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Vincenzo Vinciguerra: Piazza Fontana e oltre

 

Una precisazione

Pubblichiamo un contributo storico-politico sulla “strategia della tensione” redatto da un personaggio a dir poco singolare: Vincenzo Vinciguerra, ergastolano, fascista non pentito, responsabile della strage di Peteano ove trovarono la morte tre carabinieri a causa dello scoppio di una bomba nascosta all’interno di un’automobile. Vinciguerra, in carcere ha compiuto e sta compiendo un percorso di rielaborazione della sua esperienza nei gruppi dell’estrema destra eversiva e stragista. Vinciguerra si è accorto di essere stato usato o almeno di aver militato in gruppi (Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale) che erano al servizio della strategia di Stato per mutare volto alla nostra democrazia e alle sue istituzioni. Con le bombe appunto. E a Vinciguerra aver scoperto questo gioco non è piaciuto. Di qui, non la sua dissociazione, ma la denuncia politica e anche la collaborazione con alcuni magistrati per rivendicare un ruolo che gli era stato strappato e stravolto. Il lettore non dimentichi che Vinciguerra è tuttora un fascista e la sua analisi e le sue chiamate di “correo” o segnalazioni sono frutto della sua posizione carceraria e della sua responsabilità come persona. (n.d.c.)

 

 

1969: Piazza Fontana e oltre

 

Opera, 23 agosto 2011

Di Vincenzo Vinciguerra

 

Fonte: http://www.archivioguerrapolitica.org/

 

 

Capitolo Primo

 

 

 

Il 1969 è l’anno più ricordato e meno conosciuto della storia dell’Italia repubblicana. Si pretende che segni l’inizio della “strategia della tensione” che si fa coincidere con la strage all’interno della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969, ma non è così.

 

Quella che è stata chiamata “strategia della tensione” inizia diversi anni prima e se le sue finalità erano quelle di “destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”, il primo esempio lo troviamo a Roma, nell’ottobre 1963, quando squadre di provocatori inserite fra gli operai edili in sciopero innescarono violentissimi incidenti con le forze di polizia che si conclusero con un bilancio di 168 feriti.

 

Più vicino nel tempo è l’esempio di destabilizzazione dell’ordine pubblico, programmata e predisposta con cura, che viene fornito dalla cosiddetta “battaglia di Valle Giulia” a Roma, il 1° marzo 1968, che vide scendere in campo, in prima persona, gli attivisti di “Avanguardia nazionale” che insieme ad altri militanti dell’estrema destra riuscirono a scatenare alcune migliaia di studenti contro le forze di polizia, con un bilancio finale di 211 feriti, 228 fermi e 4 arresti.

 

Il primo segnale certo dell’avvio di una strategia destinata a sconvolgere il Paese, in un progressivo ed inesorabile crescendo, ci viene però dall’affissione di manifesti cosiddetti “cinesi”, perché inneggianti alla Cina popolare, nei primi giorni del mese di gennaio del 1966 a Firenze, Livorno, Roma, da parte di militanti di “Avanguardia nazionale” guidati da Stefano Delle Chiaie.

 

Un’operazione questa, finalizzata a favorire il sorgere di gruppi dissidenti alla sinistra del Pci, accusato di “revisionismo” e di imborghesimento con la speranza, apertamente dichiarata (si ricordi in proposito l’intervento di Pino Rauti al convegno dell’istituto “A. Pollio”, organizzato dal Sid per volere dello Stato maggiore dell’esercito, svoltosi a Roma il 3-5 maggio 1965), di obbligare il Partito comunista a dismettere le vesti dell’agnello per reindossare quelle del lupo per non essere scavalcato alla sua sinistra da gruppi più aggressivi e “rivoluzionari”, come difatti accadrà negli anni successivi con la costituzione di “Potere operaio”, “Lotta continua”, “Avanguardia operaia”, “Autonomia operaia”.

