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Una II^ ricostruzione della "evasione" di Alberto Sartori dal carcere di Forte San Leonardo di Verona e/o dal Kriegslazaret dell'ospedale di Borgo Trento. Un "giallo" sugli inizi della resistenza vicentina  

 

di Giorgio Marenghi 

 

La "II versione"

In questo articolo, che consideriamo una “seconda versione” della narrazione, trattiamo ancora la vicenda della fuga dal Forte San Leonardo e/o dal Kriegslazarett 606 dell’ospedale di Borgo Trento di Verona dell’ormai noto ALBERTO SARTORI, personaggio complesso ed estremamente sfaccettato. Riassumendo il Sartori è stato paracadutato dagli Inglesi sul Piemonte e, catturato, dopo tre mesi di carcere (sottoposto ad interrogatori) è trasferito al Forte San Mattia di Verona dove conosce Elia Paganella, Nello Pegoraro e Luigi Sella.

 

Questa seconda versione, in verità, ha lo scopo di far quadrare i conti, perché la confusione diffusa ad arte dal Sartori nelle sue varie versioni del dopoguerra impedisce di avere una idea chiara di come si siano svolti i fatti. Per questo chi ha letto la prima versione adesso si troverà a dover confrontarsi con una analisi diversa e speriamo convincente. Avverto subito i lettori che ci troviamo a che fare con una missione inglese, targata “servizi segreti militari”, per cui il nostro viaggio con Sartori sarà parecchio accidentato.

 

Nella prima versione abbiamo collocato i prigionieri “amici” di Sartori in un arco temporale definito dallo stesso Sartori e dalla testimonianza di Elia Paganella. Poi abbiamo incrociato queste testimonianze e le versioni di Sartori con quella, ben più credibile, di LAMBERTO RAVAGNI, un giovane partigiano di Rovereto.

 

Ripartiamo da zero

 

Ripartiamo doverosamente da zero. Allora Sartori arriva a Forte San Mattia nei primi giorni di gennaio 1944. Qui non ci sta molto ma ha la possibilità di conoscere qualcuno. Evito di fare nomi, ce li teniamo buoni per il periodo successivo. Infatti sempre nel mese di gennaio Sartori emigra e i tedeschi lo infilano in una cella del più pericoloso Forte San Leonardo (luogo di morte). Qui conosce o forse riconosce, Nello Pegoraro e Luigi Sella, entrambi di Schio. I due sono stati fermati dai tedeschi ma non furono loro trovate addosso armi di nessun tipo. Motivo per il quale nello stesso mese di gennaio (al massimo ai primi di febbraio) vengono rilasciati e se ne ritornano a casa.

 

Sartori rimane da solo (se escludiamo tutti gli altri compagni di cella che era superaffollata), senza amici della zona di Vicenza a cui affidare messaggi o richieste. Il mese di febbraio diventa a questo punto un periodo importante per la narrazione. Perché così importante? Perché il 29 di questo mese arriva a Forte San Leonardo, proveniente dal Forte San Mattia, il giovane Elia Paganella che poi sarà, assieme ad altri compagni di cella l’organizzatore (ed il garante per Verona e gli ambienti antifascisti) della “fuga” di Sartori (i particolari più avanti).

 

Quindi Sartori “deve” essere presente, la sua presenza è confermata (proprio il 29) dalla fucilazione di quattro compagni di cella (come abbiamo spiegato nella prima versione), prelevati dalla “cella 41” dove si trovano ristretti ora sia Paganella che Sartori.

 

Quello che rischia Sartori e le sue versioni…

 

La situazione di Sartori viene vista da tutti come “estremamente precaria”, è una “spia degli inglesi” e ci si può aspettare una fucilazione in qualsiasi momento. Per cui Paganella, in contatto con altri amici veronesi, funge da complice per il “complotto”, avente lo scopo di far fuggire il più presto possibile ALBERTO SARTORI dal Forte San Leonardo. Il mese di marzo trascorre così nel preparare la fuga.

 

La versione che ne dà Sartori è stata ben descritta nella prima versione: la fuga è stata causata dalla mancanza di igiene, soprattutto nell’alimentazione, per cui il recluso lamenta una forte febbre che mette in sospetto di tifo il medico tedesco. Ne consegue il ricovero in ospedale militare. Da cui lui evade per conto suo, trova poi Paganella che lo porta a San Bonifacio,ecc.

 

Neanche un cenno ad eventuali amici veronesi, come dice Paganella invece, che lo hanno aiutato nell’evasione, senza salti di muri con filo spinato, ma con l’ausilio del personale ospedaliero.

 

Ritorniamo per il momento al trascorrere del tempo nella cella 41. Passa il mese di marzo, arriva aprile e in questo mese (tra le carte di Paganella) ALBERTO SARTORI sembra abbia scritto di suo pugno una lettera al suo amico veronese. Una fotocopia di questa lettera ci offre qualche informazione: innanzitutto la data, il 30 aprile del 1944. Dalla lettera (sempre che sia autentica, che al San Leonardo ci fosse un servizio postale, e che Sartori non l’abbia scritta nel dopoguerra) si capisce che Elia Paganella è libero, è già stato rilasciato, almeno nella metà del mese di aprile. Quindi l’aiuto che Paganella offre a Sartori è il collegamento con un medico dell’ospedale militare che fornisce di nascosto un potente febbroide al Sartori.

