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La "Via Crucis" di Lorenzon

 

Di fronte al comportamento ondivago di Guido Lorenzon il Sostituto procuratore di Treviso Pietro Calogero tiene il punto. E nonostante la ritrattazione di Lorenzon scopre alla fine il nome di FREDA, il famoso "punto di rottura" tanto temuto da Giovanni Ventura.... 

 

 

Abbiamo seguito Guido LORENZON nel suo tormentato percorso di denuncia dell’amico Giovanni Ventura. Ma è necessario in una vicenda così complicata riepilogare. Il 15 dicembre Lorenzon va dall’avvocato STECCANELLA di Vittorio Veneto, l’appuntamento viene richiesto a mezzo di un parente (Guido SCANDIUZZI), la visita ha carattere di urgenza. Lorenzon, di fronte al legale, si dice convinto di essere a conoscenza di fatti che potrebbero avere un collegamento con gli attentati di Milano del 12 dicembre.

 

 

Il professore di Maserada, segretario politico della Democrazia Cristiana del paese, dichiara di essere amico da anni di “un tale”, che l’amico gli aveva rivelato di essere a capo di una organizzazione paramilitare con scopi e programmi eversivi, per rovesciare le istituzioni dello Stato. Non solo ma gli aveva pure raccontato di atti terroristici compiuti in prima persona. Al legale, rimasto attonito, il Lorenzon consegna pure, in un successivo incontro, il 18 dicembre 1969, degli appunti, un promemoria scritto. In questa occasione Lorenzon supera tutte le sue remore e rivela anche il nome di quel “tale”, Giovanni Ventura, editore e libraio abitante a Castelfranco Veneto. Lorenzon completa il quadro delle sue rivelazioni, rilasciate allo scopo di informare l’Autorità Giudiziaria.

 

 

Infatti l’avvocato STECCANELLA riferisce ogni cosa a funzionari della Questura di Treviso. Viene decisa immediatamente una perquisizione nell’abitazione di Ventura a Castelfranco Veneto, dove si sequestrano alcune armi ma nulla che potesse ricollegare il proprietario di questi vecchi cimeli di famiglia al racconto del professore di Maserada. Ventura ovviamente nega ogni suo contatto con organizzazioni terroristiche e cerca di convincere gli inquirenti che l’unica sua attività è quella di libraio, un lavoro che lo assorbiva completamente.

 

 

Dopo le festività natalizie LORENZON si incontra alcune volte con il Sostituto Procuratore di Treviso, dott. Pietro Calogero, a cui erano pervenute le relazioni sull’indagine svolta su Ventura. A CALOGERO il Lorenzon ripete nei dettagli quanto aveva detto all’avvocato STECCANELLA ma dopo una decina di giorni (il 7 gennaio del 1970 firma nel frattempo la sua ritrattazione), riconvocato in Tribunale per firmare il verbale delle sue dichiarazioni, pur riconfermando i punti essenziali del racconto, precisa che aveva visto i fatti sotto una luce diversa, che era stato traumatizzato dalla strage del 12 dicembre, che certi discorsi e comportamenti del VENTURA gli erano sembrati “strani” ma, poi dopo aver rivisto l’amico, aveva ricevuto delle chiarificazioni che lo avevano convinto della sua errata interpretazione. E consegna all'esterrefatto Sostituto dott. Calogero il foglio della sua ritrattazione.

 

 

A questo punto il dott. Pietro CALOGERO (che molto probabilmente aveva mangiato la foglia), per legge, deve indiziare di calunnia GUIDO LORENZON in danno di GIOVANNI VENTURA. Lo invita a nominare un difensore, aggiorna l’interrogatorio per sentirlo in qualità di imputato.

 

 

Il 17 gennaio 1970 Lorenzon viene risentito nella sua nuova veste di imputato e precisa tutto quello riferito all’avvocato Steccanella, rivelando al magistrato che il 3 gennaio si era incontrato con VENTURA da cui aveva ricevuto conferme e precisazioni sui fatti riferiti all’inizio della vicenda e il giorno dopo, 4 gennaio, LORENZON rivela all’amico di essere l’autore della denuncia nei suoi confronti. Ventura rimasto fortemente impressionato inizia la controffensiva aiutato in prima persona da Franco Freda che avverte il pericolo. 

 

Le dichiarazioni di LORENZON

 

 

Nel corso di questi incontri “riparatori” ma che in realtà avevano confermato Lorenzon nelle sue prime convinzioni, VENTURA aveva precisato all’amico che per quanto riguardava la bomba del maggio 1969 egli l’aveva consegnata ad un tale di Torino, non di Milano. In un altro incontro Ventura precisa inoltre che la bomba era stata deposta nell’aprile e non nel maggio. Ma l’ordigno non era esploso.

 

 

Sugli attentati ai treni dell’agosto 1969 Ventura gli aveva fatto degli accenni sul costo degli ordigni, sul proprio alibi, sul suo ruolo come finanziatore. In più nel mese di settembre Lorenzon aveva potuto vedere di persona nell’appartamento di via Manin a Treviso, preso in affitto da Ventura, alcuni fucili automatici da guerra, una pistola e numerose munizioni calibro 9, contenute alla rinfusa in due cassette metalliche, su cui campeggiavano scritte in inglese.

