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Postfazione 

 

Cosa abbiamo capito della strategia eversiva, delle bombe nelle banche, dei programmi "rivoluzionari" dell'estrema destra neo-fascista o neo-nazista? Tutti i personaggi che abbiamo fin qui esaminato sono "autentici" o nascondono due o tre versioni del loro comportamento criminale che ancora ci sfuggono? Facciamo il punto su Freda, Ventura, Loredan e sulle loro "coperture"...

 

 

di Giorgio Marenghi

 

 

Che bilancio possiamo trarre da tutte le cose che sono state scritte fin qui? Ci troviamo di fronte ad una vicenda che impegna parecchio, non è facile destreggiarsi tra profili così complicati di individui che sembrano scatole cinesi o matrioske.

 

 

Abbiamo iniziato con Alberto Sartori poiché è la figura più “scoperta” nell’intreccio eversivo che è la spina dorsale di questo racconto-documento. Più scoperta ma anche “coperta”, perché il suo tentativo di mimetismo certamente aveva lo scopo di confonderci le idee.

 

 

Quanto abbiamo capito di tutti questi avvenimenti, profili di personaggi, ecc.?  Innanzitutto appare chiaro che ci si trova davanti ad una operazione (quella di Piazza Fontana soprattutto) costruita in "laboratorio" con mezzi sofisticati. Non è certo una “semplice” operazione terroristica.

 

 

Lo è stata negli effetti immediati, ma il vero scopo fu “politico”, produrre influenza “stabilizzante” sulle alte istanze di potere modificandone nel contempo alcuni equilibri. Tutto questo è successo all’interno delle élites che guidano/guidavano il nostro mondo occidentale. Questo è stato vero nel 1969-1970 ma lo è, con mezzi diversi, anche oggi.

 

 

Sartori è stato “circuito” (dal duo Ventura-Loredan) o si è lasciato circuire? Aveva proprio bisogno di lasciare Napoli dove aveva un lavoro sicuro alla SAMOPAN (ma poi abbiamo visto che la ditta stava per chiudere) o è saltato sul primo aereo per raggiungere il Veneto spinto dal suo “istinto” informativo o da un irrefrenabile bisogno di soldi?

 

 

E che dire di Ventura che si traveste da “compagno”, che frequenta il bel mondo degli intellettuali di sinistra per riverniciarsi a nuovo e approfondire il suo tentativo di infiltrazione? Stesso discorso per Pietro Loredan, il “Conte rosso”, a torto considerato un “partigiano”, in realtà un “agente provocatore” neanche tanto bene in arnese a causa del suo caratteraccio confuso e un pochino “squilibrato”.

 

 

L’unico di cui si può dire poco sul versante della mimetizzazione è Franco Freda, alle origini missino nel partito padovano, poi alfiere di una ideologia “ariana”, neo-nazista, con variazioni sul tema agganciate alla saga delle “Guardie Rosse” cinesi e del Mao-Tze-Tung pensiero.

 

 

Dai documenti abbiamo capito che Loredan aveva profuso energie e soldi per costruirsi un gruppetto di ex partigiani in cui aveva travasato una decina di giovani fascisti della zona del Trevigiano. Tutti costoro, Loredan, il Conte, li chiamava “i miei Ordinovisti”, dalla sigla “Ordine Nuovo” che apparteneva al più pericoloso gruppo dell’estrema destra extraparlamentare (responsabile assieme ad altri della strage di Milano del 12 dicembre 1969).

 

 

Ventura faceva invece capo a Franco Freda, il procuratore legale di Padova, appassionato di antisemitismo e curioso di apprendere i meccanismi di funzionamento degli ordigni esplosivi in genere. Ventura invece curava i libri, aveva ambizioni editoriali e faceva di tutto per diventare un buon 007 di estrema destra.

 

 

Questo terzetto (Loredan, Ventura, Freda) abbiamo capito che era in contatto con altre organizzazioni, la prima e la più importante è senza dubbio Avanguardia Nazionale, il cui capo, Stefano Delle Chiaie, curava i collegamenti con il Nord eversivo e fascista (e quindi con il nucleo centrale e operativo di Ordine Nuovo di Mestre e Venezia).

