Sartorigrandefuga

Una ricostruzione della "evasione" di Alberto Sartori dal carcere di Forte San Leonardo di Verona e/o dal Kriegslazaret dell'ospedale di Borgo Trento. Un "giallo" sugli inizi della resistenza vicentina

 

di Giorgio Marenghi

 

QUESTA E' UNA PRIMA RICOSTRUZIONE A CUI SEGUIRA' UNA SECONDA (segnalata in prima pagina)

 

(segue dalla prima pagina)

Per il momento Sartori è un giovane ventiseienne, ma già un uomo maturo (si spaccia per “repubblicano mazziniano”), dalle mille esperienze difficilmente decifrabili. La storia che vado a raccontare inizia quindi il 21 agosto del 1943 quando, imbarcato su un aereo militare di Sua Maestà, compie un viaggio di migliaia di chilometri che sicuramente cambierà la sua vita e anche quella di molte altre persone. I piloti inglesi portano il Sartori in zona di lancio nell’area tra Tortona, Alessandria, Novi Ligure. Il nostro viene paracadutato e, prende terra all’alba nei pressi di Tortona il 22 agosto.

 

 

Non passa molto tempo e Sartori viene individuato dai Carabinieri che lo fermano e lo portano immediatamente nella caserma di San Giuliano Vecchio nei pressi di Alessandria. E’ una “spia nemica” e probabilmente subisce da subito pesanti interrogatori. La notizia, clamorosa, raggiunge i Servizi di Sicurezza (Controspionaggio militare) che consiglia il trasferimento immediato nel carcere di Alessandria. Ma la permanenza ad Alessandria non dura molto, il prigioniero è troppo “importante” e viene considerata più sicura la sede carceraria di Torino. Qui subisce altri interrogatori dagli ufficiali italiani del Controspionaggio (siamo ancora nel periodo del governo Badoglio) e si salva temporaneamente dall’insistenza dei suoi carcerieri a causa del precipitare degli eventi. L’8 settembre 1943, giorno della diffusione via radio dell’armistizio tra il Regno d’Italia e le Forze Alleate, avverte il pericolo imminente, impersonato dal cambio di regime e dall’invasione del territorio italiano da parte della Wehrmacht.

 

 

Passano i mesi di ottobre, novembre e dicembre e Sartori è sempre recluso in un carcere di massima sicurezza a Torino. Ma per poco. La presenza tedesca si infittisce e l’organizzazione dei Servizi di Sicurezza (Gestapo, SD, SS, SIPO, ecc.) si stabilizza e inizia ad operare a pieno regime. Infatti ai primi di gennaio del 1944 viene fatto salire su un treno e trasferito a Verona (la capitale degli organismi di spionaggio tedeschi) in una cella sotterranea di Villa Giusti dove subisce il primo duro confronto con alcuni ufficiali della Gestapo.

 

 

Dopo alcuni giorni di torture e pressanti interrogatori viene condotto al Forte San Mattia sulle colline circostanti Verona. Ma qui ci sta per poco, la sua sede definitiva diventa d’ora in poi il Forte San Leonardo, altra massiccia struttura militare da dove è impossibile sperare di evadere. E’ sicuramente un “condannato a morte” e la sua collocazione nella cella 41 non fa altro che confermarlo. A San Leonardo il Sartori conosce nel mese di gennaio Luigi Sella e Nello Pegoraro, entrambi di Schio, entrambi comunisti, catturati come “sospetti”, ma senza armi addosso, possono sperare di essere rilasciati. Sartori nei suoi documenti precisa che i due scledensi furono effettivamente liberati nel mese di marzo del 1944.

 

 

Un altro personaggio che farà conoscenza con Sartori è Elia Paganella, di Mantova, 21 anni, incarcerato a Verona, prima al San Mattia, poi a San Leonardo, probabilmente come ex militare sbandato e sospetto oppositore dei tedeschi e dei fascisti di Salò. Vive (o sopravvive) nella stessa cella dove alloggia Sartori, la 41, che non porta bene perché appena arrivato il 29 febbraio 1944, è testimone oculare della condanna alla fucilazione di quattro compagni di cella.

 

 

Ma sentiamo la sua testimonianza (rilasciata a un giornalista del quotidiano l’Arena e fornitami dalla giornalista Paola Dalli Cani, coautrice del volume, assieme al prof. Gracco Spaziani, “Prigionia e deportazione nel Veronese”, Cierre edizioni, 2012).

