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Le trame venete

di Giorgio Marenghi

 

Alberto Sartori, “Carlo”, ex partigiano, comandante di uno dei gruppi “Garemi” operanti nel vicentino, lo incontrai l’8 gennaio del 1985. Fu l’ultima volta poiché dopo alcuni anni morì. La registrazione del colloquio avuto con lui la lasciai nel cassetto per svariati motivi. Ma oggidì il battage giornalistico sull’operazione “Gladio” (questo articolo fu redatto e pubblicato nel numero 0 del dicembre 1990 de “Il Corriere Vicentino” che diressi per alcuni mesi tra il 1990 ed il 1991, n.d.r.) mi ha fatto tornare alla memoria quell’intervista, quei commenti, quel suo parlare in un italiano perfetto lievemente alterato da tonalità milanesi.

 

 

Cosa mi disse Alberto Sartori in quell’inverno del 1985? Né più né meno che quello che disse ai vari magistrati della Repubblica incaricati dell’inchiesta sulle “trame nere”, ossia su quella parte dell’inchiesta sulla “strategia della tensione” che concentrò la sua attenzione sul Veneto e in particolar modo sulla cellula di Freda e Ventura. Sartori, nel corso del nostro colloquio, si diffuse in particolari degni di un romanzo giallo, ragione per cui quest’articolo appare come un racconto.

 

 

La lettera del colonnello

 

(Testo registrato con la voce di Alberto Sartori) 

“Un giorno, non ricordo bene, ma eravamo nell’aprile-maggio del 1968, ricevetti una lettera da un certo colonnello Corrado Marconcini di Este. Costui, che era stato un famoso comandante partigiano nella zona di Parma, mi invitava ad andare nella villa del “grande ammiraglio” (così nella lettera) quand’io avessi stabilito per discutere di cose molto importanti. Io temetti che la lettera mi fosse stata recapitata per errore e scrissi allora a questo colonnello Marconcini (seppi che era stato un ufficiale dell’esercito, già comandante partigiano) sostenendo che probabilmente c’era stato un equivoco e che mi spiegasse altrimenti il perché mi aveva scritto.

 

 

Nel frattempo inviai una persona di assoluta fiducia a Este (Arnaldo Cestaro di Agugliaro, ndr.) per informarmi dettagliatamente sulle caratteristiche personali di questo Marconcini. Era tutto vero. Vero il grado, vero il passato partigiano. Allora organizzai un incontro con lui e alla fine riuscimmo a vederci ad una manifestazione a Verona. Ebbi l’impressione di un uomo onesto e sincero. Marconcini esordì subito informandomi che parecchi comandanti partigiani del Veneto si stavano incontrando da alcuni anni per cercare di contrastare una nuova avanzata del fascismo”.

 

 Uno strano sporco individuo

 

 “Dopo questo primo colloquio informale, da cui ricavai pochi elementi mi si presentò nel mio ufficio di Viale Milano un individuo stranissimo, sporco, vestito male, che si comportava in modo strampalato. Sulle prime non ci feci caso, ma poi mi incuriosii. L’individuo non volle rivelarmi la sua identità. Nel colloquio avuto con lui ebbe ad illustrarmi il suo programma: anche lui parlava di fascismo, dei pericoli di un golpe, di una nuova avanzata delle destre reazionarie, ecc. Mi mostrò il fascicolo “Uno dei tanti”, che avevo approntato per l’occasione dell’anniversario di Malga Zonta nel lontano 5 ottobre 1965 – ero uscito dal PCI l’anno prima – e mi disse che il discorso che avevo pronunciato allora era stato molto apprezzato negli ambienti degli ex partigiani del Cadore, del Bellunese, del trevigiano, ecc.

 

 

Mi disse anche di più: che ero considerato un elemento coagulatore del dissenso partigiano e che tutti avrebbero apprezzato la mia presenza.

