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Piazza Fontana e oltre

 

di Vincenzo Vinciguerra

 

Capitolo quinto 

 

A dare conferma ed avallo quanto mai autorevoli alla partecipazione americana all’operazione destinata a concludersi il 14 dicembre 1969, se non direttamente agli attentati stragisti di Milano e Roma del 12 dicembre, sono scesi in campo l’ex ministro degli Interni, il democristiano Paolo Emilio Taviani, e l’ex ministro degli Interni, presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.

 

Anche costoro, giunti al termine della loro esistenza terrena, hanno deciso di depistare le indagini sulla strage di piazza Fontana?

 

Appare, viceversa, più vicino alla verità ritenere che non si abbia, ancora oggi, la volontà e l’interesse di affermare che l’operazione politico-terroristica del 1969 abbia avuto origine ed impulso anche da nazioni estere amiche ed alleate dell’Italia.

 

Se alle spalle dell’operazione destinata a concludersi con la proclamazione dello stato di emergenza ci sono gli apparati segreti e clandestini degli Stati Uniti, della Francia e dell’Alleanza atlantica, i servizi segreti italiani, militari e civili, sono chiamati a svolgere il loro ruolo di supporto e copertura dei gruppi operativi che, camuffati dietro la fragile apparenza di oppositori del regime, di segno neofascista, rappresentano il braccio armato dello Stato.

 

La conferma di questa realtà è, perfino, negli atti giudiziari prodotti da una magistratura ostinata nel voler provare, senza riuscirci, che la strage del 12 dicembre 1969 è stata il frutto della collusione fra una cellula nazifascista e i servizi “deviati”, fantomatici quanto la prima.

 

Non vi è uno solo dei protagonisti e dei comprimari dell’operazione che, in quarant’anni di indagini, non sia risultato collegato alle strutture segrete e clandestine dello Stato democratico ed antifascista.

 

Certo, ognuno è libero di credere che i Rauti, i Freda, gli Zorzi, i Delle Chiaie ed i loro amici fossero confidenti che non confidavano, informatori che non informavano, spioni che non spiavano, che siano stati così astuti da ingannare gli sprovveduti dirigenti del Sid e della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, ma la realtà è diversa come dimostrano le coperture che questi apparati di sicurezza hanno garantito agli uomini ed ai gruppi del neofascismo italiano durante e dopo la guerra politica con una continuità nel tempo che prova come la verità su costoro non può essere detta senza compromettere il potere politico, allora come oggi.

 

A Padova, quando il commissario di Ps, Pasquale Juliano – che per essere in forza alla Squadra mobile è fuori dai giochi politici e segreti – punta su Massimiliano Fachini, consigliere comunale del Msi, ed i suoi amici come detentori di armi e di esplosivi, a rovinargli la carriera è il direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, Elvio Catenacci.

 

Sempre a Padova, il 7 giugno 1969, agenti dell’ufficio politico della Questura, agli ordini del commissario di Ps Saverio Molino, perquisiscono la abitazione di Eugenio Rizzato al quale sequestrano una pistola automatica calibro 7,65 marca Beretta e 15 pallottole, per il cui possesso lo denunciano a piede libero.

 

Molino, però, omette nel rapporto alla magistratura di fare cenno al rinvenimento della documentazione relativa al “Comitato d’azione di risveglio nazionale” (Carn), nella quale si legge che, fra i suoi scopi, vi è la “formazione di gruppi d’assalto, pronti a qualsiasi evenienza e disposti a qualsiasi impiego, che saranno a tempo opportuno attrezzati in pieno assetto di guerra”.

 

Questo documento, il capo dell’ufficio politico della Questura di Padova lo manda solo alla divisione Affari riservati che lo conserva per ovvie ed evidenti ragioni: non far trapelare che i gruppi di destra si preparano a sostenere le Forze armate ed i corpi di polizia nel caso di repressione del movimento comunista italiano.

