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LA RICOSTRUZIONE DELLA FIGURA DI UN EX COMANDANTE PARTIGIANO FINITO IN MODALITA' OSCURE NELLA TRAGICA PROVOCAZIONE DELLA CELLULA NAZIFASCISTA VENETA DI FREDA E VENTURA

 

Alberto Sartori: l'enigma

 

 

 

di Giorgio Marenghi

 

I fatti: alle ore 16,30 del 12 dicembre 1969 un ordigno esplodeva nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, uccidendo 16 persone e ferendone 88. Un secondo ordigno, inesploso, veniva rinvenuto nella sede della Banca Commerciale (COMIT) di Piazza della Scala, tra le 16,25 e le 16,30. Quasi contemporaneamente, nell’arco di un’ora, altri tre ordigni esplodevano in Roma. Il primo, alle 16,55 nel sottopassaggio della Banca Nazionale del lavoro in Via San Basilio, dove rimanevano ferite 14 persone. Gli altri due, rispettivamente alle ore 17,22 e 17,30 all’Altare della Patria dove rimanevano ferite altre 4 persone. Era iniziata in grande stile una operazione stragista che avrà altri tragici sviluppi nel corso degli anni settanta. Questo racconto cerca di mettere in luce alcuni personaggi e modalità di indagine che riguardano l’origine e il percorso delle cellule stragiste e dei testimoni che le hanno frequentate per i più disparati motivi. E’ una storia dei “particolari”, basata su documenti d’archivio e su documenti provenienti dai tribunali.

 

 

Quattro personaggi destinati a intrecciare le loro vite

 

 

Sono il libraio ed editore fascista di Castelfranco Giovanni Ventura, il procuratore legale nazista di Padova Franco Freda, il "nazimaoista" Conte Pietro Loredan di Venegazzù del Montello, e l'ex comandante partigiano Alberto Sartori di Piovene Rocchette (Vicenza), coinvolto in modalità non chiare nella intricata vicenda della strategia delle "bombe venete". Iniziamo proprio con Sartori, perché proviene dall’ambiente partigiano, per conoscere gli antefatti e le caratteristiche del suo incontro con la cellula neofascista veneta...

 

 

Nei primi anni 60 Alberto Sartori (di Giovanni e di Castagno Giovanna, nato a Stradella (Pavia) il 18 marzo 1917), residente a Vicenza in Stradella della Racchetta n.2 (poi domiciliato a Milano in Via dei Martinitt n.7) è ancora pienamente attivo. Già commissario politico della Brigata "Pasubiana" del Gruppo Brigate "Garemi", medaglia d'argento al valor militare, "rivoluzionario" da sempre, gode della fama di “frazionista” per natura, inseguito da pesanti sospetti maturati in ambiente partigiano è il personaggio più enigmatico che possiamo trovare nella già intricata e complessa vicenda della "strategia della sovversione di Stato" sviluppatasi negli anni '70.

 

 

“Il Sartori, nato a Stradella da genitori profughi da Rotzo (Vicenza) nella prima guerra mondiale, fece ritorno in provincia di Vicenza alla fine di quel conflitto. Frequentò i primi due anni del ginnasio presso il collegio vescovile di Thiene, poi abbandonò gli studi per lavorare come manovale. Dall’ottobre 1937 fu occupato, per circa sei mesi, come sorvegliante presso il collegio Baggio di Vicenza, dove contemporaneamente riprese gli studi per conseguire il diploma di abilitazione magistrale, che però non riuscì ad ottenere. Si iscrisse al partito fascista e pagò regolarmente la tessera d’iscrizione al partito fino al 1937. Nell’ottobre 1938 ottenne il passaporto, che aveva chiesto dichiarando di doversi recare all’estero “per perfezionarsi nella lingua francese”, e nell’agosto successivo espatriò in Francia” [Consulenza Giannuli – Trib. Di Brescia].

 

 

Qui, alla fine degli anni 30 si apre per Sartori un periodo dalle ombre sfuggenti (adesione ai “Fasci Italiani all’Estero”? – conoscenza con Luigi Longo? – passaggio di Sartori all’antifascismo, ecc.). Rinviamo l’approfondimento più avanti nel testo. Dopo la guerra ritroviamo Alberto Sartori dirigente di cooperative partigiane e emigrante in Venezuela da dove ritorna nel 1958 con in tasca un bel po’ di milioni ma inseguito da pesanti dicerie (è un destino che si ripete per tutti i periodi della sua vita).

 

 

Il 6 aprile del 1964 il “compagno” Alberto Sartori viene “processato” dal direttivo della sezione “Gramsci” del PCI vicentino. L’accusa: frazionismo anti-partito, attività contraria allo Statuto e ai risultati del Congresso. A salutare l’igienica presa di posizione una ventina di militanti e lo stesso Sartori che si era vigorosamente difeso.

 

 

In realtà Alberto Sartori, famosissimo ex partigiano, ai tempi della resistenza commissario politico della “Pasubiana” (poi “relegato” ai margini fino ad essere nominato comandante di una formazione, la “Martiri di Grancona II” tra Lonigo ed i Monti Berici), in cuor suo era soddisfatto di come era andato il dibattito. L’espulsione dal partito era prevista, d’altronde la sua attività era diventata frenetica, era un anti-partito nato, correva su e giù per il Veneto e soprattutto per il Vicentino già dal 1963, era in contatto con i “fuorusciti”, i “deviazionisti”, Ugo Duse, Lodovico Geymonat, e tanti altri.

 

 

Con la sua automobile raggiungeva le località montuose e collinari dove poteva trovare ex partigiani che come lui consideravano il PCI un partito “imborghesito”, per usare un eufemismo. Improvvisava piccoli interventi oratori e distribuiva copie delle pubblicazioni delle Edizioni Oriente, casa editrice su posizioni filocinesi e “antirevisioniste”, e non trascurava certo di diffondere il giornale del movimento marxista-leninista “Nuova Unità”.

 

 

Il 12 agosto del 1965 Sartori inveisce contro il partito dalle alture di Malga Zonta denunciando il tradimento degli ideali della resistenza. Il discorso verrà stampato poi e diventerà fuoco per la propaganda e arricchirà il curriculum dello stesso Sartori ormai lanciatissimo nell’intrecciare rapporti politici con l’ambiente m-l, cosiddetto filocinese.

 

 

Dai primi anni 60 al 1968

 

 

Il programma di Alberto Sartori di impadronirsi della creatura politica che era in fase di costruzione, grazie alle febbrili attività di molti “emme-elle”, era già ben tracciato. Possiamo dire con un margine accettabile di errore che questo pensiero lo aveva inseguito per anni, da quando aveva cozzato contro la testa dura (e onesta) di Nello Boscagli (comandante della Brigata e poi Divisione garibaldina “Garemi”) e, sconfitto, aveva dovuto ritirarsi (per ordini superiori) in zone di scarso prestigio bellico.

 

 

Ora, nel 1966 vedeva arrivare ogni ben di Dio (si fa per dire, in altre parole opuscoli, riviste, fascicoli spediti da mamma Cina Popolare ai suoi seguaci italiani, gli “emme-elle” per l’appunto) da un posto al mondo così lontano dalle sue esperienze.

 

 

Sartori, osservatore attento e scrupoloso nei suoi sforzi per la costruzione di una grande casa che raccogliesse tutti gli “emme-elle” (marxisti-leninisti), vedeva la nascita di cellule entusiaste in Calabria ed in altre regioni del Sud italia. Sembrava che i contadini, proprio come in Cina, afferrassero anche sulla Sila la bandiera della rivoluzione proletaria.