 

Un’operazione promossa dal servizio segreto civile del ministero degli Interni, tramite il direttore della rivista “Il Borghese”, Mario Tedeschi, amico e confidente del funzionario di Ps Umberto Federico D’Amato, che si collega direttamente con quella che porterà gli attentati del 12 dicembre 1969 a Roma e a Milano, secondo la testimonianza mai valutata di Serafino Di Luia.

 

Serafino Di Luia, militante di “Avanguardia nazionale” insieme al fratello Bruno, indica esplicitamente nella persona che aveva fatto affiggere i “manifesti cinesi” ai componenti della sua organizzazione, la stessa che aveva fatto infiltrare Mario Merlino fra gli anarchici nell’estate del 1968.

 

Il 1969 non è l’anno di inizio della “strategia della tensione” e neanche quello dell’”innocenza perduta” come hanno preteso, a posteriori, tanti esponenti della sinistra che hanno cercato di giustificare la loro adesione alla “lotta armata” con l’orrore suscitato dalla strage di piazza Fontana.

 

La costituzione di “Lotta continua” e “Potere operaio” dei quali tanti militanti saranno in prima fila nello scontro armato con lo Stato, precede di mesi la strage del 12 dicembre 1969, e i loro leader da tempo teorizzano la necessità della violenza operaia e proletaria contro i “padroni” e la borghesia detentrice del potere.

 

Se il giornale di “Potere operaio” diretto da Francesco Tolin, il 30 ottobre del 1969, esce con un articolo dal titolo “Sì alla violenza operaia”, dal 1° al 4 novembre 1969, a Chiavari, presso l’hotel “Stella Maris” si svolge un convegno del Collettivo politico metropolitano al quale prendono parte Corrado Simioni, Giovanni Mulinaris, Mario Moretti, fra gli altri, destinati a ricoprire un ruolo drammatico negli “anni di piombo”, l’ultimo perfino come capo delle Brigate rosse.

 

Il 1969 non è neanche l’anno della prima strage di civili in Italia, perché, prescindendo da quelle compiute da reparti militari e forze di polizia, è preceduta da quella compiuta da Salvatore Giuliano ed i suoi uomini a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, quando aprirono il fuoco sugli operai ed i contadini social-comunisti, convenuti sul luogo con le loro famiglie per celebrare la festa del lavoro.

 

Cosa è stato allora il 1969?

 

Il ventiquattresimo anno della guerra civile italiana che, in un contesto planetario, opponeva comunismo ed anticomunismo infiammando ed insanguinando tutti i Continenti.

 

È stato anche l′anno in cui si è sviluppata l’operazione più raffinata e complessa per imprimere al Paese quella svolta autoritaria auspicata anche in campo internazionale, in particolare da Stati Uniti, Israele e Germania federale, per bloccare definitivamente l’avanzata elettorale del Pci e neutralizzarne l’egemonia in campo sindacale e culturale.

 

L’ipotesi del “colpo di Stato”, inteso come svolta autoritaria a destra, percorre tutto l’anno 1969, dall’inizio alla fine.

 

A proporre apertamente un atto di forza anticomunista è la destra in tutte le sue componenti.

 

Il 5-6 aprile 1969, al termine della X assemblea del Nuovo ordine europeo, svoltasi a Barcellona (Spagna), alla quale hanno partecipato Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie e Nino Capotondi, è emesso un comunicato nel quale si afferma che i militanti europei guardano con speranza alla “rivoluzione” greca del 21 aprile 1967 considerata la “nuova realizzazione concreta della riscossa europea”.

 

A suggerire l’intervento risolutore delle Forze armate non sono solo gli “estremisti”, perché i dirigenti della destra parlamentare e moderata in Italia sono in prima fila a farsene portavoce con toni, spesso, truculenti e minacciosi.

