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Alla fine si decide... 

 

Subito dopo gli arresti di Freda e Ventura la situazione si evolve rapidamente: Alberto SARTORI fa di tutto per avere un colloquio con il giudice di Treviso, Giancarlo STIZ, cerca di farsi aiutare dai partigiani vicentini, Lino Bettin ed Ettore Gallo, che sebbene gli siano ostili contribuiranno all'incontro tra Sartori e il magistrato...

 

 

 

ESAME DI TESTIMONIO SENZA GIURAMENTO

Art. 357 Cod. proc. Pen.

L’anno millenovecento71 il giorno 26 del mese di aprile….AVANTI DI NOI dr. Giancarlo STIZ – G.I. – è comparso il testimonio….Interrogato sulle sue generali, esso risponde:

 

 

Sono e mi chiamo SARTORI ALBERTO nato a Stradella (Pavia) il 19.3.1917, residente a Vicenza in Via Racchetta n.2.

A DOMANDA RISPONDE (A.D.R.) – Alla fine del 1968 ricevetti due lettere del colonnello Marconcini di Este che io non conoscevo con questo nome bensì con quello di battaglia di “Corrado”. Tale Corrado era uno degli organizzatori della Resistenza nelle provincie di Mantova e Cremona.

Non risposi alla prima lettera perché ritenevo mi fosse stata recapitata per errore. Risposi alla seconda nel tenore di cui alla copia che dimetto. Dimetto pure fotocopie delle due lettere del Marconcini. Non partecipai alla riunione di cui si parla nelle lettere ma mi incontrai con il Marconcini fuggevolmente circa un mese dopo in Verona e gli chiesi informazioni su una persona che si era presentata a nome suo e di altri Comandanti partigiani del Veneto (Spartaco-Doralice, ecc.). In quell’occasione il Marconcini mi parlò entusiasticamente del conte Piero LOREDAN – da lui qualificato partigiano – che conosceva da alcuni anni.

Non ebbi più contatti con il colonnello Marconcini se non all’inizio del 1971. Desidero precisare che mi presento a Lei nella mia veste di militante anti-fascista per riferire sui risultati di una missione che mi fu a suo tempo affidata dal partito a cui appartenevo: Partito Comunista d’Italia m-l. Detta missione l’ho condotta singolarmente pur riferendo ad intervalli a qualificati dirigenti del partito.

D.R. – Prima di vedere il Marconcini a Verona, dopo aver ricevuto le lettere di costui ricevetti delle telefonate da persona che non volle qualificarsi. Le telefonate furono ricevute alcune volte dalla mia segreteria e l’ultima da me personalmente.

L’interlocutore non volle qualificarsi ma insistette perché gli fissassi un incontro che avvenne il giorno dopo nel mio ufficio di Vicenza. Si presentò un signore che non volle qualificarsi e che si limitò ad invitarmi a chiedere informazioni sul suo conto ad alcuni Comandanti partigiani del Veneto. Aggiunse di essere il messaggero dei predetti Comandanti partigiani che, conosciuta la mia posizione attraverso il discorso di Malga Zonta (un discorso da me tenuto per commemorare una medaglia d’oro ed altri caduti partigiani della mia formazione), intendevano scambiare con me i loro pareri condividendo la mia posizione.

Dimetto copia del giornale dell’ANPI che riporta il testo del mio discorso e la mia mozione di minoranza al 6° Congresso dell’ANPI.

Gli risposi che avrei preferito che i predetti Comandanti partigiani mi avessero direttamente invitato.

Nei giorni successivi mi telefonò ripetutamente e poi ritornò nel mio ufficio qualificandosi per LOREDAN ed invitandomi a Venegazzù. In questa occasione insistette perché accettassi di partecipare ad alcune riunioni di Comandanti partigiani della Marca Trevigiana, di Padova-Verona e del Cadore.

Spiegò che era necessario unire tutte le forze ancora legate coerentemente agli ideali della resistenza di fronte al pericolo di rigurgiti fascisti. A questo proposito precisò anche che se avessi partecipato a queste riunioni avrei potuto conoscere in dettaglio alcuni casi gravi di provocazione da parte di persone che egli definì agenti del servizio segreto americano (CIA).

