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Piazza Fontana e oltre

 

di Vincenzo Vinciguerra

 

Capitolo undicesimo 

 

Si è fatta e si continua a fare, specie oggi che si vuole portare agli altari del regime democratico il defunto segretario nazionale del Msi-Dn Giorgio Almirante, come il fondatore della “destra moderna”, la differenza fra destra parlamentare ed extra-parlamentare per ribadire che il partito di Arturo Michelini e Giorgio Almirante è stata cosa ben diversa da “Avanguardia nazionale”, da “Ordine nuovo”, dallo stesso “Fronte nazionale” che pure era diretto dall’iscritto al Msi, Junio Valerio Borghese.

 

La realtà storica, ovviamente, si colloca all’esatto opposto di questa ricostruzione appartenente a storici che, nei casi migliori, di storia sanno poco e di quelli che invece appartengono alla categoria dei “quanto mi paghi”.

 

Uomini del Movimento sociale italiano li troviamo coinvolti in tutti gli episodi più oscuri della storia italiana dagli anni Sessanta fino ai primi anni Ottanta.

 

Sono presenti, accanto a Mario Tedeschi, nell’operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966; ancora prima sono missini che agiscono per conto del Sifar in Austria compiendo attentati; Pino Rauti, capo dell’organizzazione che sarà chiamata in causa per buona parte delle stragi italiane è stato sempre un uomo del Msi nel quale, dopo alcuni anni di ufficiale e strumentale separazione, è rientrato il 16 novembre 1969 per divenirne parlamentare, prima, e segretario nazionale, dopo; senatore del Msi-Dn è stato anche Mario Tedeschi che qui, per la prima volta, sulla base delle dichiarazioni di Serafino Di Luia, indichiamo come la “cinghia di trasmissione” fra Avanguardia nazionale ed il ministero degli Interni; parlamentare missino è stato Sandro Saccucci, implicato nel tentato golpe del 7-8 dicembre 1970 e collaboratore del servizio segreto militare; missino era Augusto Cauchi, confidente del Sid e “bombarolo” che faceva capo, anche durante la latitanza, al federale missino di Arezzo; missini erano i componenti delle “Squadre d’azione Mussolini”(Sam), indicati nominativamente in una nota del Sid del 9 agosto 1969, tutti inseriti nella “Giovane Italia” con sede in Corso Monforte n°13; missini erano i Valerio Fioravanti, le Francesca Mambro e tutta la banda dei cosiddetti “Nar” dei primi anni Ottanta; missini, infine, ben tre capi del servizio segreto militare: Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli e Luigi Ramponi.

 

Sono i vertici nazionali del Msi, guidati in entrambi i casi da Giorgio Almirante ad organizzare le manifestazioni nazionali del 14 dicembre 1969, a Roma, e del 12 aprile 1973, a Milano, che nei loro progetti devono rappresentare la “bomba”innescata dalle stragi che le precedono, in funzione di detonatore, per fare intervenire le Forze armate, ovvero per giungere al tanto agognato “stato di emergenza” dal quale una forza d’ordine anticomunista come il Msi ha tutto da guadagnare e niente da perdere.

 

La strage o le stragi, sia pure indiscriminate, non bastano per far proclamare lo “stato di emergenza”, come avrà modo di accorgersi il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat il 12 dicembre 1969.

 

Per ottenere l’effetto voluto serve che il sangue scorra nelle strade, come nel mese di luglio del 1948 dopo l’attentato al segretario nazionale del Pci, Palmiro Togliatti, e nello stesso mese del 1960 a seguito della pretesa del Msi di svolgere il suo congresso nazionale a Genova, città partigiana, perché il disordine raggiunga il suo culmine, si estenda a macchia d’olio in tutto il Paese e giustifichi l’intervento repressivo delle Forze armate chiamate a ristabilire quell’ordine pubblico che le forze di polizia, da sole, non sono più in grado di controllare.

 

Il piano non è nuovo.

