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La Litopress

 

Abbiamo lasciato Sartori alle prese con il suo partito nel 1968, ma nel 1969 tutto cambia: inizia l'avventura della Litopress e della cellula neonazista di Loredan, Freda e Ventura e Sartori ci si ficca in mezzo...

 

 

Nei primi giorni di dicembre del 1968, in una cascina isolata nel mezzo della campagna lombarda, nei pressi del paesino di Rovello Porro (Como) un centinaio di militanti comunisti marxisti leninisti dopo un furibondo congresso decidono di separarsi e di dare vita a due frazioni del Partito Comunista d’Italia m-l: la prima frazione, che aveva voluto fortemente il congresso, si autonomina “linea rossa” e definisce ovviamente la frazione avversa “linea nera”.

 

 

Da una parte troviamo ANGIOLO GRACCI, DINI, e…Alberto SARTORI. E’ lui il vero regista dell’operazione anche se deciderà di lasciare Gracci al posto di comando. D'altronde il “capo militare” degli emme-elle aveva già abbastanza da fare in giro per la penisola e per l’Europa per contattare i gruppi dell’eversione maoista.

 

 

Alberto SARTORI infatti si getta a capofitto in questa nuova avventura che lo porta ad avere contatti sempre più stretti con gruppi molto radicalizzati: un esempio sono i G.A.P. di Feltrinelli, Molinaris, Curcio, ecc.

 

 

A Sartori fanno capo molti compagni che lo investono anche di situazioni delicate, più che altro beghe di partito e crisi suscitate da rivalità personali, proprio come la scissione appena partorita che aveva diviso il gruppo dirigente.

 

 

Una nota della Questura di Roma, la n.° 050496/U.P./A.4.A. del 6 febbraio 1969 fornisce informazioni al Ministro dell’Interno e per conoscenza all’UFFICIO AFFARI RISERVATI, sul caos interno al Comitato romano del Partito maoista. Sartori viene citato parecchie volte nella nota della questura romana, a lui si rivolgono i militanti perché funga da “mediatore”.

 

 

Ma la vita di partito di Alberto Sartori non è più la stessa degli anni passati, non c’è più l’entusiasmo del 1966-67, non il lavoro frenetico del 1968, ora con il nuovo anno, il 1969, Sartori è più propenso a tirare i remi in barca. Si deve ricordare che proprio nei primi mesi fino all’aprile, Sartori riceve “segnali” dal Conte Pietro Loredan, segnali che lo porteranno al famoso incontro di Napoli, quando Pietro Loredan e Giovanni Ventura proporranno a Sartori un progetto editoriale.

 

 

Lasciamo per un momento ALBERTO SARTORI alle sue vicende della Litopress e alla sua ricerca di soldi, e concentriamoci ora sulla figura di Giovanni VENTURA che, assieme all’amico FRANCO FREDA, si divide affannosamente tra Castelfranco, Roma e Milano.

 

 

C’è da preparare l’organizzazione, studiare a fondo la tempistica, i modi di innesco delle bombe, il numero di uomini necessario, il grado di fiducia e di preparazione “militare”. L’obiettivo lo conosciamo anche nei particolari per averlo letto nelle numerose sentenze sulla strage di Piazza Fontana: è la Banca Nazionale dell’Agricoltura e la Banca Commerciale Italiana, tutte e due di Milano.

 

 

A Roma ci pensano gli uomini di Stefano Delle Chiaie, altre banche, altri obiettivi. Milano invece, capitale del nord industriale, dev’essere colpita duramente. La storia dell’errore tecnico non è credibile, una cassetta di metallo carica di esplosivo micidiale, non è un giocattolo che produce solo graffi. E’ uno strumento di morte, pericolosissimo. E i terroristi questo lo sapevano bene, per fare un attentato dimostrativo non serve tanto esplosivo, soprattutto non servono le cassette metalliche di marca Juwel che producono, all’esplosione, un effetto aggiuntivo devastante.

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Ma che ruolo si è ritagliato Giovanni Ventura in questa operazione?

 

Abbiamo accennato che il “compagno” editore di idee nazi-maoiste, di provenienza fascista, specialista nella mimetizzazione politica a scopo di infiltrazione, aveva già piazzato nella primavera-estate del 1969 due ordigni, uno a Torino e uno a Roma. Poi aveva coordinato l’operazione “treni” della notte dell’8-9 agosto con il bel risultato di otto treni colpiti e decine di persone ferite, alcune in modo serio.

 

 

Abbiamo anche specificato che la sua base operativa era a PAESE, piccolo comune in provincia di Treviso. Dove c’era la santabarbara di Ordine Nuovo. Assieme a lui DELFO ZORZI (indicato nelle indagini più tarde come l’uomo di Piazza Fontana, ma ce ne sono parecchi che gli fanno concorrenza nelle nebbie delle inchieste), MARCO POZZAN, MARTINO SICILIANO, e una decina di altri nomi di fanatici seguaci del nazismo.

 

 

Bene, Ventura. Almeno abbiamo un punto fermo. Ma c’è un ma. La gestione dell’operazione non è una cosa facile, a sovrintenderla a livello di gruppi di Ordine Nuovo c’è pure CARLO MARIA MAGGI, reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto, c’è ovviamente il capo della cellula padovana, il procuratore legale Franco FREDA, anche altri sanno qualcosa, sicuramente sono in allarme, a “disposizione”.

