logostoriaveneta2

Piazza Fontana e oltre

 

Di Vincenzo Vinciguerra

 

Capitolo sesto 

 

Il 21 marzo 1969, sul bollettino “Terra e libertà”, organo di stampa del gruppo anarchico “Gli Iconoclasti”, Pietro Valpreda elenca 10 attentati anarchici, compiuti in meno di un mese, e trionfalmente conclude:

 

“Altri attentati seguiranno a questi qui elencati. La polizia brancola nel vuoto. I borghesi tremano e cercano di svignarsela con il capitale. Gli pseudocomunisti pigliano posizione contro questi atti di terrorismo anarcoide. La coscienza popolare comincia a risvegliarsi e…i botti aumentano!!!”.

 

Quali conseguenze subisce Pietro Valpreda per la rivendicazione – perché tale è – di ben dieci attentati e il preannuncio che ne verranno fatti molti altri?

 

Nessuna.

 

La polizia non lo interroga, se non altro in veste di persona informata sui fatti relativi a ben 10 attentati, non lo denuncia per istigazione alla violenza e apologia di reato.

 

La polizia non fa nulla, al di là, forse, di una segnalazione alla magistratura che, da parte sua, nel mese di giugno del 1969, le chiede di identificare i componenti del “Gruppo anarchico iconoclasta” che sul suo bollettino porta l’indirizzo del circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa” diretto da Giuseppe Pinelli.

 

La “violenza anarchica” fa comodo alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni così come al Sid ed ai loro responsabili politici e chi fa la propaganda non può – né deve – essere perseguito.

 

Come avrebbe potuto, altrimenti, il ministro degli Interni Franco Restivo, nel corso di un suo intervento alla Camera dei deputati, il 10 dicembre 1969, due giorni prima della strage “anarchica” di piazza Fontana a Milano, imputare la gran parte degli atti di violenza verificatisi durante l’anno in Italia all’”estremismo anarcoide”?

 

Del resto, non stiamo trattando della storia di una rivoluzione che, notoriamente, parte dal basso per travolgere le istituzioni e lo Stato, ma di un’operazione che parte dall’alto e che è finalizzata a salvaguardare lo Stato ed il regime dalla minaccia del “comunismo internazionale”.

 

È normale, pertanto, che chiunque operi nell’ambito di questo disegno “stabilizzatore” lo faccia con la complicità e la protezione degli apparati segreti dello Stato e delle forze politiche che li dirigono.

 

Non si può parlare degli eventi del 12-14 dicembre 1969 senza soffermarsi su una figura rimasta sempre sullo sfondo e mai, esattamente come quella di Yves GuerinSerac sul piano internazionale, direttamente chiamata in causa nelle indagini sulla strage di piazza Fontana.

 

Ci riferiamo al capitano di fregata, medaglia d’oro al V.M., presidente del Movimento sociale italiano, poi presidente del “Fronte nazionale”, principe Junio Valerio Borghese.

 

Comandante del sommergibile “Scirè”, passato poi al comando della Decima flottiglia Mas, il reparto di incursori subacquei della Marina militare più segreto ed ardito della Forze armate italiane, l’unico in grado di infliggere alla potentissima flotta britannica nel Mediterraneo perdite gravissime, Junio Valerio Borghese l’8 settembre 1943 si trova al suo posto di comando a La Spezia.

 

Non aderisce, se non di fatto, alla Repubblica sociale italiana, perché Junio Valerio Borghese non è mai stato fascista, ma non accetta il tradimento perpetrato nei confronti degli alleati tedeschi con i quali stabilisce un accordo di co-belligeranza.

 

Nel corso dei 600 giorni della Repubblica di Salò, Junio Valerio Borghese intrattiene ottimi rapporti con i tedeschi, con il servizio segreto della Regia Marina del Regno del sud, pessimi con i fascisti che, giustamente, della sua lealtà non si fidano, tanto che nel gennaio del 1944 lo mettono in carcere.

 

Ma, ormai, la divisione di fanteria Decima è un realtà militare di cui la Repubblica sociale non si può privare e così, a malincuore, Benito Mussolini rimette Borghese in libertà e lo riconferma nella carica di comandante della Decima.