 

Lo ritroviamo in una nota informativa americana del 25 giugno 1964 inviata al comandante delle truppe americane in Europa:

 

“Abbiamo avuto informazione – è scritto – da fonte molto attendibile, il cui nome non viene fornito in ragione dell’esplosiva natura dell’informazione, che nel prossimo futuro è possibile che in Italia avvenga un colpo di Stato.

 

Economisti e uomini di destra, cioè liberali, monarchici e membri del Movimento sociale italiano, stanno preparando un piano per l’attuazione nei prossimi mesi di una manifestazione nazionale.

 

Lo scopo è quello di portare a Roma forti gruppi di reduci, invalidi ed ex prigionieri di guerra, col pretesto di risvegliare sentimenti patriottici nel popolo italiano, creare un’atmosfera favorevole all’inversione dell’attuale tendenza politica in Italia ed installare un nuovo ordine politico fondato sui tradizionali valori morali e politici della Nazione…Se la manifestazione dovesse provocare una contromanifestazione di estrema sinistra, i carabinieri sarebbero immediatamente chiamati ad intervenire con l’appoggio delle Forze armate. Le Forze armate si preoccuperebbero poi di mantenere l’ordine e la legge in Italia”.

 

I riscontri, sia pure indiretti, non mancano.

 

Il generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca comandante generale dell’Arma dei carabinieri, rientrato a casa dopo una riunione con i vertici della Democrazia cristiana, tenutasi nell’abitazione del senatore Tommaso Morlino, dirà alla moglie:

 

“Vogliono fare di me un nuovo Bava Beccaris, ma non ci riusciranno”.

 

Se ricordiamo che il generale Bava Beccaris aprì il fuoco con l’artiglieria contro i cittadini milanesi in rivolta, ben si comprende la ritrosia del generale Giovanni De Lorenzo a passare alla storia come massacratore di inermi cittadini per conto di Aldo Moro, Mariano Rumor e cristianissimi colleghi di partito.

 

Il secondo proviene dall’interno stesso della direzione nazionale del Msi, da Giulio Caradonna, per anni ai vertici del partito nonché confidente della divisione Affari riservati con il criptonimo di “Stanislao”.

 

L’11 marzo 2008, il quotidiano “Libero”, nell’articolo intitolato “Il ’68 nero: Almirante guidò gli scontri all’Università”, riporta una dichiarazione di Giulio Caradonna che conferma le intenzioni e le responsabilità del partito nel quale ha militato e dei suoi dirigenti:

 

“Forse la verità è che si voleva portare alle estreme conseguenze lo scontro tra i ragazzi per poi far arrivare l’esercito”.

 

Se il piano descritto nella nota informativa del 25 giugno 1964 si basava su una manifestazione nazionale, contestata dai militanti comunisti, quello del dicembre del 1969 lo reiterava alla lettera con una sola variabile: una o più stragi “rosse” (la distinzione fra anarchici, “cinesi”, marxisti-leninisti, comunisti ortodossi non esisteva per l’opinione pubblica) contro obiettivi borghesi e l’oltraggio al simbolo stesso dell’unità nazionale e del sacrificio dei suoi combattenti, il monumento al Milite ignoto, ovvero all’Altare della patria, che avrebbero infiammato la piazza di destra e ne avrebbero giustificato l’aggressività se l’adunata nazionale fosse stata contestata dai sovversivi “rossi”.

 

La strage di piazza Fontana a Milano, con 16 morti e 90 feriti, e quella mancata alla Banca nazionale del lavoro, dove comunque 14 feriti ci sono stati, precedono di due giorni l’adunata nazionale indetta dal Msi contro la quale il Partito comunista, secondo le successive dichiarazioni di Enrico Berlinguer pubblicata da “Panorama” il 25 dicembre 1969, aveva già predisposto un “cordone sanitario”: esattamente quello che speravano e volevano gli organizzatori della manifestazione e i fautori della proclamazione dello “stato di emergenza”.

 

Non è un’ipotesi.

 

Il 7 aprile 1973, un militante del Movimento sociale italiano di Milano, Nico Azzi, dopo aver passeggiato per i corridoi del direttissimo “Torino-Roma” leggendo in modo ostentato il quotidiano “Lotta continua”, si reca in una toilette del convoglio ferroviario per innescare un ordigno destinato a fare una strage.