 

“Fummo trasferiti dal San Mattia, dove mi trovavo dalla fine di novembre (1943, nota di g.m.) …[…] Ci sbatterono dove capitava e io finii nella cella 41. C’erano solo due brande a castello, sui lati, che erano già occupate, e io mi adattai a dormire per terra, vicino al bugliolo”.

 

“A notte fonda –continua – fummo risvegliati da un gran sbattere di porte, dal rimbombo degli stivali nazisti nei corridoi e dalle urla in tedesco. La porta di ferro si spalancò e prelevarono quattro di noi, tutti bresciani: tre partigiani, Pietro Angelo Gorini, Giuseppe Pelosi, Mario Rossi, e un certo Gianni Longhi, che si seppe poi essere un infiltrato, cosa che non riuscì a salvargli la vita. Perché tutti furono portati a Forte Procolo e fucilati. A far scattare la rappresaglia era stata una bomba carta fatta esplodere su una finestra dell’albergo Torcolo, sede della Felgendarmerie, che aveva spaccato solo qualche vetro. Noi eravamo tutti in piedi a far da ala. Risento ancora Sartori che vicino a me dice loro “Coraggio”. E Pelosi che si gira e dice “Coraggio a voi che restate”. Mi vengono ancora adesso i brividi. In quella cella ebbi un giaciglio perché quattro persone furono portate a morire”.

 

 

La vita al Forte San Leonardo era un inferno. Le celle erano strapiene, si dormiva stretti uno con l’altro, a volte una coperta doveva essere divisa fra tre persone, l’igiene inesistente, il regolamento era un incubo, la brutalità dei carcerieri la norma. In questo ambiente Alberto Sartori si fa senz’altro conoscere, sicuramente racconta la sua storia, di “spia nemica” paracadutata nel cielo del Piemonte e poi finita in carcere. A poco a poco tra la comitiva dei prigionieri prende corpo l’idea che il “condannato a morte” Alberto Sartori dovesse essere aiutato ad uscire dal Forte San Leonardo. Lo conferma Elia Paganella uno degli artefici del “complotto” per la liberazione del Sartori: “Gli facemmo venire un febbrone per farlo ricoverare in ospedale. Una volta lì, lui evase. Io lo aspettavo fuori e lo accompagnai alla “Spianà”. Ricordo che mentre si allontanava ci fermammo a raccogliere delle fragole”.

 

 

A questo punto è opportuno farsi qualche domanda. Perché proprio Sartori, per il suo carisma, per il suo modo di raccontare gli eventi, per la consapevolezza che poteva diventare un esponente importante della Resistenza? Certo, tutto questo ha un senso. E’ il seguito che suggerisce dei dubbi, delle perplessità. Vediamoli. Innanzitutto noi troviamo Elia Paganella libero, lui conferma di essere stato scarcerato nel mese di maggio, non sappiamo il giorno ma il problema è che per aspettare Sartori, che era ricoverato per “tifus” (come urlò l’ufficiale medico tedesco), era necessario un accordo di ferro. Paganella dice che “ero fuori ad aspettarlo”. Sì, d’accordo ma non è detto che la percentuale di riuscita di evasione dall’ospedale militare tedesco di Borgo Trento fosse tanto alta.

Era sempre una struttura militare, per di più il “paziente” era una “spia”, quindi le misure di sicurezza erano senz’altro agguerrite. E, lo sappiamo tutti, i tedeschi al tempo non scherzavano.

 

La “costruzione” della memoria secondo Alberto Sartori

 

In una memoria del 5 giugno 1963 Sartori (lettera sempre indirizzata a Via delle Botteghe Oscure) dice di non avere avuto nessun aiuto.

Sartori, in un’altra memoria (aprile 1972, “rel.sulla attività politica nel P.C.I.”inviata a suoi conoscenti) continua ad essere conciso: “Evasi da tale fortezza il 21 maggio 1944 senza alcun aiuto esterno”. Punto.

 

 

Ma è in un altro documento che la vena artistica del Sartori trova il suo spazio: […] "Durante la notte seguente mi colse una febbre altissima e mi ricordai che non evacuavo da 4 giorni a causa del pane guasto; al mattino io deliravo e così fui portato in barella all’infermeria del Forte, dove riuscii a gettare nel bugliolo il purgante che l’infermiere mi aveva portato. Verso sera entrò un maggiore medico tedesco il quale, senza visitarmi, disse: “Tifus!”. Un’epidemia in quell’ambiente era pericolosa anche per i tedeschi e quindi mi trasferirono al Kriegslazaret dell’Ospedale di Borgo Trento, con un tedesco armato fuori della porta a vetri. Mi fecero fare un clistere ed il giorno dopo la febbre diminuì. A notte alta scucii la fodera della vecchia giacca puzzolente e vi trovai quasi polverizzate, le 4 pastiglie di simpamina che mi aveva regalato Baldanello, il quale ne aveva ricevuto una decina entro un pezzo di sapone tramite un sacerdote di Verona".