 

 

Ma per “Carlo” (questo il suo nome di battaglia), uomo del Nord, era l’ambiente degli ex partigiani e al limite quello operaio, a dover contare per la costruzione del Partito anti-revisionista.

 

 

Pechino comunque, ben informata sulla grande confusione esistente tra i suoi seguaci italiani, preme su alcune figure di prestigio del mondo politico “maoista” di casa nostra, i DINUCCI, i PESCE, i MISEFARI, ecc. perché la smettano di litigare sul ritratto di Mao e si mettano attorno ad un tavolo decidendo in termini di tempo accettabili di fondare questo benedetto partito.

 

 

Il Servizio Segreto nostrano segue le trattative che si svolgono a Roma “…alle quali ha partecipato l’Ambasciatore d’Albania il quale ha agito quale portavoce del Presidente del Consiglio albanese, da poco rientrato dalla Cina…” [Centro di Controspionaggio di Napoli, rapporto “SEGRETO” dell’11 giugno 1966].

 

 

Cina più Albania, dunque, e poi la partita per spartirsi i finanziamenti, lo snodo strategico per costruire la casetta “emme-elle”.

 

 

Sartori è una calamita per i Servizi Segreti

 

 

Sartori adesso è sempre in giro per l’Italia, frequenta Livorno, dove c’è la sede dell’Associazione Italia-Cina e della consorella Italia-Albania. A Livorno ha modo di conoscere figure a lui più congeniali di qualche contadino calabrese, stringe rapporti “fraterni” con Dino Frangioni, “LINO”, “….che durante la Resistenza operò col grado di Colonnello nella zona tra Grosseto-Livorno-Pisa-Piombino-Viareggio, al comando della divisione partigiana “Livorno”…da tutti chiamato “generale” avrebbe di recente soggiornato in Cina per circa un mese…”[ Centro CS di Napoli – 6 luglio 1966 a firma del capitano dei CC Francesco Pezzino].

 

 

Sartori, che è stato “formato” in Algeria ed in Tunisia nel 1943 da ufficiali dell’Intelligence britannica, ha un sesto senso sia per i servizi di spionaggio che per i guai in genere. E a Livorno conosce, anche se di sfuggita, tale Giuseppe Mancuso Menotti, ex partigiano, calabrese, in arte “RODOLFO”, informatore del Servizio Segreto Militare (prende servizio proprio nel 1966).

 

 

Il SID, per giunta, fornisce al “fiduciario” (cioè l’informatore) gli indirizzi di persone fidate a cui rivolgersi in caso di bisogno. Comunque Alberto Sartori figura ai primi posti nella lista della spia ex partigiana. Alla quale, per finire il quadretto, il “generale” Dino Frangioni di Livorno assicura che “….in caso di bisogno gli verrebbe affidato il comando di una formazione col grado di capitano” [centro CS di Napoli, 6/7/66]. Ci sarebbe da ridere se non fossero cose serie e che avranno sviluppi di cui tener conto nella ricostruzione dei movimenti e della figura di Alberto Sartori.

 

 

“RODOLFO”, spia abile e motivata

 

 

Il SID invita il suo “fiduciario” o “fonte RODOLFO” a munirsi di passaporto, perché nell’ambiente della sinistra filo-cinese si comincia a frequentare l’Albania, anzi il “paese delle aquile” è considerato ambito luogo di vacanze per la casta nascente degli esponenti del mondo “emme-elle” e per le loro famiglie. Infatti, dopo un ricevimento all’Ambasciata albanese, viene formato “un gruppetto di 6 ex partigiani, 2 sindacalisti e 2 donne” (sic!).

 

 

“RODOLFO” informa il Centro che esiste un documento interno del partito (che, si noti, è ancora in formazione e si chiama Movimento marxista-leninista italiano) sul “caso Sartori”. Potrebbe riferirsi all’arresto di Alberto Sartori a Trieste in occasione di tumulti dopo una manifestazione operaia, e il relativo soggiorno in carcere per il nostro vicentino. Altri “casi” è difficile ipotizzare poiché Sartori è la pietra su cui viene fondata la chiesa marxista-leninista, a meno che qualcuno non abbia archiviato qualcosa sui trascorsi di “Carlo” e sulle dicerie di provenienza PCI.

 

 

Il 10 settembre 1966 la “fonte RODOLFO” porta a casa una buona informativa: “….Nell’azione di agganciamento svolta in campo nazionale in direzione di esponenti comunisti, pressioni sarebbero state esercitate sull’On. Pietro SECCHIA, il quale, avrebbe già preso contatti con elementi del Movimento e della citata Ambasciata”.

 

 

Il 17 settembre 1966 “RODOLFO” passa di successo in successo, le sue informative colpiscono nel segno. Infatti per quanto riguarda la struttura in via di formazione del nuovo partito ( il Congresso di fondazione è previsto per i giorni 14 – 15 – 16 ottobre 1966 a Livorno) viene presa una importante decisione dall’Ufficio Politico del Movimento.

 

 

Si tratta di accostare alla struttura pubblica dei dirigenti un’altra parallela e che dovrà essere tenuta segreta, composta da quadri  ex partigiani che dovranno costituire un vero apparato politico-militare. E’ una decisione che influirà moltissimo sulla vita di Alberto Sartori come vedremo nel corso dell’esame dei documenti del Servizio Segreto, che soprattutto per questo motivo non lo molla un attimo. Anche perché Sartori oltre a muoversi con disinvoltura nei meandri della nuova organizzazione (ma placcato sempre da “RODOLFO”) sembra proprio che sia diventato il principale finanziatore della trasformazione del periodico “Nuova Unità” da quindicinale a settimanale.

 

 

Da dove trae i soldi Alberto Sartori?

 

 

Ed è logico chiedersi a questo punto da dove tragga i soldi Alberto Sartori, dal gruzzolo che si è portato dal Venezuela? A questo proposito è bene leggere le conclusioni a cui arriva il prof. Aldo Giannuli, consulente della Magistratura, sulla figura di Sartori:

 

 

“Nel 1949 emigrò nel Venezuela e si sistemò con la famiglia a Caracas, dove divenne presidente di una società, la “Industria Metallurgica Caretera La Limpia Maracaibo”, che gestiva una fonderia. Rientrò in Italia nel 1958, in seguito alla rivolta popolare [strano che Sartori, un “comunista” scappi dal Venezuela proprio quando va al potere la sinistra democratica, nota di G.M.] che sconvolse quell’anno il Venezuela abbattendo la dittatura del colonnello M.Perez Jmenez…….

 

Circa i motivi del rimpatrio, si dice che egli abbia dovuto lasciare il Venezuela dopo che il consiglio di amministrazione della suddetta società I.M.E.C.A., già legata finanziariamente ad uomini di governo liquidati dal nuovo regime, lo aveva accusato di frode ed estromesso dall’azienda. Il Sartori sarebbe allora riuscito ad ottenere un congruo indennizzo a titolo di liquidazione, che poi avrebbe investito in Italia.

Nel dicembre 1958 rilevò, infatti, per circa nove milioni, una fabbrica di bauli, valigie e affini, sita in Noventa Padovana, presso cui lavoravano quindici operai…….” [Aldo Giannuli, cit.]

 

Acquista terreni nei pressi di Altavilla, vari immobili nelle vicinanze di Via Crispi, e per questo suo tenore di vita viene “investigato” dalla direzione del Partito Comunista.  

 

 

Si costituisce il nuovo partito comunista!

