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Piazza Fontana e oltre

 

di Vincenzo Vinciguerra

 

Capitolo ottavo

 

Nella storia tragica del massacro di piazza Fontana si può, a questo punto, inserire pacificamente la figura del moderato direttore de “Il Borghese”, uomo di servizi e di potere, Mario Tedeschi, come trait d’union fra il ministero degli Interni e i “fascisti” di “Avanguardia nazionale”.

 

A carico di Mario Tedeschi non c’è solo la certezza che fu lui personalmente a proporre ai dirigenti di “Avanguardia nazionale” l’operazione “manifesti cinesi”, il rapporto organico con questa organizzazione dimostrato dai finanziamenti che elargiva, l′accusa gravissima dei fratelli Serafino e Bruno Di Luia di aver infiltrato Mario Merlino fra gli anarchici, il fatto di essere stato proprio lui oggetto del ricatto dei dirigenti di “Avanguardia nazionale” negli anni 1974-1975 per evitare la dissoluzione per legge del gruppo, ma anche qualcos’altro, estremamente significativo, che si ricollega all’operazione del 1969 che porta alla strage di Milano del 12 dicembre 1969, ed alla figura di Pietro Valpreda.

 

A fornire l’indizio, in modo del tutto involontario ed in epoca non sospetta, sono gli assertori dell’innocenza di Pietro Valpreda, gli autori del libro “La strage di Stato”.

 

Sono loro, difatti, in un’intervista concessa al “Manifesto” e da questo pubblicata il 2 settembre 1972, a dare una spiegazione alla pubblicità fatta, prima della strage di piazza Fontana a Pietro Valpreda:

 

“Come mai tutte quelle foto di Valpreda fatte prima. Valpreda era uno sconosciuto…Allora – dichiarano – organizzammo una rapida inchiesta per stabilire come le foto erano arrivate ai giornali. E venne fuori che quelle foto appartenevano tutte ad un unico servizio ed erano state fatte dall’agenzia di Giacomo Alexis per lo ‘Specchio’, Alexis fa le foto anche per ‘Il Borghese’”.

 

Le foto che ritraggono Pietro Valpreda, seduto per terra, con una vistosa “A” di anarchia sul petto che saluta con il pugno chiuso che fa tanto comunismo, fanno ormai parte della storia della strage di piazza Fontana perché provano la sua sincera adesione all’ideale anarchico.

 

Il fatto che a scattarle sia stato un fotografo che lavorava per Mario Tedeschi, direttore de “Il Borghese”, acquista ora un significato diverso e sinistro, quello di un particolare, non di poco conto, di un’operazione “sporca”, organizzata dal servizio segreto civile, di cui Pietro Valpreda può essere stato strumento inconsapevole o complice consapevole.

 

Crediamo che sia giunto il momento di porsi l’interrogativo su chi sia stato realmente Pietro Valpreda.

 

Fino ad oggi la matrice politica ed ideologica della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, è stata fatta derivare dall’innocenza o dalla colpevolezza dell’”anarchico Pietro Valpreda”.

 

Nessuno dubita della testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, il primo ed il solo (aggiungiamo noi) ad affermare di averlo portato dinanzi alla Banca dell’Agricoltura quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 con la borsa contenente la bomba fatale.

 

Per affermare l’innocenza di Pietro Valpreda si ricorre alla presenza, su quel taxi, di un sosia percorrendo una pista che è stata indicata proprio da Pietro Valpreda.

 

L’ipotesi più ardita formulata in questi anni, quella che propone la figura di un anarchico vero, utilizzato inconsapevolmente dai “fascisti” per i loro fini stragisti ed incastrarlo sul piano giudiziario per criminalizzare gli anarchici e tutta la sinistra italiana, benché ragionevole ha suscitato la rabbiosa e scomposta reazione di quanti hanno visto vacillare il loro mito.

