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La crisi delle religioni contemporanee. Verso una nuova concezione di Dio

 

di Gianni Giolo

 

(segue dalla prima pagina)

La conseguenza è che “chi non è in grado di esibire questi simboli e di celebrare questi riti è fatto immancabilmente oggetto di irrisione e di disprezzo quale disonorevole elemento di un omologato contesto sociale”.

Già negli anni Novanta il vicentino Gian Antonio Stella, nel suo best seller “Schei” (1997),  aveva parlato di “progressivo sgretolamento dei valori cattolici” di una delle città più religiose d’Italia. Stella citava Padre Alex Zanotelli secondo il quale “la Chiesa veneta, al di là delle affermazioni di principio, è stata tipicamente funzionale a un certo sistema di Dio Denaro” e il sociologo Enzo Pace per il quale “la religione resta un genere di conforto di largo uso, ma la tendenza tutta moderna delle persone del nostro tempo a “far da sé”, anche nella costruzione dei sistemi di credenza, comincia a farsi strada nell’apparentemente stabile e confortevole società vicentina” e concludeva: “E’ venuta meno quella pressione dogmatica della Chiesa cattolica come veicolo di regolamentazione-legittimazione dei valori morali e dei comportamenti. Si è dissolta l’intransigenza con la quale i cattolici praticanti seguivano i dettami del pulpito”.

 

Per Stella Vicenza era caduta nel “relativismo etico” e di questo relativismo sarebbe una conseguenza il fatto accaduto in una scuola della città che ha visto un ragazzino picchiato dai compagni perché non vestiva griffato. L’episodio dà al quotidiano della Santa Sede il destro per affermare che “coloro che fanno del vestito una parte principale di se stessi, finiranno in genere, per non valere più dei loro abiti.

 

 

Considerati i loro nobili interessi, c’è da giurare che mai i piccoli borghesotti vicentini saranno in grado di capire quanto messo in evidenza già da Ovidio, che cioè la persona sfarzosamente abbigliata “è la più piccola parte di se stessa”.

 

Come ha detto il card. Martini a Padre Georg Sporschill: «La Chiesa è stanca, nell'Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l'apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (...) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell'istituzione”.

 

 

«Padre Karl Rahner usava volentieri l'immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell'amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? 

 

Io do tre consigli molto forti contro la stanchezza della Chiesa. Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a intraprendere un cammino di conversione. Le domande sulla sessualità e su tutti i temi che coinvolgono il corpo ne sono un esempio. Questi sono importanti per ognuno e a volte forse sono anche troppo importanti. Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale.

 

 

La Chiesa è ancora in questo campo un'autorità di riferimento o solo una caricatura nei media? Il secondo la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici.  Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti. Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all'interiorità dell'uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti.  

 

 

Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l'indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e una famiglia riescono.

 

 

L'atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l'avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce. Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della Comunione noi preghiamo: "Signore non sono degno..." Noi sappiamo di non essere degni. L'amore è grazia. L'amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta.

 

 

Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse? La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall'aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l'amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l'amore vince la stanchezza. Dio è Amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?».

 

 

Così la situazione della Chiesa d’oggi sembra disperata e la “religione – scrive Gabriella Imperatori – che in tempi neanche lontani era in grado di costituire delle comunità unite, non è più così, neanche in Veneto, ex “sacrestia d’Italia”.

Le chiese sono sempre più vuote: capita che i luoghi sacri si riempiano a Natale e a Pasqua ma alla messa della domenica ci vanno soprattutto i vecchierelli. Certo ci sono ancora i matrimoni religiosi, scelti forse però, in vari casi, più che per motivi di fede perché in chiesa risultano più romantici, fra fiori, musiche, abiti eleganti e non solo quello della sposa che costa un patrimonio.

 

 

Sono sempre più frequenti i funerali laici, nelle cosiddette sale del Commiato annesse ai cimiteri. I sacerdoti sono sempre in minor numero e costretti a occuparsi di due o tre parrocchie. E la fede non c’è più. Oggi si parla di una fede individuale, una fede fai-da-te, in cui si accettano alcuni precetti altri no. In cui ci si rivolge a Dio nella preghiera soprattutto quando la paura o il dolore bussano alla porta, o quando la fine si sente avvicinarsi.

Fatto è che da giovani – dicono gli analisti del fenomeno – ci sono tanti impegni, tanti interessi e poco tempo; che la scienza ha in parte preso il posto della religione, che il calo dei credenti praticanti sta diventando un’emorragia, pari a quella delle crisi vocazionali e dei sacerdoti che abbandonano la tonaca. C’è meno fiducia nella Chiesa.