 

 

C’è però un particolare: Ventura parla e straparla del suo ruolo di bombarolo o perlomeno di sovversivo. Di destra. E’ dal 1966 che semina tracce come fosse il filo di Arianna, da quando invia duemila lettere agli ufficiali delle Forze Armate, lettere scritte assieme all’amico Freda, per invitare i militari a opporsi al comunismo prendendo “posizione”. Questo nel 1966. E appena un pochino più tardi lui inizia a chiacchierare con un suo “paesano”, il veneto e democristiano Guido LORENZON, un insegnante di scuola media di appena tre anni più vecchio di VENTURA.

 

 

Amici da anni, i due si scambiano pareri su molte questioni. E VENTURA, mano a mano che si avvicina l’ora del suo impegno “rivoluzionario” si profonde in colloqui piuttosto inquietanti. Narra a LORENZON di essere lui l’autore delle lettere ai militari, di essere lui il portatore di bombe, che non si capacita perché a Milano l’ordigno abbia fatto cilecca. Sugli attentati ai treni giunge a dire che gli sono costati “100.000 lire a bomba”, che “gli attentati li abbiamo fatti noi,ecc.”. A questa serie di “confessioni” all’amico aggiunge pure particolari e commenti sulla strage di Piazza Fontana, facendo capire che il suo ruolo non era quello di un osservatore per caso.

 

 

Questa storia di VENTURA che parla è sempre rimasta sullo sfondo. Mai nessuno l’ha studiata per benino. Anche perché da questo mare di informazioni prende poi il via la “denuncia” di Guido LORENZON all’avvocato Steccanella del 16 dicembre 1969, denuncia che fornisce al legale tutti gli spunti per informare le autorità dello Stato sul vero volto degli esecutori e dei mandanti (almeno quelli locali nel Veneto). LORENZON parla e denuncia l’amico, poi ritratta (roso dal rimorso o dall’imbarazzo, ma in realtà sottoposto ad un pressing da parte dello stesso Ventura aiutato da Freda), poi ritratta la ritrattazione e finalmente terrà fermo il timone, sorretto in questo dal Sostituto Procuratore dott. PIETRO CALOGERO.

 

Interrompiamo per un momento il racconto dell'eversione nera e del pasticciato sostegno editoriale di Sartori per inserire i contorni di una vicenda che ha dell'incredibile.

 

 

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Il famoso viaggio in Svizzera del terzetto "mimetico" (LOREDAN. VENTURA, SARTORI) per conseguire il brevetto della "carta igienica".... 

 

 

Il 26 gennaio 1970 accadono dei fatti incredibili. Un gruppetto di appartenenti alla “pista nera”: Giovanni VENTURA, Pietro LOREDAN, e Alberto SARTORI (non ancora cosciente delle implicazioni gravissime del suo sodalizio con i due personaggi citati) decidono di fare una scampagnata in Svizzera.

 

 

Non è una invenzione giornalistica, il viaggio in Svizzera è fortemente voluto proprio da ALBERTO SARTORI, che trascina il gruppetto in una avventura che ha dell’esilarante ma che denota altresì un opportunismo che sconfina nel patologico.

 

 

Basti pensare infatti ai guai che intorno al 26 gennaio 1970 si stanno accumulando sulla testa di Giovanni Ventura. E’ dal 18 dicembre 1969 che si è avviata una procedura giudiziaria (a basso profilo iniziale) contro l’editore trevigiano. L’amico Guido Lorenzon, come abbiamo già narrato anche nei particolari, aveva indicato in Ventura uno degli ipotetici responsabili dell’ondata di attentati, conclusisi con la strage di Milano del 12 dicembre 1969.

 

 

Ventura, al 26 gennaio, ha già avuto una serie di incontri con Lorenzon per indurlo a ritrattare. Lorenzon ritratta ma poi, senza informare più Ventura, conferma tutto di nuovo al sostituto procuratore di Treviso dott. Pietro CALOGERO.

 

 

Quindi Ventura forse si sente sollevato, pensa di essere riuscito a tappare la falla che si è aperta a causa delle “rivelazioni” di Lorenzon, ormai suo ex amico.

 

 

Incredibile il sangue freddo di Ventura che accetta, nonostante una situazione ancora “ballerina” di fare assieme agli altri “amici”, Pietro Loredan e Alberto Sartori, questo famoso viaggio in Svizzera.

 

 

Ma di cosa si tratta? Di un semplice viaggetto, una “settimana bianca”? No, anche perché l’idea di andare a Lugano il 26 gennaio 1970 è venuta a SARTORI che è riuscito a trascinarsi dietro sia Ventura che Loredan. Si tratta nientedimeno che di andare a registrare negli uffici competenti della Repubblica Elvetica, con un atto di “Convenzione privata”, una idea commerciale, una richiesta di “brevetto”, un “copyright”, gestito con tutti i crismi della ufficialità burocratica svizzera.

 

 

A Sartori era venuta in mente una idea “geniale”: presentare una ipotesi di brevetto che contemplava la produzione di carta igienica (rotoli), fazzoletti da naso, altre salviettine di uso intimo,ecc. tutte recanti inserzioni pubblicitarie stampate proprio sulla superfice di questi oggetti sanitari.

 

 

Con la sua parlantina SARTORI aveva sicuramente convinto e trascinato a Lugano i due “fascisti-rossi”, il Ventura e il Loredan. Loredan per l’occasione si era trascinato dietro, pure lui, la sua donna, la sua convivente-segretaria-fac totum, Anna Pivetta.

 

 

Ma è necessario andare più fondo nella conoscenza di questo “affare”.