 

Il 18 aprile 1969, a Roma, la polizia arresta Marcello Brunetti, trovato in possesso di 18 chili di polvere da mina, 4 metri di miccia a lenta combustione, 85 detonatori, nell’ambito delle indagini sull’attentato del 31 marzo precedente al palazzo di Giustizia per il quale saranno, poi, indiziati suo cugino, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto.

 

Il Sid è in possesso dal 3 marzo 1969 di un rapporto informativo, trasmesso da “fonte certa”, che segnala che Enzo Maria Dantini avrebbe stipulato un “patto” con due esponenti di gruppi filo-cinesi e trozkisti in funzione anti-Pci.

 

Enzo Maria Dantini, il cui nome sarà poi rinvenuto negli elenchi della struttura clandestina “Gladio”, e Franco Papitto saranno, successivamente, prosciolti da ogni accusa, ma non avrebbero potuto esserlo se il servizio segreto militare avesse trasmesso alla magistratura la nota confidenziale, redatta da “fonte certa”, del 3 marzo 1969.

 

Il 14 agosto 1969, a Padova, Livio Juculano denuncia alla magistratura la esistenza di un deposito di armi forse ubicato a Paese, “località di campagna compresa tra Treviso e Vittorio Veneto” .

 

Il 23 agosto 1969, ancora Livio Juculano chiama direttamente in causa come mandante di attentati a Roma, “il già menzionato avvocato Fredda” e, come detentore di armi, un suo amico “libraio di Treviso”.

 

Benché le accuse siano gravissime, e Franco Freda, avvocato, e Giovanni Ventura, libraio, siano facilmente identificabili, saranno lasciate cadere nel vuoto a riprova che le “protezioni” c’erano anche in campo giudiziario.

 

Il 30 agosto 1969, un informatore del Sid di Bologna, Francesco Donini, riferendosi agli attentati ai treni della notte fra l’8 ed il 9 agosto, invia una nota al locale Centro di controspionaggio riferendo che “gli autori degli attentati dinamitardi farebbero capo all’organizzazione studentesca di estrema destra Nuova Caravella, che avrebbe sede a Roma e organizzerebbe corsi per sabotatori o dinamitardi diretti da Stefano Delle Chiaie”.

 

“Nuova Caravella” è un’organizzazione universitaria che fa capo ad Adriano Tilgher e Guido Paglia, effettivamente legati a Stefano Delle Chiaie, già oggetto di indagini da parte della polizia (vedi nota del 31 marzo 1969), ma il servizio segreto militare terrà per sé l’informazione.

 

Il 6 settembre 1969, il commissario di Ps Pasquale Juliano invia al giudice istruttore padovano, Ruberto, un dettagliato memoriale difensivo nel quale riferisce di aver appreso dal suo confidente, Francesco Tomasoni, che esiste un’organizzazione responsabile di attentati che fa capo a “certo avvocato Freda di Padova” e a un bidello dell’istituto “Configliachi”, che va identificato in Marco Pozzan, responsabile dei Volontari nazionali del Msi a Padova.

 

Sul finire dell’estate del 1969, i magistrati padovani hanno nei loro incartamenti le accuse esplicite per detenzione di armi, di esplosivi e per la commissione di attentati, anche a Roma, a carico di Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Pozzan provenienti da fonti diverse e non collegate fra loro.

 

Non risulta che siano state fatte indagini, compiuti accertamenti, emessi provvedimenti giudiziari, anche meramente formali, a carico degli accusati.

 

Il 13 settembre 1969, Franco Freda chiede per telefono spiegazioni all’elettricista Tullio Fabris sul modo di montare un congegno ad incandescenza.

 

Il 18 settembre successivo, lo stesso Franco Freda sollecita alla ditta “Elettrocontrolli” di Bologna, sempre per telefono, la consegna di 50 timer da 60 minuti.

 

L’utenza telefonica di Franco Freda è sotto il controllo dell’ufficio politico della Questura di Padova, diretto dal commissario di Ps Savero Molino. Questi, però, non si chiede per quale motivo un avvocato debba ordinare timer e farsene spiegare il funzionamento.