 

 

Per gli errori del passato, per le colpe criminali di alcuni casi di preti pedofili o troppo attaccati al denaro, che fanno dimenticare i migliori, quelli che con amore e coraggio seguono gli insegnamenti di Gesù. Oggi alla chiesa centro di aggregazione si sta sostituendo una sorta di anomia che invece non trova riscontro nelle comunità islamiche. Ci sono ancora le chiese frequentate come quella di San Antonio a Padova ma la   maggior parte dei partecipanti alle funzioni sono africani, latino-americani e perfino asiatici”.

 

 

“I vescovi invocano – scrive Giandomenico Corteseuna   rinnovata “missionarietà”, difficile da tradurre in pratica. L’attuale carenza   di fede che si percepisce nei fatti – dice Monsignor Michele Tomasi -   non è un bisogno da soddisfare, un vuoto da colmare con qualche atto, con un progetto, con un qualche “fare” pastorale o sociale, ma si presenta come qualcosa di nuovo, di inedito, di mai visto ma ormai chiaramente percepito: essa segnala qualcosa che in modo leggero, discreto, sottile tocca il profondo vita”. Un “salto di qualità” è richiesto soprattutto ai cattolici che magari li fa re-innamorare di un impegno politico e partecipativo, quello stesso che è stato lunga tradizione in Veneto”.

 

 

Partito cattolico sì o no? scrive Lorenzo Fazzini -  Benedizioni dall’alto della gerarchia ecclesiastica a questa o quella formazione partitica? Oppure è l’ora della “pluriappartenenza” per quanti aderiscono alla chiesa ma in politica scelgono secondo logiche autonome?

 

Il manifesto di un impegno politico dei cattolici è sostenuto dall’accademico bolognese Stefano Zampagni. Più indietro, il manifesto di quattro autorevoli esponenti del mondo cattolico (Marco Bentivogli, Leonardo Becchetti, Alessandro Rosina e Mauro Magatti) per un forum civico. La Comunità di Sant’Egidio ha lanciato Democrazia Solidale (Demos). Bologna ospita da anni il Festival Francescano dove sono di casa non credenti, credenti di altre religioni, cattolici e cristiani di altre confessioni. Il card. Zuppi invoca un dialogo a “servizio della persona”, valore che dovrebbe unire chi sta su sponde opposte. In questa Italia lacerata i cattolici possono assolvere una vocazione che diventa la necessità di una rinnovata stagione di impegno.

 

 

Gli uomini di oggi credono ancora alla teoria di Carlo Marx che la religione è “l’oppio dei popoli”? Scrive il teologo mons. Battista Borsato: “Il messaggio di Gesù Cristo non è oppio dei popoli ma adrenalina per i popoli, è quello che mette in circolo energie, forze vitali capaci di cambiare la società. Soprattutto nel XIX secolo, all’inizio della industrializzazione quando gli operai oppressi da un lavoro alienante, mal ricompensato e svolto con orari e ambienti disumani, hanno iniziato ad alzare la testa e a rivendicare i loro diritti e dignità, mossi dal pensiero e dall’azione di Carlo Marx, la Chiesa, poggiandosi sulle beatitudini, spesso scoraggiava gli scioperi e le rivendicazioni, invitando alla rassegnazione e a rimanere poveri in vista dell’al di là. E’ soprattutto per questo che Marx ha lottato contro la religione, o meglio contro quella interpretazione della religione che proiettando l’uomo nell’al di là non si interessava dell’al di qua”.

 

 

Quando Gesù Cristo dice “beati i poveri” non si tratta di una promessa di felicità per dopo la morte.  Gesù parla soprattutto della felicità di questa vita. Ma in che consiste questo programma di felicità? In che modo i poveri sono felici? Il teologo dice che le “beatitudini parlano di felicità non al singolare ma al plurale.  Gesù non parla della felicità dell’individuo, ma della felicità riferita alla comunità, al gruppo, alla società.  La felicità che egli annuncia non è un fatto privato, ma condiviso.  Gesù comprese infatti fin dal primo momento che la felicità non è una questione meramente individuale, ma essenzialmente sociale, perciò la felicità non si consegue isolatamente, ma comunitariamente. Gesù non parla a individui solitari, ma a persone che vivono associate e vincolate socialmente in una forma di convivenza, in un sistema che, nel bene e nel male, condiziona tutti”

 

 

Si tratta di un modo diverso di intendere la fede, una fede più per l’al di qua che per l’al di là. Nel suo libro “Sulla Fede” Giorgio Pressburger non riesce a darne una definizione e dice che dipende dalla paura. Paura “dell’ignoto, del pericoloso, dell’insondabile Qualcosa o Qualcuno. Forse la prima idea di Dio”.  