 

 

Il documento firmato dal quartetto (SARTORI – VENTURA – LOREDAN – PIVETTA) afferma in tutta serietà che:

 

“1) la proprietà del richiesto brevetto “IGIECOS” – Metodo di comunicazione, anche pubblicitaria, sul principio dello stimolo indipendente d’attenzione” [e per quanto riguarda lo stimolo siamo proprio d’accordo, nota di G.M.] il cui deposito è stato oggi affidato all’Ing. BAGGIOLINI dell’Ufficio Brevetti A.Racheli di Bellinzona-Lugano, e relativa libera disposizione del medesimo, è riservata ai signori comproprietari qui sottoscritti:

Anna Maria PIVETTA di Montebelluna (Treviso) – Piero LOREDAN di Venegazzù (Treviso) – Giovanni VENTURA di Castelfranco Veneto (Treviso) – Alberto SARTORI di Vicenza – Ing. Mario BAUER di Lugano (Svizzera)”.

 

 

Le quote di partecipazione alla proprietà della “genialata” di SARTORI sono le seguenti:

Sig.na Anna Maria Pivetta 35% - Piero Loredan 20% - Giovanni ventura 20% - Alberto Sartori 20% - Ing. BAUER 5%.

 

 

Il gruppetto, che aveva seriamente lavorato all’idea, evidentemente, presenta la “genialata” con un documento di tutto rispetto, il cui estensore deve essere un esperto pubblicitario totalmente sprovvisto di senso dell’umorismo.

 

 

Infatti fra le righe del documento gestito da SARTORI si evince:

 

 

“Appare del tutto evidente che potendo operare con uno stimolo appropriato sul piano motivazionale (come ora avviene) in concomitanza con uno stimolo indipendente e altrettanto appropriato su quello dell’attenzione si otterrà un sinergismo nell’efficacia complessiva del messaggio”.

 

 

Conclusioni: Devo dire che sono rimasto esterrefatto per questo episodio, perché a firmare questa convenzione privata sembra proprio che sia una compagnia di sodali, di amici, quasi dei goliardi, persone che si frequentano e che parlano di brevetti, di soldi, di immissione nel mercato di simili prodotti “stimolanti”, ecc.

 

 

Solo che c’è un piccolo particolare: a parlare di queste cose c’è un ex comandante partigiano (che si è vantato in molte occasioni di aver ucciso con le sue mani oltre 60 persone durante il periodo della guerra), comunista filocinese, che si chiama ALBERTO SARTORI;

 

- c’è un editore-libraio, che è riuscito ad infiltrarsi nella sinistra extraparlamentare (è iscritto alla Lega dei Comunisti di Ugo Duse, Quaranta e Franzin) e che è sospettato di essere uno dei dirigenti di una organizzazione terroristica di estrema destra assieme al neonazista Franco Freda di Padova, che si chiama GIOVANNI VENTURA;

 

- c’è un aristocratico veneziano, che capeggia un gruppuscolo di ex partigiani assieme a giovani fascisti “recuperabili”, che ha cercato di iscriversi al Partito Comunista d’Italia (m-l) filocinese, che si chiama PIETRO LOREDAN;

 

 

Gli altri sono solo “comparse”. C’è però da dire che Piero LOREDAN e Anna Maria PIVETTA si portano a casa il 55% della proprietà, quindi c’è sì SARTORI ma anche LOREDAN non scherza nell’avvìo di questa futura società.

 

 

Un’altra cosa: Il 26 gennaio 1970 ha tanti significati. Vuol dire che VENTURA si sente ancora solido anche se ha avvertito il colpo delle “rivelazioni”, poi che fa SARTORI, si mette a giocare ai brevetti? Lui, come poi dirà a GRACCI, suo compagno di partito, non era in “missione” per smascherare la cellula nera? Da come l’ha messa giù SARTORI nel corso delle sue testimonianze sembrava che lui avesse capito subito che c’era puzza di bruciato, che poteva essere una provocazione, ecc. Un'ultima cosa: ma SARTORI glielo ha detto a GRACCI della carta igienica o se ne è vergognato e ha taciuto?

 

 

E invece eccolo qua, il “capo militare” dell’area marxista-leninista, che a detta dei Servizi Segreti "mantiene contatti internazionali con la sovversione di mezza Europa", che porta le “schede segrete” ricevute da Loredan e da Ventura all’ambasciata albanese (ancora nel mese di settembre del 1969), eccolo che “inventa” strani modi per fare quattrini.

 

 

O si deve pensare che tutta questa commedia sia una finta per “socializzare” con Loredan e Ventura? Impegnandoli in iniziative estemporanee magari per coinvolgerli e osservarli ancora più da vicino?

 

 

A queste domande che mi pongo rispondo sicuramente di no. SARTORI è un uomo dalle mille risorse e dalle mille “storture”, capace di cose orribili (guerra civile ad esempio) e di frequentazioni stravaganti come minimo. Si direbbe un autentico “avventuriero”, un "uomo di mondo" che non ha ritegno di confondere l’impegno rivoluzionario con la carta igienica se il rotolo può rendere soldi. Questo progetto comunque ci dà di SARTORI un aspetto ancora più complesso.

 

 

Non dimentichiamoci che SARTORI in questo periodo conforta un Giovanni VENTURA che si lamenta del “tradimento” dell’amico del cuore, Guido LORENZON, che lo ha denunciato. Ventura esordisce con SARTORI, all’incirca in questo periodo dicendo che c’era un amico che  “è malato, uno squilibrato, che si è inventato un sacco di cose sul mio conto”, ecc.