 

 

Quel deposito, sempre a detta del Ventura doveva essere spostato poiché stava per scadere la locazione. Subito dopo aver visto quest’armeria lo stupito Lorenzon viene accompagnato in macchina da Giovanni e da Angelo Ventura e nel corso di questo viaggio gli viene mostrato un congegno ad orologeria (“composto da una base metallica a spigoli, delle dimensioni di circa due scatole di cerini sovrapposte, base sormontata da una manopola di materia sintetica”), collegato tramite due fili elettrici, uno inserito e l’altro staccato, ad una pila rettangolare.

 

 

In altra occasione (luglio 1969) LORENZON  si era venuto a trovare nella “Galleria del libraio” di Treviso gestita dall’amico. In questa occasione, ricorda Lorenzon davanti a CALOGERO, il VENTURA gli aveva mostrato e fatto leggere una scheda “segreta” datata 6.5.1969. In questa scheda si parlava di “contatti intercorsi da DC e PCI per un accordo di governo, che gli USA erano venuti a conoscenza di ciò ed erano intervenuti”.

 

 

In questo rapporto si diceva anche “…che era prevista la vittoria di PICCOLI al congresso nazionale DC, che era prevista la scissione socialista e,….anche la caduta del governo, che i comunisti si sarebbero limitati a proteste verbali e che sarebbero stati dati aiuti finanziari alla destra. Il tutto come conseguenza dell’intervento USA”.

 

 

Lorenzon ne aveva letto anche un’altra di queste “schede segrete”, dove “…l’industriale MONTI dell’Emilia-Romagna finanziava gruppi di agitatori per creare disordini in occasione di scioperi che si verificavano in Italia”. Ventura gli aveva inoltre riferito che in un rapporto precedente era stata prevista l’invasione della Cecoslovacchia con un buon anticipo sui fatti.

 

 

Queste in sintesi le dichiarazioni di Lorenzon che comunque abbiamo già riassunte con tutti i dettagli riferiti nel corso di due-tre giorni di interrogatori, in cui viene fuori anche la figura di FRANCO FREDA, la qualcosa, come detto sopra, allarma oltre misura il VENTURA. La paura del Ventura era legata al nome di FREDA, al suo essere l’autore del “Libretto rosso”"La Giustizia è come il timone, dove la si gira va..", un pamphlet mezzo scandalistico e mezzo politico contro la Magistratura padovana. Il magistrato Emilio ALESSANDRINI della Procura di Milano stenderà, a questo proposito, una sintesi degli avvenimenti che ci preme pubblicare.

 

 

“Questo libretto – scrive il dott. ALESSANDRINI – che prende le mosse dal cosiddetto “caso Juliano” – il Commissario di P.S. della Questura di Padova accusato di avere precostituito delle prove per far incriminare un gruppo di giovani neofascisti per attentati e detenzione di armi – contiene pesanti invettive nei confronti del Procuratore della Repubblica di Padova e contro la Magistratura in genere, tacciata di essere il cane custode del potere borghese, e propugna l’unione delle forze rivoluzionarie per abbattere con ogni mezzo il “sistema” (“ai bastoni di legno ed ai mitra della Polizia si può – o meglio, si deve – rispondere con le spranghe di ferro e con le bombe”).

 

 

Ora, mentre proprio in quella dichiarazione ritrattatoria, Ventura aveva insistito perché Lorenzon affermasse di aver ricevuto per posta l’opuscolo, di averglielo mostrato e quindi di averlo ricevuto in restituzione, nel corso dell’interrogatorio, LORENZON riferiva una serie di circostanze relative all’opuscolo, precisando che:

 

a) nell’autunno 1969 aveva visto il manoscritto del libretto, diviso in due parti, nella abitazione di Ventura in Castelfranco Veneto, e, in quella occasione, VENTURA gli aveva detto che non l’aveva scritto lui e che sarebbe stato necessario stamparlo;

b) qualche tempo dopo, mentre erano in macchina, VENTURA gli aveva consegnato la copia dell’opuscolo (quella che poi aveva dato all’avv. STECCANELLA) raccomandandogli di ben custodirlo, trattandosi di cosa “pericolosa”; gli aveva altresì precisato che il Fronte Popolare Rivoluzionario” era una sigla fittizia;

c) il 6 gennaio 1970, recatosi nello studio di VENTURA, lo aveva trovato che stava telefonando e prendeva appunti; aveva quindi saputo che l’interlocutore di VENTURA era FRANCO FREDA, il quale, dopo essere stato informato delle sue rivelazioni all’Autorità Giudiziaria, era “andato in bestia”, soprattutto per l’opuscolo in quanto lo stesso avrebbe potuto costituire la prima “prova a carico”; VENTURA lo aveva poi invitato a copiare su un foglio di carta gli appunti presi durante la conversazione telefonica con FREDA, raccomandandogli di attenersi scrupolosamente ad essi, nella stesura della dichiarazione ritrattatoria che aveva promesso di fare;

d) VENTURA gli aveva anche detto che l’opuscolo era stato inviato a Magistrati ed altre persone in buste bianche e rosse, e che a lui non era rimasta alcuna copia;

e) VENTURA si era mostrato molto preoccupato, perché se, attraverso l’opuscolo, si fosse risaliti a FREDA, il Procuratore della Repubblica di Padova, che già sospettava questi come autore del libretto, si sarebbe particolarmente impegnato a trovare ogni minimo indizio a suo carico….[…]”.