E ricorda il pensiero di Bonhoeffer: “La fede non è un tappabuchi”. E’ un’esperienza radicale; è la vita stessa attraversata e trafitta dalla ricerca del suo significato, che non è detto sia consolatorio. Dice la Bibbia: “E’ terribile cadere nelle mani del Dio vivente”.

 

 

In un’intervista al Corriere a proposito dell’impegno dei cattolici in politica il card. Camillo Ruini dice:

«Domanda difficile. Non è questo il tempo per dar vita a un partito dei cattolici. Mancano i presupposti: per il pluralismo molto accentuato all’interno della Chiesa stessa, e per la sua giusta ritrosia a coinvolgersi nella politica. I cattolici possono però operare all’interno di quelle forze che si dimostrino permeabili alle loro istanze. È una strada oggi più faticosa di ieri, perché la scristianizzazione sta avanzando anche in Italia; ma non mi sembra una strada impossibile».

 

 

Il cardinale auspica un dialogo dei cattolici con il leghista Matteo Salvini: «Non condivido l’immagine tutta negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé; e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti. Il dialogo con lui mi sembra pertanto doveroso, anche se personalmente non lo conosco e quindi il mio discorso rimane un po’ astratto. Sui migranti vale per Salvini, come per ciascuno di noi, la parola del Vangelo sull’amore del prossimo; senza per questo sottovalutare i problemi che oggi le migrazioni comportano».

 

 

Salvini sbaglia a baciare in pubblico il rosario? «Il gesto può certamente apparire strumentale e urtare la nostra sensibilità. Non sarei sicuro però che sia soltanto una strumentalizzazione. Può essere anche una reazione al “politicamente corretto”, e una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico».

 

 

“Eminenza, - scrive Mimmo Lucà, già deputato dei Cristiano Sociali non c’è nulla di teologico nella sua intervista. Ciò che emerge è pura politica, e le imbarazzanti indicazioni che Lei fornisce sono frutto di valutazioni opinabili e discutibili che ci impegniamo a contrastare con forza nelle sedi proprie della politica ma anche nelle nostre comunità di fede, nel massimo rispetto di due principi fondamentali che il Concilio e la Costituzione ci hanno insegnato: il pluralismo delle opzioni culturali e politiche dei credenti e la laicità dello Stato”.

 

 

Don Luciano Locatelli (prete della diocesi di Bergamo): “Il dialogo con Salvini è doveroso, come è doveroso dialogare con tutti, ma più che un dialogo è un monologo, considerato che dall’altra parte non mi pare di intravedere grandi aperture”.

 

 

Luigi Alici (già presidente Nazionale di Azione Cattolica): “E’ giusto che un uomo di Chiesa parli così? Mi pare che l’intervista del cardinale assomigli a una bocciatura netta nei confronti di una linea pastorale della Chiesa. Un atto inopportuno che sorprende e addolora”.

 

 

Padre Alex Zanotelli (missionario comboniano): “Come si fa a dialogare con Salvini? Sono esterrefatto dalle parole del cardinale. Qui non stiamo parlando di Berlusconi ma di una estrema destra pericolosa che non riguarda solo l’Italia. Vogliamo riflettere sul fatto che ogni giorno arrivano 200 insulti a Liliana Segre? Sotto c’è una macchina da guerra infernale. Quindi a me certe dichiarazioni fanno paura”.

 

 

Franco Monaco (già presidente dell’Azione Cattolica, senatore Pd): “L’intervista è una mortificazione dell’autonoma responsabilità politica del laicato; un’opzione di parte in contrasto con l’assirita legittimità del pluralismo politico tra i cattolici, il rischio di avvalorare la tesi di una indebita ingerenza delle gerarchie nella contesa politica”.

 

 

Stefano Ceccanti (già presidente nazionale della Fuci, e senatore Pd): “Mentre per Montini, architetto della Dc italiana, il centro politico doveva stare ermeticamente chiuso alla destra e in grado di allargare le basi democratiche verso sinistra, per Ruini il blocco ermetico doveva restare verso sinistra. Ruini, attraverso la retorica dei principi non negoziabili, ha praticato un’evidente opzione preferenziale per il centro-destra. Per quanto possa essere declinato al futuro il successo dei nuovi leader di destra individuati come interlocutori, il ruinismo è passato”.

