I SEGRETI DI EMILIO TAVIANI

giugno 19, 2001 

 

 

Il senatore a vita confessò più volte al presidente della commissione stragi, Pellegrino, di voler vuotare il sacco sulla strage di piazza Fontana. E di voler tirare in ballo responsabilità di settori del Mossad. 

 

di Gianni Cipriani

 

 

ROMA – “Solo quando sarò morto verrete a conoscenza di tutto quello che ho saputo su piazza Fontana e gli altri episodi della strategia della tensione. Non prima. Si tratta di mie personali convinzioni, sulle quali non ho prove, ma che possono avere validità nella ricostruzione storica per comprendere quello che è accaduto in quegli anni”.

 

 

Paolo Emilio Taviani si era confidato più volte, soprattutto negli ultimi anni, con Giovanni Pellegrino, presidente della commissione Stragi. Non avrebbe voluto, l’ex ministro degli Interni, che il suo patrimonio di conoscenze venisse disperso, ma anche che fosse utilizzato per polemiche strumentali, soprattutto in un paese diviso, dove il passato viene ancora utilizzato come una clava per delegittimare l’avversario politico. 

 

Così, accanto alle confidenze private, Taviani aveva continuato a mantenere un atteggiamento assai prudente nelle dichiarazioni ufficiali. Tanto di aver chiesto, solo pochi giorni fa, che venissero mantenuti gli “omissis” su quei passaggi delle sue audizioni in commissione avvenute in seduta segreta. Compresi quei passaggi che, agli stessi esperti, non sembravano particolarmente compromettenti.

 

 

Ma quali erano i suoi segreti? Ovviamente bisognerà aspettare le memorie nelle quali, tra l’altro, non è detto che Taviani abbia affidato tutti i suoi ricordi. Però non è un mistero, stando alle mezze confidenze fatte dal senatore democristiano, che lui volesse dire, più di altre, le sue verità sulla strage di piazza Fontana e su quella dell’Italicus.

 

 

 

In particolare, su quella dell’agosto del 1974 l’ex ministro dell’Interno si era fatta una sua convinzione: che oltre ai neofascisti, esecutori materiali, i mandanti andassero ricercati piuttosto che nei servizi segreti “deviati” in settori dell’intelligence israeliana che avrebbero avuto interesse a destabilizzare il nostro paese. Una sensazione, quella di Taviani. O forse da ministro dell’Interno poteva avere elementi ben più concreti sui quali farsi la sua convinzione. 

 

 

Però, ovviamente, chiamare in causa uno Stato straniero, per di più con un ruolo strategico come Israele, avrebbe avuto effetti ancor più destabilizzanti. 

 

 

Così Taviani si è tenuto per anni le sue idee. E si è ben guardato dal rivelarle pubblicamente, se non in alcune brevi confidenze private. Ma perché la pista israeliana sull’Italicus? Nessuno lo sa. Forse c’era un collegamento con la vicenda di Bertoli, l’autore dell’attentato alla questura di Milano nel 1973, che era stato ospitato in un kibbutz israeliano nei mesi precedenti all’azione. O forse Taviani ha sempre saputo che – come è stato recentemente accertato – in quel periodo, nonostante l’antisemitimo, c’era stato una sorta di accoordo tra i neofascisti di Ordine Nuovo ed emissari del Mossad per reclutare guerriglieri da addestrare in Medio Oriente e utilizzare contro gli arabi.

 

 

 

Chissà quanto di ciò sarà scritto nelle sue memorie. Così come non si sa quanto sarà scritto su piazza Fontana, una strage che Taviani ha sempre considerato in qualche modo “di Stato”. 

 

 

In confidenza si era spinto a questa e ad altre ben più stringenti indiscrezioni. Addirittura, secondo alcuni parlamentari, deponendo in commissione, durante un passaggio in seduta segreta aveva detto una frase che aveva fatto sobbalzare i commissari. Più o meno che si rifiutava di pensare che un ufficiale delle forze dell’ordine aveva consentito che fosse lasciata la bomba nella banca, sapendo che gli uffici sarebbero rimasti aperti.

 

 

Come dire: chi ha autorizzato l’operazione di piazza Fontana, poiché aveva un ruolo istituzionale, non immaginava quali conseguenze avrebbe provocato l’ordigno. Poi, in sede di “revisione” di testo, Taviani fece togliere questi riferimenti, che così non compariranno nei testi ufficiali della Commissione stragi, quando questi saranno pubblicati. Evidentemente si era accorto di essere andato “oltre” parlando a braccio.

 

 

Ora, come detto, non resta che aspettare. 

 

O il suo libro di memorie o – forse – qualche documento lasciato da un notaio da rendere pubblico solo dopo la sua morte. 

 

 

Certo è che il contributo di Taviani potrebbe rivelarsi di straordinario interesse. Lo stesso Aldo Moro, in un famoso passaggio del suo memoriale scritto durante la prigionia nel carcere delle Brigate Rosse, aveva detto che Taviani, per essere stato ministro sia della Difesa che dell’Interno conosceva molto bene l’organizzazione dello Stato, comprese, aveva aggiunto Moro, le sue articolazioni parallele e segrete. Quelle articolazioni di cui Taviani, probabilmente, ha voluto lasciare memoria, dando un contributo alla democrazia di cui era stato uno dei padri fondatori anche dopo la sua morte.

 

Le memorie di Taviani

 

C’è una pagina di Taviani da sottolineare, relativa ai servizi deviati. Racconta che, come corollario della liquidazione coatta dei neofascisti, mandò a casa agenti di complemento e confidenti che erano stati assunti nel periodo ministeriale di Restivo.

