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Piazza Fontana e oltre

 

di Vincenzo Vinciguerra

 

Capitolo terzo

 

Negli anni Sessanta per un insieme di fattori che vanno dalla ripresa economica sovietica al conflitto mediorientale, al processo di decolonizzazione, al proliferare di movimenti di liberazione nazionale che professano idee marxiste, al mutamento della strategia militare americana passata da quella della “rappresaglia massiccia”, ovvero della risposta nucleare ad ogni attacco sovietico, a quella della “risposta flessibile” che prevede una controffensiva di pari intensità ed utilizzando gli stessi mezzi, le scontro fra le due potenze egemoni cresce con un’intensità ed una violenza senza precedenti.

 

Impegnati nella guerra del Vietnam, convinti di aver perso l’Algeria a causa della “guerra rivoluzionaria” condotta dal comunismo guidato da Mosca, alle prese con il caso di Cuba ormai inserita nell’orbita sovietica, gli Stati Uniti e l′Alleanza atlantica non sono disposti a perdere ulteriore terreno soprattutto in quell’area del Mediterraneo che il conflitto fra arabi, sostenuti dal blocco comunista, ed israeliani, appoggiati da quello occidentale, ha trasformato nella frontiera calda della guerra fredda.

 

Per la “messa in sicurezza” dell’Italia, sulla cui importanza strategica nel Mediterraneo è inutile soffermarsi, l’anticomunismo nazionale ed internazionale, politico, economico e, soprattutto, militare lavora da anni.

 

In una situazione politica resa precaria dall’ingresso nell’area governativa del Partito socialista, i primi segnali di una strategia pianificata si possono notare già nel corso del 1965.

 

È l’anno del convegno organizzato per conto dello Stato maggiore dell’Esercito all’hotel Parco dei principi di Roma dall’istituto “A. Pollio” per discutere di “guerra rivoluzionaria” e dei mezzi per combatterla, dal 3 al 5 maggio 1965.

 

Al quale segue la creazione, nel successivo mese di giugno, di un “Comitato italiano per l’Occidente” di cui fanno parte esponenti di tutta l’estrema destra italiana.

 

Ne sono fondatori, difatti, Nicola Romeo, Piera Gatteschi, Maria Gionfrida, Pier Francesco Nistri, Nino Del Totto, “Lillo” Sforza Ruspoli, inseriti o vicini al Movimento sociale, Pino Rauti, capo di “Ordine nuovo”, e Stefano Delle Chiaie, responsabile di “Avanguardia nazionale”.

 

Il “Comitato” si propone di “approntare elenchi di combattenti e giovani pronti a fornire un italiano anticomunista per ogni comunista italiano che vada a rafforzare i rossi in qualsiasi parte del mondo…”

 

È un programma di guerra civile reso subito operativo, visto che “Avanguardia nazionale” si auto-scioglie e s’immerge nella clandestinità dove resterà fino ai primi di gennaio del 1970, quando sarà ricostituita come “Avanguardia nazionale giovanile”.

 

Sempre in quel mese di giugno del 1965, a Bellagio, nella Villa Serbelloni di proprietà della Fondazione Rockfeller, si svolge il convegno sul tema “Condizioni dell’ordine mondiale”, organizzato dal Congresso per la libertà delle cultura che è un’emanazione della Central intelligence agency.

 

A Roma, a Palazzo Rospigliosi, su invito di Maria Camilla Pallavicini, Pino Rauti, Edgardo Beltrametti e Gianfranco Finaldi svolgono una conferenza sul tema: “Come difendersi dall’aggressione comunista”.

 

Non c’è solo la destra anticomunista a muoversi, perché l’11 dicembre 1965, a Udine, si svolge una riunione degli appartenenti alla struttura “Gladio” sui temi della “insorgenza e contro-insorgenza”, nel corso della quale viene richiesta “una azione attiva di contropropaganda”.