Gli chiesi di farmi una relazione scritta, ma pur promettendomela, non me la preparò mai. Pur interessandomi la cosa per l’aspetto del paventato rigurgito fascista, preferii agire con cautela per meglio approfondire gli aspetti di quanto mi veniva prospettato.

Non partecipai perciò a riunioni né interpellai alcuno dei Comandanti partigiani menzionati dal LOREDAN. Mi recai a Venegazzù – credo nel giugno 1968 – ed in tale occasione il LOREDAN mi fece comprendere come fosse necessario ricostituire in qualche modo le formazioni partigiane e mi precisò che era necessario procurarci delle armi.

Gli feci capire come la lotta democratica e rivoluzionaria nel contesto della situazione in cui ci trovavamo mi faceva considerare assolutamente avventuristico e provocatorio ciò che mi proponeva. E che alla luce di quanto mi aveva confidato non intendevo partecipare in nessun caso a riunioni di questo tipo.

Perdetti di vista il LOREDAN fino al settembre del 1968. In questo periodo si rifece vivo con telefonate chiedendomi un incontro che avvenne in Vicenza presso il mio ufficio. In tale occasione egli mi invitò ad una cena che disse di avere organizzato per me con vari invitati fissandomi la data.

Ci andai (non nel ristorante di Venegazzù ma nella villa patrizia) e quivi il Conte LOREDAN mi accompagnò dapprima nella sua abitazione dove mi presentò due persone e precisamente lo scrittore Ugo MORETTI ed un’altra persona che mi disse di essere un rappresentante operaio delle aziende ZOPPAS.

Il MORETTI mi disse che era interessato a mettermi in contatto con alcuni dirigenti nazionali della C.G.I.L. di Roma, che desideravano entrare in contatto, mio tramite, con il mio partito.

Il secondo individuo disse di avere ascendente di tipo sindacale sulla stragrande maggioranza degli operai della ZOPPAS e che era in grado di organizzare gli scioperi nei tempi in cui egli voleva.

Durante questo colloquio interloquì più volte il LOREDAN. Costui, poi, separatamente, mi disse che era in grado di far organizzare degli scioperi in concomitanza con la scarsità di commesse della fabbrica (ZOPPAS). In tal caso la ZOPPAS avrebbe potuto corrispondere ai sindacalisti grosse somme avendo interesse a far coincidere il periodo degli scioperi con quello della scarsità delle commesse.

Alla cena parteciparono circa 25 persone che io non conoscevo e che comunque erano estranee – almeno apparentemente – alle trame del LOREDAN. I discorsi riguardarono l’arte, la letteratura, l’antiquariato, ecc.

La cena fu sfarzosa.

Dopo cena espressi la mia irritazione al LOREDAN, per avermi egli, senza preavviso e senza il mio consenso, presentato a vari ospiti con un falso nome. Mi spiegò che potevano esserci dei provocatori della CIA. Nella stessa serata mi confidò di avere una grossa scorta di razzi antigrandine e di essere in grado di segnalarmi, al momento opportuno, molti altri agricoltori che avevano analoghe scorte.

Disse che aveva pensato ad un congegno meccanico tale da consentire l’uso dei razzi per tiri diretti e quindi come mezzo di offesa. Mi invitò anche ad asportare almeno uno di tali razzi per farli giungere in un paese socialista in grado di mettere a punto e sperimentare tale congegno.

Mi citò a questo proposito l’Albania, offrendomi il segreto di certi ibridi di granoturco che avrebbe potuto interessare i paesi socialisti. Fu in tale occasione che mi chiese se ero in grado di far ottenere un visto di entrata in Albania per un corrispondente di un settimanale italiano. In caso affermativo mi avrebbe dato (anzi a favore del movimento politico cui appartenevo) 5 milioni.

Avendo l’impressione di una grossa manovra provocatoria, riferii il contenuto dei colloqui ad un dirigente del mio partito. Nei mesi successivi lo perdetti di vista essendomi trasferito, per ragioni di lavoro, presso il mio ufficio di Milano.