 

 

Il teologo mons. Borsato, già citato, accusa la Chiesa di essere “casta meretrice”, casta perché lo Spirito Santo la abita, ma meretrice perché infedele e inadeguata alla proposta di Gesù e del Vangelo. Il sacerdote si chiede da dove nasce l’indifferenza verso la Chiesa. Innanzitutto dal suo passato. Per molti il passato della Chiesa è pesante. I suoi errori allontanano. Già nel 1982, a Fatima, Giovanni Paolo II ha parlato di “Chiesa pellegrina, viva, santa e peccatrice”.

 

 

Nel collegio cardinalizio del 13 e14 giugno 1994 lo stesso papa ha detto: “Come tacere delle tante forme di violenza perpetrate in nome della fede? Guerre di religione, tribunali dell’inquisizione e altre forme di violazione dei diritti delle persone. Bisogna che anche la Chiesa, alla luce di quanto il concilio Vaticano II ha detto, riveda di propria iniziativa gli aspetti oscuri della sua storia valutandoli alla luce dei principi del Vangelo.

Un’altra causa di allontanamento dei fedeli dalla Chiesa è l’uso dei sacramenti, che rimangono segni più sociali e culturali che di fede. Essi sono visti e sentiti come mezzi per raggiungere la vita eterna.  “La Chiesa – continua il teologo -  deve dire che la salvezza avviene in tutte le religioni e che Dio non è legato ai sacramenti”. Quindi esistono due vie di salvezza: una della fede esplicita di chi va in chiesa e frequenta i sacramenti e un’altra della fede implicita di chi vive onestamente e segue la sua coscienza, anche se non frequenta la chiesa e i sacramenti oppure appartiene ad altre religioni. “Con fatica si percepisce il concetto - continua il teologo - che il vangelo è per tutti e i sacramenti per i discepoli. E’ un rovesciamento di prospettiva e quindi di pastorale: si tratta di passare dalla religione (salvezza dell’io) alla fede (salvezza dell’altro, del mondo)”.

 

 

Oggi si parla di asfissia spirituale dovuta al progresso economico e al benessere, che avrebbe spento e soffocato le spinte spirituali e le tensioni etiche. Dio e la fede sono visti come limiti a una vita piena su questa terra: divieti, dogmi, senso del peccato, paura del giudizio distolgono l’uomo dal divino. “L’uomo con Dio non può vivere la sua ebbrezza”, diceva Nietzsche. Il filosofo non voleva un Dio che invita alla sofferenza, alla rinuncia, alla rassegnazione. Un Dio così dobbiamo rifiutarlo anche noi, – aggiunge il teologo – “perché Dio è per l’uomo. Dio non ama la sofferenza, non invita alla sottomissione, ma ama uomini liberi ed eretti. Dio ama la felicità dell’uomo anche in questa vita e non vuole uomini sofferenti o debilitati. Questo è il progetto di Dio”.

 

 

Diceva Rosenweig che Dio non ama la religione ma il mondo e Bonhoeffer ribadiva che bisogna riscoprire una lettura non religiosa della Bibbia. Si impone un nuovo approccio alla fede, per il fatto che il nostro tempo cova il desiderio di Dio. L’uomo d’oggi non è soddisfatto della sua vita e questo lo conduce ad alzare lo sguardo e a domandarsi dove può esserci il senso della vita.

 

 

Il cristianesimo avrà un futuro? E’ la domanda che si è posta anche Cristo: “Quando il figlio dell’uomo verrà, troverà anche la fede sulla terra?”. Il teologo Tillard si chiede: “Siamo gli ultimi cristiani?”. “Penso risponde   mons. Borsatoche sarà un cristianesimo diverso da quello d’oggi: vivremo un cristianesimo meno di massa e più di convinzione. Essere cristiani sarà una decisione libera senza il condizionamento di fattori esterni”. Una volta si andava in chiesa per abitudine e tradizione. Oggi non più. Se uno va in chiesa è perché ne è convinto e per libera scelta.

 

 

La Chiesa del domani – osserva il teologo – “sarà meno ecclesiastica e più sponsale”. Una Chiesa meno sacrale e più attenta all’uomo. Quello che conta per Dio non è la religione ma la vita delle persone. Se la religione si pone come una serie di doveri e di divieti è normale che l’uomo la rifiuti. Di qui la necessità di riscoprire il Dio di Gesù Cristo, liberato da visioni dogmatiche e moralistiche. Se Dio e la fede vengono concepiti come restrizione della libertà e quindi della dignità della persona, è naturale che l’uomo si allontani da lui.