 

Il comandante della VIII formazione, “Manlio”, peraltro mai identificato, dopo aver ascoltato le osservazioni dei suoi subalterni, afferma che “ci sono già delle organizzazioni politiche che fanno la contro-propaganda anticomunista” e che, pertanto, a loro conviene:

 

a) approfondire la conoscenza degli elementi avversari – persone e fatti – e segnalarli con i consueti canali al Centro…;

 

b) qualsiasi azione intimidatoria e dimostrativa contro gli elementi avversari dovrebbe essere fatta non da elementi nostri del luogo (i quali dovrebbero curare la segnalazione) ma da elementi provenienti da fuori;

 

c) compilare e diffondere manifesti e manifestini in risposta a quelli compilati dalla parte avversaria;

 

d) organizzare delle conferenze o comizi per controbattere le idee avversarie” .

 

L’anticomunismo politico e militare agiscono all’unisono e, nell’anno successivo, il 1966, con l’operazione “manifesti cinesi” i piani divengono operativi.

 

Se i militanti di “Avanguardia nazionale” svolgono azioni di “propaganda nera” per conto del ministero degli Interni, una relazione interna del Sifar del 6 aprile 1966, riferita alla preparazione dell’operazione “Delfino” della struttura “Gladio” prevista per il periodo 15-24 aprile, si addestra per fare, in modo sistematico, la stessa cosa non limitata però all’affissione di manifesti.

 

Nella relazione, difatti, si legge che l’esercitazione verrà effettuata “sul terreno della zona di Trieste, con la partecipazione di elementi di un nucleo di propaganda (P/4), di un nucleo di evasione ed esfiltrazione (E/4) e di una unità di pronto impiego (Stella marina). L’esercitazione svilupperà, su base sperimentale, temi concernenti le operazioni caratteristiche della guerra non convenzionale in situazione di insorgenza e contro-insorgenza. Si prevedono quindi azioni di provocazione, quali aggressioni e attentati da attribuirsi all’avversario e la diffusione di materiale di disinformazione”.

 

Sono le tattiche che impiegheranno i “neofascisti” negli anni successivi, senza, come si può constatare, che siano stati essi ad elaborarle e a sperimentarle sul terreno, bensì le strutture clandestine delle Forze armate italiane.

 

A confortare la certezza dell’anticomunismo politico giunge, il 20 aprile 1966, la direttiva del capo di Stato maggiore della Difesa, generale Giuseppe Aloja, che raccomanda in seno alle Forze armate ”l’educazione morale e civica” alla scopo di “immunizzare il combattente dalla propaganda sovversiva tendente alla disgregazione della compagine militare”.

 

Il 1966 si chiude con una lettera inviata ad Yves GuerinSerac da Leo Negrelli , un giornalista italiano, sul quale a torto è stata sempre posta poca attenzione, il quale gli segnala, il 6 novembre, che “c’è in Italia una situazione di emergenza che può determinare non so ancora cosa”.

 

Il “cosa” comincia a prendere forma nel 1967, ad esempio, con il varo dell’operazione “Chaos”, varata dalla Cia per favorire, fra l’altro, la costituzione di gruppi “cinesi” e marxisti leninisti in dissenso con i partiti comunisti, come quello italiano, dipendenti dall’Unione sovietica.

 

Favorire la nascita e lo sviluppo del proprio nemico è, però, solo la prima delle condizioni necessarie per stabilizzare l’ordine politica italiano.

 

Non è sufficiente alimentare il disordine, difatti, perché bisogna incanalarlo, dirigerlo e volgerlo a proprio favore indirizzandolo versa obbiettivi predeterminati.

 

I continui riferimenti alla Grecia ed al colpo di Stato militare del 21 aprile 1967 hanno indotto molti a ritenere che l’anticomunismo politico abbia ritenuto possibile reiterare l’operazione in Italia, dimenticando che in questo Paese generali e colonnelli fanno la politica di chi governa e non sono mai stati disposti a dissentire o, addirittura, a tramare contro il potere politico per tema di rovinarsi la carriera.

