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Piazza Fontana e oltre

 

di Vincenzo Vinciguerra

 

Capitolo nono 

 

In un’operazione lunga e complessa come quella di cui stiamo trattando, coordinata dagli apparati segreti e clandestini dello Stato, le protezioni a coloro che agiscono sul terreno devono necessariamente esserci prima per facilitare il loro operato, e dopo nel caso che il fine non venga raggiunto e si debba fronteggiare un’indagine giudiziaria intesa ad accertare le responsabilità penali e personali in eventi di eccezionale gravità come la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

 

Fiumi d’inchiostro sono stati scritti per raccontare le protezioni accordate alla “cellula nera” padovana sia da parte dei servizi segreti militari che da quelli civili, anche se per questi ultimi il loro intervento è stato callidamente sfumato.

 

Difatti, l’intervento del SID a favore di Franco Freda e Giovanni Ventura poteva essere spiegato all’opinione pubblica con la presenza accanto a loro dell’agente “Z” del SID, Guido Giannettini.

 

La necessità di proteggere un loro agente poteva giustificare i depistaggi posti in essere dal servizio segreto militare per salvare processualmente sia Guido Giannettini che Franco Freda e Giovanni Ventura, ma quelli compiuti dagli uomini del ministero degli Interni non potevano avere altra spiegazione che quella di una complicità inconfessabile.

 

Inoltre, si può sostenere che abbiano “deviato” gli uomini del servizi segreto militare, a scopo difensivo, ma diviene difficile sostenere che lo stesso abbiano fatto quelli del servizio civile del ministero degli Interni e gli uffici politici delle Questure di Padova, Roma e Milano.

 

È, viceversa, provato che i primi depistaggi seguiti alla strage di piazza Fontana non sono attribuibili al servizio segreto militare bensì a quello civile ed ai funzionari degli uffici politici della Questure di Padova, Milano e Roma.

 

A Padova, la polizia politica apprende, già il 15 dicembre 1969, che le borse utilizzate per gli attentati di tre giorni prima, a Milano e a Roma, o almeno alcune di esse, sono state vendute in un negozio del centro cittadino.

 

Interroga i due titolari della valigeria, ma informa del fatto la sola divisione Affari riservati del ministero degli Interni che manterrà segreta la notizia venuta, casualmente, alla luce solo il 15 settembre 1972.

 

Non serve avere esperienza in campo investigativo per comprendere che fare confronti fra le commesse che hanno venduto le borse e gli eventuali acquirenti dopo tre giorni, quando la memoria visiva è ancora viva, rende possibile conseguire un risultato positivo che diviene molto più difficile da ottenere dopo tre anni, anche se negli intendimenti dei dirigenti del servizio segreto civile la notizia avrebbe dovuta restare segreta per sempre.

 

A Milano, qualcuno in Questura si preoccuperà di far scomparire il laccio dov’era attaccato il cartellino del prezzo, rinvenuto nella borsa contenente l’esplosivo collocata all’interno della Banca commerciale, perché da esso si può risalire al negozio che l’ha venduta e rendere possibile l’identificazione dell’acquirente.

 

È un’azione, come si vede, coordinata che ha un solo obiettivo: proteggere gli autori degli attentati del 12 dicembre 1969, a Roma e a Milano, la cui identità è necessariamente nota sia ai servizi segreti civili che a quelli militari.

 

A Roma, a favore degli aderenti al circolo “anarchico” fondato da Mario Merlino, il “22 marzo”, l’ufficio politico della Questura si muove subito: tace ai magistrati inquirenti la presenza in questo circolo dell’agente di Ps Salvatore Ippolito, infiltrato con il nome di copertura di “Andrea”, perché riferisca quello che vede e sente al commissario di Ps, Spinella, rivelandolo solo il 9 maggio 1970 perché espressamente invitata a farlo dalla magistratura.

 

Non è un favore da poco agli attentatori del 12 dicembre, perché “Andrea” sa tante cose gran parte delle quali non può, anzi non deve riferire, perché i rapporti che l’agente di Ps infiltrato faceva sul conto degli aderenti al circolo “22 marzo” si fermano alla data del 20 novembre 1969.

 

Però, risulta in modo certo e documentato che il poliziotto il suo ruolo di “infiltrato” all’interno del circolo “22 marzo” lo ha svolto fino al 12 dicembre 1969, tanto da essere “fermato” dai suoi colleghi e posto in camera di sicurezza con Mario Merlino ed altri per vedere se riusciva a conoscere ancora qualcosa in extremis.