 

 

Al di là di questi collegamenti politici (che poi serviranno nella “campagna di autunno” del 1969) sono emersi tanti particolari che, messi assieme, trasfigurano questi tre estremisti di destra, ce li fanno apparire in una luce diversa, come se qualcuno li avesse caricati a molla e li avesse “liberati” per osservarne il percorso e il comportamento.

 

 

Mi riferisco alla mia idea delle “briciole di pane”, segnalino molto usato da tutti e tre questi individui. Mi spiego: Franco Freda, nel 1969 aveva conosciuto un tale Ruggero Pan, uno studente universitario di filosofia che era stato raccomandato da Giovanni Ventura, come un giovane che poteva essere “utile”. Freda acconsente e gli fa frequentare il suo studio di procuratore legale in Padova.

 

 

Solo che Freda nel 1969 inizia a parlare di terrorismo, di bombe, al cattolico e un po’ “impreparato” Ruggero Pan. Nella primavera-estate del 1969 sappiamo che scoppiano bombe a Milano, alla Fiera, a Torino, a Roma, ecc. Poi è la volta della notte dei “treni”. In agosto. Di tutto questo lavoro della cellula neonazista padovana Ruggero Pan viene a sapere molto, forse troppo. Anche dell’esistenza di depositi di armi.

 

 

E si deve tener presente che questo studente non era un “militante” di Ordine Nuovo, era solo un confuso giovane alla ricerca di una sua identità culturale e politica. Ma a Freda interessa che lui sappia come ci si forma per diventare un “soldato politico”. Quindi in parole povere Freda, che dovrebbe curare il lato clandestino del suo lavoro politico, apre una breccia di non poco conto. E semina dietro di sé una bella scia di bricioline di pane che porteranno poi Ruggero Pan a trasformarsi, prima in favoreggiatore, poi in testimone di accusa.

 

 

La stessa cosa, ma più in grande, viene organizzata da Giovanni Ventura. Il nostro libraio di Castelfranco Veneto cosa combina? Prende il suo amico Guido Lorenzon e gli spiattella date, nomi, numero di attentati, modalità degli stessi, caratteristiche dell’organizzazione “piramidale” terroristica, ecc. La cosa è più consistente del suo “camerata” Freda, nel senso che Ventura racconta quasi tutto, e sul 12 dicembre di Milano, proferisce parole che si imprimono nella mente dell’amico Lorenzon. Il quale, come sappiamo, dopo la strage, non potendone più, va da un avvocato e fa partire una pista di indagine.

 

 

Dunque Freda ha creato un suo “testimone”, gli ha addirittura fornito armi, perché le tenesse in custodia. Ha seminato le sue bricioline di pane senza curarsi dei rischi evidenti. Certe cose anche un eversore rincoglionito sa benissimo che non devono essere dette, pena l’avviamento di una “catena di S.Antonio” infinita e l’arrivo alla porta di un carcere giudiziario.

 

 

Ventura ha fatto di più, ha creato il suo “testimone” e oggettivamente lo ha spinto nelle braccia della Giustizia.

 

 

Ora ragioniamoci un po’ su: è credibile una organizzazione del genere? Non metto in discussione tutto quello che è stato poi addebitato a Freda e a Ventura, ci sono i riscontri della loro attività terroristica del 1969, la “prima” e la “seconda linea”, gli attentati ai treni (8-9 agosto) coordinati da Ventura e da Freda. Tutto esatto. E’ andata così. Ma per Piazza Fontana che doveva essere la miccia per far esplodere il Paese-Italia ci possiamo accontentare di due seminatori di bricioline di pane, quali i Freda e i Ventura? Di qualche altro giovinotto di cattive speranze del milieu universitario di Giurisprudenza di Padova?