 

Il 25 aprile 1945, a Milano, Junio Valerio Borghese si congeda dagli uomini della Decima e si rifugia a casa di un partigiano delle brigate socialiste “Matteotti” in attesa dei soccorsi che non tardano ad arrivare.

 

Il 12 maggio 1945, a bordo di una jeep americana, vestito con una divisa americana, scortato dal capo dell’X-2 americano, James JesusAngleton, dal commissario di Ps Umberto Federico D’Amato e da un ufficiale del servizio segreto della Regia Marina viene condotto da Milano a Roma dove, dopo un incontro mai peraltro confermato ufficialmente, con l’ammiraglio Raffaele De Courten, ministro della Marina del regio governo, è associato al carcere di Cinecittà, destinato ad ospitare i nemici di rango sia italiani che tedeschi.

 

I rapporti di collaborazione instaurati con i servizi segreti americani, in particolare con James JesusAngleton, sono provati al di là di ogni ragionevole dubbio.

 

Una collaborazione che ha consentito a Junio Valerio Borghese e ad un ristretto nucleo della Decima flottiglia mas, fra i quali il futuro ammiraglio Gino Birindelli, di affondare nel porto di Sebastopoli, in Crimea, il 29 ottobre 1955, la corazzata sovietica “Novorossijak”, già appartenente alla Marina militare italiana con il nome di “Giulio Cesare” e ceduta ai russi come risarcimento per i danni di guerra, nel 1949.

 

Esponente prestigioso della “Salò tricolore”, non ideologicamente fascista, Junio Valerio Borghese aderisce al Movimento sociale italiano il 17 novembre 1951, per divenirne il presidente qualche mese dopo e, infine, abbandonare la carica per lasciare il posto al maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ex ministro della Difesa e comandante in capo delle Forze armate della Rsi.

 

Aristocratico, conservatore, anticomunista, Junio Valerio Borghese gode di un meritato credito negli ambienti militari internazionali che si riflette anche nel campo politico in cui egli si trova ad operare, dopo che è fallito il tentativo di farsi reintegrare in servizio nella Marina militare.

 

Il principe Borghese è un conservatore e un reazionario, non concepisce altra politica che non sia quella improntata ad un anticomunismo fanatico, che porti l’Italia a stringere rapporti sempre più stretti con gli Stati Uniti e che fa di lui un oltranzista “atlantico”, tanto che il 17 maggio 1959 viene espulso dalla carica di presidente della Federazione nazionale combattenti della Rsi e sostituito con Giorgio Pini, uno degli uomini più vicini a Benito Mussolini.

 

Negli anni Sessanta, Junio Valerio Borghese non può, quindi, che ritrovarsi fra coloro che intendono “salvare l’Italia” dal comunismo, non più dall’interno del Movimento sociale di cui rimane, comunque, un iscritto, ma con uno strumento politico personale, da lui diretto, che chiama “Fronte nazionale”, riprendendo una vecchia idea dei primi anni Cinquanta, e nel quale c’è posto per chiunque si professi anticomunista, senza alcuna preclusione ideologica.

 

Il “Fronte nazionale” viene ufficialmente costituito il 13 settembre 1968, a Roma.

 

Cosa si propone l’organizzazione creata dal principe Borghese, lo sintetizza una nota informativa del Sid del 22 maggio 1970 che ne illustra gli scopi :

 

“Obiettivo minimo…è la difesa contro la piazza avversaria in caso di insurrezione; obiettivo medio è l’inserimento in eventuali ‘reazioni’ degli ambienti politici e militari, che potrebbero muoversi di fronte al prevedibile deterioramento della situazione italiana; obiettivo massimo è l’egemonia politica in un’eventuale soluzione autoritaria da realizzarsi su tutto il territorio nazionale”.

 

Il “Fronte nazionale” non è un movimento politico che si propone di cercare consensi, magari per trasformarsi in partito e concorrere alle elezioni, ma uno strumento di guerra al comunismo che si propone di agire, se necessario, anche con la forza per eliminare, una volta per sempre, il pericolo comunista in Italia e mantenere quest’ultima a fianco degli Stati Uniti e nell’ambito dell’Alleanza atlantica.

 

Una formazione politica ma apartitica, aperta a tutti coloro che vogliono combattere il nemico comunista, non soltanto a parole.