 

Certo, appare singolare che qualcuno, dovendo deporre una bomba anche se dimostrativa, prenda un taxi in una città, come Milano, dove lo conoscono in tanti, compresi i funzionari e gli agenti dell’ufficio politico della Questura, ma oggi sappiamo anche che, all’interno della Banca dell’Agricoltura quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 sono entrati in due, giunti con una macchina dove li attendevano i complici, sulla base di testimonianze più solide e quindi più attendibili di quella del taxista Cornelio Rolandi, perché provenienti dall’interno del gruppo stragista.

 

La presenza sulla scena della strage di piazza Fontana, nella veste di esecutore materiale, di Pietro Valpreda non appare fondamentale per definire cosa sia stato quel massacro e quali fini si proponesse chi lo ha ideato ed organizzato.

 

A Milano, quel giorno non c’è stata solo la strage alla Banca dell’Agricoltura: qualcuno è andato a deporre una borsa contenente un ordigno che non poteva esplodere all’interno della Banca commerciale; altri hanno affisso manifesti con gli slogan del “maggio francese”; altri ancora hanno forse deposto in altri luoghi ordigni che non sono poi esplosi o perché sono stati rinvenuti o perché sono stati ritirati a tempo da coloro che li avevano collocati.

 

A Milano, quel 12 dicembre 1969, c’è stato un lavoro di squadra i cui componenti non sono mai stati identificati. Fra costoro, anche Pietro Valpreda può aver fatto la sua parte senza necessariamente andare in piazza Fontana alla Banca dell’Agricoltura, magari nelle sue vicinanze, ma per fare altro, non certo per compiere una strage o fare un attentato dinamitardo sia pure dimostrativo all’interno di un istituto bancario.

 

Per fare altro, si può anche prendere un taxi senza il timore di essere riconosciuto dopo.

 

Cosa ha fatto Pietro Valpreda a Milano è un segreto che ha portato con sé nella tomba, ma che,in fondo, è scarsamente pregnante per rispondere al quesito se costui sia stato un anarchico vero caduto in una trappola o un complice consapevole di Mario Merlino nell’opera di infiltrazione fra gli anarchici e di provocazione ai loro danni.

 

Nel leggere quanto ha scritto di suo pugno Pietro Valpreda sul bollettino “Terra e libertà”, organo del gruppo anarchico da lui stesso fondato, “Gli Iconoclasti”, composto da cinque persone di cui una stranamente mai identificata, il 21 marzo 1969, si ritrova la stessa logica auto-distruttiva, masochistica, dei “fascisti” che si vantano di essere stragisti e che esaltano lo stragismo indiscriminato, quello che ammazza indistintamente uomini, donne, vecchi, bambini,e pretendono con questi mezzi di accreditarsi come guida politica e morale della Nazione.

 

Cosa scriveva, difatti, Pietro Valpreda a discredito dell’ideale anarchico, in un momento in cui dal ministro degli Interni in giù la violenza in Italia veniva attribuita all’”estremismo anarcoide”?

 

“Che gli anarchici facciano scoppiare le loro bombe in zone isolate è falso. Abbiamo visto dove sono scoppiate e possiamo dire che non sempre, anzi quasi mai scoppiano in zone isolate…”.

 

È il preannuncio di una strage come quella tentata alla Fiera campionaria di Milano il mese successivo, il 25 aprile, e sulla cui matrice anarchica in Italia nessuno, in quel momento, ha dubitato.

 

Del resto, se la prosa di Pietro Valpreda era quella che segue, l’uomo della strada dubbi non poteva averne:

 

“Centinaia di giovani – scriveva Valpreda – sono pronti ad organizzarsi per riprendere il posto di nemici dello Stato e a gridare né Dio né padrone, con la dinamite di Ravachol, col pugnale di Caserio, con la pistola di Bresci, col mitra di Bonnot, le bombe di Filippi e di Henry. Tremate borghesi! Ravachol è risorto!”.

 

Se questa è l’immagine preferita da coloro che denunciano il pericolo anarchico e che si accompagna allo slogan di Pietro Valpreda, “Bombe, sangue, anarchia”, è necessario fare il raffronto con quanto scriveva un uomo dei cui ideali anarchici nessuno ha mai dubitato: Giuseppe Pinelli.