 

 

Io rispondo di no. Anche perché le bricioline di pane non vengono seminate solo da Freda e Ventura. Prendiamo la famiglia Ventura: oltre a Giovanni, il più anziano (e leader bombarolo), c’è anche Angelo, più giovane ma non di tanto, che segue sempre il fratello. Al punto che porta un carico di armi da guerra (pistole, mitra, bombe a mano, esplosivo) a casa di Ruggero Pan.

 

 

Ma questo carico fa un giro tortuoso, nel senso che vengono richiesti di ospitare per un certo periodo queste armi anche altri due personaggi del mondo di Castelfranco e Treviso: Franco COMACCHIO, impiegato come perito presso una ditta di maglierie, socialista, e Giancarlo MARCHESIN, consigliere comunale pure lui socialista. Questi due amici si interpellano, dopo le bombe del 12 dicembre si parlano, uno dice all’altro quello che gli hanno chiesto (depositare il carico di armi prelevato dalla casa di Ruggero Pan e conservarlo fino a nuovo ordine dei Ventura) e scatta l’idea di “conservare le armi per avere una prova contro i fascisti”.

 

 

Un po’ ingenua come spiegazione da far scivolare sulla scrivania dei magistrati ma parzialmente veritiera, anche perché il duo socialista fa giungere ad un anonimo avvocato della stessa area politica le informazioni del caso. Freda e Ventura, le armi, noi socialisti presi in mezzo per via delle conoscenze, ecc. ecc.

 

 

E’ questo giro vorticoso di “finti errori” di parte fascista (le bricioline) e il giro parallelo dell’ambiente socialista veneto e dell’ambiente democristiano di sinistra (la “gola profonda” Guido LORENZON che si confida con l’onorevole POLI, DC) che ci procura più di qualche ragionevole dubbio.

 

 

C’è da aggiungere che ci vorranno vent’anni per arrivare a sapere (da parte dei magistrati ovviamente) che Ventura e Freda avevano i loro agganci con la strategica cellula di ORDINE NUOVO di Mestre-Venezia, guidata da Carlo Maria MAGGI. E quindi noi, con il senno di poi, adesso sappiamo che CARLO DIGILIO, l’armiere degli estremisti di destra e uomo dei servizi segreti americani di Verona e Vicenza (INSCOM) era lo snodo di tutta la strategia eversiva con relativo aggancio internazionale.

 

 

Ai tempi dell’inchiesta del giudice STIZ  di Treviso e poi del giudice D’AMBROSIO di Milano non si era ancora giunti ad individuare DIGILIO, quale artificiere e informatore USA.

 

 

Al punto in cui siamo nella disamina dei documenti e delle ipotesi di indagine possiamo comunque permetterci di mantenere i nostri dubbi sul duo FREDA-VENTURA. Se poi aggiungiamo LOREDAN con le sue manie (i razzi antigrandine da esportare in Albania, le altre “stranezze” da matto che lo fanno un personaggio da commedia più che da tragedia) e infine SARTORI con la sua “missione” antifascista basata sul suo coinvolgimento nell’operazione industriale della LITOPRESS (anche lui con il suo “sostegno al compagno Giovanni Ventura” e la sua smania di sanare i debiti) arriviamo a capire che l’orizzonte è vasto, ce n’è per tutti i gusti, sinistra e destra siedono alla stessa tavola, si frequentano, si compromettono.

 

 

E’ questa l’operazione "SINTETICA"? Quella, come sopra abbiamo ipotizzato, elaborata da menti sopraffine?

 

 

No di certo. Casomai questo è il cascame di seconda categoria che però ha una valenza importante, perché seguendo la logica dei singoli individui appartenenti alle varie “aree” politiche ci si avvicina alla “cospirazione”.  Per il materiale fin qui riportato ed esaminato direi che è meglio fermarsi qui, nello sviluppare ipotesi di indagine. C’è ancora bisogno di documenti, che prossimamente evidenzieremo, per allargare o ridimensionare il discorso.

 

Adesso esaminiamo altri aspetti, economici e politici. 