Nel febbraio 1969 mi trasferii ancora per motivi di lavoro a Napoli ove ero direttore tecnico del mangimificio della Società SAMOPAN. Questa Società corrisponde anche alla Società Anonima Molini Opera Pontificia Assistenza Napoli. Ero anche procuratore della predetta Società in uno con altra persona.

Il 28 aprile 1969 ricevetti una telefonata dal LOREDAN il quale era riuscito ad ottenere da mia moglie con molta insistenza e adducendo motivi gravi, il mio numero telefonico d’albergo.

Mi preannunciò il suo arrivo a Napoli per il giorno successivo avendo urgente necessità di conferire con me. Venne con altra persona che mi presentò come signor ALBERTI. Mi chiese di poter conferire con me nel segreto della mia stanza. Quivi mi disse se ero disposto a lasciare Napoli poiché aveva in animo di finanziare lo sviluppo di una azienda esistente di natura tipo-litografica assorbendo tutti i macchinari e le attrezzature di una grossa azienda facente capo all’editore CURCIO. Calcolava si trattasse di rilevare attrezzature per circa mezzo miliardo.

Subordinava però l’operazione alla mia approvazione a collaborare a livello amministrativo per garantirne la serietà commerciale. Ne avrei tratto benefici economici certamente superiori a quelli che supponeva ricevessi a Napoli. Una parte di tali compensi avrei potuto destinarla al movimento marxista-leninista per il quale, mi disse, di sapere che io mi ero fortemente indebitato.

Mi riservai di pensarci quando mi fosse stato sottoposto un programma dettagliato anche nei tempi di realizzazione, prima di decidere se lasciare il lavoro che già avevo. In ogni caso non avrei potuto accettare nessuna mansione dirigenziale o amministrativa ma solo di collaborazione esterna con mandato di rappresentanza.

Ai colloqui è sempre stato presente il sedicente ALBERTI. Prima di lasciarci il LOREDAN invitò costui a dargli alcuni documenti che conservava in una borsa. Il LOREDAN me li passò uno ad uno e mi resi conto leggendoli trattarsi di documenti segretissimi di provenienza ad un livello di Ministero degli Interni o CIA.

C’erano diverse cartelle che trattavano argomenti di carattere internazionale quali l’organizzazione capillare di tutti i movimenti della sinistra extraparlamentare italiana, europea e americana. Altre cartelle riguardavano la Russia, altre ancora la Romania, l’Albania. Una riguardava nei dettagli l’organizzazione di un gruppo dell’alta finanza internazionale facente capo al principe Bernardo d’Olanda, denominato “gruppo Hilderberg” nel quale a rappresentare l’Italia ricordo i nomi di Manlio Brosio, Agnelli, La Malfa e Mariano Rumor.

Tutte le cartelle erano dattiloscritte con una copertina che recava sigle, numeri e date recenti. Tengo a precisare che una di tali cartelle concerneva l’organizzazione della CIA americana in Europa e indicava anche le Riviste da essa finanziate attraverso ex collaboratori di Kennedy.

Viste queste cartelle presi interesse a rimanere con loro e decisi ad anticipare il mio ritorno a casa. Così presi lo stesso aereo Napoli-Venezia e viaggiai con i due. Alla Tessera salii nella macchina del LOREDAN e tutti ci recammo a Venegazzù presso il ristorante “La Falconera”.

Qui il LOREDAN mi rivelò che il signor ALBERTI era in effetti Giovanni VENTURA. Con quest’ultimo e rifiutando l’ospitalità del LOREDAN mi recai a Vicenza. Durante il viaggio il VENTURA non parlò. Con lui c’era il fratello Angelo.

Ritornai a Venegazzù due giorni dopo perché desideravo approfondire i sospetti. Chiesi al LOREDAN di descrivermi meglio la figura del VENTURA ed egli mi disse, anzi lo definì come un “promettente rivoluzionario”. Rimasi scettico ma il LOREDAN aggiunse che ben presto mi avrebbe dimostrato la fondatezza di quanto aveva affermato circa il VENTURA.