 

 

Il 14 ottobre 1966 a Livorno nel salone dell’Hotel Corsica, si riuniscono 121 quadri regionali del Movimento m-l che danno vita al nuovo partito. Fosco DINUCCI, uno dei dirigenti dell’Ufficio Politico, è molto chiaro: il PCd’I m-l dovrà preparare la rivoluzione proletaria di massa; per fare questo è necessario un partito di quadri, che si baserà sulla struttura delle “cellule” e dei “comitati cittadini di coordinamento”. Dopo i canonici appelli alla “vigilanza rivoluzionaria” (intanto uno dei delegati della Calabria è il noto “RODOLFO” ormai stimatissimo dai “compagni”) il congresso si apre alle dichiarazioni  dei delegati regionali.

 

 

Il vicentino Alberto Sartori trova posto nella commissione organizzativa assieme a un certo RISALITI, e al “generale” FRANGIONI. Poi legge il documento approvato dal congresso regionale del Veneto. Tutti hanno la spilla raffigurante Mao, medagliette arrivate apposta dalla Cina che danno un tono vagamente orientaleggiante all’adunata.

 

 

Non mancano nel rapporto di “RODOLFO” al Servizio Segreto dei particolari umani che offrono un quadro più divertente (e anche sgangherato) dei noiosissimi sermoni marxisti-leninisti. Visto che dall’alto della dirigenza si è toccato il tasto della “vigilanza rivoluzionaria” e che in sala è presente un membro del partito comunista spagnolo…..”per evitare l’identificazione (ovviamente da parte della Polizia, nota G.M.) nella notte tra il 15 ed il 16 è stato fatto dormire nello stesso letto – a due piazze – con Osvaldo PESCE, mentre nella notte successiva, tra il 17 ed il 18 gli hanno fatto occupare la camera prenotata da Pietro LA GAMBA il quale, uscito dall’Hotel Corsica, si è recato a dormire in un albergo nelle vicinanze della stazione ferroviaria..” [Centro di Controspionaggio di Napoli, rapporto del 21 ottobre 1966].

 

 

 

Quando prende la parola il compagno Alberto Sartori da Vicenza il congresso ha un sussulto. Sartori infatti con il suo stile un po’ da iettatore fa presente che se il nuovo partito dovesse fallire il proletariato non lo potrebbe perdonare. Poi termina affermando, totalmente privo di senso dell’umorismo, che il nuovo partito “….non dovrà essere mai abbandonato dalla vigilanza rivoluzionaria che dovrà essere esercitata dalle “guardie rosse”…”. “RODOLFO” annuisce.

 

 

Ma ormai Sartori non lo ferma più nessuno. Per lui è necessario “…indire un convegno di partigiani marxisti-leninisti, con la partecipazione di giovani i quali possono dare consigli ed indirizzi”. Travolge ogni ostacolo d’orario stigmatizzando che “…i partigiani sanno anche sparare se sarà necessario” ed auspica “la solidarietà tra tutti i partigiani come ai tempi della lotta in montagna…”. Finisce sempre più cupo: “…ogni compagno colpito deve essere da tutti aiutato”.

 

 

E’ una fortuna sia per Sartori che per i compagni viventi nella sala dell’Hotel Corsica che alle ore 14 il congresso si disponga per votare …ovviamente all’unanimità. Ma il 100 per cento non viene raggiunto. Ci si mette di mezzo un farmacista di Cosenza, Giuseppe RUSSO, che si dichiara contrario alla costituzione immediata del partito perché prematura.

 

 

Ma è il momento della festa, tutti si lanciano a fare baldoria, i “dirigenti” tra cui spicca sempre il noto Sartori, si appropriano del balcone dal quale espongono la bandiera con falce e martello. Alla faccia dei revisionisti! C’è pure la nota stonata del proprietario dell’Hotel Corsica che si arrabbia perché lo spettacolo dal balcone gli costerà come minimo una tirata d’orecchi da parte della Polizia.

 

 

Dopo il pranzo i lavori continuano e si finisce allo sfinimento. Dopo vari oratori riprende la parola ancora il nostro Sartori che scandisce come un medico di lunga esperienza: “Il Soccorso Rosso venga considerato come un mezzo organizzativo del Partito”. Segue l’elezione dei membri del Comitato Centrale tra cui troviamo il “noto” Sartori.

 

 

Sartori sale scalino per scalino e "Rodolfo" pure....

 

 

Dopo il Congresso di fondazione del partito si riunisce fuori da ogni clamore l’Ufficio politico che inizia a cambiare gradualmente gli assetti usciti dall’adunata. Intanto le commissioni si allargano o si restringono, cambiano i nomi, alcuni restano, altri semplicemente spariscono.

 

 

In Ufficio Politico ci si sente più a proprio agio, si è in pochi e quei pochi possono decidere. Infatti Sartori esce dalla commissione organizzativa ed entra nella commissione dei partigiani. I quadri dipenderanno dal “generale” FRANGIONI,  da SARTORI e da GRACCI Angelo. La caratteristica vera della commissione è quella di dare un assetto paramilitare a tutte le istanze ex partigiane del partito.

 

 

Nel frattempo l’ex partigiano Giuseppe Mancuso Menotti, “RODOLFO”, relaziona al Servizio che il suo nome è stato fatto all’ambasciatore d’Albania, Jordan PANI, poiché un dirigente del Partito conta di includere “RODOLFO” nel Consiglio Nazionale dell’Associazione Italiana per i rapporti culturali con l’Albania. Quindi se SARTORI sale anche “RODOLFO” non sta fermo [Appunto al Centro CS del 9 gennaio 1967].

 

 

Pochi giorni dopo quest’ultimo rapporto Alberto SARTORI  invia a Giuseppe Mancuso Menotti, “RODOLFO”, un cospicuo numero di volantini, stampati a Vicenza e diretti ai Partigiani dell’A.N.P.I. [14 gennaio 1967]

 

 

Della stessa data un altro rapporto sempre di “RODOLFO” informa che i “compagni” SARTORI, GRACCI e FRANGIONI continuano nel loro lavoro “paramilitare”.

 

 

Il 25 gennaio 1967 si profila il tentativo di “RODOLFO” di farsi nominare responsabile della commissione partigiani per la Calabria. In questo caso la “fonte” verrebbe a diretto contatto con l’attività “paramilitare” del trio Sartori-Gracci-Frangioni. “RODOLFO” avverte il cambiamento nella situazione politica del Paese e si sente in grado di fornire informazioni sempre più particolareggiate, sia sul “Fronte Antimperialista di Liberazione Nazionale” caldeggiato soprattutto da GRACCI e SARTORI, sia su iniziative di ancor più largo respiro e decisamente più pericolose.

 

 

Infatti i Centri CS registrano l’innalzamento dello scontro e redigono l’APPUNTO del 3 marzo 1968 che così recita:

 

 

“In occasione dell’imminente campagna elettorale, sono programmati in Italia atti terroristici che verrebbero attuati da elementi di altri partiti fratelli europei [“RODOLFO” intende partiti marxisti-leninisti filocinesi, nota G.M.] e, precisamente, belgi, francesi e spagnoli, che agirebbero su indicazione dell’apparato filocinese italiano. L’intervento di elementi stranieri si rende necessario per evitare che operino i filocinesi italiani che, se scoperti, potrebbero dare al governo nazionale il pretesto di proporre la messa fuori legge del PC d’Italia (m-l). Gli elementi italiani, a loro volta, agirebbero in azioni terroristiche in altre nazioni europee, se necessario. Risulta certo che a capo dell’apparato paramilitare dei filocinesi italiani è stato prescelto il compagno Alberto SARTORI il quale, tra l’altro, mantiene i rapporti con le organizzazioni similari degli altri partiti filocinesi europei”.