 

Per fortuna degli ignari ed innocenti passeggeri, Azzi si fa esplodere il detonatore nella mani ed è l’unico a restare ferito.

 

La ragione della strage, fallita per l’imperizia dell’attentatore, va ricercata nella manifestazione nazionale che i vertici del Msi hanno indetto a Milano per il 12 aprile 1973.

 

Organizzatore della strage fallita, risulterà essere per chiamata di correità diretta dello stesso Nico Azzi, Giancarlo Rognoni, militante del Msi, impiegato alla Banca commerciale di Milano il 12 dicembre 1969, legato al gruppo veneto di “Ordine nuovo”, infine imputato – poi assolto – per concorso nella strage di piazza Fontana.

 

Milano non era una “piazza” di destra, al contrario ribolliva di militanti di sinistra di tutte le tendenze e formazioni pronti a mobilitarsi per impedire ai “fascisti” di parlare e sfilare in corteo.

 

Una “piazza” ideale per chi cercava i morti in numero sufficiente per invocare il ripristino dell’ordine specie se gli animi fossero stati infiammati da una strage “rossa”, questa volta non più anarchica ma di “Lotta continua”.

 

Come si sono presentati gli attivisti missini in piazza, quel 12 aprile 1973 (perché erano tutti missini, non extraparlamentari) è storia anche giudiziaria visto che una bomba a mano scagliata da loro ha ucciso un agente di polizia e che il tentativo di attribuirla ad “infiltrati” del Pci, come scriverà il quotidiano del partito “Il Secolo d’Italia” il giorno successivo, 13 aprile, era fallito sul nascere per la delazione di uno o più missini che avevano fornito ai funzionari dell’ufficio politico della Questura, in tempo reale, i nomi dei due missini lanciatori delle bombe a mano.

 

La logica è la stessa, identica, del piano predisposto nel dicembre 1969: prima la strage “rossa”, poi la manifestazione patriottica di una piazza che invocava il ritorno dell’ordine di uno Stato forte contro la “sovversione rossa”.

 

Il Movimento sociale italiano nasce, il 26 dicembre 1946, come forza politica esclusivamente anticomunista, destinata ad essere la punta di lancia di uno schieramento molto più vasto che va dai socialdemocratici ai monarchici per contrastare anche fisicamente i comunisti.

 

Nel 1969, ai militanti del Movimento sociale italiani si sommano quelli che fanno parte di altre organizzazioni, ufficialmente distinte dal partito-padre, come “Avanguardia nazionale”, “Ordine nuovo”, “Europa Civiltà”, il “Fronte nazionale”.

 

Sia il Movimento sociale italiano sia queste organizzazioni sono collegate ai vertici con i servizi di sicurezza militari e civili, che possono così disporre a loro piacimento di una manovalanza che può essere usata per destabilizzare l’ordine pubblico senza compromettere i partiti di governo verso i quali questa massa di manovra ostenta avversione ed ostilità ideologiche, perché si presentano come “fascisti” che agiscono all’interno di un sistema antifascista, e politiche, perché accusano la Democrazia cristiana ed i partiti collegati di cedimento di fronte al comunismo.

 

Giorgio Almirante, nel periodo della Repubblica sociale italiana, ha condotto un doppio gioco che gli ha garantito un’assoluta impunità al termine del conflitto.

 

Junio Valerio Borghese, com’è noto, ha mantenuto rapporti di collaborazione con il servizio segreto della regia Marina durante la guerra civile e, dal mese di maggio del 1945, ha collaborato con i servizi segreti americani ed italiani.

 

Sul conto di Pino Rauti la conferma definitiva dall’intervista del generale Gianadelio Maletti, trasmessa da Giovanni Minoli nel corso della puntata de “La storia siamo noi” del 7 dicembre 2009, che ha affermato come Ordine nuovo abbia mantenuto un rapporto stabile con il Sid fino al 1974.

 

Per quanto riguarda Stefano Delle Chiaie, dopo anni di smentite, silenzi, reticenze, sottufficiali di Ps già in servizio presso l’ufficio politico della Questura di Roma hanno esplicitamente dichiarato che era un informatore.