 

In Italia, viceversa, la via da seguire è quella già presa in considerazione nel mese di luglio del 1948 e, ancor più, in quello stesso mese del 1960, quando gli incidenti seguiti all’attentato a Palmiro Togliatti, nel primo caso, e alla pretesa del Msi di svolgere il proprio congresso nazionale a Genova, nel secondo, diedero ai settori oltranzisti democristiani la possibilità di proporre la proclamazione dello stato di emergenza con tutte le misure di carattere politico-poliziesco che il provvedimento comporta.

 

A confortare la tesi di quanti sostenevano che questa era la via da seguire, è venuto l’esempio di quanto è accaduto in Francia nel 1968, il carattere insurrezionale assunto dalle proteste studentesche ha consentito alle Forze armate di dettare le proprie, durissime, condizioni al generale Charles De Gaulle e a decretarne la fine politica.

 

L’operazione inizia a Nanterre, il 22 marzo 1968, con l’infiltrazione degli uomini dell’Oas, in parte dipendenti da Yves GuerinSerac, fra gli studenti in agitazione dell’Università che danno il via ad una vera e propria rivolta a stento sedata dalla forze di polizia.

 

Non è difficile fomentare gli animi nel mondo giovanile e studentesco, così che gli incidenti di Nanterre diventano l’esempio da seguire anche a Parigi dove si sviluppa quello che sarà poi chiamato il “maggio francese”, a torto mitizzato dalle sinistre di tutto il mondo perché, come già a Nanterre, anche a Parigi la rivolta studentesca è opera degli agitatori professionisti dell’Oas.

 

Cosa può fare una piazza in rivolta, lo dicono le cifre degli scontri del maggio 1968 nella capitale francese: 625 manifestanti e 513 poliziotti feriti, 73 arrestati, 1.555 fermati, 288 automobili ed autobus incendiati o danneggiati, 27 negozi devastati.

 

Posto dinanzi ad un’esplosione di violenza giovanile che le forze di polizia non sono in grado di controllare, alla quale si potrebbe affiancare quella delle masse operaie in agitazione, il presidente della Repubblica, Charles De Gaulle si trova obbligato a richiedere il preventivo sostegno delle Forze armate.

 

Non si conoscono tutte le condizioni poste dai vertici dell’esercito francese a Charles De Gaulle ma di una gli effetti sono visibili ed immediati: l’amnistia incondizionata concessa a tutti gli appartenenti all’Organizzazione dell’esercito segreto (Oas), capi e gregari insieme, scarcerati già nel mese di giugno.

 

L’obiettivo primo dei “congiurati” internazionali è raggiunto e, con esso, il ridimensionamento drastico del potere del generale Charles De Gaulle chiamato ora a rispondere del suo operato anti-americano, anti-Nato ed anti-israeliano.

 

Un risultato ottenuto attraverso la manipolazione delle masse studentesche, sempre pronte, per l’età, a scagliarsi contro il potere costituito.

 

In Italia si può percorrere la stessa strada con alcune variabili tattiche rese inevitabili dalla diversa situazione politica esistente fra i due Paesi.

 

Qui, a Roma, non c’è un presidente della Repubblica, del carisma di Charles De Gaulle, da spodestare, ci sono invece forze politiche anticomuniste che sostengono la necessità di giungere ad una soluzione autoritaria, resa inevitabile ai loro occhi dal fallimento del centro-sinistra, ed altre che, viceversa, ritengono ancora possibile percorrere la via legalitaria mantenendo nella propria orbita di governo il Partito socialista.

 

Facendo leva sulle prime, gli strateghi occulti devono mettere le seconde dinanzi all’ineluttabilità della svolta autoritaria, da conseguire nel rispetto della legge e della Costituzione.