 

 

La svolta più importante rispetto alla religione del passato è passare dalla religione della paura e della Legge a quell’amore. Educare all’amore vuol dire arrivare a dire con Agostino di Ippona: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Si tratta in altre parole di passare dalla religione del dovere alla religione del desiderio e dell’amore.

 

Mons. Borsato, nel libro “Dio è onnipotente?” (2019), fa propria una visione non tradizionale di Dio. “Dio è veramente onnipotente? si chiede il teologo – Se è onnipotente, come mai non interviene contro il male, la sofferenza, i disastri ecologici che creano dolore e morte? Questa onnipotenza è messa sotto inchiesta di fronte al problema del male.

 

 

La Shoah è l’evento più drammatico e angosciante in cui sembra sfracellarsi l’onnipotenza divina. “Come pregare e chiedere a Dio di aiutare me e la mia famiglia o il mio paese, quando non aveva salvato milioni di ebrei da Hitler?”. Così scriveva il filosofo John Rawls. E’ il tema del male che mette sempre in crisi la nostra fede e la presenza di Dio. E’ un problema che attraversa la Bibbia e ha il suo vertice in Giobbe, il giusto sofferente. Perché Dio lascia soffrire i suoi figli?

 

C’è un libro in cui Hans Jonas si interroga: si può ancora parlare di Dio dopo Auschwitz? In questa pubblicazione c’è l’interrogativo su Dio già avvicinato dal filosofo greco Epicuro, che dichiarava: “Se Dio vuole togliere il male e non può è debole; se può e non vuole è ostile nei nostri confronti; se non vuole e non può è ostile e debole; se vuole e può perché permette il male e non lo elimina?”.

 

 

Anche Dietrich Bonhoeffer si lascia interrogare da questo problema del male e arriva a pensare un Dio debole; parla dell’impotenza di Dio, di un Dio che si mette a fianco dell’uomo non con la sua onnipotenza, ma con la sua debolezza, per risvegliare l’uomo alla sua responsabilità.  A sentir parlare di un Dio impotente e debole ci prende un disorientante brivido. Tale sconcerto è dovuto soprattutto al fatto di perdere un essere che, di fronte alle nostre difficoltà e bisogni, si presentava come una roccia solida su cui poterci appoggiare.

 

 

Si deve però riconoscere che credere a un dio che risponde ai bisogni umani vuol dire confessare un Dio costruito sulle nostre esigenze, un Dio gratificante. Ammettere la debolezza di Dio e la sua impotenza è, invece, proiettarci verso un Dio diverso e altro. Ma, forse, questo Dio è più vero, perché meno somigliante alle immagini da noi costruite su di lui. Certamente qui ci immergiamo nel mistero. Non abbiamo appigli razionali. Ci sentiamo storditi. Ma lasciarci stordire è il modo per imparare a investigare e a non stabilizzarci su ciò che pensiamo: è avventurarci verso un’altra terra. Quindi, pur essendo questo un tema nuovo, non dobbiamo rifiutarlo preventivamente. Occorre saper ammettere di non capire. Questo tema è stato trattato dal teologo protestante Bonhoeffer che, in una lettera dal carcere, osservava: “Il Dio che con noi è il Dio che ci abbandona! E’ il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro Dio”. Gli agganci biblici più pertinenti per sbirciare la possibilità dell’impotenza di Dio sono la creazione e l’incarnazione, oltre alla croce.

 

 

La creazione. In questo primo evento, avviene la spinta iniziale di Dio, ma si attua pure l’autonomia dell’uomo e del creato. Scrive il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas: “Creando gli uomini altri da sé, dio si è autolimitato. La creazione fu atto di assoluta sovranità con cui la divinità ha consentito a non essere più per lungo tempo assoluta, un’opzione radicale a tutto vantaggio dell’esistenza di un essere finito capace di autodeterminare se stesso, un atto infine dell’alienazione divina".

 

 

Anche Pierre Teilhard de Chardin è in questa linea affermando: “C’è un’autonomia del creato. Dio, creando un altro o altri da sé, non è più potenza assoluta, non è più onnipotente nel senso che l’alterità, l’altro, è indisponibile a ogni cattura, a ogni forma di potere! Certo, Dio potrebbe soverchiare o peggio distruggere la realtà che ha creato, ma allora non rispetterebbe la libertà degli uomini e delle cose create, commetterebbe un “omicidio” e così non rispetterebbe il comando: “Tu non ucciderai”.

 

Quindi, o Dio onnipotente distrugge l’alterità, l’altro da sé – e allora non è più la bontà che ama ciò che ha creato e di cui si prende cura -, oppure rispetta questa alterità nella sua esistenza e nella sua libertà – e allora non è più potenza assoluta.