 

 

PRIMAVERA DEL 1971. Reduce da una campagna politica per avere un partito tutto suo, la “Linea Rossa” (organo di stampa “IL PARTITO”) del PCd’Italia (m-l), gruppuscolo divenuto gradualmente inconsistente e ignorato perfino dai Cinesi, quelli veri, Alberto Sartori aveva raggranellato con sforzi titanici un debito (per lui ovviamente) stratosferico. Una decina di milioni di lire che per quei tempi (si parla del 1968-69) era una cifra.

 

 

E che c’entra, si dirà, il povero terrorista Ventura Giovanni con il debito dello scialacquatore “rosso”? C’entra, c’entra. Per il semplice motivo che lo scarsamente dotato (come furbizia) Giovanni Ventura aveva accolto i suggerimenti del patrizio “rosso bruno” Conte Pietro Loredan che, con le sue manie di unire comunisti e fascisti per fare una bella rivoluzione, lo aveva convinto di avere necessità di aprire un rapporto solido e utilitaristico (in senso politico) con il “capo militare” dell’area m-l, cioè Sartori Alberto.

 

 

E per portare a casa Sartori (in Veneto, a casa di Loredan, ecc.) e strapparlo al Vesuvio (SAMOPAN) occorreva avere in mente un progetto. Nella fattispecie un progetto terrorista (e qui entrano in campo degli esperti quale Franco Freda e soci), un progetto che contemplasse l’infiltrazione più spinta assieme ad una attività lavorativa di facciata.

 

 

Essendo il Ventura un editore, lanciatissimo (verso tutto ciò che sapeva di sinistra) nel mondo intellettuale che contava, si poteva contare sulle sue referenze e sui suoi rapporti con il denaro di destra. Ventura agli inizi era bravissimo a montare e a smontare case editrici, cento ne impiantava e una gli riusciva ma aveva il “progetto” alle spalle, dietro c’era Freda, c’era Maggi, Digilio, “Ordine Nuovo”, Stefano Delle Chiaie e Avanguardia Nazionale.

 

 

Quindi il nostro, il terrorista Ventura, si tuffa nell’avventura prospettatagli da Loredan, “abbiamo un Sartori!”, trascurando un piccolo particolare: il “debito” che lo sciagurato ex partigiano vicentino si trascinava da anni.

 

 

Ma da buon spaccone, Giovanni Ventura, pensa di avere tutto in pugno, e quel “vecchio arnese” (cioè Sartori) è convinto di poterlo gestire come e quando vuole. Anche quando gli viene richiesto di “congelare” il debito di Sartori non fa una piega. Che ci vuole? Faccio firmare un pacco di cambiali, fermo le scadenze di pagamento di Sartori, me le accollo ma nel contempo gli faccio firmare le mie cambiali. Un gioco di prestigio, le “cambiali di comodo” che però hanno una scadenza pure loro.

 

 

Sartori per il momento è accontentato, non va sul Bollettino dei protesti, può tirare un respiro di sollievo, sposta nel tempo la sua crisi economica.

 

 

Quando però Ventura viene “denunciato” da Guido Lorenzon nel dicembre del 1969, quando il giudice Pietro Calogero inizia a interessarsi di questo giovane editore di Castelfranco che ha seminato notizie sul suo conto per tutto il Veneto sparlando di terrorismo, bombe, cellule eversive fasciste, ecc., succede che anche il rapporto con Sartori subisce dei contraccolpi.

 

 

A rigor di logica il patto fiduciario (basato sulle cambiali di comodo) tra Ventura e Sartori dovrebbe saltare subito dopo che i giornali iniziano a parlare di questa iniziale e piccola “pista nera”, che piano piano però si va facendo strada, grazie anche all’attività di altri informatori, nascosti nei partiti di governo ma in antitesi alla campagna golpista della destra estrema.