In tale occasione mi disse anche, per vincere il mio scetticismo e dopo avermi fatto promettere solennemente di mantenere il segreto anche con VENTURA, che questi appartenenva ad un gruppo di 5-6 persone in tutta Italia di elevata cultura e tutti professionisti, che sarebbero stati in grado di fargli conoscere – con il tramite del VENTURA – con tempestività ogni eventuale provvedimento restrittivo di libertà personale che molti Procuratori della Repubblica avessero preso nei confronti di esponenti della sinistra extraparlamentare.

Mi ribadì ancora una volta l’invito a collaborare professionalmente con la Litopress.

Ritornai a Napoli e ricevetti telefonate dal VENTURA nonché un telegramma che esibisco, con il quale costui sollecitava la mia risposta alle richieste di collaborazione nella Litopress.

Giungemmo così all’ottobre 1969, epoca in cui conclusi con il VENTURA il mandato di rappresentanza triennale per l’Italia e per l’Estero. Il VENTURA agiva come amministratore unico della Litopress s.r.l. con sede in Castelfranco Veneto e amministrazione in Treviso. Il mio compito specifico era quello di procurare contratti di natura editoriale.

Tra dicembre 1969 e luglio 1970 io però non lavorai praticamente per la Litopress in quanto pur essendo disponibile il VENTURA mi diceva di soprassedere ai contratti perché non era in condizioni di produrre.

So che cercava di rilevare la Rotolitografica di Roma dopo l’inutile tentativo con la Curcio editori. In pratica non aveva ancora impiantato l’azienda editoriale.

D.R. – Ricordo ora che nel dicembre 1969 il  VENTURA venne a trovarmi a Vicenza ove mi trovavo a letto influenzato. Parlammo delle prospettive di lavoro e poi il VENTURA mi diede un libretto rosso dicendomi che era opportuno che lo leggessi. Mi invitò a farlo sparire dopo la lettura. Si trattava del libretto “La Giustizia è come il timone…”. Mi disse che lo aveva ricevuto per posta.

Lasciai il lavoro a Napoli il 23 dicembre 1969.

D.R. – Il LOREDAN mi disse personalmente di aver già iniziato nell’autunno del 1969 il finanziamento della Litopress con una prima fideiussione di 20 milioni. Successivamente venni a sapere che altre garanzie bancarie erano state accordate alla Litopress dal Conte GUARNIERI e dal LOREDAN.

Nell’agosto ’70 venne stilato dal dr. PANDOLFI un documento che esibisco in copia fotostatica dal quale risulta l’apporto finanziario del LOREDAN e del GUARNIERI a favore della Litopress. In detto documento ricorre il mio nome quale persona che avrebbe dovuto garantire la serietà commerciale dell’azienda.

Io non richiesi né accettai un simile incarico del quale non ne avevano mai parlato. Non comprendevo come mai persone quali il GUARNIERI – che non conoscevo – avessero tanta fiducia in me.

Verso la metà di ottobre avvisai il VENTURA che mi ero trovato un altro lavoro in considerazione del suo comportamento scorretto. Parlai ancora con il GUARNIERI nel dicembre e con lui, che insistette, andai dal LOREDAN. Mi pregarono di non abbandonare la Litopress ed anzi mi consegnarono una lettera per il VENTURA.

Io non accettai perché ero preoccupato della mia situazione economica avendo lavorato quasi un anno inutilmente.

A tale proposito preciso che ho rilasciato numerose cambiali al VENTURA su sua richiesta che non mi sono mai state restituite. Ho presentato denuncia alla Procura di Vicenza.

D.R. Durante la campagna di stampa che ha accompagnato il caso VENTURA – LORENZON nel gennaio-febbraio 1970 io ho cercato ripetutamente di contestare al VENTURA quanto andavano scrivendo i giornali.

Il VENTURA ha sempre ribadito che era una vittima innocente di una grave calunnia. Ha aggiunto a proposito del LORENZON che, se voleva, aveva motivo di mandarlo in galera. Specificò che il LORENZON, all’epoca in cui prestava servizio militare in Friuli, gli aveva fornito l’indirizzario degli ufficiali in s.p.e. dell’esercito italiano. Aggiunse a mia richiesta, sia pur con esitazione, che si era servito di tale indirizzario per spedire fogli propagandistici agli ufficiali.