 

 

Anche Martin Lutero, in maniera indiretta, accennava all’impotenza di Dio. Egli non è arrivato a dire che Dio sulla croce si rivela impotente, ma è nella logica di Lutero pensare che Dio sia così onnipotente e così libero da scegliere l’impotenza e la debolezza. Ammettere l’impotenza e la debolezza di Dio vuol dire proiettarsi su un Dio diverso, che va oltre le immagini costruite da noi.

 

 

Pure Romano Guardini, teologo e filosofo tedesco di origini venete, accenna alla debolezza di Dio, anche se non la tematizza. Egli scrive nel suo monumentale Il Signore (Der Herr): “Dio è il Signore sul mondo e sull’uomo, ma il modo in cui entra nel mondo e si avvicina all’uomo non è quello del Signore. All’entrare nel mondo si fa misteriosamente debole. E’ come se deponesse la sua onnipotenza davanti alle porte dell’esistenza umana”.

 

 

Anche la teoria di origine ebraica, chiamata Zinzum, sostiene che Dio, creando il mondo, si è contratto; nella creazione è avvenuta la contrazione di Dio. Dio si è ritirato (riposato) per dare spazio al mondo e alle creature.  La creazione non è, quindi, la manifestazione della potenza di Dio, ma l’espressione della sua impotenza. Dio ha dovuto ridursi, contrarsi, perché potesse nascere una creatura altra da sé. Se non si fosse ritirato, tutto sarebbe rimasto divino. L’amore, in questo senso, è contrarsi; se ami una persona, devi ritirarti, perché essa possa crescere ed essere. La debolezza di Dio, quindi, è la condizione affinché possano esistere esseri liberi e responsabili.

 

 

L’incarnazione. E’ il secondo evento. “Il Verbo si fece carne” (Gv 1,14): verbum in latino significa parola, e la Parola di Dio è Dio stesso, in quanto essa ne esprime il pensiero. Dio, quindi, si fa carne. Abbiamo qui un rovesciamento del nostro modo abituale di concepire Dio, quel dio spesso così distaccato e lontano dei filosofi. Il Dio di Giovanni evangelista, il Dio in cui vogliamo credere, è radicalmente altro: il Dio che si rivela in Gesù non è un Dio impassibile, motore immobile, onnipotente, ma un Dio che partecipa all’avventura dell’uomo, che ne condivide i problemi e le tensioni. E’ un Dio che cammina con noi, un Dio dai sentimenti umani, che ama l’uomo e lo vuole libero. Non c’è in lui alcuna forma di rivalità o di concorrenza con l’uomo; anzi, gli si fa vicino per aiutarlo a diventare se stesso, più uomo.

 

Vorrei però sottolineare che Giovanni adopera il termine carne. Egli non dice. “Il Verbo si fece uomo”, ma “si fece carne”. Carne, per Giovanni, sta certamente al posto di uomo, ma come a sottolineare la fragilità e la debolezza: l’evangelista vuole indicare che Dio si è fatto debole e fragile. E’ la stessa immagine che ci trasmette Luca, quando afferma che Gesù fu avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. In realtà, noi cristiani non abbiamo mai voluto affrontare, e tanto meno approfondire, l’idea di un Dio debole, essendo sempre stati dominati dalla raffigurazione di un Dio sovranamente onnipotente.

 

 

Bonhoeffer, suggerendo in una lettera dal carcere l’immagine dell’impotenza di Dio, ci ha colti di sorpresa. Com’è possibile che Dio sia impotente? Che Dio sia un Dio senza forza? Noi gli abbiamo sempre riconosciuto tutta la potenza: questo è stato il nostro modo di dargli e di darci la possibilità di aiutarci e sorreggerci nelle difficoltà. E, in effetti, la preghiera si è caratterizzata in ogni tempo come lo strumento, il mezzo che induce all’intervento la potenza di Dio, chiamato a fronteggiare i limiti e i bisogni dell’uomo: Dio è stato visto come un grande sovrano che dispensa i suoi favori a chi li chiede con insistenza, a chi sa interpretarli con forza. Si diceva, infatti, che la preghiera è efficace in quanto muove Dio ad agire e, se Dio non agisce, evidentemente si prega male. Di conseguenza, per secoli si è tentato di apprendere una giusta tecnica orante, tale da obbligare Dio a intervenire. Questo rapporto, chiaramente sbilanciato, tra uomo e Dio, riassume la reazione del debole di fronte all’onnipotente. Ma il vangelo ci obbliga, in realtà, a pensare a Dio in modo diverso. So che è un rovesciamento di prospettiva che ci può sorprendere e disorientare ma, d’altra parte, la fede in Dio è un cammino, una ricerca e bisognerebbe sempre mettervi in conto l’inaspettato.

