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Piazza Fontana e oltre

 

Di Vincenzo Vinciguerra

 

Capitolo decimo 

 

In un mondo senza pace, in permanente stato di guerra sia pure “non ortodossa”, la stampa è lo strumento di battaglia più adeguato per condizionare l’opinione pubblica, per informarla di ciò che fa comodo, per disinformarla su ciò che al potere non conviene far sapere in modo corretto.

 

In Italia, il compito della propaganda e della contropropaganda, per scopi difensivi ed offensivi, è affidato al ministero degli Interni che può assolverlo non solo facendo circolare “veline”nelle redazioni giornalistiche ma contando su giornalisti al suo servizio ricambiati con agevolazioni di carriera e, spesso, con versamenti finanziari.

 

Non è difficile al ministero degli Interni ed al servizio segreto civile far pubblicare sulla stampa notizie atte a favorire il raggiungimento di scopi segreti nell’ambito delle operazioni che conduce.

 

Una di queste, a prescindere della buona fede del giornalista che l’ha pubblicata, la troviamo sul settimanale “L’Espresso” del 20 aprile 1969, dove, all’interno di un articolo a firma di Giuseppe Catalano, si cita il circolo “XXII marzo” dell “‘ex ordinovista ed ex fascista” Mario Merlino addirittura come “il più noto dei gruppi anarchici giovanili”.

 

Dopo aver ricordato il congresso anarchico svoltosi a Carrara dal 31 agosto al 3 settembre 1968, Catalano aggiunge:

 

“Poi, in un altro congresso tenutosi a Milano il 13 aprile Valpreda aderì anche lui al ’22 marzo’…”.

 

È, questa, la classica “notizia del diavolo”, come si definisce nell’ambiente giornalistico, perché, difatti, sappiamo che Mario Merlino aveva fondato il circolo “XXII marzo”, senza qualificarlo come anarchico, alla fine di maggio del 1968, con i militanti di “Avanguardia nazionale” che abbiamo citato nelle pagine precedenti, che il circolo “anarchico” “22 marzo” sarà costituito nel mese di ottobre del 1969 e sarà necessaria un’altra operazione di “intossicazione” giornalistica per accreditarlo in questa veste, come vedremo, e che, infine, Pietro Valpreda per usare le parole degli autori del volume “La strage di Stato” all’epoca non era “nessuno”, quindi l’inserimento del suo nome, accanto a quello di Mario Merlino, è un tentativo di accreditamento pubblico per entrambi i protagonisti del futuro circolo “22 marzo” e della tragica vicenda del 12 dicembre 1969.

 

L’operazione, compiuta attraverso il settimanale “L’Espresso” e l’inconsapevole Giuseppe Catalano, non coglie il suo obiettivo, tanto che l’operazione deve essere ribadita, questa volta utilizzando il settimanale “Ciao 2001″ e con giornalisti che sanno bene quello che fanno.

 

Il circolo “22 marzo”, a Roma, viene ufficialmente aperto il 17 ottobre 1969, quando Emilio Bagnoli ritira le chiavi della cantina di via Governo Vecchio dove è stabilita la sede del gruppo.

 

Quanti, fra amici e nemici, a Roma, possono credere alla conversione all’anarchia di Mario Merlino, pochi, forse nessuno. Così, parte un’operazione di intelligente ed accorta disinformazione che inizia con un attacco.

 

Il 22 ottobre 1969, il giornalista Tonino Scaroni, capo dell’ufficio stampa del cabaret di destra “Il Giardino dei supplizi” e caporedattore per gli spettacoli del quotidiano democristiano “Il Tempo”, dove lavora il capo di “Ordine nuovo” Pino Rauti, pubblica sulla rivista “Ciao 2001″ un articolo, intitolato “Le guardie bianche di Hitler”, dedicato ai gruppi dell’estrema destra romana, fra i quali colloca “il gruppo anarcoide guidato da Mario Merlino, i cui adepti debbono farsi crescere la barba e farla poi spiovere sulle camicie nere”.