 

Lo riconosce anche il servizio segreto militare, il Sid, che in una nota del 9 agosto 1970, scrive:

 

“Il Fronte nazionale è stato più volte segnalato come organizzazione per attuare un colpo di Stato; ha delegati provinciali in diverse città; è collegato con Ordine nuovo e Avanguardia nazionale; è ritenuto il sodalizio più idoneo a influenzare in proprio favore le forze armate e la polizia”.

 

Costituito ufficialmente nel settembre del 1968, il “Fronte nazionale” ed il suo capo non potevano restare estranei agli avvenimenti del 1969, compresi quelli sanguinosi del 12 dicembre.

 

Le tracce del suo impegno ci sono, vistose pure ma, stranamente, ignorate dalla magistratura italiana e dagli storici italiani per la semplice ragione che nessuno ha mai considerato il rapporto di collaborazione che intercorreva fra Junio Valerio Borghese e Pino Rauti, per “Ordine nuovo”, Pino Romualdi e Giorgio Almirante, per il Msi, mentre Stefano Delle Chiaie ed “Avanguardia nazionale”, ufficialmente inesistente quest’ultima perché auto-scioltasi già nel 1965, ne costituivano la guardia pretoriana.

 

A Viareggio, presso l’hotel Royal, il 19 marzo 1969 ha luogo la prima riunione pubblica del “Fronte nazionale”, presente Junio Valerio Borghese. Il Sid registra che “l’unico accenno di interesse è quello fatto da Borghese in merito alle Forze armate che, secondo il presidente del Fronte, non avrebbero fatto mancare il loro appoggio nella lotta al comunismo”.

 

Borghese ed il “Fronte nazionale” non hanno altri e diversi fini politici da quella battaglia contro il comunismo che viene condotta da forze ben più potenti delle loro.

 

I compiti fra i gruppi sono differenziati, quindi c’è chi cura l’”infiltrazione” a sinistra, chi la “provocazione”, chi compie attentati e chi cerca finanziamenti .

 

Borghese, fra altri, assolve questo compito curando i rapporti con gli industriali con promesse rassicuranti. Così l’11 maggio 1969, scrive il Sid:

 

“nel corso di una riunione con esponenti del mondo armatoriale genovese, ha deciso la costituzione di ‘gruppi di salute pubblica’ per contrastare – anche con l’uso delle armi – l’ascesa al potere del Pci”.

 

Nel corso dell’anno, infine, le promesse non bastano più, così Borghese ed i suoi uomini scendono nei dettagli, con i loro interlocutori, su quanto hanno in animo di preparare.

 

Il 6 giugno 1969, l’informatissimo servizio segreto militare scrive in una nota:

 

“Un esponente del Fronte nazionale ha informato alcuni dirigenti della Società metallurgica italiana (Smi) che il movimento ha in programma di attuare nel periodo da giugno a settembre 1969, un colpo di Stato per porre fine alla precaria situazione politica che travaglia la vita del Paese. L’uomo di Borghese vorrebbe trattare l’acquisto di munizioni prodotte negli stabilimenti della Smi ma riceve un netto rifiuto”.

 

Il Sid, come il servizio civile, i vertici militari e buona parte di quelli politici, lavora per il “colpo di Stato”, quindi le informazioni che raccolgono sul conto delle intenzioni di Junio Valerio Borghese e dei suoi uomini le tiene per sé, non a caso lo dirige l’ammiraglio Eugenio Henke, socialdemocratico di provata fede.

 

Il 30 settembre 1969, a Roma, si svolge una riunione di esponenti del “Fronte nazionale”, presieduta dal collaboratore più stretto di Junio Valerio Borghese, Remo Orlandini.

 

In questa occasione si parla più liberamente degli scopi e dei mezzi per conseguirli, così che il Sid nella immancabile nota informativa scrive:

 

“Un ufficiale (nome noto) si intrattiene con Prospero Colonna il quale, nel dirsi certo della riuscita del ‘colpo di Stato’, soggiunge che Valerio Borghese aveva già studiato un piano di ‘provocazione’ con una serie di grossi attentati dinamitardi per fare in modo che l’intervento armato di destra potesse verificarsi in un clima di riprovazione generale dei criminali ‘rossi’; precisò inoltre che le vittime innocenti in certi casi saranno purtroppo necessarie”.