 

 

E questa continuità fiduciaria tra Sartori e Ventura è il vero “miracolo” del 1970. Sartori guarda oltre la LITOPRESS, si fida e non si fida (ovviamente), conosce i suoi polli (Ventura e Loredan, e sa pure di Freda) e ha altri progetti, cerca lavoro pure da VITTADELLO-ABITAL, sonda il terreno con la GBM di Segrate (altra azienda grafica).

 

 

Ma c’è qualcosa che sfugge: perché Sartori che è già riuscito ad avere una buona mole di informazioni scottanti non raggiunge qualche ufficio di magistrato? Perché non si consiglia con qualche avvocato penalista in gamba (non con i soliti “compagni” avvocati che odiano la Legge borghese) e anticipa le mosse del duo Freda-Ventura?

 

 

Mi intriga molto il rapporto che Alberto Sartori aveva con l’Ambasciata albanese, un rapporto vecchio di anni e che lo ha portato a fare un regalo (il pacchetto di fotocopie delle “schede segrete” di Giannettini) agli uomini di Tirana. Sono a volte tentato di sbilanciarmi, quando penso che il nostro Sartori, a rapporto in Ambasciata, avrebbe potuto anche ricevere il consiglio di approfondire il rapporto con Ventura e di “favorire” l’infiltrazione dell’estrema destra. Anche perché questa sembrava la linea “coperta” dei servizi segreti cinesi e albanesi in Europa.

 

 

Esempi in questo senso ce ne sono tanti: i rapporti della “Centrale” cinese di Berna con il partitino maoista svizzero, guidato dall’agente del SID, tale Brouillard. I rapporti delle legazioni cinesi della Germania con i giovinotti neonazisti di “Europa Nazione”, “Giovane Europa” e via discorrendo.

 

 

Cina ed Albania avevano una linea “antisovietica” ed anche “anti-PCI” e in questo tipo di “politica delle ombre” il nemico del mio nemico è mio amico. E un Sartori che segue l’affaire di Piazza Fontana, e favorisce oggettivamente la cellula nera di Freda e Ventura, ritardandone lo smascheramento, ha la sua logica.

 

 

Ma ci sono delle cose che vanno storte: le cambiali, lo sgretolamento graduale dell’ipotesi LITOPRESS, i rapporti con Mario Quaranta e Elio Franzin, anch’essi favoreggiatori di Giovanni Ventura (ma per conto di chi?) complicano la vita dell’ex partigiano che fatica a mantenere un certo grado di lucidità mentale.

 

 

Sartori dà in escandescenze per i soldi, per le cambiali. E noi abbiamo così la prova reale, materiale, che la “missione antifascista” tanto decantata è, come minimo, fortemente inquinata dal fattore economico. 

 

 

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Termina questo racconto sui dintorni dell'eversione veneta di estrema destra. I personaggi di "contorno" e quelli compromessi dalla cellula nera. Fra tutti emerge il più intrigante di loro: Alberto Sartori, un vero giocoliere della politica, l'avventuriero che è uscito indenne dall'incontro con Freda e Ventura e dal processo di Catanzaro... 

 

 

Questo racconto sui personaggi “marginali” alla strage di Milano del 12 dicembre 1969 (ma abbiamo visto che almeno per ALBERTO SARTORI la marginalità non esiste, lui è “dentro” gli avvenimenti) sta per finire.

 

 

Ma prima di mettere la parola fine c’è ancora qualcos’altro da aggiungere. Il SID e i Centri di Controspionaggio (che lavorano per il SID) nel 1972-1973 analizzano freneticamente i movimenti di SARTORI, vogliono a tutti i costi cercare di incastrarlo (o di lasciarlo “correre” ma seguito da vicino). Il 12 ottobre 1972 (prot.8031, C.S.) SARTORI è considerato “estremista ritenuto probabile detentore di armi ed esplosivi”. Il 10 novembre (prot.10914, C.S.) lo si considera “professionista della guerriglia, esperto in attentati urbani ed in movimenti clandestini”. Vengono notati i suoi rapporti con il “comunista MANEA Ferruccio di Malo”, ma anche i suoi viaggi per contattare sempre i “suoi” partigiani (24 maggio 1973, C.S.).