 

Il disinteresse di Molino è ancora più sorprendente se si considera che a carico di Franco Freda esistono già le accuse esplicite del commissario di Ps Pasquale Juliano e di Livio Juculano, di cui non è credibile che i funzionari dell’ufficio politico della Questura di Padova non siano a conoscenza.

 

Altrettanto sorprendente è che Franco Freda i timer li ordini per telefono. Non lo è se si considera che la sicumera con la quale agisce gli proviene dalla consapevolezza della coperture istituzionali di cui gode.

 

Lo stesso meccanismo di protezione scatta a Roma.

 

Il 31 gennaio 1969, in una relazione indirizzata al ministero degli Interni, il prefetto denuncia che i gruppi dell’estrema destra procedono a compiere aggressioni contro gli avversari politici determinando “uno stato di tensione alimentato ad arte”, infiltrando i propri elementi nel Movimento studentesco “per condurre azioni di sfaldamento dall’interno” compiendo a suo nome azioni violente, “volte a creare ripercussioni negative nell’opinione pubblica e a portare discredito sul Movimento”.

 

Gli organi periferici e subalterni dello Stato registrano i comportamenti politici dei gruppi dell’estrema destra ma, ovviamente, la loro denuncia non può avere conseguenze di carattere giudiziario o, comunque repressivo perché la tattica dell’infiltrazione nel Movimento studentesco per screditarlo rientra nella strategia elaborata da coloro che hanno deciso di “destabilizzare” politicamente il Paese neutralizzando il Partito comunista e i gruppi che si rifanno all’ideologia marxista-leninista.

 

Maggiore sarà la violenza espressa dalle formazioni della sinistra, maggiore sarà la richiesta dell’opinione pubblica per il ristabilimento dell’ordine e la repressione dei “sovversivi rossi”.

 

I movimenti politici di estrema destra traducono sul terreno le direttive impartite dal Sifar agli uomini di “Gladio” e quelle date a loro da persone come Yves GuerinSerac.

 

Cambiano gli uomini, le nazionalità, gli apparati clandestini ma la strategia portata avanti nei Paesi europei ritenuti a rischio, primo fra tutti l’Italia, è identica per tutti.

 

In un mondo politico in cui lo Stato, secondo gli insegnamenti di Julius Evola, è il rappresentante dell’ordine gerarchico che deve governare la società, i confidenti dei corpi di polizia abbondano, così che il 29 gennaio 1969 il ministero degli Interni redige un appunto nel quale è scritto:

 

“La fonte riferisce che attentati non gravi e comunque a carattere dimostrativo potrebbero essere portati tra alcune settimane contro uffici pubblici, ministeri compresi. L’azione dovrebbe essere condotta da elementi di estrazione di destra…”.

 

La campagna di attentati, puntualmente preannunciata al ministero degli Interni, inizia il 28 febbraio 1969 con un attentato dinamitardo contro un ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia.

 

Il 27 marzo 1969, è compiuto un attentato contro la sede del ministero della Pubblica istruzione in viale Trastevere. Le caratteristiche dell’ordigno impiegato in questa occasione corrispondono a quelle della bomba utilizzata contro il Senato il 28 febbraio.

 

Il 31 marzo 1969, sempre a Roma, è compiuto un attentato contro il palazzo di Giustizia, questa volta c’è anche la rivendicazione fatta con volantini firmati “Marius Jacob” per denunciarne la matrice anarchica.

 

Negli ambienti politici e della Questura non ci crede nessuno.

 

Il 18 marzo 1969, il quotidiano “L’Unità”, organo di stampa del Partito comunista, in un articolo intitolato “Chi si serve dei fascisti? Gli attentati missini e i problemi dell’ordine pubblico”, chiama direttamente in causa il Movimento sociale italiano ed ipotizza che gli attentatori siano agli ordini del ministero degli Interni.

 

Il 17 aprile 1969, sul settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “Lo dicono con le bombe”, commentando gli attentati compiuti a Roma contro il Senato (28 febbraio), il ministero della Pubblica istruzione (27 marzo) e il palazzo di Giustizia (31 marzo), Lino Rizzi riporta il convincimento dei magistrati inquirenti che sia unica la centrale che ha compiuto gli attentati utilizzando sempre lo stesso materiale.