 

 

VENTURA quindi diventa “amico” di SARTORI e SARTORI lo asseconda. Sarà proprio l’ex comandante partigiano a gestire la fase problematica nei mesi di febbraio, marzo, aprile del 1970, fase in cui la Litopress, dopo che la stampa si sarà appropriata della vicenda Lorenzon-Ventura, avvertirà il “danno di immagine” e gli affari (se mai si sono avviati) andranno a picco.

 

 

 

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Inizia la vicenda della "pista nera" che prende lentamente velocità, aiutata in questo periodo da parecchi suggeritori. E Ventura deve fare i conti con chi ha scucito o garantito soldi per la Litopress. Sartori, si guarda attorno, ma continua nella sua operazione di sostegno all'editore neofascista...

 

 

Intanto il tempo passa, e siamo arrivati nel nostro racconto ai primi mesi del 1970. C’è la denuncia di Giovanni Ventura a Guido Lorenzon per diffamazione e calunnia, che viaggia e arriva a Roma dal giudice Occorsio e da Cudillo.

 

 

Lorenzon deve perciò nominare un avvocato difensore e lo trova nel giro delle sue amicizie democristiane. E’ l’onorevole De Poli, che contribuisce a diffondere anche lui il “vero” messaggio delle accuse di Lorenzon a Ventura. L’ipotesi della “pista nera” deve arrivare ai piani alti di Piazza del Gesù (sede nazionale della DC) onde poter coordinare la controffensiva alla “pista rossa” di Valpreda e soci.

 

 

E qualcosa, anzi più di qualcosa, ce lo mette anche il Partito Socialista, che ha due “antenne”, un poco sgangherate a dir la verità, ma pur sempre micidiali, visti gli effetti che avranno nel prosieguo dell’indagine sulla cellula di Freda-Ventura.

 

 

Parlo di MARCHESIN GIANCARLO, ingegnere, 32 anni, socialista, che nasconde un carico di armi di Ventura nella soffitta della sua abitazione di Castelfranco. Le ha avute da un altro socialista, COMACCHIO Franco, 30 anni, perito presso una ditta di maglierie di Castelfranco.

 

 

Il giro di queste armi è assai lungo e complicato, ne riparleremo. Comunque sono due i socialisti che nascondono le armi del VENTURA (fucili da guerra, pistole, anche esplosivo), poi c’è un altro impiegato e studente universitario di Lettere, tale PAN Ruggero, e le relative fidanzate di tutti e tre. Insomma un bel giro di favoreggiatori (o suggeritori al PSI per la “pista nera”?) che è in contatto con i fratelli Ventura.

 

 

Cambiamo scena: sempre lo stesso periodo, tutti gli attori nominati sembrano seduti sopra un vulcano che sembra spento ma che in realtà è in ebollizione. Ventura poi, con lo sconcerto che si è diffuso tra i suoi conoscenti in affari editoriali per via dell’affare Lorenzon, deve fare i conti anche con i suoi veri “soci”: i due “Conti, veri aristocratici, che gli hanno garantito finanziamenti per decine di milioni e che adesso si interrogano sul futuro di questo giovane nei guai.

 

 

Si tratta del Conte Giorgio GUARNIERI, proprietario delle Cartiere del TIMAVO, già ai tempi della guerra partigiana agente dello spionaggio inglese (è singolare che tutti abbiano a che fare con qualche servizio….); e il conte Piero LOREDAN, ormai nostra vecchia conoscenza, con il pallino della rivoluzione fatta da fascisti e comunisti affratellati.

 

Un giro vorticoso di denuncie e di soldi...

 

 

Il 28 marzo 1970 è un’altra data importante. GUARNIERI, LOREDAN e VENTURA firmano una “Convenzione” tra di loro in cui viene messo in evidenza che i primi due hanno “benevolmente prestato favori e garanzie bancarie al signor Giovanni VENTURA…”.

 

 

“Che tali affidamenti sono stati immessi nella azienda grafica denominata Litopress…che, tuttavia, per una serie di circostanze ben note alle parti (circostanze che hanno visto affiorare e montare una vergognosa campagna calunniatoria, nei confronti del Ventura), è opportuno assumere in considerazione una ipotetica eventualità di temporanea indisponibilità del Ventura (leggi: galera, nota di G.M.) a seguire in modo coerente e organico l’attività imprenditoriale sorta in virtù delle garanzie prestate dal Conte GUARNIERI e dal Conte LOREDAN;……”

 

 

In breve tutte queste parole vogliono dire una cosa sola. Il duo patrizio vuole mettere in salvo il capitale della Litopress da un eventuale arresto del Ventura….infatti al punto 1) “Il Ventura conferisce ai Sigg. Conte GUARNIERI e Conte LOREDAN, che accettano, la procura a vendere le quote di partecipazione sociale del Ventura nella s.r.l. Litopress, con sede a Castelfranco Veneto”Parole chiare.

 

 

Per Loredan questo vuol dire che i soldi valgono di più delle sue idee fasciste e anche di quelle della cellula FREDA-VENTURA e che l’avventura della Litopress, dopo la denuncia di Lorenzon, ha buone prospettive di fallire.

 

 

Certo non è detta l’ultima parola, Ventura potrebbe, in teoria, anche cavarsela, e poi c’è pure ALBERTO SARTORI, con le sue cambiali, ricevute da Ventura, è possibile che il marxista-leninista metta i pali tra le ruote e che il progetto possa franare anche per le intemperanze economiche dell’anziano ex partigiano.