Mi consta che uguale confidenza fece anche al GALLINA ITALO. Mi confidò ancora che il LORENZON avrebbe detenuto per qualche tempo e per conto del BARNABO’ figlio delle armi mentre questi era a Parigi.

Nell’agosto 1970 assistetti ad una telefonata che il VENTURA fece dal suo ufficio di Treviso ad una persona che ritenni essere il Barnabò e che si trovava a Parigi. La telefonata durò una mezz’ora circa e gli feci notare che sarebbe costata cara. Il VENTURA rispose che non gli interessava perché non pagava nessuna telefonata all’estero.

Dopo qualche giorno, di proposito, chiesi al VENTURA se potevo anch’io all’occorrenza utilizzare quel suo canale telefonico gratuito. Esitò molto ma, di fronte alla mia richiesta posta sul piano della fiducia, accondiscese a scrivermi un numero telefonico con il prefisso di Venezia ed il nome della persona a cui mi sarei dovuto rivolgere solo in caso di assoluta emergenza.

Mi raccomandò di qualificarmi come amico del signor ALBERTI ed egli lo avrebbe istruito in tal senso. Il numero è 047/951365/7; il nome è Baldoin.

Mi precisò che il vantaggio era duplice: non si pagava e non rimaneva traccia della telefonata.

D.R. – Nell’agosto 1970 il LOREDAN mi propose di affidarmi in visione un documento e nel caso avessi potuto accettarlo e farlo pubblicare da un organo di stampa della sinistra extraparlamentare, avrei potuto risolvere economicamente tutti i problemi e le difficoltà economiche del movimento a cui appartenevo.

Il 7 agosto nella villa del Conte GUARNIERI mi fu consegnato il documento che esibisco e che tratta sul programma di attività industriale. Non volle che me lo portassi a casa ed aggiunse che avrebbe consultato chi di dovere per consegnarmelo definitivamente. Io gli feci notare che da una prima occhiata il contenuto mi appariva simile a quello del corporativismo fascista.

Qualche giorno dopo, incuriosito, mi recai a Venegazzù e il LOREDAN mi fece vedere parecchie cartelle e da una di queste estrasse il documento che mi aveva esibito precedentemente nella villa GUARNIERI. Mentre stavo leggendo, e subito dopo che il LOREDAN si era momentaneamente allontanato, sbirciai tra le cartelle e mi impossessai di una di queste che portava il titolo “studio sulla programmazione ideologica e sulla programmazione sperimentale”.

Intendevo acquisire una prova contro di lui per servirmene nel caso fosse necessario nell’interesse della giustizia. Nella cartella vi erano tutti i documenti che consegno ora alla S.V. in fotocopia conservando a casa gli originali. Il LOREDAN non mi parlò di documenti che gli mancavano neppure successivamente.

Da allora mi ritenni in dovere di mettere in guardia tutti coloro che erano esposti alle provocazioni del Loredan.

D.R. – Il colonnello Marconcini Corrado dovrebbe aver partecipato a molte riunioni in varie zone del Veneto; riunioni organizzate dal LOREDAN con la partecipazione di altri Comandanti partigiani e di giovani fascisti che il LOREDAN descriveva come recuperabili.

Affiancava il LOREDAN un giovane che, secondo la descrizione fattami dal Marconcini, dovrebbe corrispondere al VENTURA. Il Marconcini potrà meglio chiarire quanto sopra esposto sia circa le persone che partecipavano alle riunioni sia circa gli argomenti che venivano trattati.

Potrà anche meglio chiarire gli appunti di suo pugno che mi disse rilevati da un documento consegnatogli per brevissimo tempo dal LOREDAN nel 1966.

Tengo a precisare che fin dal febbraio scorso (1971) ho ritenuto di dover rivelare quanto sapevo ai partigiani avvocati LINO BETTIN ed ETTORE GALLO di Vicenza ai quali affidai l’incarico di informare con le dovute cautele chi di dovere.

Non ho altro da aggiungere e tengo a disposizione i documenti originali di cui ho fatto cenno e dei quali ho esibito copia.

Letto, confermato e sottoscritto

Alberto Sartori