altresì, l’elevato livello dell’organizzazione criminosa, capace di cooperazione con organizzazioni anche estranee alla ’ndrangheta stessa, ma non per questo dotate di minore potere e rilevanza, che si è tradotta nella compartecipazione a taluni specifici affari e, in altre occasioni, in un vero scambio droga-armi e viceversa.

Tale ultimo aspetto ha quindi svelato, seguendo l’evoluzione delle attività illecite, un altro settore nel quale l’attività della holding criminale si è andata sempre più specializzando, costituita dal traffico di armi, di elevatissima potenzialità offensiva, e la cui disponibilità è riservata alle organizzazioni più sofisticate ed attrezzate nell’ambito della criminalità organizzata, nazionale ed internazionale. Questo lo squarcio aperto dai processi alla ’ndrangheta a metà degli anni novanta, fessura su un mondo criminale fino ad allora sconosciuto, nonché prezioso ed irrinunciabile patrimonio informativo ed investigativo per tutti coloro che in seguito si sono trovati a contrastare tale fenomeno mafioso.

Perché solo una seria analisi della storia della ’ndrangheta, pienamente emancipata dalle visioni folcloristiche della propria genesi, può chiarire le attuali dinamiche criminose che dipartono dal contesto criminale esaminato. 

 

Questo articolo è stato tratto da:  http://www.inaspromonte.it/