 

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E' Sartori che fa politica, equivoca, double face ma politica...

 

 

SARTORI sarà anche anziano, in realtà ha “solo” 52 anni, ma è estremamente lucido, sa come muoversi, è in contatto con i servizi albanesi, forse anche con qualche altro servizio, che non c’entra nulla con il suo mondo dichiarato marxista-leninista, sta portando avanti una politica “attendista”. Dopo la strage di Piazza Fontana non si è perso un avvenimento o una parola detta da Ventura.

 

 

E il suo grande momento investigativo è la denuncia di Lorenzon, che segue in tutti i suoi risvolti. Ventura lo viene a trovare a Vicenza, cerca di farsi consolare da Sartori dicendo che Lorenzon è un matto. E Sartori gli dà ragione, lo invita a tenere duro. Non solo: Sartori difende Ventura dai sospetti che affiorano nel duo marxista-leninista di QUARANTA MARIO e FRANZIN ELIO, i dirigenti padovani della Lega dei Comunisti (filocinese), in cui dentro c’è anche, in posizione dirigenziale, UGO DUSE, che gli investigatori dei Centri CS sospettano sia implicato in un traffico d’armi gestito assieme ai fascisti sul litorale adriatico vicino al Bosco della Mesola [informazioni tratte da un documento dei ROS dei Carabinieri].

 

 

Sartori perciò testimonia ai due emme-elle, che sono gli autori del libro (“Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento") che dovrebbe vedere la luce grazie all’editore VENTURA, che l’editore trevigiano è “innocente”, che è “un compagno” e che va sostenuto in quanto editore di “sinistra”.

 

 

Giovanni Ventura, questo dice SARTORI, non c’entra nulla con la strage del 12 dicembre. Detto dal “capo militare dell’area marxista-leninista” fa veramente impressione. Autorevole è la sua voce e i due professori di Padova, Mario Quaranta e Elio Franzin, chinano il capo e abbozzano. 

 

 

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ALBERTO SARTORI in questa fase, estate 1970, partecipa ad una incredibile "provocazione politica" che unisce destra e sinistra nella difesa di Giovanni Ventura. Non è facile interpretare le mosse dell'ex partigiano ma una cosa è sicura: ha mentito ai suoi compagni di partito... 

 

 

A complicare ulteriormente questo quadro indiziario dell’anno 1970 ci si mette anche la Lega dei Comunisti, gruppuscolo “emme-elle” (filocinese) capeggiato, a Padova,  come accennato, dai professori Mario Quaranta e Elio Franzin.

 

Giovanni Ventura, che da tempo era iscritto alla Lega dei Comunisti, a causa della “denuncia Lorenzon” fa scoppiare nell’aprile 1970 alcune contraddizioni “ideologiche” (in realtà prese di distanza e accuse terra-terra) all’interno del gruppo. Tra il leader della Lega, il già citato UGO DUSE, e i due professori patavini scoppia fragorosamente un dissenso che porta all’espulsione di QUARANTA e all’allontanamento di FRANZIN.

 

 

QUARANTA  e FRANZIN, d’ora in poi, si muovono come in un limbo. Espulsi e tenuti a distanza, indicati da altri gruppi della sinistra extraparlamentare come “provocatori”, portano avanti testardamente (più Quaranta che Franzin) la linea di appoggio a Giovanni Ventura (sostenuto da SARTORI), “compagno accusato ingiustamente di essere un terrorista”.

 

 

Assieme a VENTURA, i due marxisti-leninisti in diaspora elaborano delle analisi sui recenti avvenimenti politici culminati negli attentati del dicembre 1969. Prendono forma alcune bozze del futuro libro che si intitolerà alla fine “Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento”.

 

 

Ma la cosa interessante è che a collaborare alla riuscita di questo volume ci si mettono in cinque: QUARANTA  e FRANZIN, GIOVANNI VENTURA, ALBERTO SARTORI e…dulcis in fundo FRANCO FREDA. Ma che c’entra FREDA? Freda c’entra come “correttore di bozze”, qualificato e voluto da Giovanni VENTURA poiché è una “fonte diretta” di informazioni sulle “bande neofasciste”.

 

 

SARTORI, che ha letto i primi capitoli, è addirittura entusiasta dell’iniziativa, però non si capisce se è al corrente dell’identità del “correttore di bozze”. Io propendo per il sì, anche perché QUARANTA (che è un “compagno”) conosce bene i rapporti tra Ventura e Freda, che per lui non sono un problema evidentemente.

 

 

A suggellare sul fronte informativo di “qualità” la nascita del volume c’è pure il flusso di notizie che arriva da un personaggio che poi diventerà centrale nella indagine sulla “pista nera”. Nientedimeno che Guido GIANNETTINI che si impegna a fornire all’amico VENTURA precise informazioni sempre sulle “bande autonome neofasciste”.

 

 

SARTORI, come si può facilmente arguire, o è completamente frastornato per via della cronica mancanza di soldi (ma anche su questo aspetto, se è vero o no, non ci sto a mettere la mano sul fuoco), o è assolutamente consapevole che il gioco va giocato costi quel che costi (sul piano della credibilità personale, ma al tempo tutti si ritenevano quasi degli “immortali”, vedi gli stessi Freda e Ventura).

 

 

Quindi il volume che viene preparato con cura nell’estate del 1970, “Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento”- Galileo Editore (una tra le tante creazioni ad hoc di VENTURA), viene discusso e ridiscusso in riunioni tra i “redattori”. Le schede sulle “bande autonome neofasciste” provenienti da GIANNETTINI, vengono lette e “approvate” da Mario QUARANTA.