 

Un duro colpo al tentativo di presentarsi come anarchici di Mario Merlino e compagni almeno in apparenza, perché il 19 novembre 1969 “Ciao 2001″ pubblica un secondo articolo dal titolo “A come anarchia”, che contiene un’intervista a Mario Merlino e si conclude con il riconoscimento per lui e per gli aderenti al circolo “22 marzo” di essere autentici anarchici.

 

Articolo, intervista e conclusioni, ovviamente, erano preventivamente concordate fra l’”anarchico” Mario Merlino e i giornalisti di destra di “Ciao 2001″.

 

Abbiamo segnalato in precedenza l’azione depistante degli uffici politici delle Questura di Padova e di Milano per impedire che si potesse giungere all’identificazione degli acquirenti delle borse utilizzate per gli attentati del 12 dicembre 1969 e, da costoro, a quella degli autori materiali e degli organizzatori.

 

Ma c’è di peggio.

 

Difatti, nel corso delle indagini sulla strage di piazza Fontana condotte dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, due “collaboratori di giustizia, entrambi appartenenti al gruppo veneto di “Ordine nuovo”, Martino Siciliano e Carlo Digilio, quest’ultimo fiduciario della Cia a Venezia con il criptonimo di “Erodoto”, indicano come autore materiale della strage di piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969, tale Delfo Zorzi.

 

Zorzi – premettiamolo subito – è stato assolto dall’accusa con formula dubitativa e con sentenza passata ormai in giudicato, come già prima di lui Franco Freda e Giovanni Ventura.

 

Però rimane una figura interessante perché i suoi rapporti con il ministero degli Interni sono emersi già nel corso del processo per l’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, svoltosi a Venezia dal 23 marzo al 25 luglio 1987.

 

Il nome di Zorzi è risultato, in modo documentato, collegato a quello del prefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, all’epoca capo dell’ufficio stampa del ministero degli Interni, e a quello di Elvio Catenacci, già questore di Venezia, poi direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, infine vice capo della polizia, da taluno indicato come amico personale del padre dello stesso Delfo Zorzi.

 

Il nome di Delfo Zorzi era tutt’altro che sconosciuto anche al prefetto Umberto Federico D’Amato che, nel corso della sua deposizione dinanzi alla Corte di assise di Venezia, nell’aprile del 1987, si ricorderà perfettamente di lui per averlo incontrato, a suo dire, nel 1971, nell’ufficio del suo collega Antonio Sampaoli Pignocchi che non si occupava solo di “veline” da mandare ai giornali ma era abilitato a trattare “fonti informative”, in altre parole era organico al servizio segreto civile.

 

Fra le sue qualità, il prefetto D’Amato avrà potuto annoverare una memoria di ferro, ma nemmeno lui avrebbe potuto ragionevolmente indurre qualcuno a credere che, a distanza di ben sedici anni, serbava memoria di uno studente universitario (questo era Zorzi nel 1971) incontrato qualche volta nell’ufficio di SampaoliPignocchi.

 

Non si può concludere questa breve analisi del ruolo del ministero degli Interni nelle vicende del 1969 e, in maniera specifica, degli attentati stragisti a Roma e a Milano del 12 dicembre 1969, senza ricordare che Pietro Valpreda è stato assolto anche grazie al contributo fornitogli, nel corso del processo di Catanzaro, da un ex brigadiere di Ps, già in forza all’ufficio politico della Questura di Milano, Vito Panessa.

 

Costui era stato, insieme ad un collega e ad un carabiniere, il protagonista del “fermo” di Pietro Valpreda, a Milano, alle 11.30 del 15 dicembre 1969.

 

Panessa, a posteriori, affermerà di aver redatto un appunto informale riportando la dichiarazione di Pietro Valpreda di essere stato malato tre giorni.

 

L’appunto non verrà mai consegnato alla magistratura, per ragioni che sfuggono alla comprensione, alla logica umana e anche a quella riferita ai doveri d’ufficio del brigadiere Vito Panessa, dei suoi colleghi e dei suoi superiori.