 

Così, se “L’Assalto” intitola un suo articolo, “Usare le mitragliatici, Esercito e polizia per difendere il Paese dai delinquenti, Popolo italiano svegliati!”, il 13 aprile 1969, un mese più tardi, il 18 maggio, sullo stesso periodico, il parlamentare missino Giulio Caradonna, in un articolo intitolato “La tigre di carta”, scrive che è necessario “richiamare i reprobi agli immortali principi della patria anche dando di piglio a quel santo manganello che nei periodi di smarrimento è l’unico argomento valido per rischiarare gli ottenebrati cervelli dei bruti da troppo tempo abituati a ragionare col ventre se non con il sedere”.

 

Non si tratta di un’iniziativa individuale, perché è tutto il Movimento sociale italiano ad essere impegnato nell’opera di propaganda finalizzata a presentare il Paese sull’orlo dell’abisso dal quale potrà salvarsi solo con i mezzi più drastici.

 

Il vicesegretario nazionale del Msi, Pino Romualdi, si spinge fino a paventare la possibilità di un guerra civile per fermare il comunismo.

 

Il 25 maggio, sempre su “L’Assalto”, Romualdi scrive:

 

“Crediamo nell’olio di ricino e nel santo manganello. Crediamo nella guerra civile. Poiché prima che il comunismo arrivi al potere è chiaro che si troveranno mezzo milione di uomini capaci di procurarsi le armi e di usarle. Nessuno deve dimenticarlo: oggi, mutati i tempi, l’olio di ricino e il santo manganello non basterebbero più”.

 

Il 13 giugno, scende personalmente in campo Giorgio Almirante che, in un’intervista pubblicata su “L’Assalto” incita i giovani di destra allo scontro fisico con gli avversari politici affermando che loro devono essere “i contestatori della contestazione”.

 

Cosa sia e cosa voglia la destra estrema italiana, ancora oggi definita “neofascista”, lo scrive un altro parlamentare e dirigente nazionale del Movimento sociale, sull’organo di stampa del partito, “Il Secolo d’Italia”, nell’articolo intitolato “Viva il blocco d’ordine”, che così definisce:

 

“È un blocco che crede nella bandiera tricolore, nelle medaglie al valore, nella figura del mutilato. Un blocco che prepari i ragazzi a superare gli esami per studio non per demagogia, che vuole il servizio militare obbligatorio, il matrimonio indissolubile, il celibato dei preti, la morale non bacchettona ma nemmeno prostituta, i pederasti alla gogna e in treni in orario”.

 

Di questo “blocco d’ordine”, ovviamente, secondo Nino Tripodi, “devono fare parte anche quei soldati, agenti e carabinieri che offrono silenziosamente fedeltà e disciplina allo Stato, ignorano i partiti e sconoscono i miti della politica”.

 

È il “blocco d’ordine” di una piccola borghesia che non ha connotazioni ideologiche e che vota, indifferentemente, tutti i partiti da quello socialdemocratico allo stesso Movimento sociale, passando per la Democrazia cristiana, il Partito repubblicano e quello liberale.

 

Se questo è quello che gli “estremisti” di destra dicono, è fondamentale porre l’accento su quello che fanno.

 

In prima linea troviamo il direttore de “Il Borghese” , Mario Tedeschi, che l’11 maggio 1969 annuncia la costituzione di “250 gruppi di Azione nazionale (Gan) costituiti in tutta Italia rispondendo al nostro appello per l’”unione delle forze nazionali””.

 

Nel programma dei Gan, Tedeschi recita:

 

“Bisogna provvedere a sabotare con tutti i mezzi possibili gli scioperi organizzati dai comunisti e dai clerico-comunisti…Bisogna organizzarsi per essere vicini ai soldati in ogni momento; nel momento tranquillo e nel momento non tranquillo”, per concludere che “ormai chi vuole fare dell’anticomunismo sul serio deve porsi fuori del sistema e contro il regime”.