 

 

Non solo ma su “suggerimento” dello stesso QUARANTA “....fu mostrata a Freda la parte che lo riguardava, perché la approvasse. In un secondo momento, per mia iniziativa (di Ventura, nota di G.M.), e con il consenso di Quaranta, gli furono fatte esaminare anche le note riguardanti altri gruppi autonomi neofascisti, perché esprimesse un parere sui dati quantitativi inseriti in ogni singola organizzazione…per avere, cioè, un riscontro di prima mano alle informazioni contenute nell’originale” [Memoriale Ventura].

 

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E’ incredibile, in concreto prende corpo in quell’estate del 1970 una presa di responsabilità politica che comunemente viene chiamata “operazione di provocazione”!

 

 

La cosa sta in questi termini: un gruppo di marxisti-leninisti (SARTORI ALBERTO, QUARANTA MARIO, FRANZIN ELIO) collaborano con i già “chiacchierati” e ipotetici-autori o eversori (all’estate del 1970 nulla di certo era ancora affiorato), i noti VENTURA GIOVANNI, FREDA FRANCO e (questo, nell’ombra) GUIDO GIANNETTINI, informatore del SID e agente “provocatore” della cellula nera di FREDA, per dare alle stampe un volumetto che dovrà fare il punto sugli attentati!

 

 

Non era più “solo” il coinvolgimento di ALBERTO SARTORI nella costruzione di una azienda grafica (la Litopress), non erano più “solo” i tentativi del conte LOREDAN di “assorbire” SARTORI nelle sue riunioni di ex partigiani (con “fascisti recuperabili”), ora la provocazione puntava più in alto.

 

 

Dopo la strage del 12 dicembre e la partenza quasi simultanea di due “piste” di indagine, quella “rossa” di VALPREDA (anarchici) del 13-14-15 dicembre 1969, quella “nera” di VENTURA (“denuncia” di Lorenzon Guido del 15-18 dicembre 1969), ora nell’estate del 1970 si assiste ad una operazione di “camouflage” (sinistra-destra) per tamponare le falle delle rivelazioni di Lorenzon.

 

 

La lettera di ALBERTO SARTORI ad Angiolo GRACCI, suo compagno di partito (ai tempi del P.C.d’Italia –m-l), dà una versione edulcorata e parzialmente falsata degli avvenimenti. Sartori non racconta del perché abbia preso parte all’”operazione di soccorso” nei confronti di VENTURA, non racconta del lavoro editoriale a quattro-cinque mani con i fascisti, non racconta del perché abbia aspettato quasi due anni dagli attentati per offrire una testimonianza alla Magistratura (va dal giudice STIZ nel 1971). 

 

 

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La "missione in campo nemico" di Alberto Sartori - Il disastro annunciato della Litopress - Si marcia a tappe forzate verso l'incriminazione - Le menzogne di Sartori: un'arma a doppio taglio - LA LETTERA DI DIMISSIONI al "compagno" GRACCI: una "penitenza" politica concessa malvolentieri

 

 

C’è poco da dire. Sartori è una figura di uomo che ci sfugge. Quando un documento o un racconto di testimone sembra averlo bloccato favorendo così l’esame dei suoi atti con pazienza, senza fare errori dettati dalla fretta, ecco che, all’improvviso, il comandante “Carlo” riesce a confondere le idee e ritagliarsi un altro ruolo. Vedremo più avanti il sistematico uso della menzogna e le prove che siamo riusciti a raccogliere su questo strumento di lotta politica o personale. Ci preme ora, invece, mettere a fuoco il suo bisogno continuo, incessante, di soldi, che viene confermato dai suoi spostamenti e dalle sue iniziative di lavoro.

 

La primavera-estate del 1970

 

Il quadro degli avvenimenti lo conosciamo: siamo nei mesi della primavera-estate del 1970, Lorenzon ha denunciato Ventura, Ventura ha querelato Lorenzon per diffamazione e calunnia, il “terzetto” (SARTORI, LOREDAN, VENTURA) ha compiuto il suo giretto in Svizzera per il famoso brevetto della carta igienica pubblicitaria, Sartori sorregge Ventura assicurando a tutti coloro che incontra che l’editore è un “compagno”, in ballo poi c’è il libro “Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento” scritto da Mario QUARANTA e Elio FRANZIN (ai quali VENTURA finanzia il giornale “SINISTRA UNIVERSITARIA”) con il controllo bozze di Freda e l’apporto documentario di Guido GIANNETTINI, nonché con l’imprimatur dello stesso SARTORI.

 

 

Al di là di tutto questo, o meglio in mezzo a tutto questo intreccio di commedia-tragedia, Sartori si muove come una trottola tra Napoli e il Veneto (con puntate a Milano). A Napoli viene segnalato a mesi alterni dalla Questura che, sorvegliandolo, invia messaggi al Ministero affermando che il soggetto non bada più alla politica attiva, non frequenta manifestazioni o compagni, ecc.

 

 

Si vede una sola volta con Angiolo GRACCI ma poi null’altro. E’ nel Veneto invece che Sartori si dà da fare: intavola trattative per cercarsi un altro lavoro. Fa proposte alla Ditta VITTADELLO, propone alla stessa di poter vendere in Jugoslavia una grossa partita all’ingrosso di vestiti, abbigliamento e affini. Ma la cosa non deve produrre gli effetti sperati perché tra maggio e giugno del 1970 l’iniziativa non trova riscontro pratico.