 

Questa volta le informazioni sono più dettagliate, troppo per i gusti del Sid che si sbilancia nel dichiararle poco attendibili.

 

Ha ragione, il servizio segreto militare di preoccuparsi perché sa bene che a compiere gli attentati stragisti alla Fiera campionaria ed alla Stazione ferroviaria di Milano il 25 aprile 1969 sono stati i suoi collaboratori, Franco Freda e Giovanni Ventura, e non i criminali “anarchici” ai quali è stata attribuita la colpa per indirizzare a sinistra la riprovazione e la collera dei cittadini.

 

In quell’occasione i morti non ci sono stati, ma il Sid sa che presto si dovranno contare anche questi.

 

Il “piano” studiato da Junio Valerio Borghese ricalca alla lettera quello del Sifar e di “Gladio”, quello di Yves Guerin Serac, così che, tramite il loquace Prospero Colonna, giunge la conferma ulteriore che tutti i gruppi di destra agiscono nell’ambito di una unica strategia di cui sono gli esecutori, non gli ideatori e che ha per fine ultimo la sconfitta del comunismo, nemico degli Stati Uniti d’America.

 

I rapporti di Junio Valerio Borghese con Pino Rauti si interromperanno nell’autunno del 1970 perché i due non si accordano sui finanziamenti che devono essere spartiti fra le rispettive organizzazioni; quelli con Stefano Delle Chiaie avranno fine solo il 27 agosto 1974, quando il principe morirà a Cadice – con tempestiva opportunità per Giulio Andreotti ed i suoi amici – di pancreatite fra le amorose braccia di un agente femminile del Sid.

 

Nel corso degli anni, sul banco degli imputati per la strage di piazza Fontana sono saliti gli alleati di Ordine nuovo ed i pretoriani di Avanguardia nazionale, anche se a posteriori, dinanzi al Tribunale della storia, ora deve comparirci anche il principe Junio Valerio Borghese.

 

La figura del “principe nero” non è mai esistita, un’altra leggenda creata dalla disinformazione che, in questo Paese senza libertà, si spaccia per informazione, per di più corretta e rispettosa della verità.

 

Junio Valerio Borghese, il 26 gennaio 1970, è ricevuto dall’ambasciatore americano a Roma ed ha già iniziato a programmare il tentativo, questa volta da attuare in modo difforme da quello del 12-14 dicembre 1969, che si concluderà a Roma, nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970 per riportare l’ordine in Italia e sconfiggere il comunismo.

 

L’apparato bellico di cui Junio Valerio Borghese è parte integrante non è stato scalfito né minacciato dalle indagini giudiziarie sulla strage di piazza Fontana, concentrale sugli anarchici, prima, e sulla “cellula nera” padovana, dopo.          

 

La guerra al comunismo può, quindi, continuare senza intralci né paure.

 

Il 12 dicembre 1969, le indagini sulla strage di piazza Fontana, a Milano, e sugli attentati di Roma sono immediatamente indirizzate verso gli ambienti anarchici.

 

Il ministro degli Interni, Franco Restivo invia a tutte le polizie europee, il 13 dicembre 1969, un telegramma in lingua francese, nel quale scrive:

 

“Attualmente non abbiamo alcuna indicazione valida a proposito dei possibili autori della strage, ma indirizziamo i nostri primi sospetti verso les cercles anarchisants”.

 

Mesi di propaganda basata su attentati di presunta matrice anarchica danno ora i suoi frutti, se anche l’”Osservatore romano”, il 14 dicembre 1969, nell’articolo intitolato “Vincere il male”, scrive che la causa della violenza deriva dalla “coltura dei bacilli nullisti, nichilisti, anarcoidi e violenti”.

 

Sono invece, tassativamente esclusi dalle indagini e dai sospetti uomini e gruppi inseriti in partiti rappresentati in Parlamento, per la pretesa che un’azione sovversiva può essere rivolta contro le istituzioni ed il sistema dal suo esterno e non può essere promossa dal suo interno.