 

"Approfittai di un intervallo in cui non vedevo più la sentinella, arrotolai la giacca a mò di “testa” sul cuscino, la coprii quasi interamente, sollevai il materasso nel mezzo per simulare la presenza di un corpo, aprii la porta finestra che dava sull’orto dell’ospedale e saltai nel buio. Mi restava da scavalcare l’alto muro di recinzione sorvegliato da sentinelle interne, ma vi riuscii ss strappandomi una mano sul reticolato. Feci un balzo, mi trovai in una stradicciola e mi misi a correre a perdifiato, mentre in lontananza sentivo delle raffiche ed urla in tedesco. L’effetto della simpamina fu miracoloso. Finii in riva ad un fiume: non poteva essere che l’Adige! Dopo varie peripezie, all’alba, rintracciai un ex prigioniero del Forte San Leonardo, uno scrittore veronese – Elia Paganella – che per salvarsi dalla fucilazione si era arruolato nella S.P.E.R.. Quando lo ritrovai nel quartiere Santa Lucia mi abbracciò come un fratello, mi caricò sul palo della bicicletta, dopo avermi dato una giacca, e riuscì a portarmi in salvo per strade secondarie fino a San Bonifacio. Rocambolescamente e con l’aiuto di una famiglia di Alonte, alla quale apparteneva una maestrina che divenne mia moglie “Nadia”, potei raggiungere località Fonte Abelina di Recoaro e di là attraverso i monti raggiunsi Schio dove rintracciai Nello Pegoraro. Fu un incontro indescrivibile. Era il 29 maggio 1944". [Quaderni della Resistenza, volume VII, E.Trivellato, L’arrivo di “Carlo”, storia veneta.it]

 

Una storia inventata

 

Questo racconto di Sartori è tutto un falso. E’ incredibile come quest’uomo sia riuscito ad ingannare così tante persone con questi argomenti. Non ci vuole mica tanto per capire che siamo di fronte ad una frottola gigantesca. Ma perché poi Sartori è ricorso a questa montagna di menzogne? Tra l’altro è contraddetto dallo stesso Elia Paganella che parla del “complotto” per farlo uscire. Paganella è fuori dell’ospedale che lo aspetta. Sartori invece, oltre ai particolari ridicoli e alla sentinella (unica, con una spia di quel calibro) che si assenta, il cuscino e il resto, trova anche il tempo di cambiare destinazione allo stesso Paganella. Che, povero ingenuo in buonafede, lo porta alla “Spianà” di Verona, agli antipodi di San Bonifacio. Ma figuriamoci se in una Verona sotto assedio due uomini in bicicletta riescono ad uscire dal centro e inforcare la statale per Vicenza, così, senza incontrare nessuno, neanche un tedesco.

 

Questo racconto di Sartori è un oltraggio all’intelligenza di tutti coloro che lo leggono, ed è una “caduta di stile” enorme per lo stesso Sartori. Perché fino a che Sartori “liquida” l’aiuto avuto dai suoi compagni di cella e dallo stesso Paganella, va bene, affari suoi, fa una figuraccia, avrà i suoi motivi, non dipendere dagli altri, ecc. ma quando ci si inventa di sana pianta una storiaccia del genere significa che è saltato il controllo o che c’è sotto qualcosa. E io dico che è possibile scoprirlo.

 

Infatti tutto si gioca sulla testimonianza di Elia Paganella, che sarà anche concisa ma alcune cose chiare le dice. Il giovane compagno di cella di Sartori afferma che, oltre ad aspettare l’evaso nei pressi dell’ospedale, se lo porta con sé fino alla “Spianà”, luogo che tutti i Veronesi conoscono, una distesa di campi (almeno allora nel 1944) a sud-ovest del centro cittadino. Ma quanto importante è la Spianà? Tantissimo, dato che lì vicino c’è l’incrocio di diverse linee ferroviarie, con decine di scambi, binari morti in quantità, deviazioni per i magazzini, linee nazionali e locali, ecc. Un luogo strategico, non solo e non tanto per gli Alleati, ma anche per il nostro Sartori che, con relativa facilità, sicuramente è saltato su un carro merci diretto verso nord, verso Trento.

 

Ed è qui che noi lo aspettiamo. Altro che San Bonifacio, fonte Abelina di Recoaro, e via inventando. Sartori, salito su un vagone merci, scende rapido nei pressi di Rovereto. Ma siamo sicuri che abbia fatto così, che abbia scelto questa direttrice per la sua fuga?