 

Come questo febbroide sia arrivato al Sartori il nostro Elia Paganella nel suo articolo sull’Arena di Verona (firmato Jean Pierre Jouvet, pseudonimo del giornalista) non ce lo dice, ma capiamo che si è messa in moto la macchina della “fuga”, macchina composta da parecchie persone a nostro parere, come gli avvenimenti seguenti confermeranno.

 

Sartori con febbre altissima viene dapprima curato nell’infermeria di San Leonardo, ma “permanendo preoccupante e incomprensibile il suo stato, Sartori alla fine di maggio fu trasferito temporaneamente all’ospedale militare germanico di Borgo Trento (il Feldlazarett 606) per esami specialistici”.

 

Sartori poi si riprende ed evade (non certo da solo) e gli “amici veronesi” che lo assistevano “gli procurarono un rifugio provvisorio alla periferia di Verona (la casa di campagna del ferroviere Gaetano Zecchini, detto Nino, in Via Giulio Camuzzoni 26, dove un tempo c’era la “Spianà”).

 

“Poi lo accompagnarono, travestiti da tedeschi e armati, ad Alonte, in provincia di Vicenza, presso la famiglia del segretario comunale del paese, il Marini, (una figlia del quale, Annamaria, divenne in seguito sua moglie)”. Il virgolettato è opera di Jean Pierre Jouvet (Elia Paganella) nel suo articolo “Una rocambolesca evasione” ( L’Arena, 1 marzo 1993).

 

Chi è che ci crede?

 

E’ una domanda retorica, se andiamo a guardare l’ordine delle scarcerazioni (i due di Schio, Pegoraro e Sella), il vuoto del mese di febbraio (la “finestra”), l’arrivo di Elia Paganella il 29 febbraio, e la testimonianza granitica del giovane partigiano Lamberto Ravagni che fissa al mese di “marzo all’incirca”, mese “freddo”, l’incontro con ALBERTO SARTORI, dobbiamo per forza di cose, visto l’incrociarsi di rilasci e di testimonianze, porci domande pesanti.

 

Già nella prima versione avevo avanzato “dubbi”, motivati da un possibile (e ipotetico) patteggiamento tra ALBERTO SARTORI e ufficiali della GESTAPO. Secondo questa ricostruzione (in mancanza assoluta di documenti probanti) il “nemico” (Sartori), sottoposto ad interrogatorio, accetta l’incarico di fornire informazioni preziose ai suoi attuali carcerieri, cioè di passare da “agente di spionaggio inglese” a disposizione delle strutture della polizia di Sicurezza tedesca per la lotta antipartigiana.

 

Questa ipotesi è e resta una ipotesi senza documenti che la provino, ma c’è la testimonianza di Lamberto Ravagni che è da considerare un “pilastro” di questa inchiesta. Il significato della testimonianza è chiarissimo: ALBERTO SARTORI, nel mese di febbraio, (questa l’ipotesi suggerita da RAVAGNI) esce (autorizzato) dal carcere di Forte San Leonardo, va a Rovereto, ospite della famiglia de Cavalcabò, gestori dei bagni pubblici e della “vasca da nuoto” di Via Rosmini, e si riposa per un periodo imprecisato, fa il bagno, si rilassa, in attesa di costruire la sua “fuga” che deve essere credibile, poiché è una “fuga” pericolosa, una operazione di “intelligence” al servizio dei tedeschi. Rientra nel carcere di Forte San Leonardo, come abbiamo visto dalla testimonianza di Elia Paganella, prima del 29 febbraio, giorno in cui l’amico Paganella viene trasferito dal Forte San Mattia.

 

Tutto coincide, se raccontiamo così la complessità di questa operazione. I due “garanti” per il Vicentino, Nello Pegoraro e Luigi Sella, comunisti, serviranno a Sartori per poter “entrare” senza tante difficoltà nei “piani alti” delle brigate garibaldine “Garemi”, e a superarne le iniziali diffidenze. Mentre Elia Paganella sarà sempre il testimone fedele del suo amico Sartori con il quale stringe una grande amicizia.

 

C’è ancora qualche piccolo particolare: la Gestapo conosceva il recapito della sorella di Sartori, che viveva a Sestri Levante (a quel tempo). E Sartori è un tipo sveglio, senza che gli facciano tante minaccie sa che la sua famiglia, o parte di essa, può passare seri guai se lui, “spia degli inglesi”, si rifiuterà di dare un “aiutino” ai tedeschi.

 

Io lo capisco Alberto Sartori, non è tipo da farsi massacrare di botte, lavora e combatte con il cervello, con l’astuzia, ha un accettabile pelo sullo stomaco che gli servirà poi nella resistenza per far fuori decine di “avversari”. La differenza tra dire “no” o “sì” ai tedeschi consiste nella conservazione della pelle. E su questo campo Sartori si trova in buona compagnia. Io penso che abbia accettato con riserva mentale (quelli della Gestapo la psicologia del “doppio gioco” la conoscevano benissimo).

 

Quindi secondo questa ricostruzione, che ripeto sempre e in tutte le salse, non è la “verità” assoluta (ma certamente ha l’ambizione di avvicinarvisi un pochino), ALBERTO SARTORI “fugge” dai tedeschi e ripara presso i partigiani per iniziare una lotta (inquinata) con loro contro il nazifascismo. Difficile dire quanto ci sia del fascista dentro il comunista Sartori, in altra sede gli “storici professionisti” dovranno mettere fine a questa fiction.

 

Giorgio Marenghi