 

 

Perché ricorreva a me? Perché malgrado gli sforzi fatti non erano riusciti nel corso di due anni a concludere granchè. Questo discorso mi allarmò. Per esperienza sapevo cosa voleva dire la “vigilanza rivoluzionaria” e quelle parole, quelle riunioni, quel modo di fare mi misero sul chi va là.

 

 

Ma gli risposi ugualmente dicendo che mi facesse avere una lista con i nomi e cognomi di tutti, TUTTI, i comandanti partigiani che prendevano parte a queste riunioni, altrimenti io non avrei accettato di presenziare. Mi disse di sì e poi ci congedammo.

 

 

All’uscita dal mio ufficio lo invitai a prendere un caffè ma rifiutò. Io però seguii l’uomo; andai al caffè, lo vidi dirigersi verso la stazione di Vicenza. Lo seguii, presi la macchina e lo pedinai fino al parcheggio nelle vicinanze della SIAMIC. E con mio stupore vidi questo individuo sporco salire su di una Porsche e partire.

 

 

Seppi chi era: era il conte Piero Loredan di Venegazzù del Montello in provincia di Treviso, in fama di essere un “conte rosso”, con un passato (sedicente) di partigiano.

 

 

Lo rividi una seconda volta ed ero già più preparato: naturalmente non mi portò l’elenco dei comandanti partigiani ma mi propose di fare ottenere dall’ambasciatore albanese a Roma un visto d’ingresso per un suo amico giornalista che lui diceva essere dell’Espresso [era lo scrittore vicentino Goffredo Parise; g.m.], poi mi parlò di una sua idea di provare (in un paese socialista) un tipo particolare di razzo antigrandine i cui congegni lui aveva modificato correggendone “il tiro”. Fin qui delle strane proposte che lasciai cadere. La cosa puzzava già di “provocazione” ma non si era ancora arrivati al meglio”.

 

Per “incarico” del Partito

 

“Io allora informai di tutto ciò la mia organizzazione (il Partito Comunista Marxista Leninista d’Italia – filocinese – ndr.) delle proposte e di questi strani incontri. Ricevetti l’incarico di non abbandonare questo elemento, di tenerlo d’occhio e così feci.

 

 

Una domenica, quindi, con la mia famiglia mi recai nella villa del conte Piero Loredan, la villa definita “dell’ammiraglio” dal colonnello Marconcini. Sfortunatamente proprio nello stesso periodo ricevetti un altro incarico. Dovevo seguire uno “scandalo” di proporzioni colossali, quello della Pontificia Opera di Assistenza, la POA. Sede del mio nuovo incarico era Napoli e così il lavorìo di scavo su Loredan fu per il momento abbandonato. A Napoli alloggiai all’Hotel Mediterraneo, tra generali NATO e prelati, tra banchieri ed imprenditori. Proprio mentre tutte le questure d’Italia si affannavano a cercarmi (perché io ero ancora ufficialmente un pericoloso “sovversivo” ed ex partigiano da tenere d’occhio).

 

 

Quell’operazione fu una cosa rocambolesca perché dovetti consumare delle ginocchia e fare delle comunioni per poter diventare procuratore della SA.MO.PAN. di Napoli, una delle più grosse società della POA! Comunque proprio in quel frangente, mentre stavo riuscendo a carpire il più grosso segreto della POA mi giunse il 29 aprile 1969 una telefonata dal Loredan.

 

 

Mi disse trafelato che aveva bisogno di parlarmi e che la questione era grossa, a livello internazionale! Gli dissi che non potevo spostarmi da Napoli, ma Loredan insistette e alla fine di fronte alla mia risolutezza mi comunicò che sarebbe arrivato l’indomani in aereo, lui a Napoli. E così fu”.

 

 Le schede segrete

 

“Il giorno stabilito, all’ora precisa, il conte Piero Loredan è a Napoli, da me, nella mia stanza d’albergo all’hotel Mediterraneo. Con lui un’altra strana figura: un giovane alto, serio, che non parla mai, con una borsa nera di pelle.