 

Sì, io sono sicuro che Sartori in quel giorno di maggio, il 21, lo dice lui, poteva anche essere prima ma dobbiamo considerare la necessaria liberazione di Elia Paganella per fissare un paletto nel trascorrere del tempo, quindi concediamogli il 21 maggio. E qui entriamo in una zona grigia dove si capiscono alcune cose ma altre sfuggono necessariamente. Sartori ha bisogno di un recapito, deve lavarsi prima di tutto, cambiarsi d’abito, rifornirsi di un documento, tutte cose che per una “spia nemica” sono necessarie come l’aria che respira. Allora cosa succede? Come faccio ad essere così sicuro che Sartori abbia raggiunto Rovereto e abbia cercato un “rifugio”?

 

La mia sicurezza si basa su una testimonianza, di un (allora) giovane partigiano di diciotto anni, di Rovereto, Lamberto Ravagni, studente, che i genitori inviavano ai bagni pubblici poiché in casa non avevano un impianto adeguato per l’igiene personale. “Questo – dice Ravagni – accadeva nei mesi freddi”, per cui la sua testimonianza si basa temporalmente all’incirca nel mese di marzo del 1944. Ma come abbiamo visto Sartori, in marzo, è in carcere a Forte San Leonardo e deve attendere la liberazione di Paganella per l’evasione dal Kriegslazaret di Borgo Trento. E’ un gioco di incastro, di date, di nomi di compagni di cella, di trasferimenti, ecc. Ma è a tutto questo che ci dobbiamo attenere per non fare errori.

 

Quindi è “molto probabile” che Lamberto Ravagni, scrivendo sul periodo della resistenza [L.R.- La lunga via per la libertà-memorie partigiane, Boogaloo Publishing-2009, Rovereto], pur avendo una memoria di ferro per gli avvenimenti e le persone, abbia sbagliato nella scelta del mese in cui frequentava i bagni pubblici. Ripeto, può essere stato il giorno 21 maggio, oppure qualche giorno prima, ma è nei bagni pubblici di Rovereto che Lamberto Ravagni incontra per la prima volta Alberto Sartori.

 

L’incontro è una folgorazione, resta inciso nella memoria ed è la prova su cui si basa la ricostruzione della fuga di Alberto Sartori. Ma adesso dobbiamo lasciar parlare l’ex partigiano (e avvocato) Lamberto Ravagni che spiegherà alcuni particolari di questa vicenda.

 

Parla Lamberto Ravagni

 

"…[…] fui certo di averlo già visto ai bagni pubblici di Rovereto. La mia famiglia aveva un’intera casa in affitto ma non vi era un bagno per cui nella stagione fredda, il sabato o la domenica, i genitori mi mandavano ai bagni pubblici. Una mattina ero stato il primo cliente e stavano preparandomi lo stanzino quando vidi uscire dall’appartamento dei gestori (i signori de Cavalcabò) la persona che ora era davanti a me.

Era allora avvolto in un bellissimo lungo accappatoio di spugna color rosso cupo. Pensai che forse era il marito della giovane figlia dei gestori (Tullia). Quando si era accorto della mia presenza mi aveva dato un’occhiata indagatoria che avevo ricambiato. “Carlo” (Alberto Sartori, nota di g.m.) era un tipo inconfondibile e non era possibile sbagliare".

 

 

Fermiamoci qui un attimo. Il giovane vede Sartori, lo fissa nella memoria e, quando poi nei gruppi partigiani se lo ritroverà davanti, il comandante “Carlo” gli chiederà a bruciapelo: “Ma tu sei di Rovereto? E conosci Tullia de Cavalcabò?”. Ravagni capisce che questo era il “segreto” di Alberto Sartori. Infatti poi ci saranno conseguenze spiacevoli a causa di questo “riconoscimento”.

 

 

Ma andiamo per ordine. Quindi adesso abbiamo due attori in scena: Lamberto Ravagni e Alberto Sartori. A Rovereto. Ai bagni pubblici. E’ ovvio che Sartori doveva togliersi di dosso la puzza del Forte San Leonardo e dell’ospedale di Borgo Trento, ristorarsi, riposare, dopo tante emozioni e, riconosciamolo, sofferenze autentiche. Certo che una domanda si impone: ma i signori de Cavalcabò chi sono? Perché avrebbero dovuto dare aiuto ad uno sconosciuto? Ad Alberto Sartori? Sapevano qualcosa del suo passato recente? Gliene ha parlato lui?