 

Ancora più devastante per l’immagine del capo di “Avanguardia nazionale”, la testimonianza resa, il 15 maggio 1997, al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni dall’ispettore generale di Ps, in congedo, già in forza alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, il quale ha dichiarato :

 

“Ricordo Delle Chiaie il quale veniva sempre da D’Amato sia quando questi aveva l’incarico di vice-direttore che anche nei tempi successivi. Si tratteneva nell’ufficio di D’Amato e qualche volta ho assistito anch’io ai colloqui” .

 

Testimonianza autorevole sul rapporto personale e diretto che è esistito fra Stefano Delle Chiaie ed Umberto Federico D’Amato, non viziata da rancori personali e da secondi fini, perché nulla di personale poteva avere l’ispettore generale di Ps, Guglielmo Carlucci, nei confronti del capo di Avanguardia nazionale”.

 

Nel raffinato “gioco degli specchi” l’immagine riflessa di questi uomini, dei loro collaboratori e delle loro organizzazioni ci appare come quella di forze politiche ed ideologiche neofasciste, avverse ad un regime politico imposto dai vincitori della Seconda guerra mondiale, ma quella reale ci propone quella di uomini e gruppi ben decisi a riguadagnarsi uno spazio politico svolgendo per lo Stato ed il regime politico anticomunista servigi di ogni genere, anche i più degradanti.

 

E non è chiaro quale significato attribuire al fatto che contestualmente alla scarcerazione di Pietro Valpreda e Mario Merlino, il 29 dicembre 1972, giunga al commissario capo di Ps, Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico della Questura di Milano, la promozione a vice-questore.

 

Ad “incastrare” Pietro Valpreda, la sera del 15 dicembre 1969, mostrando la sua foto al taxista Cornelio Rolandi era stato il questore di Milano, Marcello Guida, non il capo dell’ufficio politico.

 

Quella promozione giunta lo stesso giorno della scarcerazione di Pietro Valpreda e Mario Merlino, rappresenta la gratifica consolatoria per un funzionario di Ps che credeva nella colpevolezza dei due imputati o, di converso, il riconoscimento di meriti rimasti sconosciuti per averli favoriti?

 

Forse, non lo sapremo mai ma l’interrogativo va posto perché coincidenze in un mondo come quello degli apparati segreti dello Stato impegnati in una guerra “sporca” non ce ne sono, tanto più che da tre mesi Allegra era sotto inchiesta per concorso nella “copertura” dei componenti della “cellula nera” di Padova insieme al commissario di Ps, Bonaventura Provenza, capo dell’ufficio politico della Questura di Roma e al vice-capo della polizia, Elvio Catenacci .

 

Comportamenti che non erano passati inosservati, tanto da sollevare l’indignazione del democristiano Carlo Fracanzani che sull’operato di Antonino Allegra e dei suoi colleghi, il 25 settembre 1972, aveva presentato un’interrogazione parlamentare.

 

Il 1969 è iniziato con i gravissimi incidenti dinanzi al locale “La Bussola” di Viareggio, nel corso dei quali rimane gravemente ferito Soriano Seccanti, destinato poi a restare paralizzato.

 

Non si è mai appurato chi abbia sparato rovinando per sempre la vita del giovanissimo Soriano Ceccanti, ma una nota informativa di Armando Mortilla, indirizzata alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, l’11 gennaio 1969, afferma testualmente:

 

“Da parte sua Ordine nuovo sta intensificando il lavoro organizzativo in alcune zone ‘calde’ della penisola utilizzando a questo fine simpatizzanti e iscritti che compiono il servizio di leva. Si è appreso che il primo esperimento di questa attività è avvenuto in Versilia, esattamente in occasione degli incidenti alla Bussola”.

 

Non serve commentare ancora.

 

Ci limitiamo a constatare che la carriera politica del “nazista” Pino Rauti, già segretario nazionale del Msi-Dn e suocero dell’attuale sindaco di Roma, l’antifascista Gianni Alemanno, è costellata di”meriti” del genere ora evidenziato e che sarebbe il caso di renderli pubblici.