 

Cosa aveva scritto l’agente di Ps Salvatore Ippolito nei rapporti redatti dalla data del 20 novembre a quella del 12 dicembre 1969?

 

Una domanda destinata per sempre a restare senza risposta.

 

L’ufficio politico della Questura di Roma sa, fin dal momento in cui procede al “fermo” di Mario Merlino, la stessa sera del 12 dicembre 1969, che costui non ha un alibi.

 

Lo sa, con assoluta certezza, perché le due abitazioni alle quali fa capo in quel periodo Stefano Delle Chiaie sono sotto il controllo visivo degli agenti dell’ufficio politico.

 

Quindi, nel momento stesso in cui Mario Merlino affermerà di essersi recato, nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, a casa della convivente di Stefano Delle Chiaie, Leda Minetti, in via Tuscolo e di non averlo trovato ma di essersi intrattenuto nella sua casa con il figlio Riccardo Minetti, i funzionari dell’ufficio politico sanno che mente.

 

Non fanno, però, assolutamente nulla. Danno il tempo a Stefano Delle Chiaie di conoscere il contenuto delle dichiarazioni di Mario Merlino e di chiedere a Leda Minetti ed al figlio Riccardo di confermarle.

 

Inoltre, con una procedura inspiegabile, l’ufficio politico della Questura di Roma lascia che siano i carabinieri a vagliare la posizione di Stefano Delle Chiaie, ad interrogarlo, a decidere sulla validità delle testimonianze dei suoi cari, Leda e Riccardo Minetti.

 

Il 22 dicembre 1969, Stefano Delle Chiaie, in compagnia di Leda Minetti e del figlio Riccardo, si presenta dai carabinieri asserendo di aver saputo da quest’ultimo che, effettivamente, Mario Merlino era stato a casa sua il pomeriggio del 12 dicembre, come poteva confermare anche la madre, ma di non conoscere i motivi per i quali era venuto a fargli visita.

 

Lo stesso giorno, il tenente colonnello dei carabinieri, Pio Alferano, dopo l’interrogatorio di Stefano Delle Chiaie, redige un rapporto nel quale scrive che non vi è “alcun fondato sospetto su Valpreda”.

 

La Questura di Roma ha fermato Mario Merlino ed altri aderenti al circolo “22 marzo”, la Questura di Milano ha provveduto al fermo di Pietro Valpreda e, prima a quello di altri anarchici compreso Giuseppe Pinelli. È la polizia che a Roma come a Milano ha in mano l’iniziativa delle indagini, degli interrogatori, dei confronti, che investiga su tutti meno uno: Stefano Delle Chiaie, lasciato alle cure dell’Arma dei carabinieri.

 

Perché?

 

Mario Merlino che, nel 1974, farà avere a Riccardo Minetti delle sue poesie con dedica per ringraziarlo di aver reso falsa testimonianza in suo favore, non ha un alibi.

 

È ufficialmente anarchico dall’estate del 1968, pubblicamente accreditato come tale anche da certa stampa, ma è costretto a chiamare in causa Stefano Delle Chiaie ed i suoi familiari per coprire il lasso di tempo del 12 dicembre 1969 coincidente con quello degli attentati alla Banca nazionale del lavoro e all’Altare della patria.

 

Stefano Delle Chiaie, a sua volta, chiama in causa il giornalista Gianfranco Finaldi e il dirigente di “Avanguardia nazionale”, Guido Paglia perché confermino di averlo incontrato a piazza San Silvestro.

 

Non è noto se i magistrati abbiano mai chiesto a Finaldi e a Paglia di confermare o smentire l’incontro quel pomeriggio, dopo le 17.00, con Delle Chiaie. Perché, per quanto possa sembrare incredibile, c’è la possibilità concreta che nessun magistrato abbia mai verificato le dichiarazioni, sul punto, rese dal capo di “Avanguardia nazionale”.

 

Non ha alibi Pietro Valpreda.

 

Il principale indiziato per la strage di piazza Fontana riesce solo a chiamare in causa, a suo favore, la nonna e la zia che, affettuosamente, lo sostengono e lo difendono affrontando un processo per falsa testimonianza. Valpreda dice che è stato sempre a casa loro. Ma di chi?

 

Il 15 gennaio 1970, a Milano, al commissario di Ps Beniamino Zagari, la nonna di Pietro Valpreda, Olimpia Torri, dichiara che il nipote, il pomeriggio dell’11 dicembre, era stato sempre a casa sua perché raffreddato ma, in questo modo, contraddice la zia, Rachele Torri, che viceversa aveva affermato che il nipote era stato a casa sua.