 

 

Le idee e le informazioni diventano sempre più chiare per gli uomini del SID tanto da mettere nero su bianco le seguenti considerazioni: 

 

 

SEGRETO

CENTRO C.S. DI NA.

N.4629  di prot.     NA., li 8 maggio 1968

OGGETTO: - Creazione di un “Fronte Internazionale Rivoluzionario”.

ALL’UFFICIO “D”     ROMA

Rif. Fn.04/7309/I del 22 marzo 1968.

Alla nostra fonte “RODOLFO” risulta che i partiti comunisti filocinesi di nazioni limitrofe sono collegati tra di loro per contatti diretti tra i rispettivi dirigenti, mentre i rapporti dei rimanenti movimenti filocinesi vengono mantenuti per il tramite dei partiti comunisti cinese ed albanese, a seconda che trattasi di partiti europei od extra europei.

Per quanto riguarda il P.C. d’Italia (m-l), alla fonte consta che i collegamenti diretti con i partiti fratelli francese, spagnolo e belga vengono tenuti dal noto Alberto SARTORI, il quale è anche indicato come il capo della “organizzazione militare” dello stesso P.C. d’Italia (m-l).

La fonte non esclude che, esistendo da tempo un “Comando Europeo” rivoluzionario, si sia ora passati anche alla costituzione di un “Fronte Internazionale Rivoluzionario” sul piano politico. Questione seguita.

IL TEN.COL. DEI CC. COMANDANTE DEL CENTRO – Antonio Cacciuttolo - 

 

 

 

I Convegni del Nord

 

 

E’ opportuno segnalare ai fini della nostra storia l’importanza per il futuro (i prossimi anni settanta) dei convegni nell’estate 1968 del Partito filocinese a Verona e a Padova. Il fatto politico può essere considerato “minore”, poiché appartiene alla vita delle formazioni marxiste-leniniste del tempo ma il fatto fisico e temporale è di tutt’altro spessore. Infatti nella stessa sala e nello stesso frangente di tempo si trovano gomito a gomito il futuro fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio (ancora fresco di studi dalla facoltà di Sociologia di Trento), Walter Peruzzi della rivista m-l “LAVORO POLITICO” e il nostro Alberto Sartori, sempre presente nell’allacciare rapporti e trarne informazioni utili (a lui o al suo partito è materia opinabile).

 

 

Che mille partiti si dividano!

 

 

Nei primi giorni di dicembre del 1968, in una cascina isolata nel mezzo della campagna lombarda, nei pressi del paesino di Rovello Porro (Como) un centinaio di militanti comunisti marxisti leninisti dopo un furibondo congresso decidono di separarsi e di dare vita a due frazioni del Partito Comunista d’Italia m-l: la prima frazione, che aveva voluto fortemente il congresso, si autonomina “linea rossa” e definisce ovviamente la frazione avversa “linea nera”.

 

 

Da una parte troviamo ANGIOLO GRACCI, DINI, e…Alberto SARTORI. E’ lui il vero regista dell’operazione anche se deciderà di lasciare Gracci al posto di comando. D'altronde il “capo militare” degli emme-elle aveva già abbastanza da fare in giro per la penisola e per l’Europa per contattare i gruppi dell’eversione maoista.

 

 

Alberto SARTORI infatti si getta a capofitto in questa nuova avventura che lo porta ad avere contatti sempre più stretti con gruppi molto radicalizzati: un esempio sono i G.A.P. di Feltrinelli, Molinaris, Curcio, ecc. A Sartori fanno capo molti compagni che lo investono anche di situazioni delicate, più che altro beghe di partito e crisi suscitate da rivalità personali, proprio come la scissione appena partorita che aveva diviso il gruppo dirigente.

 

 

Una nota della Questura di Roma, la n.° 050496/U.P./A.4.A. del 6 febbraio 1969 fornisce informazioni al Ministro dell’Interno e per conoscenza all’UFFICIO AFFARI RISERVATI, sul caos interno al Comitato romano del Partito maoista. Sartori viene citato parecchie volte nella nota della questura romana, a lui si rivolgono i militanti perché funga da “mediatore”.

 

 

Da “fonte qualificata” che informa il Ministro dell’Interno (in data 14 novembre 1969) si viene a sapere del viaggio in Cina di FOSCO DINUCCI, dirigente della “linea nera”, che ottiene dai compagni cinesi la conferma della “validità dell’indirizzo politico” della sua frazione (i cinesi scelgono la "linea nera"!; g.m.).

 

 

Questa presa di posizione dei “compagni cinesi” provoca uno sconquasso all’interno della “linea rossa”, che coinvolge sia Alberto SARTORI che Angiolo GRACCI. Quest’ultimo si dimette da segretario della frazione. Sartori, come abbiamo notato prima, mantiene solo formalmente i rapporti con il partito. Poi, pressato dai dirigenti, avvia un lavoro di ricucitura tra i due gruppi.

 

 

Ma la trattativa tra le due fazioni maoiste sono difficili, ne risentono anche le casse del partitino emme-elle, che non riescono più a far fronte agli impegni editoriali.

 

 

E qui Alberto SARTORI vuole giocare la sua carta d’ingresso nell’affare Litopress, sventolatagli dal duo LOREDAN-VENTURA, come mezzo per rimpinguare le tasche del PCd’italia (m-l) e le sue personali, devastate da una campagna politica troppo spendacciona al limite del dissesto.

 

 

Ma qualcosa si inceppa, la vita di partito di Alberto Sartori non è più la stessa degli anni passati, non c’è più l’entusiasmo del 1966-67, non il lavoro frenetico del 1968, ora con il nuovo anno, il 1969, Sartori è più propenso a tirare i remi in barca. Si deve ricordare che proprio nei primi mesi fino all’aprile, Sartori riceve “segnali” dal Conte Pietro Loredan, segnali che lo porteranno al famoso incontro di Napoli, quando Pietro Loredan e Giovanni Ventura proporranno a Sartori un progetto editoriale.

 

 

Con il 1969 è tutta un’altra storia…

 

 

Sartori nel 1969 risiede a Napoli. E’ il direttore di una azienda, la SAMOPAN, che appartiene alla P.O.A. (Pontificia Opera di Assistenza), è in contatto con Mariano RUMOR, tramite oscuri intermediari, non si capisce bene se lavora per la ditta o se sta scavando la fossa, da buon infiltrato, alla gestione democristiana dell’economia locale.

 

 

E’ una storia complessa di intrallazzi DC, di “scandali”, cioè di corruzione, in cui vengono coinvolti nomi grossi del mondo industriale. E’ il famoso (per quei tempi) “scandalo di Assisi”. A noi ci interessa però la figura di Sartori che ancora una volta si trova al centro di una storia in cui si mischiano corruzione e politica nazionale. Rumor in quel periodo sta pensando ad un secondo partito cattolico, in realtà sono velleità, ma i rapporti informativi che Sartori raccoglie non si capisce esattamente se arrivano alle orecchie del PCd’I m-l o se si perdono per altre strade.

 

 

Comunque nel mese di aprile 1969 SARTORI ha già avuto il suo primo approccio con il conte Loredan e con il fascista di “sinistra” Giovanni Ventura (Si veda nota 1). E comincia a respirare un’altra aria. E’ pieno di debiti, non è tranquillo, le beghe della scissione (stando sempre alla sua testimonianza) gli hanno prosciugato il conto in banca. Sembra frastornato e bisognoso di soldi. A tutti i costi. E la proposta dei due volponi del mondo  eversivo fascista (Loredan e Ventura), presentatisi come due “compagni”, ha la forza di far cambiare pagina alla sua vita.