 

Inoltre, le forze di destra, anzi di estrema destra, le uniche che possono contare su attivisti da impiegare in piazza, non sono in assoluto in grado di fomentare rivolte come quella di Parigi del maggio 1968.

 

Tanto più che non deve essere la piazza di destra ad insorgere contro il potere costituito, ma quella di sinistra come nel luglio del 1948 e nel luglio del 1960, perché in caso contrario la ragione politica dell’intervento militare per il ristabilimento dell’ordine pubblico viene a mancare.

 

La tecnica utilizzata dall’Oas dell’infiltrazione dei propri elementi fra gli studenti non poteva essere utilizzata dall’estrema destra italiana, se non sporadicamente e in determinate circostanze.

 

La “battaglia di Valle Giulia” del 1° marzo 1968, a Roma, fu un esperimento irripetibile perché la presenza fra gli studenti dei militanti di Avanguardia nazionale, Ordine nuovo e Movimento sociale, molti dei quali conosciutissimi come “fascisti”, fu taciuta dalla sinistra che preferì utilizzare gli incidenti come prova dell’insofferenza degli studenti contro il potere accademico e politico.

 

Avrebbe il Partito comunista e, con esso, le altre forze di sinistra ignorato una seconda volta la presenza di Stefano Delle Chiaie e colleghi in veste di “rivoltosi” fra gli studenti?

 

È da escludere.

 

In Italia, di conseguenza, restava la via della violenza diffusa con attentati sempre più gravi, da attribuire all’estrema sinistra, fino all’esplosione incontrollata di una piazza in cui si affrontavano, in modo cruento e sanguinoso, destra e sinistra.

 

Una piazza di destra che necessita per esprimere, in modo legittimo, la sua indignazione e la sua rabbia contro i ‘rossi’ di un evento traumatico, come possono esserlo il massacro di piazza Fontana e l’oltraggio ai caduti di tutte le guerre ricordati dall’Altare della patria.

 

L’operazione che si sviluppa nel 1969 non matura in un ambito esclusivamente nazionale perché gli interessi in gioco travalicano quelli italiani, come si conviene ad un Paese che non è libero, né sovrano né indipendente.

 

L’Italia non può avere i comunisti al governo, sia pure inseriti in una coalizione, perché potrebbe essere indotta ad adottare una politica di neutralità e di equidistanza fra i due blocchi contrapposti che gioverebbe all’Unione sovietica e renderebbe gravissimo nocumento agli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza atlantica.

 

Il 2 maggio 1968, il settimanale “Panorama” pubblica un articolo, intitolato “Sfide negli Oceani”, nel quale scrive:

 

“Dall’ottobre 1966 all’ottobre 1967 l’Unione sovietica ha aumentato il proprio arsenale di missili intercontinentali a testata atomica al ritmo di oltre uno al giorno, passando da 340 unità a 720 unità. Alla fine del 1966 la marina sovietica aveva nel Mediterraneo una mezza dozzina di navi, una presenza simbolica; oggi quello che era un ‘lago americano’ è diventato un lago a mezzadria, in cui le 50 unità della VI flotta sono costrette a coesistere con una formidabile flotta sovietica di oltre 50 navi. Questi gli aspetti più clamorosi dello sviluppo della potenza russa”.

 

L’anno successivo, il 1969, la situazione è, se possibile, ancora peggiore per gli Stati Uniti.

 

Il 25 maggio 1969, riferendosi alla necessità di sostenere il governo militare greco, il senatore americano Stewart Simmington dichiara:

 

“Il Libano nella primavera del 1967, ha impedito alla nostra flotta l’accesso ai suoi porti. Le ultime due volte che la nostra flotta ha visitato la Turchia si sono verificate violente manifestazioni antiamericane. Queste correnti divengono sempre più forti e se, in Grecia, le cose non andassero come vanno, nel Mediterraneo ci sarebbero pochissimi porti – se non nessuno – disposti ad accogliere le nostre navi senza azioni di disturbo. E siccome noi riteniamo necessario il mantenimento della nostra flotta in quel mare chiuso, questa è la ragione perché le cose permangano stabili nel Paese in questione - cioè la Grecia”.