 

L’11 giugno 1969, nel bollettino della “Crocenera”, ciclostilato del circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, a commento di un attentato avvenuto a Palermo, attribuito agli anarchici, ma in realtà commesso da militanti di destra, si scrive:

 

“Per quanto emozionalmente squilibrati siano i neofascisti, non siamo tanto ingenui da credere all’improvvisa contemporanea follia di sette di loro. Evidentemente le loro azioni facevano parte di un piano. Che dei fascisti colpiscano gli obiettivi ‘anarchici’ si può spiegare solo con l’intento di:

 

1) suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e l’involuzione autoritaria;

 

2) gettare discredito sugli anarchici e, per estensione, sulle forze di sinistra.

 

Essenziale per ottenere il secondo risultato, e utile anche per il primo, è di fare qualche ferito innocente o meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto”.

 

L’incompatibilità fra la prosa di Pietro Valpreda e quella di Giuseppe Pinelli, non rispecchia la differenza fra due personalità o due visioni di vivere ed interpretare lo stesso ideale politico ma, a nostro avviso, due finalità contrapposte.

 

Per “suscitare la psicosi dell’attentato sovversivo”, denunciata dall’esponente del circolo “Il Ponte della Ghisolfa”, difatti non servono attentati è sufficiente leggere quello che scrive Pietro Valpreda su un bollettino che reca l’indirizzo dello stesso circolo del “Ponte della Ghisolfa”.

 

Se misteri rimangono nella vicenda della strage di piazza Fontana uno riguarda certamente il rapporto intercorso fra Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda.

 

Giuseppe Pinelli non stimava Valpreda. Ne diffidava.

 

Il 1° dicembre 1969, invia due lettere, una a Pio Turroni, ex combattente in Spagna, l’altra a Veraldo Rossi, responsabile del circolo anarchico “Bakunin” di Roma, nella quali riporta l’accusa rivolta da Paolo Braschi a Pietro Valpreda di aver rivelato al giudice Amati, che glieli ha contestati, due attentati, commessi rispettivamente uno a Genova e l’altro a Livorno, nonché di aver rubato l’esplosivo “attribuendo allo stesso Braschi l’origine delle sue informazioni”.

 

Pinelli non dubita della veridicità delle accusa di delazione lanciate da Paolo Braschi contro Pietro Valpreda e, difatti, conclude scrivendo:

 

“La prossima settimana vado a Roma per parlare con Pietro Valpreda, per vedere cosa intende fare il giorno del processo”.

 

Nel processo di beatificazione di Pietro Valpreda, compiuto dalla sinistra italiana (ma non dagli anarchici, come vedremo), è stata opportunamente cancellata dalla memoria una dichiarazione resa l’8 gennaio 1970 da Licia Pinelli.

 

La vedova dell’anarchico, morto in circostanze mai chiarite all’interno della Questura di Milano, afferma che suo marito aveva cacciato Pietro Valpreda dal circolo “Il Ponte della Ghisolfa” e la circostanza può trovare riscontro nel fatto che Valpreda, con una coincidenza che non può essere solo temporale, dopo il suo interrogatorio in Questura da parte degli agenti dell’ufficio politico, il giorno seguente, 29 aprile 1969 abbandona il capoluogo lombardo e si trasferisce definitivamente a Roma.

 

La connessione la ricaviamo dalle parole di Licia Pinelli che in merito alla cacciata di Pietro Valpreda dichiara:

 

“Non ne conosco i motivi. Posso, però, ricostruirli per una circostanza narratami da mio marito. Egli, infatti, dopo gli attentati del 25 aprile 1969, ebbe un colloquio con il dirigente dell’ufficio politico della Questura – dottor Allegra – che gli disse che non avrebbe preso provvedimenti nei suoi confronti perché sapeva che aveva escluso Valpreda dal Circolo e gliene indicò le precise circostanze. Ritengo che il Valpreda non fosse più un elemento che potesse riscuotere la fiducia del movimento anarchico”.

 

Parole gravissime e dimenticate.

 

Il 29 novembre 1969, prima ancora di ricevere la lettera che Giuseppe Pinelli gli scriverà il 1° dicembre, il responsabile del circolo anarchico “Bakunin” di Roma, dapprima accusa Pietro Valpreda di essere un delatore, quindi lo diffida insieme ai suoi amici di ripresentarsi al circolo. Pietro Valpreda, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Leonardo Claps sono obbligati ad andarsene .

 

Ancora prima, il 19 novembre 1969, l’anarchico Angelo Spanò abbandona il circolo “22 marzo” e costringe Pietro Valpreda ad andarsene dalla baracca in cui vivono insieme.

 

In epoca successiva, Spanò spiegherà che “il comportamento di Valpreda appariva sospetto. Temevo di essere coinvolto in qualche pasticcio che avrebbe potuto combinare”.

 

Cacciato da Giuseppe Pinelli dal circolo de “Il Ponte della Ghisolfa” di Milano, buttato fuori dal circolo “Bakunin” di Roma, sfrattato da Angelo Spanò, che di lui diffida, non si può affermare in tutta coscienza che la figura di Pietro Valpreda sia esente da ombre.

 

Ombre che i suoi comportamenti successivi all’arresto ingigantiscono. Il 16 dicembre 1969, Valpreda guida la polizia alla ricerca di un deposito di esplosivi di cui aveva già parlato Mario Merlino. Ed accusa esplicitamente, senza alcuna reticenza, Ivo Della Savia:

 

“Ricordo che Ivo Della Savia prima di partire da Roma l’ultima volta, passando per la via Tiburtina all’altezza della Siderurgica romana e della ditta Decama, a circa 200-300 metri dal Silver cine, mi indicò un tratto di boscaglia dicendo: ‘Non molto lontano dalla strada, ai piedi di una pianta non molto alta, tengo della roba conservata’…”.

 

Per essere sicuro che i poliziotti non equivocassero sulla parola “roba”, Valpreda specifica:

 

“Non mi precisò di che cosa si trattasse. Comunque con la parola roba noi intendiamo fare riferimento a esplosivo, detonatori e micce”.

 

E Ivo Della Savia è sistemato.

 

Il 20 dicembre 1969, a Roma, la Federazione anarchica italiana emana un comunicato nel quale chiede che sia fatta piena luce sugli attentati stragisti del 12 dicembre, ed afferma che

 

“il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come nessuno potrà impedirci di essere noi stessi accusatori di un sistema che tollera la sopraffazione e volutamente ignora – quando non favorisce – i quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini”.

 

La Fai, però, non ha fatto i conti con Pietro Valpreda.

 

Il 9 gennaio 1970, Valpreda, nel corso di un interrogatorio, per giustificare il riconoscimento fatto dal taxista Cornelio Rolandi, avanza l’ipotesi di un sosia, che lui avrebbe visto nella primavera del 1969, al bar “Gabriele”, mentre parlava di armi e di esplosivi.

 

Il “sosia”, prosegue Valpreda, si chiama “Gino” e non è fascista, al contrario, è anarchico.

 

Le dichiarazioni rese da Pietro Valpreda non restano senza conseguenze concrete perché precise e dettagliate nei confronti dell’anarchico “Gino”. Così, il 13 gennaio 1970, scortato da un gruppo di compagni anarchici, Tommaso Gino Liverani precede l’azione della polizia e si presenta spontaneamente in questura, dove viene arrestato per reticenza.

 

Sarà scarcerato il 20 febbraio e, successivamente, Tommaso Gino Liverani entrerà a far parte delle Brigate rosse.

 

Qualcuno ha osservato che Pietro Valpreda e Mario Merlino hanno adottato la stessa linea difensiva ma, aggiungiamo noi, hanno seguito anche la medesima tattica accusatoria contro gli anarchici.

 

Il rapporto fra Pietro Valpreda e Mario Merlino è un altro elemento, sempre trascurato, per valutare se il primo sia stato un anarchico strumentalizzato, colluso o un infiltrato fra gli anarchici.

 

Nessuno ha mai osato dubitare che se Pietro Valpreda è stato incastrato nella tragica vicenda di piazza Fontana per fare di lui il colpevole di una strage anarchica, il responsabile primo sia stato Mario Merlino nel ruolo di infiltrato di “Avanguardia nazionale” negli ambienti dell’anarchia.

 

È questa una “verità” di cui sono convinti tutti, meno uno: Pietro Valpreda.

 

Mai, nemmeno una volta, Valpreda ha levato il dito accusatore contro Mario Merlino. Mai, l’anarchico Valpreda ha accusato il “fascista” Merlino di averlo ingannato. Mai, l’imputato principale nella strage di piazza Fontana ha dichiarato che Merlino ha agito contro di lui ed il movimento anarchico nell’ambito di un disegno di provocazione portato avanti dai”fascisti” di cui Merlino, a Roma, era oltretutto un elemento di un certo rilievo.

 

Il 13 giugno 1970, esce nelle librerie il libro “La strage di Stato” che proclama l’innocenza di Pietro Valpreda e accusa Mario Merlino di essere un provocatore fascista.

 

Nel carcere di “Regina Coeli”, a Roma, dove si trova recluso, Pietro Valpreda, a questo proposito, il 22 luglio 1970, annota:

 

“La mente provocatoria nonché la cinghia di trasmissione tra i fascisti e il ’22 marzo’ sarebbe dunque Merlino. Che Merlino non abbia un passato limpido, che sia politicamente ambiguo, che sia stato un provocatore, tutti questi precedenti sono ormai ampiamente dimostrati, ma ciò non vuol dire che lo sia stato nel nostro caso, in seno al nostro gruppo, riguardo agli attentati del 12 dicembre. Non per quello necessariamente questo. È una massima molto antica. Vuol dire chiaramente che da ciò che si è commesso nel passato non si può arguire che lo si commetta necessariamente anche ora.

 

Per cui – prosegue Valpreda – non è che io difenda Merlino o una sua pretesa verginità morale; nego recisamente che al presente sia colpevole nei riguardi nostri di ciò di cui viene imputato dall’accusa…”.

 

Per Pietro Valpreda, dunque, Mario Merlino non è stato un provocatore fascista, un infiltrato fra gli anarchici, ma una persona che ha avuto nel periodo di comune attività politica, sotto la bandiera dell’anarchia, un comportamento limpido e coerente, esente da ombre, a prescindere dal suo passato di militante dell’estrema destra.

 

Nel corso del processo per la strage di piazza Fontana, a Catanzaro, Pietro Valpreda la sua fiducia e la sua stima nei confronti di Mario Merlino le ostenta apertamente, sia nell’aula della Corte di assise che fuori quando pranza con lui nell’albergo dove risiedono i giornalisti come risposta implicita ma chiarissima alle accuse che costoro rivolgono al militante di “Avanguardia nazionale”, il “cattivo” fascista contrapposto al “buon” anarchico.

 

Una favola alla quale, il primo a dare dimostrazione pubblica di non crederci è proprio la “vittima”, Pietro Valpreda.

 

Il 6 luglio 2002, Pietro Valpreda muore a Milano, senza aver mai detto una sola parola suscettibile di gettare luce sugli eventi del 1969.

 

Due giorni dopo, l’8 luglio 2002, il quotidiano “Il Giornale”, nell’articolo intitolato “Merlino: io e Pietro arrestati e usati solo per fini politici”, riporta le dichiarazioni di Mario Merlino che, fra l’altro, rivela di aver rivisto l’amico “nel suo pub quando lo andai a trovare insieme ad alcuni camerati. Fu sorpreso ed affettuoso, parlammo a lungo dei tempi andati, mi invitò a tornare”.

 

Certo, Mario Merlino riconvertitosi al fascismo, può usare il termine “camerati” per indicare coloro che lo hanno accompagnato da Pietro Valpreda, ma può anche essere stato scelto per rivendicare quell’appartenenza all’ambiente neofascista di Pietro Valpreda che rimane un segreto solo perché, a nostro avviso, è mancato il coraggio di analizzare con cura, con serenità, senza pregiudizi, la figura e l’attività dell’anarchico Pietro Valpreda.

 

Prima di Mario Merlino, un altro personaggio oggi riconosciuto con assoluta certezza fra i responsabili della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, Giovanni Ventura aveva rilasciato una dichiarazione che poneva in dubbio la fede anarchica di Pietro Valpreda e che, addirittura, rivelava una conoscenza personale e diretta fra loro, pubblicata da “Il Mattino” di Padova il 20 dicembre 1986.

 

Dichiarava Giovanni Ventura:

 

“Sì, il ’68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allora era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…”.

 

La sinistra italiana tutta e, a destra, la sola “Avanguardia nazionale”, hanno fatto dell’innocenza di Pietro Valpreda un postulato di cui non si può e non si deve dubitare se non si vuole finire al rogo, ma è bene ricordare che la direzione nazionale del Pci vietò al suo parlamentare avvocato, Malagugini, di assumere la difesa del ballerino anarchico lasciandola alle cure dell’avvocato Guido Calvi che, per essere militante del Psiup, non comprometteva il partito.

 

Una prudenza che dimostra come i vertici del Partito comunista qualche dubbio sulla fede anarchica di Pietro Valpreda lo nutrivano, anche se non ritenevano opportuno ostentarlo pubblicamente e, tantomeno, spiegarne le ragioni.

 

Chi è stato Pietro Valpreda?

 

Un innocente anarchico che ha rischiato di passare alla storia italiana come il “mostro” che aveva provocato 16 morti e 90 feriti all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, vittima di una congiura politico-poliziesca che voleva criminalizzare, con l’anarchia, tutta la sinistra italiana?

 

Un anarchico convinto, sincero nelle sue idee e nelle sue aspirazioni, talmente ingenuo da cadere in una trappola tesa da un individuo che, a Roma, tutti conoscevano come neofascista militante?

 

Un infiltrato di “Avanguardia nazionale”, alla pari del suo amico Mario Merlino, negli ambienti anarchici, in un’operazione promossa dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni?

 

Allo stato, a queste tre domande possiamo dare risposta solo alla prima.

 

O, giustamente, la facciamo dare alla Federazione anarchica italiana, la sola che aveva l’autorità, l’autorevolezza, gli elementi di conoscenza per poter riconoscere o, al contrario, disconoscere in Pietro Valpreda un compagno anarchico. La risposta, la Fai l’ha data nell’immediatezza dei fatti, perentoria, inequivocabile e pubblica.

 

Il 22 gennaio 1970, il settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “Le prove e i dubbi”, riporta la dichiarazione della Federazione anarchica italiana sul conto di Pietro Valpreda e degli aderenti al circolo “22 marzo”:

 

“Non li conosciamo. Per quel che ci riguarda non sono anarchici…”

 

Più chiaro di così?

 

L’11 marzo 1972, viene reso noto che Pietro Valpreda ha accettato di candidarsi nelle successive elezioni politiche nelle liste de “Il Manifesto”. Immediatamente , diversi gruppi anarchici informano la stampa che non lo voteranno: Valpreda sarà anche innocente per la strage di piazza Fontana ma per gli anarchici italiani lui non è un compagno anarchico.

 

Serve altro?

 

Pietro Valpreda è divenuto anarchico sulla base della sua esclusiva parola, per la fiducia che gli è stata accordata dalla stampa italiana, dalla magistratura, dai partiti politici tutti, dalle formazioni della sinistra, da “Il Manifesto”, ma non dagli anarchici e dai loro organismi rappresentativi, i soli e gli unici in grado di poter avallare o negare la qualifica di anarchico a qualcuno in questo Paese.

 

A Pietro Valpreda, gli anarchici italiani l’hanno negata.

 

È questa è una delle poche certezze esistenti nell’ambito degli eventi del 1969, compresa la strage di piazza Fontana.

(continua al capitolo nono)