 

 

Il SID gli sta sempre dietro. Si pensi che il Colonnello SLATAPER, direttore di un centro di Controspionaggio del settentrione, arriverà a dire che loro sono arrivati alla cellula di Freda e Ventura seguendo le orme di Sartori. E’ certamente una esagerazione, perché il Ministero dell’Interno e anche il SID di Freda e Ventura sanno già parecchio, ma la frase dell’ufficiale fa capire bene come le cose siano state seguite e come i rapporti siano stati visti come “allacciati”.

 

 

E’ per questo che le giustificazioni a posteriori di Sartori a Gracci, per gli investigatori, sono “false” e totalmente costruite ad arte per impedire ai “compagni” di farsi troppe domande sulla vicenda dell’entrata di SARTORI nella compagnia di giro che farà nascere la LITOPRESS ( la casa editrice finanziata da Loredan e da Ventura, sotto l’occhio vigile di Franco Freda, il nazista padovano).

 

 

Siamo dunque nei mesi della primavera del 1969. Si stanno gettando le basi, da una parte e dall’altra, di una strategia di destabilizzazione del Paese. SARTORI viene richiesto dai due fascisti in incognito perché è una chiave che apre le porte del mondo della “sinistra extraparlamentare”. Il nostro ex partigiano è pure “responsabile militare” di un meccanismo trasversale che unisce settori disparati della sinistra.

 

 

Tutti parlano di “rivoluzione”, in quei mesi del ’69, Feltrinelli scriverà addirittura un opuscolo sui pericoli di un golpe, a destra si organizzano gli attentati, a sinistra si fa lo stesso ma si predilige la raccolta di armi che devono servire “al più presto”. E quindi tutti gli avvenimenti che andiamo a raccontare devono essere visti sotto questa luce: una grande confusione ma anche una grande commistione in cui gruppi di vario tipo si scambiano segnali e ricevono finanziamenti.

 

 

I servizi segreti sono al lavoro: quelli italiani puntano sui gruppi anarchici, se li lavorano, li infiltrano, inseriscono personaggi di estrema destra e pianificano le risposte al sommovimento sociale e sindacale.

 

 

SARTORI non è estraneo a quello che gli succede intorno, avverte l’aria pesante, le sue antenne registrano il lavorìo del “nemico”. Per noi il problema, con il senno di poi, è di capire qual’è il “nemico”, se ce n’è uno.

 

 

Va da sé che l’aggancio effettuato dalla coppia diabolica di Loredan e Ventura non è certo un fatto marginale. Qui occorre dire che Sartori sicuramente “avverte” qualcosa, ma ci passa sopra per motivi personali. Se ci saranno sorprese si cercherà di gestire la situazione. Ormai è la disillusione nel movimento marxista-leninista che condiziona in fondo le sue scelte, altrimenti dovremmo pensare che accetti le proposte del duo eversivo-fascista perché consono ai suoi programmi di “avventuriero”.

 

Ma restiamo ai fatti. A Napoli, come abbiamo accennato, arrivano il conte Pietro Loredan e Giovanni Ventura. Obiettivo: accalappiare Alberto Sartori, persuaderlo che l’affare della editrice Litopress è vantaggioso per tutti, per lui, per il partito (linea rossa, in fase discendente all’aprile 1969), per la cellula nera di Freda-Ventura che “acquista” un contatto buono per avere uno spazio di infiltrazione nella sinistra extraparlamentare.

 

 

Diverse le versioni di quel giorno. Sartori afferma che i fatti si svolsero così: Loredan parla e riparla della questione, Ventura viene presentato come “Signor ALBERTI”, Ventura resta muto, Loredan impone sempre al Ventura di tirar fuori le “schede segrete”, per dare un ulteriore contentino a Sartori. E questi ci casca poiché afferma nella lettera a Gracci che le “schede” gli apparvero come un grande tentativo di provocazione, cosa da servizi segreti.

 

 

Di tutt’altro avviso la coppia eversivo-fascista di “sinistra”. I “compagni” Loredan e Ventura parlano dell’affare, Ventura e Sartori ad un certo momento si appartano e Loredan va a fumarsi una sigaretta. Le “schede” non vengono mostrate subito ma dopo un mese circa, anche se è lecito dubitare che qualche foglio non sia stato visto da Sartori in quel giorno. Il trio poi si muove e torna nel Veneto in aereo per concordare meglio le mosse contrattuali.

 

 

Comunque dopo il 29 aprile 1969 tutto è in movimento. Si muove pure il Centro di Controspionaggio di Padova che riassume i fatti accaduti nel mese di maggio, relazionando ai Servizi tutte le mosse del Sartori. 

(vedi le note del Controspionaggio)

 

 

Piero, il Conte “rosso”

 

 

Lasciamo per il momento Sartori e andiamo ad esaminare più da vicino chi è il suo nuovo amico, il Loredan Piero di Venegazzù, personaggio sia geniale che bislacco.

 

 

Ricco, dotato di un carattere volitivo e forte ma al contempo emotivamente portato a collere incontrollabili e per questo considerato “il matto” dalla voce popolare, Piero Loredan era considerato anche “il conte rosso”, poiché sembra proprio che si sia guadagnato gli allori di “partigiano” sulle alture del Montello nella guerra di liberazione. Ma sulle sue mostrine di “partigiano” luccicano, a parte, le insegne dei fascisti. Sembra un destino comune per molti uomini troppo estremisti che si agitano nelle fila della resistenza. Comunque sia nel dopoguerra il Conte si laurea in legge a Padova, ma non si mette a lavorare, la sua passione è la caccia con il falcone. Non trascura però le sue proprietà. Anzi si dà da fare per valorizzarle al punto che, nonostante difficoltà finanziarie iniziali, riesce a produrre vini di qualità eccellente.

 

 

Ai vini e alle coltivazioni agricole aggiunge pure la gestione di un ristorante, “La Falconera”, che in breve diventa un centro di attrazione e di mondanità per decine e decine di intellettuali (di sinistra o presunti tali), di registi cinematografici (Pietro Germi durante le riprese del suo film “Signore e Signori” era di casa alla “Falconera”).

 

 

Tra gli intellettuali si distinguono Goffredo Parise che, a detta della compagna di Loredan, Anna Maria Pivetta, nutre le stesse idee politiche del Conte, che frequenta per certi periodi anche assiduamente. Tanto che, con le mutate situazioni politiche degli ultimi anni sessanta (1967-68) Parise si infila nella compagnia di Loredan per visitare l’Albania, da cui trarrà poi un reportage apparso sulle colonne del Corriere della Sera.

 

 

Per la verità Goffredo Parise puntava all’Albania per motivi professionali e per la sua curiosità esistenziale, mentre Loredan esprimeva tutta la sua anima medioevale praticando la caccia con il falcone che si era portato da casa.

 

 

Oltre a Goffredo Parise troviamo un altro scrittore veneto, Giovanni Comisso, già assai celebre in quegli anni, che abitava ad un passo dall’abitazione dello scrittore vicentino. Era un giro vorticoso e spensierato, a parte Parise che procurava un senso di angoscia alla compagna di Loredan, per il suo carattere introverso, taciturno e profondamente malinconico. Tanto Parise era malinconico quanto Comisso era estroverso e portato alle gioie della vita.

 

 

Il Conte non è più lui!