 

 

Faccio accomodare, ci mettiamo a parlare. Loredan esordisce: “Lei, caro Sartori, può ricevere dei finanziamenti per il suo partito se mi presterà attenzione!”. Gliela prestai. E Loredan prende a spiegarmi di uno strano affare, di una ipotesi editoriale, dell’acquisizione di una azienda tipolitografica, la LITOPRESS, che il Loredan e altri erano disposti a finanziare con oltre 500 milioni. Eravamo nella primavera del 1969, la cifra era considerevole. Mi spiegò che la RAI avrebbe assicurato lavoro per oltre 5 miliardi di lire. Un altro finanziatore del prestito sarebbe stato il conte Guarnieri, il proprietario delle Cartiere del Timavo, sul quale ebbi poi informazioni contraddittorie (si spacciava per ex partigiano ma correva voce che fosse stato negli anni della guerra un agente dell’Intelligence Service).

 

 

Il tutto era subordinato all’accettazione da parte mia dell’incarico di dirigente amministrativo della società.

 

 

Sul momento risposi con un netto rifiuto al Loredan poiché l’incarico avuto dal mio partito, e che mi aveva portato a scoprire uno scandalo di proporzioni enormi a Napoli, mi avrebbe impedito di fare alcunchè

 

 

Ma qui accadde il colpo di scena. Loredan a questo punto si rivolse al giovane serio e accigliato che lo aveva accompagnato e che fino a quel momento non aveva detto una parola. “Dammi quella borsa!” disse il Loredan al giovane. Ma quello fece finta di niente e restò in silenzio. “Dammi quella borsa!” ripetè infastidito sempre il conte Loredan. Alla fine il giovane aprì la borsa e consegnò il contenuto al Loredan che me lo passò.

 

 

Fui strabiliato. Davanti a me c’erano decine e decine di cartelle con informazioni riservatissime e direi “top secret”.

 

 

I documenti contenuti nella borsa mi furono definiti dal conte Loredan come della “massima importanza per il movimento rivoluzionario”.

 

 

Erano decine di schede tra cui vi era la mappa di tutte le organizzazioni della sinistra extra parlamentare italiana, europea e USA.

 

 

Vi si parlava dei relativi giornali, delle sedi e dei dirigenti di spicco. Poi c’era una scheda contenente informazioni su personaggi legati alla Romania, alla Repubblica Popolare Tedesca e all’URSS. Una scheda trattava del gruppo Bilderberg, un gruppo ultra segreto in cui figuravano nomi eccellenti, quali il principe Bernardo d’Olanda, Rockfeller, Rotschild, e per l’Italia, Manlio Brosio, La Malfa e Rumor, nonché Agnelli.

 

 

Nella scheda si specificava pure che tale gruppo si era riunito l’ultima volta in una località segreta nei pressi di La Spezia. Altre schede concernevano la CIA e i finanziamenti che questa “agenzia” concedeva a gruppi della sinistra italiana, tra l’altro ricordo la rivista “MonthlyReview”.

 

 

Un’altra scheda era ancora più inquietante: in essa erano indicati tutti i nomi dei dirigenti di origine ebraica delle varie organizzazioni della sinistra extra parlamentare. Un’altra ancora conteneva nomi di persone fatte sparire fisicamente”.

 

Non dovevo mollarli

 

“Di colpo capii tutto: davanti a me c’erano dei personaggi che non andavano più mollati, il Loredan e il giovane serio e silenzioso. Dovetti fare uno sforzo per mantenere un contegno di basso profilo e bofonchiai alcune parole come per dire: “ma sì, ma questa sono cose risapute!”.

 

 

Però dentro di me bollivo. Costoro avevano materiale che solo da un servizio segreto poteva essere uscito! Seppi il nome del giovane: si chiamava “Alberti”.