 

La logica del ragionamento vale anche, se non a maggior ragione, per l’Italia che il senatore americano nemmeno cita fra i paesi in grado di accogliere la VI flotta nei propri porti, senza suscitare proteste e scioperi dei portuali della Cgil.

 

Ai paesi ostili al blocco occidentale, dopo l’Algeria guidata da Houari Boumedienne che i servizi segreti occidentali considerano un mero agente sovietico, dal 1° settembre 1969 si aggiunge la Libia dove ha assunto di fatto il potere una giunta militare il cui rappresentante di maggiore spicco è il capitano Gheddafi.

 

È in Medio Oriente, però, che la situazione si va facendo sempre più grave perché la guerra non dichiarata, iniziata in sordina già nell’autunno del 1967, fra Israele ed Egitto è andata sempre più aggravandosi.

 

Sul fronte del Sinai, la guerra non è “fredda” né “virtuale” ma vera, sanguinosa e foriera di pericolosissimi sviluppi per la stabilità internazionale.

 

Il 20 luglio 1969, l’aviazione israeliana inizia un’offensiva contro le postazioni egiziane che si estende al fronte terrestre, innescando una battaglia che proseguirà, senza soste, fino al mese di dicembre.

 

Schierati, fianco a fianco, con gli egiziani ci sono i “consiglieri militari” sovietici. Cosa potrà accadere se costoro si scontreranno in prima persona con i militari israeliani?

 

È una delle tante incognite di un conflitto che si riflette pesantemente sulla situazione del Mediterraneo e su quella italiana in particolare. Perché, in Italia, c’è un governo che proclama l’equidistanza fra arabi ed israeliani ed un Partito comunista che sostiene apertamente la causa araba e quella palestinese in particolare.

 

La guerriglia palestinese ha iniziato i suoi attacchi militari ad Israele il 2 gennaio 1965 ma, ormai, ha esteso il suo raggio d’azione all’intera Europa occidentale dove può contare sull’appoggio, non solo politico ma anche logistico dei comunisti, dei gruppi della sinistra extraparlamentare, contrastata dai servizi segreti israeliani coadiuvati da quelli americani ed atlantici.

 

Dopo aver “stabilizzato” la Grecia, il 21 aprile 1967, e la Francia, nel maggio del 1968, la sicurezza del Mediterraneo esige la “stabilizzazione” dell’Italia.

 

L’informatissimo informatore del ministero degli Interni, Mario Tedeschi, il 2 gennaio 1969, preannuncia la tempesta in arrivo con un articolo intitolato “L’anno dell’assedio”, nel quale scrive che l’anno appena iniziato sarà quello dell’assedio perché in Europa solo l’Italia è rimasta “il bubbone che rischia di contagiare l’intero sistema”, e che di conseguenza toccherà alla amministrazione americana guidata da Richard Nixon l’onere di estirparlo.

 

Tocca alla potenza egemone salvare dal comunismo un Paese colonizzato, ma deve farlo senza infrangere l’equilibrio di Jalta, conducendo al suo interno una guerra “sporca” che per essere fatta necessita di specialisti che, a loro volta, non possono agire ufficialmente in nome e per conto dei loro governi che dovranno sempre essere in condizione di negare ogni interferenza negli affari interni di un Paese terzo, per di più amico ed alleato, specie quando questa, come ogni guerra, comporta una scia di sangue e di morte.

 

Il compito di condurre operazioni clandestine è demandato ai servizi segreti ma anche questi, come i loro governi, dovendo agire in Nazioni alleate, amiche o neutrali, non posso esporsi e devono creare strumenti ad hoc che, ufficialmente, agiscono per proprio conto.