 

Non è sbagliato ritenere che l’attivissimo ballerino anarchico Pietro Valpreda quel tragico pomeriggio non sia stato a casa della nonna e neanche in quella della zia, ma altrove.

 

Mario Merlino si protegge dietro il suo capo, Stefano Delle Chiaie, il quale, a sua volta, chiama a difenderlo un suo gregario, Guido Paglia, che la storia dell’infiltrazione di Mario Merlino la conosce fin dagli esordi, mentre Pietro Valpreda, a Milano, può solo invocare la complicità della nonna e della zia.

 

Ma, nella storia dei militanti di “Avanguardia nazionale” non c’è solo la mancanza di alibi nel pomeriggio del 12 dicembre 1969, ci sono anche comportamenti individuali che fanno presumere una responsabilità collettiva, un coinvolgimento più ampio di quello circoscritto a Delle Chiaie e Merlino, degli uomini di Junio Valerio Borghese.

 

Ci sono delle fughe all’estero che non trovano giustificazioni in provvedimenti restrittivi della libertà personali o, perfino, in meri avvisi di garanzia o in citazioni per deposizioni testimoniali.

 

È il caso, per seguire un ordine cronologico, della fuga all’estero dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, entrambi militanti nel gruppo diretto da Stefano Delle Chiaie.

 

Come abbiamo visto nelle pagine precedenti, i due fratelli non si limitano ad espatriare, ma evidentemente spaventati dall’idea di essere coinvolti in un fatto di estrema gravità come la strage di piazza Fontana, lanciano avvertimenti minacciosi e ricattatori anche attraverso le pagine de “Il Corriere della sera” (5 marzo 1970), fino a richiedere quindici giorni dopo al questore di Bolzano, “se non ricercati”, un incontro con un funzionario del servizio segreto civile. I nomi dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia saranno fatti, insieme a quello di Luciano Luberti, dalla moglie di Armando Calzolari che li indicherà come gli assassini del marito, ma l’accusa non avrà seguito e l’indagine giudiziaria si concluderà con il verdetto di “omicidio a carico di ignoti”. [Si veda la deposizione di Angelo Izzo nel cap.62 Parte Undicesima della Sentenza Salvini del 1995, n.d.c.]

 

Negli atti del processo di piazza Fontana e in quelli degli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969, sui quali Serafino Di Luia afferma di avere “rivelazioni interessanti” da fare i loro nomi non compaiono, neanche come semplici testimoni.

 

Il loro comportamento equivale ad un’autodenuncia che rivela la loro partecipazione, non sappiamo con quale grado di responsabilità, agli eventi sui quali affermano di avere “rivelazioni interessanti” da fare, gli attentati del 12 dicembre 1969 e dell’8-9 agosto 1969.

 

Certo, non si possono conoscere particolari “interessanti” se non si è stati in contatto diretto con gli organizzatori e gli autori degli attentati .

 

All’epoca, però, i due fratelli non sono stati sfiorati neanche dal sospetto. Quindi la domanda legittima che poniamo è questa: perché sono scappati all’estero?

 

A questo interrogativo ne sommiamo un secondo: è lecito conoscere oggi quelle “rivelazioni interessanti” di cui, almeno in parte, hanno portato a conoscenza il funzionario della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Silvano Russomanno, quel lontano 10 aprile 1970?

 

Crediamo che, dopo 41 anni, sia diritto di questo popolo iniziare a conoscere la verità, senza aggettivi, sulla strage di piazza Fontana, l’operazione che la precedette e quelle che ne sono seguite.

 

I fratelli Bruno e Serafino Di Luia sono in grado, per le loro stesse dichiarazioni, di dare un contributo alla verità, piccolo o grande che esso possa essere: che siano, finalmente, chiamati a darlo.

 

Il secondo ad abbandonare l’Italia è Stefano Delle Chiaie.

 

L’accusa a suo carico è modestissima: falsa testimonianza. Il periodo massimo di carcerazione preventiva che può fare non supera i sei mesi.

 

Stefano Delle Chiaie ha sempre sostenuto la sua innocenza per quanto riguarda la strage di piazza Fontana e gli attentati che l’hanno preceduta.

 

Nel 1970, la magistratura, in particolare quella romana, non poteva certo essere accusata di prevenzione nei confronti di quanti militavano nell’estrema destra, quindi Delle Chiaie non rischiava di cadere vittima di una persecuzione giudiziaria.