 

Incitamento, quest’ultimo, che proviene – è doveroso sottolinearlo – da un personaggio che lavora a stretto contatto con il servizio segreto civile, non disdegnando la collaborazione con il servizio segreto militare.

 

Quanto annunciano pubblicamente di voler fare corrisponde a quello che fanno riservatamente.

 

Il 18 luglio 1969, il sindaco comunista di Bologna, Fanti, rende noto il testo di una circolare dell’Associazione ufficiali combattentistici attivi (Auca), secondo cui “la situazione interna ci fa pensare all’eventualità che le Forze armate debbano entrare in azione per difendere la libertà democratica e la Costituzione impedendo violenze, distruzioni, sovvertimenti… Si tratterà di collaborare – conclude – con le forze dell’ordine e di agire con quelle, se necessario, alle dipendenze di un’unica autorità”.

 

Quale sia l’obiettivo del Msi, lo dice esplicitamente Giorgio Almirante, ormai segretario nazionale del partito, nell’articolo pubblicato da “Il Secolo d’Italia”, sotto il titolo “Il caos”, il 23 ottobre 1969.

 

Almirante scrive:

 

“Siamo nel caos…giunti a questo punto, i casi sono due: o la suprema Magistratura della Repubblica interviene per costringere subito la cosiddetta maggioranza di centro-sinistra a una aperta verifica o è fatale che la crisi si trasferisca dal Governo, dai partiti, dal Parlamento al Paese, cioè anche alla piazza”.

 

L’appello al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, si accompagna all’esplicita minaccia di ricorrere alla violenza di piazza per riportare l’ordine.

 

Non è minaccia vana, perché è proprio sulla “piazza” che gli strateghi occulti contano per far scattare la proclamazione dello stato di emergenza. Una “piazza” di destra inferocita per le stragi “rosse” del 12 dicembre 1969, che sarà convocata a Roma, da tutta Italia, per la data del 14 dicembre 1969, con il sangue ancora caldo ed i morti da seppellire.

 

Non sono solo parole, quelle scritte sul giornale di partito, da Giorgio Almirante, perché sei giorni più tardi, il 29 ottobre 1969 inizia la mobilitazione degli iscritti.

 

Il segretario nazionale del “Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori” del Msi, Massimo Anderson, invia difatti ai subalterni un “foglio disposizioni straordinario”, nel quale scrive:

 

“La drammaticità della situazione che presenta chiari sintomi pre-insurrezionali, impone la mobilitazione generale e costante di dirigenti e gregari, per l’approntamento dei mezzi e delle misure corrispondenti. Inviati del centro prenderanno contatto diretto con i responsabili dei coordinamenti regionali per concordare iniziative e programmi.

 

Intanto si dispone tassativamente: che i dirigenti provinciali siano a disposizione delle federazioni in continuità; che stabiliscano contatto con i coordinatori regionali e con la direzione nazionale giovanile; che nessuna iniziativa attivistica in loco o in trasferimento deve essere intrapresa senza preavviso o consenso della direzione giovanile, avuto riguardo al rapporto di forze con l’avversario, all’ambiente, agli impegni attivistici in atto altrove. Esprimendo e disciplinando tutte le nostre energie, saremo certamente in grado di replicare duramente all’offensiva dei sovversivi e dare un alt al comunismo”.

 

Non si tratta di attuare misure di difesa, bensì di attacco.

 

Lo conferma una nota informativa che il ministero degli Interni trasmette in copia allo stesso ministro titolare del dicastero, Franco Restivo, con la quale si segnala, il 5 novembre 1969, che “elementi del ‘Raggruppamento giovanile’, della ‘Giovane Italia’, del ‘Fuan’, del ‘Settore volontari’ avrebbero rassegnato le dimissioni e si starebbero organizzando al di fuori del partito per ‘reagire’ alle intimidazioni dei filocinesi e dei comunisti. I giovani dimissionari intenderebbero, in tal modo, dissociare la responsabilità del partito dalla loro futura attività, evitando di coinvolgerlo nelle loro iniziative di gruppo”.