 

 

Loredan, in quei tempi (siamo alla vigilia del 1968, della rivolta studentesca, in Europa ed in Italia in particolare) si sta trasformando politicamente. Non più missino, non più esponente di “Ordine Nuovo” ( o per lo meno mette in sordina la sua militanza di destra mimetizzandosi) ma fervente maoista, si apre alle nuove istanze politiche, a modo suo mescolate con sprazzi di fascismo o di nazismo a seconda degli interlocutori o dei suoi momenti di rabbia incontrollabile. “Sarà anche un matto – dirà poi un ufficiale dei Carabinieri – ma è talmente intelligente che lo sa fare anche troppo bene..”

 

 

Il Conte, Sartori e i partigiani plagiati…

 

 

Resta il fatto che “il matto”, Pietro Loredan, il “Conte rosso”, pur mantenendo i contatti con l’ambiente di “Ordine Nuovo”, a cui lo lega la conoscenza con Ventura, acquisita nel 1967, imprime improvvisamente una svolta alla sua vita. I suoi discorsi incendiari diventano adesso spudoratamente “eversivi”, le discussioni sempre più accalorate, contro tutto e tutti, soprattutto il potere costituito. Loredan comincia a parlare di maoismo, di unità d’azione tra fascisti e comunisti rivoluzionari, di rivoluzione senza aggettivi.

 

 

Conosce Giovanni Ventura e, come abbiamo già accennato, lo tira dalla sua parte, anche se sa perfettamente che il giovane libraio di Castelfranco, già missino, è da anni in stretti rapporti con Franco Freda, giovane nazista, procuratore legale di Padova, che ha il pallino di seminare terrore e confusione politica.

 

 

Ventura significa molto per Loredan, finalmente ha una spalla valida per portare avanti le sue idee rivoluzionarie “senza barriere ideologiche”. Entrambi si trovano bene nei panni dei provocatori e stilano un programma di infiltrazione. Loredan, di suo, ci mette la passata esperienza partigiana, vera o falsa non importa, l’importante è che siano possibili rapporti di avvicinamento politico con frangie di ex partigiani scontenti della politica del PCI e in odore di rottura con il partito.

 

 

Prende così forma una sorta di movimento ancora “provvisorio” formato da alcune decine di persone, alcune fasciste ma mimetizzate (il Ventura ad esempio), altre di estrazione partigiana, le quali si riuniscono per discutere, per cercare di opporre una resistenza al tentativo delle destre di impadronirsi del potere.

 

 

Il contatto a Vicenza in Via Milano

 

 

E’ per questo motivo che, anche stando alla testimonianza di Alberto Sartori, il Conte Loredan un bel giorno (siamo nel maggio del 1968) sale sulla sua Porsche coupè e a tutto gas si avvia verso Vicenza, esattamente in Via Milano dove ha sede l’ufficio di rappresentanza dell’ex partigiano Alberto Sartori ed ex quasi numero uno del Partito Comunista d’Italia (m-l) “linea rossa” (visto che il partitino maoista aveva già trovato il tempo per dividersi).

 

 

Loredan si presenta a Sartori, il Conte è come sempre trafelato e confusionario, ma alcune cose le dice in modo chiaro. Propone a Sartori di presenziare a delle riunioni con altri ex partigiani per “opporsi al pericolo fascista”. Le riunioni  - sottolinea Loredan – sono già state tenute ma c’è il bisogno di stringere i tempi, di dare concretezza a discorsi che altrimenti resterebbero vaghi e inconcludenti. Per questo ci vuole Sartori, considerato un ottimo comandante.

 

 

Ci sono tutti gli ingredienti per stuzzicare l’amor proprio di Alberto Sartori ma, nella sua lettera a GRACCI (a memoria scritta il 5 maggio 1971 col senno di poi), il dirigente della “Linea rossa” (la parte minoritaria staccatasi dal Partito Comunista d’Italia m-l per dissensi o giochi di potere) specifica che il Loredan fu accolto da lui con diffidenza, e che quei discorsi in qualche maniera lo avevano allarmato tanto che seguì (all’uscita di Loredan) il Conte e lo vide prendere la sua Porsche e volare via a tutta velocità. Ma Sartori, abituato come “uomo di mondo” a non stupirsi dell’agiatezza altrui, non misurò l’uomo dalla sua macchina ma dalle informazioni.

 

 

Scatta l’allarme o Sartori lascia fare?

 

 

Per uno come Sartori è verosimile che sia scattato il meccanismo di allarme, infatti il nostro ex partigiano scrive subito al “colonnello “ Marconcini di Este per avere notizie più dettagliate. Sia il Marconcini che altri dell’ambiente partigiano gli forniscono ottime credenziali su Loredan.

 

 

Il Conte da parte sua fa di tutto per portare Sartori nella sua cerchia. Ma fa degli errori, piccoli ma significativi. Offre solidarietà al Sartori reduce da un arresto a Trieste per aver guidato uno sciopero operaio e lo tampina per oltre un mese parlandogli di esperimenti agricoli, di razzi antigrandine da trasformare in armi vere e proprie, ecc. Troppo e soprattutto tutto in una volta. Così anche le sue offerte di finanziamento del partito trovano il tempo che trovano. Passano i mesi, passa l’inverno e alla vera svolta dei rapporti con Sartori ci si arriva nell’aprile del 1969.

 

 

Qui le versioni non collimano. Davanti ai giudici, poi, sia il Sartori che il Loredan ricostruiscono questo periodo in modi diversi. Loredan afferma che rapporti con Sartori c’erano già stati (è vero: ma nel 1968), Sartori afferma invece che il rapporto con Loredan riprende il 28 aprile del 1969 tramite una telefonata dello stesso. Sartori era a Napoli (lavorava come dirigente presso la ditta SAMOPAN gestita dal Vaticano e dalle correnti della DC, Rumor per intenderci) e Loredan era a Venegazzù (Treviso), a casa sua.

 

 

Ma i verbali firmati da Loredan alla presenza del giudice D’Ambrosio il 20 giugno del 1973 testimoniano una realtà diversa – sempre secondo la versione di Loredan ovviamente. In breve il Conte avrebbe finanziato il Partito Comunista d’Italia m-l, almeno una volta, per la somma di lire 500.000.

 

 

Loredan con il giudice D’Ambrosio non sembra in cerca di scuse sofisticate, parla un linguaggio semplice: “Sono stato con Sartori, portavo in giro opuscoli di propaganda per tutto il Veneto”. “Questo lo sanno tutti”. Poi: “Ero ossessionato da Sartori che continuava a chiedermi soldi”. Quindi la versione di Sartori, che si basa su pochi elementi di contrasto, tutti giocati sui discorsi fatti da Loredan appare molto interessata. Molto probabilmente Sartori salta a piè pari tutto il periodo dal maggio 1968 all’aprile 1969. In mezzo cosa è successo? Loredan dice che ha fatto il galoppino per il partito, Sartori tace su questo.

 

 

Il verbale ci racconta una storia…

 

 

Il Conte nel rivangare il passato è molto stringato, ma quel che conta è quello che dice. Per questo è assai interessante dare una scorsa a parte del verbale che Loredan rilascia al Giudice Gerardo D’Ambrosio il 20 giugno del 1973.

 

 

“……Per quanto riguarda il rapporto con Sartori faccio presente che subito dopo l’alluvione io mi recai ad Asolo e poi a Seren per organizzare dei soccorsi alle famiglie dei partigiani. In tale occasione mi incontrai con alcuni partigiani collegati a Toni Bavaresco. Detti partigiani mi mostrarono un giornale sul quale era pubblicato un articolo a firma Sartori che faceva un’analisi della situazione politica molto vicino alle mie idee. Il giornale era “Malga Zonta”. Un giornale edito dai partigiani di Vicenza.