 

Ma, allora, è normale chiedersi perché una persona che non rischia nulla, che al massimo con un’incriminazione per falsa testimonianza potrà fare alcuni mesi di carcere, debba iniziare una latitanza che avrà termine solo il 23 marzo 1987, in coincidenza con l’inizio del processo per l’attentato di Peteano di Sagrado, per decisione dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi.

 

Stefano Delle Chiaie è stato processato ed assolto, con sentenza ormai passata in giudicato, dall’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana.

 

La sua lunga militanza di combattente nazional-rivoluzionario, in prima linea contro il sistema parlamentare e democratico, gli è costata in tutto una detenzione di due anni di carcere, pochi per chi, come lui, ha rivendicato la responsabilità sia pure solo morale di aver contribuito a determinare la “lotta armata” neofascista nel Paese.

 

Ma, se il sistema politico non aveva nulla da rimproverargli, se gli organi di polizia a suo carico non avevano raccattato niente che potesse costargli anni di carcere, se la magistratura era riuscita a contestargli il solo reato di “falsa testimonianza”, perché Stefano Delle Chiaie è fuggito ed è rimasto latitante per ben 27 anni?

 

Cosa temeva per sé stesso, Stefano Delle Chiaie?

 

Il quarto militante di “Avanguardia nazionale” a rifugiarsi, senza un motivo apparente, all’estero è Maurizio Giorgi.

 

Se i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, in quegli anni, erano noti per l’attivismo in piazza, se Stefano Delle Chiaie era conosciuto come il capo indiscusso di “Avanguardia nazionale”, Maurizio Giorgi era una figura grigia confusa fra tante altre.

 

Oggi sappiamo che la notte del 7-8 dicembre 1970 era entrato con Adriano Tilgher, Giulio Crescenzi ed altri di “Avanguardia nazionale”, nel ministero degli Interni per ordine di Junio Valerio Borghese, e che il 30 novembre 1972 fu lui ad accompagnare il capitano del Sid, Antonio Labruna, a Barcellona, in Spagna, per farlo incontrare con il latitante Stefano Delle Chiaie.

 

I nomi di Tilgher, Crescenzi ed il suo non sono mai comparsi fra gli indagati e gli imputati per il tentato golpe del 7-8 dicembre 1970, l’aver accompagnato un capitano dei servizi segreti militari in una località estera per incontrare un latitante nella massima segretezza poteva integrare, nell’ipotesi più pessimistica, gli estremi del reato di favoreggiamento personale per il quale avrebbe potuto essere processato a piede libero e avrebbe riportato una condanna minima che non avrebbe espiato perché amnistiabile.

 

Come già quello dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, anche il nome di Maurizio Giorgi non è mai comparso negli atti del processo di piazza Fontana.

 

Però, nel 1976, per ragioni mai chiarite, due imputati per la strage di Milano del 12 dicembre 1969, Marco Pozzan e Giovanni Ventura, decidono di obbligare il Sid a rivelare il nome del confidente che aveva accompagnato il capitano Antonio Labruna da Stefano Delle Chiaie, il 30 novembre 1972.

 

Sul conto di Maurizio Giorgi giova ricordare le dichiarazioni rese dallo stesso Labruna alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, il 13 ottobre 1982.

 

Al presidente della commissione, Tina Anselmi, l’ufficiale dichiara:

 

“Io e i miei uomini eravamo penetrati in Avanguardia nazionale. Sapevamo che erano protetti dal ministero (degli Interni – Ndr). Poi Maletti ci ordinò di uscire. Collaborai con Maurizio Giorgi (Avanguardia nazionale) e andammo in Spagna per incontrare Delle Chiaie. Sospetto – conclude Labruna – che Giorgi collaborasse con gli affari riservati degli Interni”.

 

Non è il ritratto lusinghiero di un nazional-rivoluzionario duro e puro, ma non ci sono tracce di reati e neanche implicitamente il sospetto che possa aver ricoperto un qualsiasi ruolo, anche marginale, negli attentati del 12 dicembre 1969.

 

Giovanni Ventura e Marco Pozzan sono, ovviamente, a conoscenza dell’incontro fra il capitano Antonio Labruna e Stefano Delle Chiaie, del 30 novembre 1972.

 

I due conoscono, almeno in parte, anche il contenuto del loro colloquio perché ha riguardato la vicenda di piazza Fontana e il possibile espatrio di Marco Pozzan in Spagna, cosa che difatti avverrà a metà gennaio del 1973.