 

Diviene così evidente la ragione per la quale Pino Rauti ed i suoi uomini sono rientrati, ufficialmente, nel Movimento sociale italiano che si configurava come l’”ombrello” sotto il quale ripararsi perché i suoi dirigenti ed i suoi militanti sarebbero stati esclusi da qualsiasi azione repressiva condotta dalle forze militari e di polizia contro gli “estremisti” sia di destra che di sinistra.

 

Intanto, gli ordinovisti con a capo Pino Rauti sono esclusi, a priori, dalle indagini sull’eccidio di piazza Fontana.

 

La pista internazionale, nell’immediatezza degli attentati, non viene trascurata.

 

Il 13 dicembre 1969, il commissario di Ps, Luigi Calabresi, viene inviato in missione in Svizzera; il 17 dicembre, il questore di Milano, Marcello Guida, nel corso di una conferenza stampa, affermerà che la strage di piazza Fontana è un “affare con collegamenti internazionali”. Il 18 gennaio 1970, la rivista “Epoca”, nell’articolo intitolato “Valpreda come Oswald”, riporta le dichiarazioni del capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, Bonaventura Provenza il quale afferma:

 

“Io non escludo a priori l’idea di un complotto che sarebbe caso mai più internazionale che interno. Ma non azzardo ipotesi in mancanza di elementi sicuri”.

 

Ancora prima, il 1° gennaio 1970, il settimanale”Panorama” riportava, in un articolo intitolato “L’alibi dell’anarchia”, a firma di Gianni Farneti, le dichiarazioni di un funzionario di polizia rimasto anonimo, il quale ha affermato:

 

“Si sono avanzate anche le ipotesi di interventi stranieri per servirsi di questi gruppi a fini economici e politici…Da una parte è pressoché certo che alcuni industriali tedeschi hanno finanziato formazioni estremiste per acuire le fasi di sciopero e diminuire la capacità di esportazione di certi settori industriali italiani. Dall’altra parte, l’ipotesi di finanziamenti greci a scopi politici è tutt’altro che peregrina”.

 

I rapporti fra i gruppi dell’estrema destra italiani e il governo militare greco sono ampiamente provati e, con specifico riferimento alla strage di piazza Fontana ed agli attentati a Roma ed anche a quelli del 25 aprile a Milano alla Stazione ferroviaria ed alla Fiera campionaria, ci sono le gravissime dichiarazioni rese alla rivista “Panorama” da Kostas Plevris e pubblicate nel numero in edicola il 13 marzo 1975, sotto il titolo “Dracme per il Msi”.

 

Plevris rivela che, nel 1969, il servizio segreto greco

 

“creò una sezione speciale dotata di mezzi economici particolarmente consistenti e di uomini che conoscevano a fondo le cose italiane. Poi, per evitare il rischio di essere scoperti e accusati di tramare ai danni dell’Italia, i capi del Kyp mascherarono la sezione dietro la facciata innocua di una scuola guida che aveva gli uffici nel centro di Atene, a pochi passi dal palazzo del governo. Infine la sezione ingaggiò direttamente dieci agenti italiani scelti tra le file dei fascisti. Ed io di questi agenti possiedo l’elenco completo”.

 

Plevris, però, rifiuta di fare i nomi, ma aggiunge:

 

“Posso dire soltanto che uno di essi è attualmente in prigione perché coinvolto nella strage di piazza Fontana”.

 

Nel periodo in cui Kostas Plevris rilascia l’intervista, in carcere con l’accusa di concorso nella strage di piazza Fontana ci sono tre persone: Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini.

 

Non risulta che qualche magistrato italiano abbia chiesto di interrogare Kostas Plevris per farsi dire i nomi dei dieci italiani, ma soprattutto di quello, fra i tre imputati per strage, che era stato arruolato dal servizio segreto greco.

 

Nella primavera del 1975, ad Atene, non c’era più la Giunta militare ma un governo socialista al quale, per via diplomatica, si potevano sollecitare le stesse risposte.

 

Non è stato fatto, da quanto è dato di sapere.

 

La pista internazionale, per la magistratura italiana, non viene valutata.