 

 

La croce. Questo terzo evento ci rivela un Dio diverso. La croce diventa così l’autorivelazione e l’autodefinizione insuperabile di Dio: Secondo il comune modo di vedere, Dio si manifesta nella potenza, nella forza, nella gloria. Nella croce egli si rivela invece nel contrario di ciò che è considerato grande, nobile, bello, rispettabile; appare nell’estrema impotenza, debolezza, insignificanza. La croce è l'autoalienazione di Dio (kenosi, “spogliò se stesso” cfr. Fil 2,7). Nessun discorso teologico sarà mai in grado di tradurre in concetti questa nuova rivoluzionaria rappresentazione di Dio. Pertanto l’interpretazione cristiana di Dio (ossia quella che parte dall’evento Cristo e non da una generica filosofia), condotta sul fondamento della croce e risurrezione di Cristo, comporta una crisi del nostro modo di intendere Dio. Uno scandalo (cf.1Cor 1,1 ss). Questo nuovo modo è stato intuito da Bonhoeffer, che asserisce: “Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona (cf. Mc 15,34), un Dio che si lascia cacciare fuori dal mondo, un Dio impotente e debole. Il credente, quindi, è uno che vive davanti a Dio e con Dio, ma senza Dio”.

 

Dio è presente, ma non risolve i problemi dell’uomo. L’idea della limitatezza divina può apparire un’indefinibile stravaganza. Invece, forse, è quella che rende nuovo il volto di Dio: essa si appoggia, o meglio, si fonda sul concetto di alterità. Tale alterità, nel pensiero del filosofo Lévinas, è sottratta a qualsiasi forma di potere o di possesso. L’Altro è incatturabile, inafferrabile, è indisponibile alle nostre idee”.

 

 

Genti di poca fede. Una ricerca condotta da Franco Gardelli (“La Lettura” del 15/3/20) mostra che il calo delle pratiche di culto non si traduce nella fine della fede. Emerge piuttosto una religiosità diversa, più incerta e per molti versi contradditoria ma forse proprio per questo più viva.

 

 

Quanto è cambiata la religione degli italiani negli ultimi 25 anni? A metà degli anni Novanta circa la metà degli italiani pregava ogni giorno o più volte al giorno. Oggi lo fa solo un italiano su quattro. Allora solo il 5% riteneva che in Dio credessero solo le persone più ingenue e sprovvedute, oggi lo crede il 23%. Oggi è aumentato del 30% il numero di chi non si riconosce in nessuna religione. Le indagini di Franco Garelli sono due: la prima del 1994 e la seconda del 2017.

 

 

I dati sembrano indicare un netto declino della nostra religiosità, già calata soprattutto negli anni Sessanta. Il libro di Garelli porta il titolo Gente di poca fede (il Mulino). Perché crediamo di meno e pratichiamo di meno? Così gli italiani, un tempo popolo credente per eccellenza, ridotti a genti di poca fede. Invece non è così. Ci sono larghe aree dove la religiosità non arretra. 

Si apprende della vitalità del cattolicesimo, con uno zoccolo di “convinti e attivi” che vale circa un quinto degli italiani. Si scopre che solo il 10% nega l’esistenza di Dio, che chi crede in una potenza maligna è oggi il 40%, che un italiano su tre riconosce di aver ricevuto una grazia e dei favori divini e che è salita dal 27 al 43% la fetta che si identifica con il cattolicesimo per educazione e tradizione.

 

 

Non è vero quindi che la religione sta perdendo ma non è vero anche che la religione non sta vincendo. Coesistono indicatori di diverso segno, e si delinea qualcosa di nuovo che spiazza ogni preconcetto. Si chiede alla Chiesa di essere più liberale, ad esempio, in tema di sacerdozio femminile e di matrimonio dei preti, ma si chiede anche alla Chiesa di “tener fermi i suoi principi, senza lasciarsi influenzare dalle opinioni prevalenti”. Crescono i cattolici culturali e il 67% vuole il crocifisso nei luoghi pubblici.

Coloro che vogliono l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole sono circa il 50% e i contrari all’8 per mille sono il 46%. Siamo all’Italia “incerta di Dio”, con una credenza “che gode di un buon riscontro nel paese”. Si crede in un Dio “più sperato che creduto”, un Dio “altalenante, intermittente, che sovente si eclissa e talvolta riappare”. Il libro di Garelli non esprime il semplicismo di chi giudica la religione un tanto al chilo, ma “il dinamismo di una Paese che si interroga sulla qualità della propria fede. La nostra religione emerge incerta, e proprio perciò viva”.