 

 

Penso che l’indirizzo dei de Cavalcabò, una famiglia “antica”, aristocratica, ma ora in condizioni economiche “normali” o addirittura precarie (gestiscono il complesso dei bagni pubblici e la piscina incorporata, in Via Rosmini) sia stato fornito da “qualcuno” che aveva a cuore la sistemazione del fuggiasco. Non c’è dubbio che Sartori abitasse (provvisoriamente) dai de Cavalcabò (è uscito in costume dal loro appartamento) e anche il Ravagni se ne meraviglia, visto che lui, diciottenne, aveva adocchiato la figlia dei gestori, la bella Tullia, sedicenne (che poi diventerà una affermata pittrice).

 

 

Tutto questo tempo serve perciò a Sartori per riacquistare una immagine decente, necessaria per il compito che deve affrontare: introdursi nelle fila partigiane e raggiungere il Comando dove si decide le linee della resistenza ai tedeschi e ai fascisti. Ha in testa un nome, una conoscenza di Forte San Leonardo: Nello Pegoraro di Schio. C’era anche Luigi Sella ma Sartori preferisce che la chiave di entrata nelle fila partigiane gliela offra Pegoraro. Ne prendo atto.

 

 

La conseguenza di tutte queste riflessioni è una sola: Sartori adesso è nelle condizioni per presentarsi alla porta di Nello Pegoraro (a Schio), amico di carcere, e, dopo averlo abbracciato, farsi guidare da lui sino alla casa partigiana in Raga, sopra Schio. In questo luogo inizia l’avventura partigiana di Alberto Sartori.

 

Parliamo dei "dubbi"

 

Nella narrazione non ho parlato di “sospetti”, ho parlato di dubbi, ma ora che siamo arrivati a Rovereto sarebbe il caso di ritornare per un momento all’intera vicenda. Sartori è una “spia nemica” per i tedeschi e quelli della Gestapo non necessariamente uccidono tutte le “spie”. E’ un materiale umano ricco di sorprese quello delle “spie”, per cui il controspionaggio tedesco sa come comportarsi. Bisogna lasciar bollire a fuoco lento il detenuto in questione, poi durante gli interrogatori blandirlo e intavolare un discorso. Questo discorso può essere reso più efficace dall’esperienza carceraria. Pochi sono coloro che resistono alle vere torture inflitte dalla Gestapo, la maggioranza muore sotto i ferri. C’è invece chi, addestrato anche in questo, cerca di intavolare un discorso tra “colleghi”. Il suggerimento avrebbe potuto essere stato fornito dallo stesso Secret Service inglese ad Alberto Sartori: “Se ti catturano cerca di guadagnare sempre la porta, l’uscita, l’aria aperta. Allontanarsi sempre dal carcere”. Parlare si può parlare, basta inserire cose vere insieme a panzane incredibili, e poi fare la mossa strategica: proporre il “doppio gioco”. “Io lavoro per voi se mi tirate fuori di qui, aspettatevi notizie e informazioni ma lasciatemi la libertà di combattervi”.

 

Il ruolo della Gestapo di Verona

 

Per un ufficiale intelligente della Gestapo condurre in porto una operazione di “doppio gioco” dovrebbe essere un divertimento. Ed è questa la lettura che io mi permetto di tratteggiare sulla vicenda del rilascio dall’ospedale di Borgo Trento. Neanche per un secondo credo che Sartori abbia scalato il muro, ecc. Molto più semplicemente è stato “consegnato” alla stradina dove lo aspettava Elia Paganella (in buona fede) con un semplice passaggio da una porta del Kriegslazaret.

 

Un’altra prova concreta è stata la conoscenza con i de Cavalcabò. Siamo sicuri che fossero per la resistenza? E che Sartori avesse un loro recapito consegnatogli da qualcuno in carcere? O piuttosto: non è più facile che Sartori vada a Rovereto perché glielo dicono i tedeschi? Una operazione gestita dal Comando Gestapo di Verona di questo livello spiegherebbe perché di Alberto Sartori nelle file partigiane in molti nutrivano seri dubbi. E si spiega anche perché il PCI, dall’immediato dopoguerra in poi, fino agli anni 60 abbia fatto di tutto per isolarlo.

 

Non ho raggiunto l’agognata “verità”. Ma la fuga di Alberto Sartori non è un’azione di una persona trasparente, che non racconta balle, ecc. Al contrario è un puzzle, che però (e penso di averlo dimostrato) non è impossibile ricostruire.

Giorgio Marenghi

(continua alla seconda ricostruzione della fuga da S.Leonardo)