 

Il 27 febbraio 1969, giunge in visita ufficiale a Roma il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.

 

Il quotidiano missino, “Il Secolo d’Italia”, lo saluta pubblicando nell’ultima pagina, a caratteri cubitali, in italiano ed in inglese, la scritta:

 

“Attenzione Nixon! L’Italia si prepara a tradire gli impegni atlantici e a portare i comunisti al potere”.

 

Il giorno successivo, 28 febbraio, “Il Secolo d’Italia”, nell’articolo intitolato “I giovani del MSI impegnati in duri scontri con i comunisti”, rivendica per il partito il merito di aver impegnato i giovani militanti missini in scontri fisici con quanti contestavano la visita del presidente americano in Italia.

 

Il mondo anticomunista, di cui il Msi e i gruppi collegati sono parte integrante, attende proprio dalla venuta di Richard Nixon un segnale che indichi, in maniera esplicita, la volontà della potenza egemone di risolvere il caso italiano con la liquidazione politica del Partito comunista e dei gruppi di sinistra.

 

Alla testa di questo mondo composito ed eterogeneo politicamente ed ideologicamente, unito solo dall’odio nei confronti del comunismo, si trova il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat.

 

Nel corso del colloquio ufficiale con il presidente americano, secondo gli appunti presi dal generale Vernon Walters, Giuseppe Saragat pronuncia una autentica filippica contro il Partito comunista italiano:

 

“Agli occhi degli italiani – dice – il Pci si fa passare per un partito socialista attivista e rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino; il suo capo, Luigi Longo, è a tutti gli effetti un funzionario sovietico. I comunisti hanno condannato l’invasione della Cecoslovacchia e la nostra stampa e quella internazionale, vi hanno visto un distacco dall’Urss. È un errore, lo hanno fatto perché gli italiani sono indignati, e per essere liberi di denunciare la Nato; la vogliono distruggere, rendere prima l’Italia neutrale e poi allinearla con Mosca”.

 

Ma, prima di questa conversazione ufficiale, Saragat e Nixon, hanno un breve incontro, senza testimoni.

 

Alcuni storici hanno voluto negare la circostanza, ma la testimonianza dell’ambasciatore Egidio Ortona non lascia adito al dubbio che, viceversa, i due presidenti hanno avuto un colloqui privatissimo:

 

Ortona annota nel suo diario:

 

“Al Quirinale Nixon e Saragat si ritirano per un incontro a quattr’occhi: deplorevole dispregio dei diplomatici…”.

 

Non sapremo mai cosa si siano detti Richard Nixon e Giuseppe Saragat nel loro colloquio a “quattr’occhi”, ma la venuta del presidente americano segna l’inizio della campagna di attentati che si concluderà solo il 12 dicembre 1969. Il 28 febbraio, difatti, viene compiuto il primo attentato, a Roma, contro l’ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia.

 

Nel mese di giugno del 1974, alla domanda rivoltagli su chi fossero stati a sua conoscenza gli organizzatori della strage di piazza Fontana, Gaetano Orlando, risponde senza esitare: “I socialisti”.

 

Stefano Delle Chiaie, presente all’interrogatorio del dirigente del Mar, a Madrid, cambia subito argomento.

 

Ma, i dirigenti di “Avanguardia nazionale” non possono cancellare il fatto che, nell’ottobre del 1974, accanto a quello del senatore Mario Tedeschi, l’unico nome fatto da Adriano Tilgher e Felice Genoese Zerbi, nella loro conferenza stampa per evitare lo scioglimento dell’organizzazione, è stato quello dell’ex ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi.

 

Quali “carte” avessero in mano gli avanguardisti per ricattare Tanassi, manco a dirlo, le hanno tenute ben nascoste anche dopo che sono finiti in carcere per sei mesi e che “Avanguardia nazionale” è stata sciolta, con il parere difforme di Amintore Fanfani.

 

Rapporti oscuri, intessuti in un contesto che oggi appare storicamente chiaro, fra “neofascisti” e socialdemocratici in un periodo in cui il più accanito sostenitore della necessità di liquidare il Partito comunista italiano era il presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat.