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Piazza Fontana e oltre

 

di Vincenzo Vinciguerra

 

Capitolo settimo

 

Non ci saranno conseguenze perché, come vedremo, l’infiltrazione negli ambienti anarchici, Stefano Delle Chiaie ed i suoi uomini la conducono per conto del ministero degli Interni.

 

L’infiltrazione fra questi ultimi non è un segreto. Tant’è che, il 13 agosto 1969, a Torino, sul quotidiano della Fiat, “La Stampa”, è pubblicato un articolo intitolato “Scomparsi gli anarchici per evitare interrogatori”, a firma G.M., che avrebbe dovuto essere letto con attenzione prima della strage di piazza Fontana e, a maggiore ragione, dopo.

 

In esso, si scrive: che “dopo gli attentati ai treni (dell’8-9 agosto – Ndr) gli anarchici milanesi sono spariti dalla circolazione”. E, inoltre:

 

“Dopo l’attentato alla Campionaria, era sembrato che l’organizzazione dei giovani anarchici fosse stata distrutta: in realtà la loro bandiera nera non è mai stata ammainata; le file sono state riorganizzate seguendo nuovi criteri per rendere più difficile l’identificazione dei nuovi accoliti…Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi, per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensato di sfruttare le loro utopie. Così gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dalla destra totalitaria e dall’estremismo di sinistra”.

 

L’articolo, certamente ispirato da qualcuno che conosce la realtà che esiste dietro le quinte del palcoscenico, suggerisce qualcosa di più inquietante dell’”infiltrazione”. Insinua il dubbio della collusione fra “fascisti” e anarchici.

 

È possibile un’alleanza tattica fra “fascisti” e anarchici in funzione anticomunista?

 

La risposta non può che essere affermativa. L’attentato del 31 marzo 1969 al palazzo di Giustizia di Roma sarà confessato, ad esempio, dall’anarchico Paolo Faccioli ma non ha torto l’ufficio politico della Questura di Roma a ritenere che l’esplosivo sia stato fornito dai neofascisti.

 

A Milano, è il “fascista” Nino Sottosanti a fornire un alibi all’anarchico Tito Pulsinelli, scagionandolo dall’accusa di aver compiuto un attentato, ed è abituale frequentatore della casa di Giuseppe Pinelli, l’anarchico che dirige il circolo “Il Ponte della Ghisolfa”.

 

Un anarchico storico di Massa Carrara, poi, Gino Bibbi, sarà sfiorato dalle indagini per il tentato golpe del 7-8 dicembre 1970 diretto da Junio Valerio Borghese, mentre risale al 1946 la costituzione del gruppo anarchico, “Unione Spartaco” a cura di un anticomunista oltranzista come Carlo Andreoni.

 

La linea politica della Federazione anarchica italiana (Fai), nel dopoguerra, individua tre nemici dell’anarchia: la Chiesa cattolica, il militarismo e il comunismo.

 

A quanti chiedono le ragioni dell’ostilità degli anarchici nei confronti del comunismo, giunge semplice ed esauriente la risposta di Alfonso Pailla:

 

“Siamo stufi di morire per rivoluzioni che danno il potere a chi poi ci stermina”.

 

Senza andare eccessivamente indietro nel tempo per scoprire cosa hanno fatto i bolscevichi russi ai loro compatrioti anarchici, è sufficiente riandare alla guerra di Spagna, a Barcellona, dove le Brigate internazionali eliminarono fisicamente centinaia di anarchici che pure si battevano al loro fianco contro le truppe del generale Franco e quelle fasciste italiane.

 

E al massacro degli anarchici da parte dei comunisti fa proprio riferimento Pietro Valpreda in una conversazione con Aniello D’Errico, da questi riportata il 27 aprile 1969 al commissario di Ps Luigi Calabresi che lo sta interrogando.

 

Parlando della possibilità di far compiere attentati dinamitardi a persone esperte in materia di esplosivi, Pietro Valpreda, secondo quanto riferito da D’Errico, gli dice che un commando di tre persone, fra le quali Paolo Braschi, “aveva assunto la denominazione di ‘Barcellona 39′ e aveva compiuto attentati dinamitardi prima a Genova e poi a Milano…”.

 

Il riferimento, nella scelta dei nome del commando, al massacro compiuto dai comunisti degli anarchici in Spagna, è esplicito e non lascia adito a dubbio alcuno.

 

L’anticomunismo anarchico può, di conseguenza, aver trovato conveniente ed opportuno stabilire un’alleanza tattica con il neofascismo anticomunista per fare fronte comune ad un nemico la cui spietatezza era nota ad entrambi gli schieramenti.

 

Il tempo e le menzogne hanno fatto dimenticare, oggi, che il segretario nazionale del Pci, fino al mese di agosto del 1964, quando morì a Jalta, in Crimea, era Palmiro Togliatti divenuto, sul piano propagandistico, un raffinato politico ma, su quello storico, un feroce esecutore degli ordini di Josip Stalin per il quale, notoriamente, la vita degli altri non aveva alcun valore.

 

Successore di Palmiro Togliatti alla guida del Partito comunista italiano fu Luigi Longo, altro protagonista delle pagine di sangue scritte dai comunisti in Spagna contro gli anarchici, insieme al segretario provinciale del Pci di Trieste, Vittorio Vidali.

 

Oggi, gli ex comunisti vengono identificati con i baffi di Massimo D’Alema in crociera con la sua barca a vela, o con i modi da allievo del collegio delle Orsoline di Walter Veltroni, ma negli anni Sessanta il ricordo di quello che le milizie comuniste erano state capaci di fare, in termini di massacri, in Spagna e, successivamente, in Italia durante e dopo la guerra civile era ben vivo sia fra i “fascisti” che fra gli anarchici.

 

Non era difficile rievocare questi ricordi per far comprendere cosa sarebbe capitato agli anticomunisti nel caso che il Pci fosse salito, anche legalmente, per via elettorale, al potere nel nostro Paese.

 

Per comprendere la realtà storica bisogna calarsi nel suo tempo, non giudicarla con gli occhi del tempo presente. E in quegli anni, il comunismo era sinonimo di ferocia e di crudeltà espresse ovunque avesse avuto modo di agire soprattutto laddove aveva assunto il potere.

 

Una collusione che non deve far gridare allo scandalo perché la prassi di considerare “amico il nemico del mio nemico” è vecchia quanto il mondo e, in quegli anni i servizi segreti americani e cino-popolari collaboravano contro l’Unione Sovietica.

 

Con quali gruppi o, forse è meglio dire, con quali uomini dell’anarchia italiana i militanti di “Avanguardia nazionale” ed altri gruppi siano riusciti a stabilire un rapporto politico ed operativo di cobelligeranza è campo ancora tutto da esplorare.

 

Certo, e ci sentiamo di affermarlo con forza, è che la “collusione” c’è stata.        

 

In questo contesto s’inquadra la figura di Pietro Valpreda.

 

Non c’è traccia, fino ad oggi, della nascita dell“‘anarchico” Pietro Valpreda.

 

La più fitta nebbia copre la data, sia pure approssimativa, della sua adesione all’ideale anarchico, e soprattutto quella dell’inizio della sua attività politica.

 

Quando comincia la battaglia anarchica di Pietro Valpreda, in quale gruppo, città, con quali compagni, in che modo?

 

Chi ha una milizia politica alle spalle è in grado di ricostruirla fin dal suo esordio, indicando luoghi, nomi e date.

 

Non ci è mai capitato di leggere il dettagliato curriculum vitae dell’anarchico Pietro Valpreda.

 

Come mai?

 

La prima segnalazione dell’esistenza di Pietro Valpreda risale al 28 gennaio 1968, quando viene fotografato ed intervistato mentre con altri dodici amici si prepara a contestare il Festival di Sanremo.

 

Valpreda, però, non si presenta come anarchico e neanche con il suo vero nome ma come “Alberto”, e la contestazione al Festival della canzone italiana non ci sarà perché Stefano Delle Chiaie che l’ha organizzata ha dato il contrordine su richiesta del patron del Festival che, tramite una terza persona, gli ha fatto sapere di essere “camerata” e di non meritare il danno derivante al suo spettacolo da una contestazione.

 

Se la prima apparizione, in veste di mancato contestatore ma non di anarchico, collega Pietro Valpreda a Stefano Delle Chiaie e ad “Avanguardia nazionale”, la seconda lo vede, questa volta come convinto alfiere dell’ideale anarchico, comparire al congresso organizzato dalla Federazione anarchica italiana a Carrara il 31 agosto 1968.

 

Certo, in otto mesi si può abbracciare qualsiasi ideale, così che anche Pietro Valpreda dalla mancata contestazione del Festival di Sanremo all’inizio del congresso anarchico di Carrara, dal 28 gennaio al 31 agosto 1968, può essere diventato un sincero e convinto anarchico.

 

Non è il solo, però, perché ad accompagnarlo a Carrara ci sono altri “anarchici” che hanno viaggiato,da Roma, con la benzina pagata da Guido Paglia, dirigente di “Avanguardia nazionale”.

 

Gli “anarchici” sono, difatti, tutti militanti dell’organizzazione diretta da Stefano Delle Chiaie: Pietro “Gregorio” Manlorico, Luciano Paulon, Augusto De Amicis, Aldo Pennisi, Alfredo Sestili, Mario Merlino.

 

Pietro Valpreda, nella sua ingenuità, non si accorge che i suoi compagni anarchici sono tutti provenienti dalla estrema destra “neofascista”, anzi da un’organizzazione di “picchiatori” fascisti com’è considerata” Avanguardia nazionale”.

 

Non dubita della loro genuina fede anarchica nemmeno quando il 15 ottobre 1968 uno degli “anarchici” che lo hanno accompagnato a Carrara, Pietro “Gregorio” Manlorico, viene arrestato insieme ai camerati di “Avanguardia nazionale”, Lucio Aragona e Corrado Salemi, per compiuto un attentato contro la sezione del Partito comunista del Quadraro.

 

Sulla via di Damasco, folgorato dall’ideale anarchico, nello stesso periodo è anche Mario Merlino, dirigente di “Avanguardia nazionale”, a Roma.

 

Il 16 aprile 1968, Mario Merlino è stato in Grecia, con gli altri camerati, per rendere omaggio ai “colonnelli” che avevano fatto il “colpo di Stato” e salvato il loro Paese dal comunismo.

 

L’8 maggio 1968, insieme ai camerati Guido Paglia e Adriano Tilgher, Merlino viene denunciato per aver organizzato una manifestazione di protesta contro l’esclusione del Sudafrica dalle Olimpiadi. Non sopporta, Mario Merlino, che i razzisti sudafricani siano emarginati da una manifestazione sportiva così importante.

 

Nello stesso mese di maggio, Merlino fonda, a Roma, il circolo “XXII marzo” con lettere che richiamano i fasti della Roma imperiale e la data che ricorda gli incidenti dell’Università francese di Nanterre nei quali tanta parte hanno avuto gli uomini di Yves Guerin Serac.

 

Del neo-costituito circolo fanno parte Aldo Pennisi, Luciano Paulon, Pietro “Gregorio” Manlorico, Elio Guerino, Senato Granoni, Giovanni Nota, Guido Sciarelli, Antonio De Amicis, Lucio Aragona, Alfredo Sestili.

 

Il 31 agosto 1968, con cinque componenti del circolo “XXII marzo”, Mario Merlino si presenta insieme a Pietro Valpreda al congresso anarchico di Carrara, anarchico fra gli anarchici.

 

Nel breve volgere di quattro mesi, Mario Merlino è passato dall’omaggio ai “colonnelli” greci e dalla difesa del Sudafrica “bianco”, all’ideale anarchico che combatte militari e militarismo, schiavisti e razzisti.

 

Cos’è accaduto?

 

Un significativo spiraglio di luce, per quanto riguarda il solo Mario Merlino, viene dato dalle dichiarazioni rese da Serafino Di Luia al giornalista Giorgio Zicari e pubblicate su “Il Corriere della sera” il 5 marzo 1970.

 

Di Luia dichiara, testualmente:

 

“Merlino è stato mandato fra gli anarchici e la persona che lo ha plagiato è la stessa che fece affiggere il primo manifesto cinese”.

 

Il messaggio che Serafino Di Luia invia, tramite un giornalista che lavora per il servizio segreto militare, è ricattatorio, indirizzato ai pochi che possono comprenderlo e sono, pertanto, in grado di valutarne la minaccia che contiene.

 

Il 5 marzo 1970, difatti, solo pochissime persone collocate ai vertici del Movimento sociale italiano, di Avanguardia nazionale e della divisione Affari riservati del ministero degli Interni potevano comprendere il senso dell’oscuro riferimento al “primo manifesto cinese”.

 

L’episodio dei “manifesti cinesi” affissi dai militanti di “Avanguardia nazionale” nel mese di gennaio del 1966, difatti, diverrà noto solo alla metà degli anni Ottanta.

 

Da quel momento la possibilità di individuare chi sarebbe stata la persona che aveva “plagiato” Mario Merlino e lo aveva fatto infiltrare fra gli anarchici, diviene concreta per la ragione che a proporre a Stefano Delle Chiaie ed ai suoi amici l’operazione “manifesti cinesi” era stato il direttore del settimanale “Il Borghese”, Mario Tedeschi.

 

Mario Tedeschi, lo sappiamo, è stato uno dei più accaniti accusatori degli anarchici e di Pietro Valpreda da lui indicati come responsabili della strage di piazza Fontana.

 

Ma l’ex sergente della divisione di fanteria di marina “decima” che già il 10 gennaio 1947 il questore di Roma, Saverio Polito, scagionava dall’accusa di far parte di organizzazioni clandestine neofasciste, non ha mai fatto mistero, negli anni Ottanta, di essere stato da sempre intimo amico di Umberto Federico D’Amato, il funzionario più rappresentativo della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.

 

Serafino Di Luia, in quel mese di marzo 1970, sa perfettamente che Mario Tedeschi è stato, all’epoca dell’operazione “manifesti cinesi”, il tramite, l’intermediario fra la manovalanza avanguardista e Umberto Federico D’Amato, ideatore e mandante dell’operazione.

 

Stefano Delle Chiaie ed i suoi uomini vennero a conoscenza, già in quel mese di gennaio del 1966, che ispiratore dell’affissione di manifesti firmati a nome del Movimento marxista-leninista d’Italia non era il “camerata” Mario Tedeschi e neanche il segretario nazionale del Msi, Arturo Michelini, ma Umberto Federico D’Amato.

 

Si ricatta per procurarsi un vantaggio, la minaccia deve essere fatta ma non portata a termine e, in questo caso, il destinatario era troppo potente per i fratelli Serafino e Bruno Di Luia: l’importante era fargli sapere che loro sapevano, che conoscevano il segreto inconfessabile che vedeva Mario Merlino infiltrato fra gli anarchici, nell’estate del 1968, dalla divisione Affari riservati del ministero degli Interni nella persona dell’allora questore Umberto Federico D’Amato.

 

Ed al ministero degli Interni, difatti, i due fratelli si rivolgono, questa volta direttamente, facendo sapere al questore di Bolzano, tramite un loro intermediario che “qualora non perseguiti da alcun ordine di cattura o circolare di ricerca” sono disposti “a venire in territorio italiano per incontrarsi con qualche funzionario di Ps al quale intenderebbero fare rivelazioni interessanti sui recenti attentati dinamitardi commessi a Milano ed a Roma e anche su quelli della famosa ‘notte dei treni’…”.

 

I due fratelli Di Luia sono due gregari di “Avanguardia nazionale” ma la loro minaccia, prima, e la loro disponibilità a parlare in via confidenziale, dopo, non sono sottovalutati se ad incontrarli è inviato, il 10 aprile 1970, un funzionario del servizio segreto civile del rango di Silvano Russomanno.

 

Il contenuto del loro colloquio non è mai stato reso noto. Se ne conosce, però, il risultato: i due fratelli Di Luia, Bruno e Serafino, potranno rientrare in Italia e non saranno mai disturbati per deposizioni testimoniali o indagati, a qualsiasi titolo, per gli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano e per quelli ai treni dell’8-9 agosto 1969, sui quali avevano “rivelazioni interessanti” da fare e che sono rimaste sepolte negli inaccessibili archivi della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.

 

Il rapporto fra Avanguardia nazionale ed il ministero degli Interni non si è limitato all’operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966, ma è proseguito nel tempo con altre “operazioni” di ben più pregnante rilievo.

 

Non è un sospetto che deriva dalle dichiarazioni dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, ma una certezza che proviene dalla reiterazione della minaccia nei confronti di Mario Tedeschi, questa volta fatta direttamente dai vertici dell’organizzazione nel tentativo di evitarne la messa fuori legge con tutte le conseguenze penali e politiche che il provvedimento comporta.

 

Quando nel 1973-74 si profila l’adozione di provvedimenti di carattere giudiziario nei confronti dei dirigenti e dei militanti di “Avanguardia nazionale”, scatta da parte di questi ultimi l’immancabile operazione ricattatoria a carico di quanti hanno prima utilizzato i loro servigi ed ora li “scaricano” senza battere ciglio.

 

Chi sia uno dei destinatari del ricatto, lo dice una nota informativa proveniente da Milano, indirizzata al ministero degli Interni, che informa che Pino Romualdi sta preparando un’azione intesa a stroncare la candidatura di Mario Tedeschi a segretario nazionale del Msi-Dn, presentandolo come legato ai servizi segreti.

 

L’azione di Pino Romualdi sarebbe appoggiata da “Avanguardia nazionale” che porterebbe come prova un assegno di un milione di lire consegnato dal ministero degli Interni a Mario Tedeschi e da questi versato ai dirigenti dell’ organizzazione.

 

L’avvertimento è pesante e diretto.

 

Il 15 ottobre 1974, alla presenza dell’avvocato Giorgio Arcangeli, Adriano Tilgher e Felice Genoese Zerbi tengono una conferenza stampa nella quale denunciano, ovviamente senza specificarle, le “sporche e criminali operazioni di potere” da parte della Democrazia cristiana, i tentativi dei servizi segreti italiani, civili e militari, di strumentalizzare l’organizzazione per concludere facendo due nomi: l’ex ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi, e il direttore de “Il Borghese”, ora senatore del Msi-Dn, Mario Tedeschi.

 

Appare evidente che la sola operazione “manifesti cinesi” del gennaio 1966 ed il finanziamento, sempre riferito agli anni Sessanta di 300 mila al mese al gruppo avanguardista, non sono argomenti tali da intimidire Mario Tedeschi che da queste “rivelazioni” non subirebbe alcun danno.

 

Inoltre, nel 1974, il direttore de “Il Borghese” è anche senatore del Msi-Dn, di un partito cioè dal quale, dopo le stragi di Brescia e dell’Italicus, la Democrazia cristiana ha preso decisamente le distanze.

 

Cosa potrebbe fare Mario Tedeschi per evitare lo scioglimento di “Avanguardia nazionale” e l’incriminazione e l’arresto dei suoi dirigenti?

 

Nulla.

 

Ma come abbiamo visto, Mario Tedeschi, nell’operazione “manifesti cinesi” e in quella, successiva, dell’infiltrazione di Mario Merlino fra gli anarchici è stato solo un intermediario.

 

L’avvertimento di Tilgher e Genoese Zerbi è rivolto, usando il suo nome, a chi è stato sempre alle sue spalle e sopra di lui: il servizio segreto civile e il ministero degli Interni, che hanno loro sì la forza di evitare lo scioglimento di “Avanguardia nazionale” e i provvedimenti giudiziari a carico dei suoi dirigenti e militanti.

 

Gli oppositori politici non hanno, per ovvie ragioni, possibilità di ricattare i detentori del potere. Ma “Avanguardia nazionale”, come tutte le formazioni politiche di estrema destra ha fatto, per conto del potere, l’opposizione agli oppositori di sinistra, con operazioni sulle quali è obbligata a conservare il segreto.

 

Può solo minacciare di infrangerlo per reagire alla ingratitudine di chi, dopo averla usata, se ne libera con sprezzante noncuranza.

 

Ed è questo, esattamente, che “Avanguardia nazionale” fa.

 

Il 30 giugno 1975, l’organizzazione pubblica un “Bollettino di controinformazione nazionale rivoluzionaria” nel quale scrive:

 

“Chi pensasse ad un indolore provvedimento amministrativo contro Avanguardia nazionale ha sottovalutato la forza e la decisione di questa organizzazione. Se poi si arriverà al processo, Avanguardia nazionale chiamerà sul banco dei testimoni ministri, uomini politici, segretari di partito, corpi separati e quanti in un modo o nell’altro, hanno prima cercato l’amicizia di Avanguardia nazionale e poi, visti respinti i tentativi, hanno deciso la fine di una organizzazione non incasellabile nei giochi di sistema”.

 

È una minaccia ma, soprattutto, è una autodenuncia della compromissione del gruppo e dei suoi dirigenti con il sistema che sempre hanno dichiarato di voler combattere.

 

Per ora, conta la minaccia che qualcuno valorizza perché quando l’operazione giudiziaria e di polizia è in procinto di scattare sulla stampa appare la notizia relativa con l’indicazione perfino del numero dei mandati di cattura che stanno per essere emessi.

 

La retata contro gli “avanguardisti” viene, quindi, annullata e posticipata di almeno due mesi, messa in atto con tutte le precauzioni del caso che non impediscono, però, che Adriano Tilgher sia informato con un anticipo di pochi minuti dell’arrivo a casa sua della polizia, e riesca a scappare.

(continua al capitolo ottavo)