 

 

Il 6 luglio 1970 [prot.103836  – Questura di Napoli] una boccata d’aria (più che altro di soldi) arriva a SARTORI, stando alle indiscrezioni degli occhiutissimi servizi della Questura napoletana, dalla sua vecchia ditta, la SAMOPAN, che gli liquida 5 milioni di sue spettanze.

Ventura e i suoi guai nella stampa e anche nei libri...

 

Intanto il “compagno” VENTURA, deve far fronte ad una campagna di stampa che lo pone sempre più allo scoperto. La qualifica di “neofascista” gli pesa, significa la rovina per gli affari. Il 14 luglio 1970 scrive al Procuratore della Repubblica di Parma per segnalare un volume edito da GUANDA dal titolo: “le bombe di Milano”. Il libro è stato diffuso nel giugno.

 

 

Ventura, presa visione, si accorge che il giornalista MARCO FINI ha affermato a pagina 202 del volume: “Ventura è fascista per vocazione costante alla durezza e alla rettorica. Introverso, chiacchierone, è lui la personalità dominante”. “Ventura pubblica nel 1966 tre numeri di una rivista francamente nazista”. E così via con affermazioni sempre più pesanti nei confronti del Ventura.

 

 

Non si è ancora diradata la nuvola densa di “menzogne” (Ventura) sul suo conto che il giorno dopo, 15 luglio 1970, Ventura scrive al Procuratore della Repubblica di Roma, prendendosela questa volta con la Casa Editrice Samonà e Savelli che ha pubblicato un libro dal titolo: “La strage di Stato”.

 

 

“A pag. 80-81 del volume – sigla Ventura -  gli autori del libello, dopo aver accennato alla pubblicazione di un opuscolo clandestino, firmato dal “Fronte Popolare Rivoluzionario”, dichiarano che tale opuscolo è stato pubblicato dall’editore libraio Giovanni Ventura di Treviso”.

 

 

Per Ventura “l’immondo libello” continua il suo lavoro di scavo, colpendo nel vivo l’editore di Castelfranco. Che ovviamente minaccia querela.

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Il protesto cambiario e l'inizio della fine della Litopress...ma anche il "coinvolgimento" scandaloso di Sartori...

 

 

Nel frattempo, su tutt’altro versante, il 19 luglio ALBERTO SARTORI apprende che la Cassa di Risparmio della Marca Trevigiana aveva trasmesso all’ufficiale giudiziario l’effetto di 30 milioni, a suo tempo avallato dal sig. Conte GUARNIERI a favore di VENTURA.

 

 

Ne consegue che il LOREDAN rimette ogni incombenza al riguardo di questo caso al suo commercialista di Treviso, dott. PANDOLFI. “Il che sta a significare – chiosa un SARTORI quasi rasserenato – che almeno nelle intenzioni di LOREDAN, ed esplicitamente, mi si sgravava finalmente da ogni responsabilità circa il Vostro mandato a suo tempo affidatomi e la conseguente richiesta di servire da “tramite” fra Voi ed il sig. Ventura per quanto attiene l’andamento della Litopress”.

 

 

Un sospiro di sollievo! Anche se la Litopress è ormai “finita” e SARTORI avverte il profumo di un disastro annunciato, soprattutto  per i guai finanziari in cui VENTURA era sprofondato.

 

 

SARTORI, nella raccomandata da Vicenza del 19 luglio 1970, (indirizzata ai Conti LOREDAN e GUARNIERI e al Sig. VENTURA), dà comunque l’impressione di voler tenere duro e si dice sicuro che il protesto cambiario verrà senz’altro “richiamato” dal conte GUARNIERI.

 

 

Come sempre gli succede in tutte le lettere che invia in giro per il mondo ALBERTO SARTORI ricostruisce tutta la storia daccapo, da quando ricevette il mandato per la Litopress, all’increscioso episodio di Lorenzon (un “esaltato”, mi è stato confermato, dice Sartori).

 

 

Poi aggiunge con il suo stile apocalittico: “Ho sfidato (per la prima volta nella mia vita di militante) le cennate implicazioni e complicazioni politiche e personali per aver consolidato i miei rapporti di collaborazione commerciale ed anche di amicizia con il sig. VENTURA, nella stessa proporzione in cui gli veniva meno il Vostro appoggio e la Vostra solidarietà. E non me ne dolgo! – So per averlo sofferto tutta una vita cosa significa essere “vittima innocente” e trovarsi soli!”

 

 

La notizia di questo “coinvolgimento” di SARTORI, è bene ricordare, non raggiungerà mai il “compagno” ANGIOLO GRACCI, questa lettera resterà sempre “riservata”, poiché se fosse finita in mano ai suoi “critici” della sinistra ne sarebbe certamente uscito un “caso Sartori” assai imbarazzante, sia per lui stesso che per il P.C.d’Italia (m-l).

 

 

Sartori conclude la missiva ricordando che “…mi trovo ora nella preoccupante assoluta impossibilità di farvi fronte (ai debiti “congelati”, nota di G.M.) con il pericolo di essere io stesso travolto nel disastro, per non poter ricongelare i “miei” debiti per un periodo che mi consenta di farvi fronte con altre iniziative di lavoro nel caso, come temo, che la iniziativa LITOPRESS si risolva in un comune grave pasticcio.”

 

 

In questo caso SARTORI ha proprio ragione! Infatti il commercialista a cui LOREDAN si era rivolto, il dott. Pandolfi di Treviso, il 30 luglio 1970 scrive al Conte di Venegazzù una lettera dai toni durissimi.