 

Sartori diceva che gli ideali della resistenza erano stati traditi; che nessuno aveva combattuto per ottenere questo mondo; accusava il partito comunista di stare al gioco della borghesia e prospettava la necessità di orientare le forze sane del paese verso obiettivi nettamente diversi.

 

Poiché rimasi colpito dallo scritto di Sartori pregai Marconcini di prendere contatto con il Sartori e di farmi avere un incontro con lui. A riprova di quanto ho affermato esibisco la lettera datata 10 maggio 1968 diretta da Sartori a Marconcini, lettera che è stata a me consegnata dal Marconcini medesimo.

 

Dopo qualche tempo, un paio di mesi credo, mi presentai io stesso da solo a casa di Sartori a Vicenza, a nome di Marconcini. Ricordo che Sartori dopo i primi convenevoli mi disse subito: “Guarda Loredan che quelli del partito comunista dicono che io sono un agente della CIA”. “La cosa è assolutamente falsa, comunque ho ritenuto mio dovere avvertirti subito”.

 

Andai dal Sartori per dare la mia adesione alla sua linea politica e per cercare insieme di ottenere un seguito cospicuo alla linea politica stessa. Sartori circa un paio di mesi dopo mi dette incarico di prendere contatto con i partigiani del Bellunese per approfittare della situazione verificatasi di dissenso dei partigiani stessi dalla linea del Partito Comunista. L’incarico mi fu dato dal Sartori in quanto egli intendeva fondare in quella zona una sezione del partito “Marxista-leninista”. In altri termini il mio compito era quello di assumere in loco informazioni sull’esistenza di un effettivo dissenso per dare la possibilità al Sartori di valutare l’opportunità di aprire una sezione. Dopo aver svolto questo servizio per conto del Sartori egli mi affidò la diffusione per la provincia di Treviso di stampati del movimento. Gli stampati li ritiravo direttamente a Vicenza e poi a Pordenone da un certo ZANON.”

 

 

La preparazione dell’incontro di Napoli…e la Litopress

 

 

E' sempre il Giudice Istruttore d'Ambrosio che ci permette di ricostruire il periodo del contatto di Napoli con Sartori. Sentiamo cosa ha da dire il Conte.

 

Giudice Istruttore: E’ vero quanto affermato da Sartori e cioè che lei si recò a Napoli il 29 aprile ’69 insieme a Ventura?

Loredan: Non ricordo la data però è vero che mi recai a trovare Sartori a Napoli insieme al Ventura.

G.I.: E’ vero che presentò Ventura a Sartori con il nome del “signor Alberti”?

Loredan: Non è vero. Presentai Ventura con il suo nome. Del resto lo stesso Sartori riconosce che andai per proporgli un affare editoriale e quindi è assolutamente assurdo che io presentassi Ventura con un falso nome quando questo doveva poi lavorare con lui.

G.I.: Potrebbe darsi che il Ventura prima di rivelare la sua vera identità al Sartori volesse essere sicuro che questi accettasse l’offerta. Comunque mi dica se fu in quella occasione che lei consegnò al Sartori i documenti segreti?

Loredan: Non è vero. Il primo rapporto lo consegnai al Sartori circa due mesi dopo. E gli consegnai poi gli altri due in successive occasioni, man mano che il Ventura me li consegnava. L’ultimo glielo detti subito dopo l’Epifania del ’70.

Il primo rapporto riguardava l’organizzazione “Hilderberg” (in realtà Bilderberg, g.m.), il secondo riguardava “la situazione generale italiana” in particolare l’azione della destra, di alcune forze cattoliche e di gruppi economici americani, ed era molto voluminoso. L’ultimo infine riguardava i fatti del 12 dicembre 1969.

Io avevo chiesto al Ventura di procurarmi notizie attraverso il suo canale ed egli mi consegnò questo rapporto. Il rapporto aveva le stesse caratteristiche degli altri due. Era molto succinto. In esso si diceva che gli attentatori erano stati addestrati dalla CIA in un campo vicino a Heidelberghen.

Gli attentatori erano cinque, avevano collocato le bombe e subito dopo erano rientrati alla base in Germania. Ricevetti il rapporto intorno all’Epifania 1970.

Questo rapporto come gli altri li detti al Sartori e non ne ho conservato copia. Comunque sono certo che aveva la stessa sigla degli altri cioè iniziava con il “K”.

Ricordo che il Ventura diceva di strappare la parte siglata prima di consegnarli al Sartori.

G.I.: Posto che lei si recò a Napoli il 29.4.69 insieme al Ventura per proporre l’affare editoriale al Sartori mi dica come Ventura le parlò di questo affare, perché lei decise di aiutarlo, perché infine, andaste da Sartori?

Loredan: "Ventura che non si era fatto vivo con me per circa sei mesi si presentò alla “Falconera” insieme ad altra persona romana di circa 40 anni, di statura bassa, tarchiata, col viso rotondo, capelli neri. Il ventura mi mostrò dei documenti relativi ad una azienda tipografica dicendomi che era opportuno costituirla avendo essa praticamente il lavoro assicurato in quanto già dei contratti editoriali erano stati stipulati, non ricordo se dalla LERICI o dalla CURCIO, e forse da tutte e due, per diversi miliardi.

Mi disse pure che avrebbe avuto come socio Gamacchio della LERICI, amico di MANCINI, e che pertanto il lavoro sarebbe stato sicuro. Poiché Sartori continuava a pressarmi con richieste di denaro, pensai che questa fosse l’occasione buona per finanziare il movimento marxista-leninista senza eccessivi fastidi personali.

Pretesi pertanto come condizioni per il mio interessamento che nell’amministrazione dell’azienda dovesse essere inserito Sartori".  

 

Il Conte afferma che prima di contattare Sartori a Napoli vi fu un incontro con imprecisati signori.

 

"La persona che venne insieme al Ventura mi fu presentato come uno di coloro che avevano interesse alla costituzione della casa editrice. Fu quella che tirò fuori dalla borsa i contratti già stipulati dalla LERICI e dalla CURCIO, contratti che avrebbero dovuto essere rilevati dalla costituenda società. Sono sicuro che questo incontro avvenne qualche giorno prima, o meglio qualche tempo prima che io e il Ventura ci recassimo a Napoli per incontrare il SARTORI. Ventura e il suo accompagnatore si fermarono a cena al mio ristorante “La Falconera”.

 

Il Ventura era accompagnato soltanto da quel signore. In altra occasione nel luglio-agosto 1969 (ricordo che faceva caldo) e probabilmente di sabato, Ventura venne da me con un gruppo di altre persone, sei o sette, fra cui certamente dei romani (come ho capito dall’accento). Ventura me li presentò come giornalisti e critici d’arte; si fermarono a cena nel mio ristorante; si parlò anche dei programmi editoriali del Ventura.

 

Non ricordo se fra questo gruppo c’era pure l’accompagnatore del Ventura dell’aprile. Per tornare all’incontro dell’aprile, fu proprio dopo di esso che ci decidemmo io e il Ventura a recarci a Napoli dal Sartori. Telefonai a casa del Sartori a Vicenza per avere il suo indirizzo di Napoli. Partimmo per Napoli il 29 aprile in treno. Mettemmo il Sartori al corrente dell’iniziativa editoriale; comunque lasciai soli Ventura e Sartori in quanto li ritenevo più esperti di me nell’organizzare quel tipo di attività; si trattava dell’esercizio di un’impresa commerciale i cui proventi dovevano servire a finanziare il partito politico del Sartori.