 

E riporta il giudizio espresso in proposito da Giuseppe Velotti:

 

“Certo il linguaggio (dei volantini di rivendicazione – Ndr) è quello degli anarchici, ma nulla ci impedisce di pensare che dietro di esso si nascondano degli agenti provocatori, o degli ultras di destra impegnati a dimostrare l’incapacità e l’inettitudine del potere costituito contro l’ondata di sovversione e agitare di riflesso, la necessità di uno Stato forte. È solo una ipotesi, ma non bisogna assolutamente trascurarla”.

 

L’ufficio politico della Questura di Roma la verità la conosce e, almeno in questa occasione, la mette pure per iscritto. Nel suo rapporto sull’attentato del 31 marzo al palazzo di Giustizia, chiama in causa, insieme ad alcuni anarchici, anche tre elementi dell’estrema destra romana: Marcello Brunetti, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto:

 

“Gli autori dell’attentato, in uno scritto rimasto sul luogo dell’esplosivo a firma di una fantomatica organizzazione anarchica, adoperando un frasario che rivela la loro posizione ideologica tutt’altro che anarchica, rivendicano la responsabilità anche dell’attentato al ministero della Pubblica istruzione…Infine la composizione dell’esplosivo adoperato nei due attentati e negli altri precedenti è simile, almeno per quanto è stato dichiarato dal persone della locale direzione di artiglieria, a quella del materiale sequestrato a Brunetti… Si ritiene pertanto che il Brunetti, il Dantini il Papitto siano corresponsabili dei predetti attentati”.

 

Saranno i magistrati di Milano ai quali gli atti relativi agli attentati al Senato, al ministero della Pubblica istruzione e al palazzo di Giustizia di Roma sono stati trasmessi per competenza in quanto titolari di un’inchiesta su altri attentati compiuti dagli anarchici, ad escludere, il 15 luglio 1969, la responsabilità di Marcello Brunetti, Enzo Maria Dantini e Franco Papitto, disponendo il rinvio a giudizio dei soli anarchici Pietro Angelo Della Savia, Paolo Faccioli e Paolo Braschi.

 

Il granello di sabbia che avrebbe potuto inceppare l’oliato meccanismo dell’infiltrazione, della strumentalizzazione e della provocazione viene, in questo modo, rimosso.

 

L’appunto che, il 29 gennaio 1969, preannuncia la campagna di attentati a Roma, condotta da elementi di destra, il convincimento dei funzionari dell’ufficio politico della Questura di Roma che militanti di estrema destra abbiano concorso con anarchici a compiere gli attentati, il sospetto avanzato pubblicamente che l’estrema destra è impegnata a strumentalizzare gli avversari ideologici per far ricadere su questi ultimi la responsabilità degli atti di violenza, non costituiscono un ostacolo per quanti hanno deciso di “salvare l’Italia dal comunismo”, con ogni mezzo lecito ed illecito.

 

Perfino il quotidiano vaticano, “L’Osservatore romano”, il 2 aprile 1969, dopo l’attentato al palazzo di Giustizia, avverte il bisogno di denunciare la protezione accordata ai “terroristi”, scrivendo:

 

“Il commercio degli esplosivi non è come il commercio degli ortaggi. E poiché la polizia non sta certo inattiva e non manca di collegamenti e controlli, si deve concludere che le iniziative sciagurate contano su una immancabile complicità o connivenza od omertà”.

 

Le condizioni per prevenire e reprimere le violenze, gli attentati, i loro autori materiali ci sono tutte sul piano informativo, ma può un potere politico impegnato attraverso i suoi organismi segreti a “destabilizzare l’ordine pubblico” perseguire sé stesso?

 

Evidentemente, no.

 

Lo provano altri due episodi direttamente connessi all’eccidio del 12 dicembre 1969, a Milano, in piazza Fontana.

 

(continua al capitolo sesto)