 

A far dubitare della spontaneità di questa raffica di dimissioni ritenute necessarie per non compromettere l’immagine legalitaria del partito è la segnalazione dell’informatissimo Armando Mortilla, “Aristo”, che nota come appaia “singolare al riguardo che queste dimissioni avvengano tutte allo stesso modo, vale a dire trasmesse con lettere raccomandate”.

 

Per coloro che escono per non danneggiare il loro partito, ci sono quelli che rientrano per “aprire l’ombrello” che il Movimento sociale può offrire come partito rappresentato in Parlamento.

 

Il 16 novembre 1969, “Il Secolo d’Italia” annuncia che il Centro “Ordine nuovo” ha chiesto “l’onore” di essere ammesso nel partito.

 

Il 21 novembre, una nota confidenziale inviata alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni, a firma “Gal”, confidente operante a sinistra, informa che “una decina di giorni fa due missini ascoltati per caso da un nostro compagno, dicevano che il 14-15 dicembre p.v. ci sarebbe stata una ‘grossa cosa nazionale’ che dovrebbe ‘creare nel paese un grosso fatto nuovo’”.

 

Il 2 dicembre, il quotidiano missino “Il Secolo d’Italia” annuncia la manifestazione nazionale indetta dal partito per il 14 dicembre, a Roma, con un articolo intitolato:

 

“Il MSI mobilita la Nazione contro la sovversione rossa”.

 

La macchina della morte è in moto, ed il Movimento sociale italiano è uno dei suoi ingranaggi.

 

Il 10 dicembre, Giorgio Almirante, nel corso di un’intervista al giornale tedesco “Der Spiegel” afferma che, a suo avviso, la battaglia contro il comunismo giustifica tutti i mezzi, e che è venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari per definire, una volta per sempre, la situazione in Italia.

 

Una dichiarazione imprudente ed impudente che segnala come nel mondo politico anticomunista si respiri un’aria di ottimistica certezza, tanto che alla possibilità di un intervento delle Forze armate nel Paese si rifà anche la rivista “Epoca” che missina non è.

 

Il 10 dicembre, difatti, “Epoca” appare nelle edicole con in copertina un vortice tricolore e, al centro, la scritta:

 

“Che cosa può accadere in Italia”.

 

All’interno, si scrive:

 

“Se tuttavia la classe politica non riuscisse a risolvere il problema dei rapporti del Pci con lo Stato, se la confusione diventasse drammatica, e se – nell’ipotesi di nuove elezioni – la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le Forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana.

 

Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia”.

 

Lo stesso giorno, 10 dicembre 1969, il fratello di Giovanni Ventura, Angelo, a Venezia, nel corso di una conversazione con Franco Comacchio stabilisce il collegamento diretto fra gli attentati che avranno luogo tra due giorni a Roma e a Milano e la manifestazione indetta dal Movimento sociale nella Capitale il 14 dicembre.

 

Angelo Ventura, difatti, rivela a Comacchio che “tra poco sarebbe avvenuto qualcosa di grosso: in particolare una marcia di fascisti a Roma e qualcosa sarebbe avvenuto nelle banche”.

 

A chiamare in correità nella strage di piazza Fontana i vertici del Msi, è, il 13 dicembre 19ó9, il servizio segreto britannico che su un giornale di Edimburgo, lo “Scotsman”, fa scrivere che questa è da porre in relazione alla manifestazione indetta, per il giorno successivo 14 dicembre, dal Msi a Roma, attribuendo la notizia a voci raccolte in ambienti milanesi non specificate.

 

Il governo presieduto da Mariano Rumor vieta però le manifestazioni pubbliche in tutta Italia e, con questa decisione, decreta il fallimento dell’operazione.

 

Cercheranno di ammazzarlo il 17 maggio 1973, a Milano, per mano di un finto anarchico. Ma questo è un’altra capitolo, successivo, della stessa storia.