 

Da Napoli tutti e tre prendemmo l’aereo ed atterrammo all’aeroporto di Tessera. Avendo bisogno di finanziatori per il progetto editoriale pensai di ricorrere all’avallo del mio amico Giorgio GUARNIERI di Trieste, già medaglia d’argento nel periodo partigiano ed industriale cartiero.

 

La sua firma di avallo sarebbe stata gradita alle banche. Guarnieri era conosciuto come uomo di notevole apertura mentale; e difatti quando gli parlai del progetto si mostrò disponibile. Quando vide i dettagli del progetto si decise all’operazione, ciò avveniva nell’estate del ’69. La realizzazione del progetto fu qualche mese successivo, intorno al novembre ’69.

 

Io e Guarnieri fungemmo da avallanti; sul momento non facemmo nessuna ipoteca sui beni del Ventura perché effettivamente non avevamo ancora sborsato denaro. Quando la situazione economica della “LITOPRESS” precipitò io e Guarnieri fummo chiamati a rispondere; in quel momento accendemmo l’ipoteca sui beni immobili della famiglia Ventura; a tutt’oggi io personalmente ho già sborsato 17 milioni, per pagare i debiti dell’impresa. Credo che il Guarnieri abbia sborsato anche di più" (da testimonianza a D’Ambrosio, cit.).

 

Ci si avvia verso la tragedia...

 

In questa parte del nostro racconto vogliamo recuperare ancora una volta ALBERTO SARTORI che abbiamo lasciato a Napoli a continuare il suo lavoro presso la ditta SAMOPAN.

 

 

La vigilanza di Polizia e Carabinieri non si è allentata, anzi tutte le sue mosse vengono ovviamente registrate. 

 

“E’ solito spostarsi a bordo di auto Wolkswagen, targata NA 381140 di proprietà della Ditta, guidata da un dipendente dell’opificio…Dalla riservata vigilanza non è emerso che il SARTORI abbia preso contatti con esponenti del locale Comitato Provinciale del Partito Comunista d’Italia (m-l) e con elementi appartenenti ad altri movimenti estremisti, né è stato notato partecipare a manifestazioni da questi organizzate”[Questura di Napoli].

 

 

Come abbiamo osservato la “scissione” (tra linea rossa e linea nera) ha avuto i suoi effetti e in più SARTORI adesso ha altro per la testa. Ci sono VENTURA  e LOREDAN, con il loro carrozzone Litopress, i debiti che bussano alla porta, la voglia di mettere le mani sulle “schede segrete” e via di questo passo.

 

 

E infatti inizia una vera gara a chi scrive di più tra VENTURA  e SARTORI, ma la gara è già persa in partenza per l’editore trevigiano, sarà sempre SARTORI a inondarlo di lettere, ora (per questi primi tempi in cui inizia l’avventura Litopress) il tono delle lettere dell’ex partigiano è corretto, quasi affettuoso (fa presente però che si deve parlare anche delle sue percentuali), poi arriva il momento del contratto, nel mese di novembre 1969 e inizia pure una girandola di cambiali fra Ventura e il nuovo socio.

 

 

Da Napoli SARTORI scrive a Ventura e gli propone di mettere a disposizione addirittura il suo ufficio di Milano. 

“Conto di riprenderne pieno possesso (dell’ufficio, nota di G.M.) con il prossimo gennaio, data a partir dalla quale, come annunciatoVi, disporrò di 3 settimane al mese avendo assunto impegni a Napoli per non più di una settimana mensile, sempreché mi convenga accettare la proposta di LIQUIDATORE della SA.MO.PA.N. –  il chè mi lascia molto perplesso se mi dovessi impegnare a fondo con il lavoro LITOPRESS. Il Conte LOREDAN (ma non era diventato un “compagno” avendo tirato fuori anche soldi? Nota di G.M.) insiste affinchè io pianti Napoli e mi dedichi completamente al lavoro LITOPRESS…”.

 

 

E pensare che il 25 novembre 1969, data della lettera inviata da SARTORI a Castelfranco, il VENTURA è pieno di impegni fino al collo. Dopo le bombe dell’agosto, in cui ha dato il meglio di sé, ora ha la grana dei temporizzatori, tallona Freda perché si sbrighi a capirci qualcosa, segue le “lezioni” di FABRIS, l’elettricista che segue il duo eversivo e che si terrà per sé per almeno vent’anni questo piccolo particolare: l’aver insegnato il giochino dei timers a Freda e a Ventura, cosa che si era cucita in bocca dopo aver ricevuto minacce (Ma questa delle minacce è una storia che avviene un po’ più tardi).

 

 

In ogni caso la “cellula” che ha legami con MAGGI, ZORZI e CARLO DIGILIO non dovrebbe avere problemi per quanto riguarda la “tecnica” degli esplosivi, è solo forse una questione di “autonomia”, un vezzo di Freda di capirci qualcosa, magari per la solita questione di prestigio all’interno dell’area di Ordine Nuovo.

 

 

Il 1° dicembre SARTORI ritorna all’attacco distogliendo VENTURA dai suoi incubi quotidiani. “Ho ricevuto i tre assegni per l’importo richiestoVi di lire 1.000.000 (un milione) quale anticipo-prestito sugli affari che mi avete incaricato di procacciarVi”.

 

 

E qui SARTORI dimostra che ha fatto qualcosa, ha stretto rapporti con la signora UGGE’, che gli ha spianato la strada per affari con stamperie lombarde. Snocciola nomi e recapiti. E poi dice: “Tenete presente la disponibilità del mio ufficio di Milano….dopo averVi dato le dimostrazioni di efficienza di cui sopra”.

 

 

Segue un periodo veramente caldo per VENTURA, che come minimo è al corrente di tutto quello che bolle nella pentola di FREDA, di MAGGI, di ZORZI, di STEFANO DELLE CHIAIE, e compagnia. Questi sono giorni in cui non ci sono documenti (almeno non con quella abbondanza di cui abbiamo trattato) e le persone citate viaggiano e discutono, prendono gli ultimi accordi prima che arrivi il 12 dicembre di Milano.

 

 

Per il 12 dicembre non ci sono rapporti scritti ovviamente, è sufficiente il suono delle ambulanze milanesi per ricordare che l’”organizzazione piramidale” (come VENTURA dirà poi a LORENZON) ha colpito, e duro. Ventura se ne torna a Castelfranco, provato. E qui inizia la parte drammatica di questa storia, in cui i protagonisti inscenano una tragica messinscena. Ognuno gioca le sue carte. Ognuno ha dietro a sé dei silenziosi sostenitori che suggeriscono, coprono, indirizzano, sussurrano.

 

 

Intanto gli avvenimenti politici seguono la loro strada. Che è una strada irta di pericoli e di pressioni eversive al limite dello “stragismo preannunciato”. Parliamo ovviamente della destra eversiva che ha avuto il 18 aprile 1969 in Padova un appuntamento notturno a cui non hanno mancato i big dell’estremismo neo-nazista. Franco Freda, Marco Pozzan, Ivano Toniolo, il cognato di Freda, Balzarini, e il capo di “Avanguardia Nazionale”, il romano Stefano Delle Chiaie, con altri, si ritrovano nella città del Santo per mettere a fuoco la strategia eversiva in attesa dell’autunno sindacale.

 

 

Giovanni Ventura non partecipa alla riunione ma è “a disposizione”. L’indomani viene ragguagliato da Freda sugli esiti concreti della riunione, sulle decisioni “operative” che a breve dovranno trovare espressione in attentati dinamitardi in varie località della penisola.