 

Una "ipotesi" non suffragata da prove...

 

 

Ma il 16 luglio 1973 una nota informativa si spinge oltre: “SEMBREREBBE che il SARTORI fosse presente all’esplosione nella quale rimase ucciso a Segrate il FELTRINELLI, riportando anche qualche ferita o lesione ai timpani, per cui non sarebbe da escludere che egli nel marzo 1972 sia stato ricoverato in qualche luogo di cura”.

 

 

C’è subito da osservare che il Centro C.S. usa il condizionale non l’indicativo nei verbi, segno che siamo ai “sussurri”, ai “si dice”, di provenienza e firmati C.S. e diretti al SID, ma senza uno straccio di prova.

 

 

L’impressione è che il SID non lo abbia in mano, anzi che SARTORI riesca addirittura a recarsi all’estero “per motivi di lavoro”. Segno evidente che qualcosa non ha funzionato, che i segugi lo hanno perso, se lo sono fatti scappare.

 

 

Il 9 dicembre del 1974 i Centri C.S. rimuginano il materiale d’archivio e scoprono che “fra i documenti reportati nel noto schedario della base operativa delle “BRIGATE ROSSE” di Robbiano di Mediglia (MI) è emersa una lettera, risalente all’anno 1968 ed indirizzata a tale “SARTORI”.

 

 

Come si fa a parlare di SARTORI dandogli del “tale SARTORI”! Ma l’estensore della nota (prot. 11707, C.S.) si riprende subito:

 

 

“Il destinatario della missiva è stato identificato nel noto SARTORI Alberto (alla buon’ora!). ….Nel corso delle relative indagini il locale Nucleo Speciale di P.G. Carabinieri ha raccolto sul conto del predetto le sottonotate notizie sulla scorta delle quali, finora, il Magistrato inquirente non ha preso provvedimenti di natura giudiziaria:

- nel 1968 collaboratore di CURCIO Renato alla redazione del periodico “LAVORO POLITICO”;

- ex partigiano…esponente del P.C. d’Italia (m-l), linea rossa;

- sospettato accompagnatore di FELTRINELLI in varie “azioni” in America Latina;

- in più circostanze oggetto di indagini svolte a Milano sulle BRIGATE ROSSE;

- sospetto autore di un attentato alla sede NATO di Vicenza;

- compie frequenti viaggi in Cina;

- è ritenuto in contatto con il Servizio Segreto albanese”.

 

 

Ce ne sarebbe da scrivere per anni su SARTORI con tutte le note del SID, il Servizio lo vede dappertutto, al limite dello strabismo. Comunque non può mancare in uno degli ultimi rapporti che abbiamo preso in considerazione, una vicenda “vicentina” che non può non fare piacere agli amanti della “storia locale”.

 

 

Un "appunto" molto elaborato (la spia era vicina a Sartori)

Il 28 luglio 1976 (N.4635 di protocollo) un appunto "elaborato" fornisce le seguenti notizie.

 

 

“APPUNTO –

1. SARTORI Alberto alloggia da circa due mesi nell’albergo “Miramonti” di Schio ed ha stabilito rapporti di affari con MARCHESINI Ferdinando, ex esponente della disciolta “Avanguardia Proletaria Maoista”. I due sono sul punto di avviare un’attività commerciale per:

- la distribuzione di un nuovo prodotto di “muroterapia”, di fabbricazione tedesca, del quale hanno ottenuto l’esclusiva per l’Italia;

- il lancio sul mercato di un “phon per plastica termoritraibile” brevettato dal MARCHESINI.

L’impegno finanziario è sostenuto unicamente dal MARCHESINI, che in questi ultimi anni ha tratto forti guadagni dal commercio di apparecchiature odontotecniche, mentre SARTORI – che versa in condizioni economiche assai precarie, tant’è vero che da vari mesi è mantenuto dal socio – assicura la propria esperienza e competenza commerciale. L’attività verrà avviata ufficialmente una volta sistemati gli uffici, che saranno ubicati in una villa di MARCHESINI – ancora in costruzione – in Via Trieste (senza numero) di Zanè (VI).