 

A richiedere il ristabilimento dell’ordine turbato dalla “sovversione rossa” non c’è solo la destra parlamentare, definita estrema, ma anche gli ex partigiani anticomunisti che non hanno remore ad affiancarsi ai missini.

 

Il 7 novembre 1969, a Viareggio, si svolge una riunione per decidere la costituzione di una nuova organizzazione denominata “Italia unita”, sotto il patrocinio di Randolfo Pacciardi e quello, più riservato, di Amintore Fanfani.

 

Lo scopo della “Lega Italia Unita” è, secondo quanto dirà successivamente uno dei suoi esponenti di maggiore rilievo, l’avvocato Adamo Degli Occhi, quello di “vedere se di fronte alla sconcertante avanzata socialcomunista e all’evidente crisi nazionale ‘uomini di buona volontà’, ‘onesti’ come li chiama Cicerone, potessero opporsi con i mezzi della democrazia al Catilina socialcomunista”.

 

Il programma del Partito socialdemocratico che fa capo direttamente al presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, non si differenzia da quello del Movimento sociale:

 

“La gente è stufa dei disordini e vuole un partito che metta in ordine le cose”, dichiara Franco Nicolazzi alla rivista “Panorama” il 4 dicembre 1969.

 

“Il Paese ha bisogno di un periodo di pace e noi vogliamo darglielo”, aggiunge la socialdemocratica Maria Vittoria Mezza.

 

Le Forze armate, dal canto loro, sono adulate, sollecitate e temute in un periodo in cui in America latina, Asia, Africa ed Europa sono protagoniste della vita politica.

 

Lo ricorda, con implicita ma evidente allusione all’Italia, Giorgio Spini, sul numero unico de “L’Opinione” che, nell’articolo intitolato “Il fascismo senza volto”, scrive:

 

“Ieri un colpo di Stato militare in Brasile, l’altro ieri in Perù, diciotto mesi fa in Grecia. Tutti lavoretti di poche ore, sbrigati prima ancora che il paese si riavesse della sorpresa. I militari hanno imparato l’arte di far fuori un paese con la stessa sveltezza con cui si tira il collo ad una gallina. A chi toccherà essere fatto fuori la prossima volta?”.

 

L’interrogativo di Spini non trova risposte rassicuranti negli ambienti militari italiani che, viceversa, pongono in modo aperto e pubblico, la loro candidatura come forza attiva sul piano politico, determinante per il ristabilimento dell’ordine e della pace all’interno del Paese.

 

Sulla “Revue militaire générale”, il generale Ernesto Cellentani ripropone la necessità di un coordinamento politico-militare per fare fronte alla minaccia rappresentata dalla sovversione su scala continentale fomentata dal comunismo:

 

“In seno alle forze politiche protagoniste dei disordini e delle sommosse - scrive l’ufficiale – si è andato rilevando specie negli ultimi tempi un processo di crescente osmosi, ideale e organizzativa, sul piano internazionale. Il problema potrebbe rappresentare, in un futuro prossimo, ulteriori complicazioni e difficoltà poste dall’intervento dell’assai importante componente giovanile studentesca.

 

Sembra allora opportuno realizzare una stretta cooperazione civile e militare sul piano europeo occidentale, tendente allo scopo di mettere a (disposizione) fattori comuni di esperienze ed informazioni: potrebbe allo scopo essere concretata da una politica dell’ordine pubblico ed un’ altrettanto comune politica di informazione ed azione psicologica, entrambe necessarie.

 

La popolazione non interessata al disordine potrebbe – infine – essere chiamata in determinati casi limite a cooperare al ristabilimento dell’ordine . Oggi – conclude Cellentani – esiste, ormai, un fronte interno anche in tempo di pace”.