 

di Giulio Andreotti

 

Paolo Emilio Taviani aveva detto più volte – anche nel corso della deposizione nella Commissione stragi – che dopo la sua morte sarebbe uscito un libro nel quale avrebbe potuto dire quel che non riteneva opportuno rendere noto da vivo. Anche se ero convinto che non si trattava di rivelazioni clamorose, mi sono affrettato a leggere il saggio, appena pubblicato per i tipi del Mulino.
Rivelazioni impressionanti non ci sono. E potrebbe venire il sospetto che da buon genovese l’amico Taviani avesse predisposto una accorta pubblicità per la diffusione del volume postumo. Ma non sarebbe giusto.

 

 

Di particolare rilievo è la rievocazione del decreto di scioglimento del gruppo estremista di destra “Ordine nuovo”, che Taviani adottò in dissenso da Moro. Non perché Moro avesse propensioni nere, ma temeva che si potesse imboccare una potenziale strada antidemocratica (più o meno come fecero con me i comunisti, battendosi per respingere il decreto-legge contro la scarcerazione degli imputati nel maxiprocesso).

 

 

C’è però una pagina di Taviani da sottolineare, relativa ai servizi deviati. Racconta che, come corollario della liquidazione coatta dei neofascisti, mandò a casa agenti di complemento e confidenti che erano stati assunti nel periodo ministeriale di Restivo. Alcuni di questi divennero schegge impazzite e a essi vengono ricondotti episodi gravissimi, come la strage dell’Italicus. Viceversa Taviani esonera da ogni addebito gli uomini della Cia. Mentre la sua “ammirazione per la cultura ebraica” non gli impedisce di ritenere che abbiano avuto torto i giudici assolvendo gli agenti del Mossad imputati in un’altra strage: quella dell’Argo 16, l’aereo che poco prima aveva fatto espatriare un nucleo di palestinesi.
Ai neofascisti addebita anche in modo netto i fatti di Milano, chiamando depistaggi le attribuzioni a sinistra.

 

 

Al di fuori della cronaca più che nera, Taviani mette in rilievo pagine importanti della sua milizia politica. Nulla da eccepire nella ricostruzione della lotta partigiana, che lo vide protagonista di rilievo accanto a molti giovani della Fuci e dei laureati cattolici. Con orgoglio sottolinea che Genova fu liberata da loro prima che sul posto arrivassero gli Alleati.

 

 

Su un punto mantengo invece il mio dissenso. Nell’estate del 1954 come ministro della Difesa nel governo presieduto da Pella, Taviani prese molto sul serio una informazione secondo cui le truppe di Tito stavano per invadere Trieste con la convinzione che gli angloamericani avrebbero accettato il fatto compiuto. Di qui la mobilitazione italiana, lo schieramento di unità, il risuono di trombe tra il ritenuto – e in parte vero – consenso muscolare della gente.

 

Taviani scrive: «Non posso esimermi dal porre una domanda: se non ci fosse stata la rischiosa iniziativa ideata dalla nostra diplomazia, criticata da De Gasperi e da tanti altri, sostenuta soltanto da Pella, da me e da Fanfani, che cosa sarebbe oggi Trieste?».

 

 

Io appartenevo ai tanti altri e pur essendo sottosegretario alla Presidenza non partecipai al comizio del Campidoglio, dove Pella poco mancò che minacciasse di rompere le reni alla Iugoslavia. Me ne andai ostentatamente in gita a Montecatini, addolorato per il clima retorico che si stava creando. C’è di più. Pur conoscendo gli americani l’infondatezza dell’allarme, la loro ambasciatrice Claire Booth Luce applaudì il vigore governativo dicendo che l’Italia aveva finalmente trovato un uomo. Con quale gioia di De Gasperi è facile a comprendersi.

 

È l’unico punto in cui, allora e parlandone in seguito più volte con Taviani, ho dissentito da lui. Mentre dal libro apprendo che nel 1947 era stato proprio Taviani a suggerire a De Gasperi di chiamarmi al Viminale. Questo non lo sapevo, mentre conoscevo il consiglio di monsignor Montini in proposito.
Di grande rilievo sono le pagine dedicate al ruolo di primaria importanza avuto da Paolo Emilio nella costruzione europea e, in altro campo, nella elaborazione della Carta costituzionale.

 

 

Divertenti sono invece alcuni particolari sulla complicata vita ministeriale romana, dove tutto sembrerebbe organizzato alla perfezione, se si vigilava persino su una dattilografa che aveva sposato un funzionario dell’ambasciata canadese sospettato di contatti con il Kgb. Comunque la stessa restò in servizio fino all’età del pensionamento. Perché Taviani la cita? Per smentire, dice, che lui stesso avesse una segretaria del genere come sembrerebbe, a suo avviso, dichiarato nelle rivelazioni del Mitrokin.
Soltanto di sfuggita si accenna ad un personaggio, il dottor Federico Umberto D’Amato, che lavorò a lungo al Viminale, collegato per quel che sembra con le intelligenze di mezzo mondo; ma trovando anche il tempo per curare la rubrica gastronomica de L’Espresso. Mi sembra che volutamente se ne svaluti l’importanza.


Credo che una attenta lettura delle memorie di Taviani sarà indispensabile per quanti vogliano ricostruire con attendibilità gli eventi del dopoguerra e la lunga stagione di crescita della nazione italiana.

Giulio Andreotti

 

[30 GIORNI - mensile internazionale diretto da Giulio Andreotti dal 1993 al 2012]  - Editoriale tratto dal n.06 - 2002