 

 

“Lei conferma che nessuno, assolutamente nessuno impegno è stato da lei assunto nei confronti del dr. Giovanni Ventura…..lei non intende assolutamente concorrere col dr. GUARNIERI e con la signora Ventura a garantire il castelletto VENTURA-LITOPRESS….Non pone alternativa alla situazione attuale….”

“E’ evidente che, preclusa ogni mia possibilità mediatrice e transattiva col dr. VENTURA, il mandato da Lei conferitomi non ha più contenuto alcuno…”. Firmato PANDOLFI dott. UGO.

 

 

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Ventura controllato a vista...

 

 

Sembrerebbe la fine del pasticcio. D’ora in poi il cadavere della LITOPRESS produrrà solo effetti di protesto, liti cambiarie, delusioni e rabbia nei singoli partecipanti a questo castello di sabbia. 

 

 

Questo è senz’altro vero ma in certe occasioni ci sono anche i colpi di coda e il 7 agosto 1970  i due Conti e lo stesso redivivo Giovanni VENTURA (reduce dall’aver sfilato davanti ai giudici romani per la grana Lorenzon) firmano un’altra convenzione che, allo stato dei fatti, sembra più un atto di cessione di capacità di intendere e di volere da parte dello stesso Ventura.

 

 

A parte la precisazione di quanti soldi occorrono per sostenere il rapporto con le banche, ecc. , qual è la contropartita della nuova fidejussione? Che ALBERTO SARTORI diventa il “garante” di tutti i movimenti di Ventura, che il capitale deve intendersi destinato alla LITOPRESS (ma allora tutti i soldi dal novembre 1969 dove erano andati a finire?), che sempre il nostro SARTORI “avrà libero accesso …alla visione dei libri contabili,ecc.”.

 

 

Ventura resta con 40.000.000 di debiti, cioè cambiali a firma propria, non all’ordine, “da azionare esclusivamente” se la Banca si muove per rientrare del credito. Una spada di Damocle.

 

 

E’ questo l’ambientino che dovrebbe stampare il volume “Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento”, mettendo assieme filocinesi e fascisti, che dovrebbe far funzionare a pieno regime una LITOPRESS fantasma, strano contenitore la cui funzione sembra più quella di inguaiare chi ci si impegna.

 

 

Nell’estate, complice il caldo, il “quartetto” editoriale (SARTORI, VENTURA, QUARANTA e FRANZIN) si riunisce ad Asiago ed esamina il materiale per il libro. Ci sono aggiustamenti, incomprensioni (storiche quelle tra Quaranta e Sartori che giungono dal 1964 ai tempi de “La Nuova Unità”), diffidenze di Franzin (sempre su Sartori), poi alla fine, tolte alcune incongruenze ed errori la bozza del libro è pronta per la stampa. Che avviene nel mese di settembre per i tipi della “GALILEO”, sempre gestita da Ventura.

 

 

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Le menzogne di SARTORI: un'arma a doppio taglio

 

 

Abbiamo lasciato in sospeso la questione delle menzogne rilasciate con “convinzione” da Alberto SARTORI nel corso delle sue vicende, sia personali che politiche.

 

 

La più grossa di queste menzogne la si ritrova nella famosa “lettera a GRACCI”, lettera indirizzata al dirigente fiorentino del Partito Comunista d’Italia (m-l), segretario della frazioncina denominata “linea rossa”. Ebbene cosa dice di così compromettente Alberto Sartori a Gracci?

 

 

Nientedimeno che una negazione. Questo il testo letterale e integrale del passo falso di SARTORI: 

 

“Mai, nonostante le insistenze, mi furono consegnate le copie o fotocopie delle schede”.

 

 

Sartori ammette di averle viste, ancora al tempo dell’incontro di Napoli all’Hotel Mediterraneo, quando si intrattenne con il gatto e la volpe, cioè con Loredan e Ventura. “Allora – afferma Sartori – lessi queste schede”.  Ma niente di più. L’ex partigiano, comandante dell’ala militare dei marxisti leninisti, per questo motivo controllato in continuazione dai Servizi Segreti, ci vuole quindi far credere di non aver avuto copia fotostatica delle famose “schede segrete” che Ventura e Loredan gli consegnarono invece nel corso di alcuni mesi, prima del settembre 1969.

 

 

E allora come si spiega la consegna di un bel pacco di fotocopie, (tratte da una quindicina di schede), ai funzionari dell’ambasciata albanese durante il mese di settembre?

 

 

Ce lo dice con candore lo stesso SARTORI in un deposizione davanti al Giudice Istruttore D’AMBROSIO del Tribunale di Milano:

 

 

A DOMANDA RISPONDE: “Il Giudice STIZ deve avere equivocato sul numero delle “veline” consegnatemi dal Loredan in fotocopia. In effetti in occasione della visita a Napoli mi furono mostrati solo cinque o sei rapporti, quelli che indicai al dott. STIZ. Successivamente su mia insistenza ed avendo anche tra l’altro io posto come condizione della mia collaborazione nella LITOPRESS che mi fossero consegnate tutte le “veline” di cui era venuto in possesso il Ventura, Loredan mi consegnò nell’estate del 1969, una quindicina  di rapporti in fotocopia”.

 

 

E SARTORI, al mese di settembre, è così in grado di fare omaggio all’ambasciata albanese di quindici schede fotocopiate, seguito per l’occasione da due testimoni “qualificati”, tali il “compagno” MIGALE di Cutro (Catanzaro) e STAGLIANO’, sempre di Catanzaro.