 

Comunque, due giorni prima dell’interrogatorio di Pietro Valpreda dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro, il brigadiere Vito Panessa si ricorda dell’appunto informale da lui redatto quel mattino del 15 dicembre e lo fa pervenire alla Corte d’assise che ne tiene debito conto perché conferma le dichiarazioni difensive di Pietro Valpreda.

 

La leggenda di piazza Fontana, vuole che la polizia abbia incastrato Pietro Valpreda, innocente anarchico, ma dimentica opportunamente che è stata sempre la polizia a determinarne l’assoluzione per insufficienza di prove.

 

Questo, in breve sintesi, il ruolo ricoperto dal ministero degli Interni sia nella fase preparatoria degli attentati del 12 dicembre 1969, sia in quella successiva dei depistaggi per evitare l’identificazione e la condanna degli organizzatori e degli esecutori materiali.

 

Sul conto del servizio segreto militare, a differenza di quello civile, molto è stato detto ma, come al solito, restringendo il suo ruolo alle persone di Guido Giannettini, agente “Zeta” del Sid, del generale Gianadelio Maletti, capo dell’ufficio “D” del Sid, e del suo collaboratore, capitano Antonio Labruna.

 

Il servizio segreto militare sa tutto perché partecipa, alla pari di quello civile, all’operazione che dovrà concludersi il 14 dicembre 1969.

 

Guido Giannettini collabora, in ragione del suo ruolo di agente del Sid, all’opera di infiltrazione fra i marxisti leninisti condotta, a Padova, da Franco Freda e Giovanni Ventura, non per scelta personale. E di quanto fa riferisce ai suoi superiori gerarchici.

 

La nota del 16 dicembre 1969 è redatta da persone che hanno un patrimonio conoscitivo ben superiore a quello del confidente Stefano Serpieri. I nomi di Yves Guerin Serac, Stefano Delle Chiaie e Robert Leroy non sono inseriti in modo superficiale o per leggerezza, hanno il sapore di una chiamata in correità nei confronti dei servizi segreti esteri per i quali i due francesi lavorano e per il servizio segreto civile con il quale collabora Stefano Delle Chiaie.

 

Sul conto di Robert Leroy, il giudice istruttore milanese, Guido Salvini, nella sua ordinanza del 3 febbraio 1998, potrà scrivere:

 

“La prova che Robert Leroy, alla fine degli anni Sessanta, si sia infiltrato nei gruppi filocinesi italiani è densa di significato. Testimonia infatti che gli uomini dell’Aginter press agivano direttamente nel nostro paese, uno dei paesi più a rischio nel conflitto non dichiarato fra l’occidente e il mondo comunista, e che anche in Italia doveva essere sperimentato quel tipo di protocollo di intervento che prevedeva, prima di ogni altra cosa e prima della difesa preventiva mediante il terrore, creare le condizioni affinché la responsabilità fosse attribuita alle forze ‘sovversive’.

 

Esattamente la stessa strategia preparatoria che…sarebbe stata utilizzata da Mario Merlino a Roma e da Giovanni Ventura a Padova, rispettivamente negli ambienti anarchici e filocinesi, per costruire un paravento di sinistra a quanto si stava progettando”.

 

Esattamente, aggiungiamo noi, la stessa strategia che, già nel mese di aprile del 1966, il Sifar imponeva agli uomini della struttura clandestina “Gladio” e che il servizio segreto civile aveva cominciato a rendere operativa con l’affissione dei “manifesti cinesi” a cura dei militanti di “Avanguardia nazionale” nel gennaio dello stesso anno.

 

Gli autori della nota del 16 dicembre 1969 sapevano, pertanto, perfettamente quello che stavano scrivendo sul conto di personaggi la cui attività conoscevano in maniera molto approfondita.

 

Per quella nota che può essere considerato il primo, raffinato, depistaggio posto in essere dal Sid non sarà chiamato a rispondere nessuno degli ufficiali superiori del servizio, tantomeno il suo direttore, ammiraglio Eugenio Henke.