 

Nell’economia di questo discorso non si riesce a comprendere quale importanza possa rivestire per Giovanni Ventura e Marco Pozzan il disvelamento da parte del Sid del nome di Maurizio Giorgi, ufficialmente solo accompagnatore a Barcellona del capitano Antonio Labruna.

 

Ma, i due imputati di strage parlano a ragion veduta tanto che nel luglio del 1976, a scopo precauzionale, Maurizio Giorgi espatria per la prima volta rifugiandosi in Spagna, a Madrid, nell’appartamento che ospita già i latitanti di “Avanguardia nazionale”, per poi fare rientro a Roma quando la minaccia sembra rientrare.

 

Non è così: con una costanza ed una tenacia degne di migliore causa Marco Pozzan e Giovanni Ventura insistono perché il servizio segreto militare riveli il nome dell’accompagnatore di Labruna a Barcellona, il 30 novembre 1972, da Delle Chiaie; ed ottengono che di tale richiesta si faccia portatrice la Corte di assise di Catanzaro dov’è in corso il processo per l’eccidio del 12 dicembre 1969.

 

Il Sid resiste fino a quando può, poi cede, non senza aver informato preventivamente il proprio ambiguo confidente che il suo nome dovrà essere fatto in Corte di assise.

 

Maurizio Giorgi, questa volta, parte definitivamente dall’Italia, dopo aver attraversato clandestinamente la frontiera, e si sposta a Santiago del Cile, a fine giugno del 1977, dove l’attende Stefano Delle Chiaie.

 

Il 19 luglio 1977, due settimane dopo la partenza di Giorgi dall’Italia, il capitano Antonio Labruna rivela, nel corso della sua deposizione in Corte di assise a Catanzaro, il nome del confidente ed accompagnatore in Spagna, il 30 novembre 1972.

 

Non accade nulla.

 

Maurizio Giorgi non può essere ascoltato, in veste di testimone, perché è ormai ufficialmente irreperibile.

 

Ma, forse, non viene nemmeno cercato per la semplice ragione che nessuno, a quel punto, insiste sul suo nome, nessuno invoca la sua testimonianza e, tantomeno la sua incriminazione per qualche reato.

 

Maurizio Giorgi farà rientro in Italia quasi cinque anni più tardi, e verrà arrestato nella primavera del 1982 nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge i militanti di “Avanguardia nazionale”, senza che mai il suo nome e la sua persona siano in qualche modo collegate agli eventi del 1969 e alla strage di piazza Fontana.

 

È doveroso chiedersi, di conseguenza, per quali recondite ragioni Marco Pozzan e Giovanni Ventura abbiano con tanta insistenza obbligato il Sid a fare il suo nome e, soprattutto, perché questo oscuro personaggio abbia sentito il bisogno, in accordo con Stefano Delle Chiaie, di fuggire in Sud America e di restarci per diversi anni, senza che a suo carico fosse stato formulato un atto di accusa, avanzato un sospetto, richiesta una sua testimonianza.

 

Quattro storie identiche per quattro militanti “nazional-rivoluzionari” che denunciano il loro coinvolgimento nell’operazione del 1969, se non direttamente negli attentati stragisti del 12 dicembre, a Milano e a Roma, che vanno inserite fra le domande ancora senza risposta relative a quel periodo e a quegli eventi.

 

Il 28 aprile 2005, in una dichiarazione all’agenzia Ansa, pubblicata sotto il titolo “Calvi: Andreotti sbaglia a pensare male”, il senatore dei Democratici di sinistra, Guido Calvi, in merito ai depistaggi sulla strage di piazza Fontana, afferma:

 

“Concentrammo la nostra attenzione esclusivamente sulle responsabilità del Sid. Con il senno di poi, credo che avremmo dovuto prestare maggiore attenzione alle responsabilità e alle condotte depistanti dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno e sul dottor Umberto Federico D’Amato”.

 

Non condividiamo, pur riconoscendo intellettualmente onesta la dichiarazione del senatore Guido Calvi, la tendenza a concentrare le responsabilità dell’operato del servizio segreto civile, come di quello militare, in una sola persona, in questo caso su Umberto Federico D’Amato.

 

Il questore Umberto Federico D’Amato è stato certamente uno dei maggiori protagonisti della guerra politica in Italia, uno dei promotori, come abbiamo visto, delle operazioni “sporche” che hanno visto in azione la manovalanza dell’estrema destra italiana, dall’affissione dei “manifesti cinesi” alla infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici, ma non era in grado di fare tutto da solo e, tantomeno, all’insaputa di colleghi e superiori.

 

(continua al capitolo decimo)