 

Non sono solo propositi teorici, destinati a restare privi di risvolti concreti, se, il 27 aprile 1969, nell’articolo intitolato “Vedovato come istituzione”, “L’Astrolabio” deve scrivere:

 

“Recentemente il generale Vedovato ha scritto che spetta alle forze armate, cioè a lui, di garantire in ogni evenienza, da qualunque parte prodotta, la continuità della politica del governo (non dello Stato) e del suo finanziamento. Il ministro Gui gli ha opposto un’imbarazzata rettifica”.

 

Se il ruolo determinante nella vita politica del Paese viene rivendicato dal capo di Stato maggiore della Difesa, i subalterni si sentono autorizzati ad investirsi di compiti che concernono l’ordine pubblico che spettano agli organi preposti alla pubblica sicurezza e non a loro.

 

Il 21 giugno, a Palermo, dopo che la sua vettura è rimasta bloccata da una manifestazione di operai in sciopero, il generale Giglio emette un minaccioso comunicato nel quale scrive:

 

“Qualunque ulteriore iniziativa suscettibile di ostacolare comunque, direttamente o indirettamente, la mia attività di comando, sarà da me e con i mezzi consentiti a mia disposizione immediatamente stroncata”.

 

La minaccia di far intervenire reparti militari contro gli scioperanti non verrà attuata, ma a Novara, dal 25 al 30 giugno 1969, i militari sono autorizzati ad agire in prima persona contro i loro contestatori.

 

Dopo che in città si sono verificati scontri fra giovani di sinistra ed avieri del 53° Stormo, le forze di polizia sono esautorate dalle loro funzioni ed il compito di pattugliare la città è affidato agli avieri ed ai carabinieri, che sono parte integrante delle Forze armate all’interno delle quali svolgono anche il compito di polizia militare.

 

È un segnale che viene recepito come il riconoscimento del ruolo che le Forze armate potranno essere chiamate a svolgere in un futuro assai prossimo, com’è nelle speranze dei rappresentanti di quei partiti che si pongono dalla parte della popolazione che aspira al ristabilimento dell’ordine e che l’intervento dei militari lo sollecitano apertamente.

 

E a queste forze politiche i militari si appoggiano con fiducia, certi del loro sostegno politico e propagandistico come avviene con la pubblicazione, da parte della rivista “Il Borghese”, il 31 luglio 1969, di una lettera indirizzata da un gruppo di ufficiali al capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Enzo Marchesi, con la quale sollecitano l’ordine di “reagire singolarmente e collettivamente, con i fatti e se necessario con le armi, a qualsiasi aggressione, a qualsiasi offesa alla Bandiera, all’uniforme, all’essenza spirituale e materiale dell’organismo militare”.

 

La pretesa delle Forze armate di ricoprire nel Paese un ruolo maggiore non viene sostenuta solo da destra, ma è anche recepita e giustificata in altri ambienti politici.

 

Così, la rivista “Panorama”, il 29 maggio 1969, dedica alle Forze armate un articolo, dal titolo “L’esercito inquieto”, in cui Giorgio Gatta denuncia il malessere interno all’istituzione militare e conclude:

 

“Più chiaramente che in passato dunque si propongono per le forze armate funzioni nuove. Un esempio limitato viene dai Paesi del Terzo mondo, dove l’esercito, padrone delle tecniche più moderne e dotato spesso di una visione più progressista rispetto alle strutture civili, diventa un centro di potere e costituisce insieme un elemento unificante della nazione”.

 

Ma l’unità della Nazione, come la sua pace sociale, la sua sicurezza interna ed internazionale, la sua stabilità economica e politica, per le Forze armate passa attraverso la neutralizzazione del pericolo comunista e del partito che rappresenta ancora in quell’anno 1969 la “quinta colonna sovietica” in Italia.