 

A chiamare in causa quest’ultimo, sarà in modo aperto il solo giornalista Mino Pecorelli che su “O.P.”, il 19 settembre 1974, scrive:

 

“Come tutti gli agenti che si rispettano anche Henke canta democratico ed opera totalitario. È nei fatti del 1969 che la leggerezza del passato si trasforma in colpa e responsabilità gravissima…Mentre tutti i protagonisti usciranno dalla vicenda Giannettini quanto meno con la bocca amara, l’unico ad averne tratto un vantaggio abnorme è stato proprio l’ammiraglio delle acque interne, l’amico esclusivo di se stesso, lo scopritore di talenti dei giornalisti da Giannettini a Simeoni, il cui caso è tutto da chiarire nelle sedi più opportune”.

 

Si è detto e scritto che gli attentatori non volevano compiere una strage, che non sapevano che la Banca dell’Agricoltura di Milano restava aperta al pubblico anche nel pomeriggio di venerdì, che l’attentato doveva essere solo dimostrativo, come tanti altri, ma la testimonianza della figlia dell’avvocato Matteo Fusco di Ravello, agente della struttura segreta denominata “Anello”, li smentisce, confermando che i nostri (e si fa fatica a scrivere nostri) servizi di sicurezza sapevano quello che stava accadendo.

 

L’avvocato Fusco di Ravello, difatti, si trovava all’aeroporto di Fiumicino per recarsi in aereo a Milano ed impartire l’ordine di annullare gli attentati, quando apprende che si sono già verificati.

 

Telefonerà alla figlia, Anna Maria, dicendole che si sarebbe tenuto questo “gravissimo cruccio per tutta la vita”.

 

Ancora oggi c’è chi contesta che la strage di piazza Fontana possa essere definita di “Stato”.

 

Ma non esiste Paese al mondo in cui imputati di strage chiedano ed ottengano dai servizi segreti militari un intervento a loro favore.

 

Invece, il 9 gennaio 1973, tramite Guido Giannettini, Giovanni Ventura chiede l’intervento chiarificatore del Sid.

 

Il servizio segreto militare, ovviamente, non può “chiarire” un bel niente ma si attiva per sottrarre gli imputati alla magistratura.

 

Il 15 gennaio 1973, il maresciallo Esposito del Sid accompagna Marco Pozzan a Madrid, in Spagna.

 

Contestualmente, uomini del Sid forniscono a Giovanni Ventura una bomboletta di gas soporifero la chiave del portone del carcere di Monza dove si trova rinchiuso in modo che possa evadere.

 

Alcuni mesi dopo, verrà programmata anche l’evasione di Franco Freda, perché gli stragisti padovani non accettano di essere i capri espiatori, dopo tutto quello che hanno fatto per lo Stato.

 

I due ufficiali che si attivano per aiutare Giovanni Ventura e colleghi, non erano nel Servizio segreto militare nel 1969, non hanno pertanto alcuna responsabilità diretta od indiretta in quegli eventi né sono ricattabili dagli imputati di strage.

 

Gianadelio Maletti e Antonio Labruna intervengono perché devono fare gli interessi dell’apparato nel quale lavorano il quale, a sua volta, ha il dovere istituzionale di proteggere le autorità politiche e militari dalle quali dipende.

 

Prova ne sia che il capitano Antonio Labruna, nonostante la condanna definitiva per favoreggiamento personale nei confronti di Marco Pozzan, finirà la sua carriera nel servizio segreto militare dal quale nessuno, ministro della Difesa, capo di Stato maggiore della Difesa o presidente del Consiglio dei ministri riterrà necessario allontanarlo.

 

Un modo implicito ma chiarissimo per dire che, per i vertici politici e militari, il capitano Antonio Labruna non ha commesso alcun illecito penale perché ha agito nell’interesse dello Stato e del regime.

 

(continua al capitolo undicesimo)