 

 

La fede si è riaccesa, Dio rimane al buio. Il settimanale “La Lettura” del 29/6/1920 scrive che “la religione è diventata una esperienza soggettiva che lascia spazio a forme d’integralismo nutrite dalla diffusa ignoranza in materia di teologia e di testi sacri. Ora la “devozione per l’universo” può unire i popoli”.

 

 

Quando nel novembre 1989 viene abbattuto il muro di Berlino si apre un nuovo capitolo della storia religiosa d’Europa. I quarant’anni precedenti sono stati dominati dalla contrapposizione fra ateismo marxista-leninista e la libertà di religione di società sempre più secolarizzate e multiconfessionali. Ai grandi libri sulla religione che hanno preparato e nutrito l’integrazione europea, come i classici di Max Weber, Emile Durkheim e Jacques Maritain, è necessario affiancarne di nuovi.

 

 

Mentre cade la cortina di ferro il politologo francese Gilles Kepel, nel 1991, con il suo “La rivincita di Dio”, annuncia un mondo nuovo. Dio è sopravvissuto alla modernità. Si prende la rivincita su chi lo dava per morto. La religione è una forza politica decisiva, non di rado prepotente, talvolta violenta. Jacques Delors ha lanciato il progetto “un’anima per l’Europa”.

Nel 1993 l’Europa riunificata di allora si identifica con una religione moderata, tollerante, pluralista. Nei decenni successivi l’Europa, secondo Kepel, della rivincita di Dio sarà anche un laboratorio di populismo religioso. Teatro di violenza in nome di Dio, culla dei terroristi islamici. Nel 1994 la sociologa inglese Grace Davie pubblica il suo bilancio di mezzo secolo di religione nel Regno Unito. Il suo libro è Believing without belonging, credere senza appartenere, sostiene la persistenza della fede in una società d’oltre Manica in cui declina il senso di appartenenza alle religioni organizzate. Si assiste alla frammentazione dei vari elementi che compongono l’esperienza religiosa, la fede e l’appartenenza, ma anche la pratica, la propaganda, il rito, la morale, il credo. Tanti europei abbracciano un cristianesimo culturale e tuttavia non credono in Dio.

 

 

Dopo l’attacco dei terroristi di Al Qaeda alle Torri Gemelle, il terzo millennio si apre su un’Europa spaventata dalle tensioni religiose e incerta della propria identità e del proprio futuro. L’omissione di un riferimento alle radici cristiane nel progetto di una Costituzione per l’Europa suscita la proteste di Giovanni Paolo II. Nel 2005 sono però i cittadini di due tra i paesi più secolarizzati a bocciare la Costituzione, nei referendum che si tengono in Francia e nei Paesi Bassi. L’anni prima dialogano pubblicamente a Monaco di Baviera Jurgen Habermas e Joseph Ratzinger per fare del cristianesimo l’essenza e il destino d’Europa. Il volume che raccoglie il dibattito dei due interlocutori esce in Italia nel 2005 quando sale al soglio pontificio Benedetto XVI. Nell’introduzione Michele Nicoletti scrive che “laici e credenti scoprono il dialogo non solo come strumento di necessario compromesso, ma come metodo per il rinnovamento di sé stessi”.

 

 

Negli anni della crisi economica 2007-2008 il politologo francese Olivier Roy spiega agli europei come la religione contemporanea sia ormai globale in virtù dell’emanciparsi dei credenti dai riferimenti culturali della loro fede. In un continente europeo sempre più analfabeta di Dio, crescono religioni che reinventano tradizioni e dottrine. Ciò favorisce da una parte il dialogo interreligioso e dall’altra l’assolutizzazione fondamentalista. Roy, nel La santa ignoranza (2009) offre l’analisi europea più convincente delle trasformazioni religiose nell’islam, nel cristianesimo e in generale nella religione contemporanea. Il giurista e filosofo americano Ronald Dworkin nel libro La religione senza Dio (2013) presenta un manifesto sull’etica occidentale che unisce le due sponde dell’Atlantico. Lo studioso, professore a Oxford e a Londra, intravede la possibilità di un’etica comune fondata sulla libertà e l’indipendenza morale dei cittadini. A prescindere dalle posizioni teiste, non teiste o ateiste, la devozione per l’universo e la sua bellezza può cementare popoli. L’Europa di oggi danza sulla frontiera sempre più porosa tra il credere e il non credere.

Gianni Giolo