2. L’onere finanziario della nuova attività e le spese di costruzione della villa hanno inciso fortemente sulle risorse economiche di MARCHESINI, che ha dovuto accollarsi un debito di circa 100 milioni di lire.Le previsioni di sviluppo commerciale sono comunque tali da far prevedere un ammortamento nel giro di un paio di anni.

3. Le affinità ideologiche esistenti fra MARCHESINI e SARTORI giocano una parte irrilevante nel sodalizio da essi instaurato, che è esclusivamente di carattere commerciale.

MARCHESINI, fino all’anno scorso, ha finanziato saltuariamente, senza preferenze, vari gruppi dell’ultrasinistra con cifre modeste (ha confidato che complessivamente le elargizioni fatte nel 1975 non hanno superato il milione di lire). Negli ultimi mesi, a causa delle rampogne della moglie, che lo ha minacciato di abbandono se continuerà a “perdersi” nella politica, ha sospeso ogni sovvenzione.

4. SARTORI limita i contatti di natura politica a qualche saltuario legame con MANEA Ferruccio di Malo. Si tratta, per lo più, di scambi di visite nel corso delle quali, con lunghe e nostalgiche conversazioni, vengono rievocate le “gesta” che li ebbero protagonisti durante la lotta di liberazione.

In una circostanza ha detto che il suo unico obiettivo attuale è di “fare soldi e di trovarsi una buona compagna per la vita” (infatti è separato dalla moglie).

Fra un paio d’anni – ha aggiunto – rientrerà nell’agone politico per rimettere a disposizione delle forze rivoluzionarie la propria esperienza”.

 

Remi in barca

 

Quest’ultimo rapporto ci mostra un SARTORI che ha tirato i remi in barca in attesa di tempi migliori. Nella nota non c’è neanche un vago sentore di responsabilità “militari” nell’area dell’eversione di sinistra (GAP-BRIGATE ROSSE).

Ormai Sartori deve fare la spola con il tribunale di Catanzaro dove è stato spedito il “processo monstre” (VALPREDA + FREDA E VENTURA). Lui è testimone e noi possiamo affermare: che testimone! SARTORI ha visto da dentro il meccanismo della cellula veneta neofascista (o neonazista) ma non ha avuto la possibilità di allargare la veduta alla cellula di MESTRE-VENEZIA, la vera base eversiva di estrema destra, la più pericolosa del Veneto.

I personaggi esaminati

 

Che dire, per finire questo racconto, dei personaggi che sono stati esaminati? Per il Conte LOREDAN non ci sono dubbi: una testa fina, capace di fare il matto (un po’ lo era per davvero) e capace anche di unire fascisti e comunisti. Almeno questa era la sua fissazione. Penso proprio che in un certo modo LOREDAN ci credesse, anche se manovrava sotterraneamente aiutando Ventura.

 

Le altre “comparse” di cui abbiamo parlato hanno illustrato il “milieu” veneto, i COMACCHIO, i MARCHESIN, i PAN e relative consorti, fidanzate, ecc. hanno dimostrato quanto poco efficiente fosse la ferrea e “clandestina” organizzazione di FREDA e di VENTURA. Al punto che possiamo spingerci a dire che la cellula padovana, responsabile della prima parte della campagna di attentati nel Nord Italia, abbia funto poi da elemento intermedio nella prosecuzione stragista.

 

Col senno di poi, cioè con il senno dell’investigazione del Giudice Guido Salvini di Milano, si arriverà alla conoscenza di una complessa “rete” eversiva comprendente gli Ordinovisti di Mestre-Venezia-Trieste e alcuni ambienti di “intelligence”, militari e civili, con base nelle strutture militari americane venete.