 

Eppure, a rendere inevitabile un’indagine seria sulla pista internazionale ci sono la nota del Sid del 16 dicembre 1969, le dichiarazioni del questore di Milano, Marcello Guida, del 17 dicembre 1969, quelle del capo dell’ufficio politico della Questura di Roma, Bonaventura Provenza, pubblicate il 18 gennaio 1970, quelle di un anonimo funzionario di polizia rese pubbliche dalla rivista “Panorama” il 1° gennaio 1970, le affermazioni specifiche di Kostas Plevris apparse sempre su “Panorama” il 13 marzo 1975, le stesse dichiarazioni di Franco Freda sulla consegna dei timer ad un “capitano algerino” che suggeriscono la presenza sulla scena di persone non italiane, e, infine, le accuse rivolte da Carlo Digilio ai servizi segreti americani.

 

È doveroso ricordare che le indagini sulla strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973, a Milano, compiuta dal confidente del Sid Gianfranco Bertoli, autoproclamatasi anarchico dopo l’arresto, a carico degli stessi personaggi imputati per concorso nella strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, hanno evidenziato un possibile ruolo svolto dai servizi segreti israeliani e francesi.

 

Del resto, che il gruppo veneto di Ordine nuovo avesse rapporti con i servizi segreti israeliani, la magistratura italiana lo sapeva dal 31 maggio 1966, quando a seguito dell’arresto di Marcello Soffiati ed altri, nel loro arsenale era stato rinvenuto esplosivo gelatinizzante israeliano.

 

Ancora, il generale Gianadelio Maletti ha rivelato che l’espatrio in Spagna di Marco Pozzan, altro imputato per concorso nella strage di piazza Fontana, nel mese di gennaio del 1973, era stato richiesto da un “servizio amico”, per specificare successivamente che si trattava di quello spagnolo.

 

Sullo sfondo degli avvenimenti italiani dell’epoca si stagliano, a questo punto, i servizi segreti americani, francesi, israeliani, greci e spagnoli, mentre più defilati si presentano i servizi segreti della Germania federale.

 

Per quanto tempo ancora, questo Paese dovrà tollerare la disinformazione giudiziaria e giornalistica sulla strage “nazifascista” di piazza Fontana?

 

Abbiamo visto come le direttive impartite ai reparti clandestini delle Forze armate ed ai gruppi politici di estrema destra impegnati nella battaglia contro il comunismo prevedevano la tattica della disinformazione, dell’infiltrazione e della provocazione.

 

Gli esempi si sprecano.

 

Dall’affissione dei “manifesti cinesi” a cura dei militanti di “Avanguardia nazionale” nel gennaio del 1966, firmati a nome del “Movimento marxista-leninista d’Italia”, agli attentati del 25 aprile 1969 attribuiti agli anarchici, all’incendio del deposito della Pirelli, a Milano, compiuto dagli uomini del partigiano “bianco” Carlo Fumagalli e rivendicato a nome delle “Brigate rosse” il 7 gennaio 1971, alla mancata strage sul treno “Torino-Roma” del 7 aprile 1973, che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dei suoi organizzatori, attribuita a “Lotta continua”, c’è una serie infinita di azioni attribuite al “nemico” ideologico e politico per renderlo inviso alla popolazione e giustificare ogni intervento repressivo nei suoi confronti.

 

L’infiltrazione nei gruppi avversari diviene prassi a partire dalla seconda metà del 1967, quando la Cia avvia l’operazione “Chaos”. Lo scopo non è di carattere informativo, con l’infiltrato che carpisce notizie e riferisce ma è politico perché si propone di condizionare l’azione dei gruppi infiltrati per indurli a compiere azioni violente.

 

Le operazioni sono fatte in accordo con i servizi segreti italiani. Il 28 aprile 1969, ad esempio, Giovanni Ventura e Pietro Loredan s’incontrano con Alberto Sartori, leader del Partito comunista marxista-leninista, al quale consegnano i “rapporti informativi” redatti allo scopo dall’agente del Sid Guido Giannettini.

 

Il 6 agosto 1969, la fonte “Agrippina” informa la divisione Affari riservati del ministero degli Interni che, nel corso di un convegno svoltosi a Barcellona (Spagna), Stefano Delle Chiaie si è vantato “di aver collocato più di una dozzina di membri appartenenti al suo gruppo in organizzazioni comuniste filocinesi in Italia, i quali si sarebbero già distinti come attivisti nelle lotte di piazza”.

 

(continua al capitolo settimo)