 

Il 4 dicembre 1969, sul settimanale “Panorama”, nell’articolo intitolato “I forzati dell’ordine”, Lino Rizzi segnala il processo di politicizzazione a destra in corso all’interno del Corpo di pubblica sicurezza, accelerato a seguito della morte dell’agente di Ps Antonio Annarumma a Milano, il 19 novembre, ed ai conati di ribellione verificati nei battaglioni celeri di Milano e Torino nei giorni immediatamente successivi e repressi a fatica dagli ufficiali.    

 

“La maggior parte dei giovani agenti di Ps – scrive Rizzi – scopre la politica e cede alla suggestione dello Stato forte, sposa le posizioni dei partiti di estrema destra anche come scelta difensiva, di tipo corporativo. Un deputato democristiano racconta che a Nuoro, nelle elezioni politiche del 1968, quattrocento baschi blu del secondo raggruppamento Celere, votando nella stessa sezione hanno fatto uscire dalle urne altrettanti voti per il Movimento sociale italiano”.

 

Un atteggiamento che premia la politica di un partito che della difesa dei corpi di polizia, a ragione e più spesso a torto, ha fatto un cardine del suo programma ostentato anche con gesti plateali come, a Pavia, il 13 marzo 1969, quando i giovani del Movimento sociale, nel corso di incidenti fra la polizia e gli studenti, si sono schierati simbolicamente a difesa della Questura.

 

Un partito, il Movimento sociale italiano, che insieme a monarchici, liberali e a parte dei democristiani chiede il ripristino della pena di morte e l’introduzione nel codice penale della fustigazione, maggiori poteri alla polizia, aumenti salariali e tutela ad oltranza del suo operato.

 

Il “nemico” anche per la polizia, specie per quella dei battaglioni celeri in prima linea nei servizi di ordine pubblico, è la sinistra in genere, il Partito comunista in particolare.

 

Significativa la lettera inviata al ministero degli Interni, il 21 novembre 1968, da un gruppo di agenti e di ufficiali di Ps contenente l’esplicita minaccia di agire non contro il comunismo ma contro coloro che cedono al comunismo, con evidente allusione ai democristiani ritenuti inclini al compromesso con il Pci.

 

“Stretti intorno alla Bandiera del corpo, abbrunata ai sublime olocausto della giovane vita di Antonio Annarumma fermamente giuriamo: o prestigio e autorità alle forze dell’ordine o armi contro i responsabili del cedimento al comunismo”.

 

Puntuale, giunge il plauso del settimanale “Il Borghese”, diretto da Mario Tedeschi:

 

“La polizia oggi ha, se vuole, la possibilità di risolvere la crisi in cui si dibatte l’Italia. Se il 20 novembre gli ufficiali di polizia delle caserme di Milano avessero deciso di occupare la città, anziché schierarsi a difendere il loro generale contro i loro uomini, non avrebbero incontrato resistenza e sarebbero stati applauditi dalla maggioranza della popolazione”.

 

Un invito esplicito al “colpo di Stato”, rivolto alla polizia da un uomo, Mario Tedeschi, che lavora per il ministero degli Interni.

 

Nel corso di tutto il 1969 si respira l’aria dell’evento, da tanti invocato e da tanti temuto, dell’intervento militare nell’agone politico che il fallimento della politica di centro-sinistra e la scissione interna al Partito socialista unificato rendono, anche agli occhi degli osservatori stranieri, inevitabile.

 

L’8 luglio 1969, il “New York Times” scrive che la crisi politica in corso rappresenta “la più grave minaccia alla democrazia italiana nella vita della Repubblica”.

 

Ancora più esplicito è il “Washington Post” che, due giorni più tardi, il 10 luglio, scrive:

 

“L’Italia si sta forse disintegrando…Caos, guerra civile, un golpe, queste calamità sono minacce reali, a giudizio di molti italiani… Il centrosinistra è caduto vittima delle meschinità personali e di partito…E adesso con lo schieramento di centro ridotto a brandelli, l’estrema destra e l’estrema sinistra si fronteggiano attraverso un abisso di profonda sfiducia e di odio di classe”.