 

 

Si era presentato come l’amministratore della LITOPRESS. Conoscerò invece più tardi il suo vero nome: Giovanni Ventura. Quella sera non ci feci caso. Alla fine del colloquio presi tempo e dissi che avrei dovuto sentire “il partito”. Con un pretesto uscii, dissi che andavo a telefonare al partito di Roma per potere avere il permesso di seguire la loro proposta.

 

 

In realtà non feci nessuna telefonata e me ne tornai poco dopo dicendo di sì a tutto quello che mi avevano proposto. Noi tutti saremmo tornati il giorno dopo nel Veneto in aereo. Al ritorno ci venne a prendere l’amante del Loredan, una signora americana, riparata poi in Austria allo scoppiare del caso giudiziario, che ci condusse alla villa di Venegazzù del Montello. L’Alberti (Ventura) si offrì di accompagnarmi a casa. A Vicenza mi diede il suo numero telefonico, risultato ovviamente falso.

 

Alberti il “rivoluzionario”

 

Il giorno dopo, sperando che il Loredan non avesse la compagnia dell’Alberti (Ventura), me ne tornai a Venegazzù. Trovai il conte e parlai della LITOPRESS e di altre cose. Chiesi anche di Alberti. E Loredan mi informò che il giovane serio e silenzioso era un “rivoluzionario”, una “grande promessa”, e che aveva partecipato a parecchie riunioni di comandanti partigiani negli scorsi anni.

 

 

Quattro giorni prima della strage di Piazza Fontana l’8 dicembre 1969 appresi alcuni nuovi particolari sulle attività politiche di Alberti che mi si era nel frattempo disvelato come Giovanni Ventura.

 

 

Il conte Loredan me lo aveva presentato come orientato a sinistra, lui stesso non perdeva l’occasione per farmelo notare. Un giorno mi venne a trovare a Vicenza, io ero ammalato, e mi disse che aveva intenzione di pubblicare per la Ennesse tre volumi di un autore anarchico, Max Stirner.

 

 

Mi informò pure che egli era il diffusore per il Veneto della rivista dell’estrema sinistra IDEOLOGIE, il cui direttore, il prof. Melis aveva sposato la sorella del nazista Franco Freda! Forse commisi un errore ma a un certo punto rivolto a Ventura mi scappò questa precisa frase: “sappi che se sei un provocatore hai mirato troppo in alto”.

 

 

Ma Giovanni Ventura non fece caso alle mie parole e come niente fosse continuò ad illustrarmi le sue attività. In ballo vi era un gigantesco contratto con la RAI, grazie alle conoscenze di un architetto socialista, tale Gamacchio, socio del Ventura.

 

 

Nel febbraio del 1970 scoppiò il caso Ventura-Lorenzon (Lorenzon aveva rivelato le conoscenze naziste del Ventura ai giudici e le confidenze dello stesso su Piazza Fontana, n.d.r.). Era evidente a questo punto che il gruppo Loredan-Ventura aveva come minimo cercato di attivare una copertura ad una complessa operazione di destabilizzazione in cui la strage di Piazza Fontana era probabilmente il perno più tragico.

 

 

Chiesi notizia al Ventura di quanto si andava dicendo (cioè che avesse rapporti con i nazifascisti di Freda) ma il Ventura cercò di rassicurarmi dicendo che lui era un uomo di sinistra e portava a dimostrazione una lunga serie di referenze anche culturali ed editoriali.

 

 

Intanto il mio partito mi mise in guardia attraverso l’avvocato Angiolo Gracci di Firenze. “Interrompi la missione – mi disse il 2 settembre 1970 Gracci a Monte Berico. Possiamo accontentarci di quello che tu sei riuscito a sapere. Sarebbe troppo pericoloso per noi continuare…”.

 

 

Gli risposi di no, che il mio compito era quello di identificare gli autori della strage di Piazza Fontana. “Se è questa la tua decisione è bene che tu firmi subito le tue dimissioni dal partito”. E così io feci”.