 

Una valutazione finale

 

Ultima annotazione sul nostro personaggio più importante, sia perché “vicentino”, sia per lo spessore politico e di esperienza accumulato nel corso della sua vita. ALBERTO SARTORI, ovviamente. Se ne può dare un giudizio finale? Direi francamente di no. Manca per il momento la risoluzione degli episodi della sua “infanzia politica”, a partire dalla sua esperienza in Francia nel 1939. All’incontro con il Partito Comunista, fino alla famosa “Missione Costa”, di cui parla solo lui, ma di cui non c’è traccia alcuna negli archivi. Il famoso volo su un aereo della RAF (aeronautica inglese) dell’agosto 1943 significa che gli inglesi, che lo avevano addestrato a diventare un agente dello spionaggio militare al servizio di Sua Maestà, lo consideravano elemento d’azione, personaggio di cui avevano fiducia. Altrimenti non avrebbero speso un aereo, benzina, rischio di guerra, per trasportare e paracadutare nei cieli del Piemonte un qualsiasi illustre sconosciuto.

 

 

E soprattutto c'è da chiarire il suo rapporto con la cellula comunista di Tunisi che non lo ha mai avuto tra le sue fila! Lo conoscevano, era considerato un giovane "simpatizzante" e probabilmente per questo motivo Sartori è riuscito a farsi dare il "passaggio aereo" dagli Inglesi. Ma il fatto rimane ancora troppo scarno, servono documenti da incrociare.

 

La sua vita da partigiano. Un inferno. Sua è l’operazione per far scoppiare il “caso Sergio” (comandante “bianco” della Pasubiana), sua la responsabilità dell’incontro con una spia del Maggiore Carità di Padova, e relativa sequela di interpretazioni sulle versioni dei fatti. Sua la vita da eterno irrequieto, frazionista, suscitatore di entusiasmi politici sempre più estremi. Ligio alla disciplina di partito? Mai. Anche il viaggio e relativo decennio lavorativo (e cos’altro? La guerriglia? Gli affari?) in Venezuela non ci regala un SARTORI comunista tutto d’un pezzo. Non parliamo poi, degli anni sessanta, quando percorre tutto il Nord Italia alla ricerca di arrabbiati come lui, per spaccare il PCI, farsi espellere (lo voleva lui anche se poi da buon guastatore ha fatto di tutto per la lotta di retroguardia, perché l’espulsione costasse il più possibile al Partito togliattiano).

 

 

E infine si arriva all’avventura maoista. Che abbiamo cercato di raccontare. E alla provvidenziale congiunzione con la "cellula nera veneta", un episodio enorme, dove sembra quasi che gli attori abbiano fatto di tutto per incontrarsi, così, casualmente.

Tutto quello che è stato scritto su Alberto SARTORI, quindi, non permette una parola definitiva sul personaggio. Dire che fu un “avventuriero” è troppo poco, dire che fu un “agente” è come lanciare un sasso nel buio anche se ogni tanto si avverte la “passione” per il mestiere. D’altronde è stato lui ad affermare che “quando si intraprende il lavoro di agente lo si fa per sempre”. Lui intendeva qualcun altro, noi no.

 

 

La sua vita comunque, tribolata, con periodi di assoluta agiatezza (Venezuela), con sperpero di decine di milioni di lire (anni sessanta) sta a dimostrare che l’ex partigiano Alberto SARTORI è stato un personaggio di notevole statura, nel bene e nel male. Il suo decisionismo, il suo istinto anarchico, il suo senso dell’emergenza continua, ne fanno quasi un simbolo del "Secolo breve".

 

 

E’ duro ammetterlo, ma a meno di scoperte di documenti dagli archivi nazionali ed esteri, SARTORI rimane ancora un enigma.

 

(Annotazione dell'estate 2021: essendo un lavoro on line ho sempre la possibilità di aggiornare i dati. Quindi c'è la possibilità di chiarire ulteriormente il quadro analitico sul personaggio Sartori)

 

Giorgio Marenghi

(fine del racconto: SARTORI: NERO, BIANCO E ROSSO) - 4 aprile 2017