 

Sono troppo potenti!

 

“Ero solo! Ci vorrà un anno perché i contatti con Gracci vengano ripresi e che ci si decidesse tutti assieme, di interessare la magistratura. Intanto io nel 1969-70 continuai a seguire la vicenda LITOPRESS e i contatti con Loredan-Ventura. Fu dopo la strage di Piazza Fontana che commisi l’unico errore di tutta questa vicenda: parlai con due intellettuali di Padova che conoscevano il Ventura, Elio Franzin e Guido Quaranta, e li misi in guardia.

 

 

Ma l’Alberti (Ventura) venne a sapere del contenuto di questi colloqui e così fui “bruciato”. Nel 1971 mi misi in contatto con l’avvocato Ettore Gallo, con l’avvocato Lino Bettin di Vicenza, con i giudici di Padova Fais e Calogero. Grazie a Gallo mi recai poi a Treviso per parlare con il giudice Stiz. Il primo incontro fu molto freddo, forse Stiz aveva dei pregiudizi. Ma nel secondo il magistrato si rese conto che ciò che avevo da rivelargli aveva del sensazionale.

 

 

Stiz prese nota, a malincuore però, del mio racconto, forse impaurito della gravità dei fatti o delle ipotesi. Dovetti attendere il 1972 per avere un altro incontro con Stiz. Mi mandò a chiamare all’improvviso tramite l’avvocato Bettin. Corsi a Treviso e riparlammo della vicenda LITOPRESS-Ventura-Loredan. Stiz mi disse: “Si ricorda di quelle schede segrete di cui lei mi aveva accennato? Le ho qui”.

 

 

Restai allibito. Stiz si alzò dalla poltrona e si diresse verso un angolo dell’ufficio. C’era un pacco enorme di cartelle da cui il magistrato estrasse dei fascicoli. Mi passò le schede e le esaminai. “Questa la ricordo, questa no, questa sì…” gli dissi mentre me le passava ad una ad una.

 

 

Ad un certo punto mi rivolsi a Stiz e gli chiesi: “ma giudice e le schede del gruppo Bilderberg?”.

 

 

Ci volle del tempo prima che Stiz le riuscisse a scovare nascoste in altri incartamenti ma alla fine emersero. Il tutto era stato sequestrato in una cassetta di sicurezza della Banca Popolare di Montebelluna intestata alla madre di Giovanni Ventura. Dissi a Stiz: “Ma si rende conto che cosa significa tutto questo?”. “Sì, fece Stiz, “e lei si rende conto che potenza metteranno in campo per tacitare tutto ciò?”.

 

 

C’è da dire che io a Stiz avevo fornito anche le prove dell’appartenenza ad Ordine Nuovo del conte Piero Loredan e dell’aggancio organizzativo che c’era tra il Loredan, il Ventura e la cellula nera di Franco Freda.

 

 

In quegli anni ebbi anche notizie da ambienti giornalistici che il giudice Stiz avrebbe subito un “avvelenamento” nell’estate del 1972, tale da indurlo forse ad abbandonare l’inchiesta per “ragioni di salute”.

 

 

Per certi versi dovetti dare ragione a Stiz ma l’iniziativa politica doveva comunque essere presa.

 

 

Negli anni successivi cercai di fare conoscere la verità di questa traccia di indagini sulle “trame nere” ma fui ascoltato al processo di Catanzaro per la strage di Piazza Fontana solo una volta (su quattro avvisi). E naturalmente in un giorno in cui non c’era nessuno, poiché la difesa e gli imputati erano assenti. Restavano solo il PM e la Corte. Fu una beffa! Inutile dire che le famose schede supersegrete di Ventura non comparvero agli atti del processo di Catanzaro, mai in nessuna occasione! Non se ne parlò più!”.

 

(articolo pubblicato sul numero zero del dicembre 1990 de “Il Corriere Vicentino”)